Sarebbero già cinque le vittime dell’ondata di violenza che sta investendo l’intero arcipelago indonesiano dove un presidente in difficoltà ha ordinato al generale Listyo Sigit Prabowo, Capo della Polizia Nazionale (Polri) e al Comandante delle Forze armate indonesiane (TNI), generale Agus Subiyanto, di adottare “misure severe” contro gli “atti anarchici” in diverse regioni. Un pugno di ferro evocato ieri dal capo dello Stato Prabowo Subianto ma già in atto da giovedi quando un veicolo della Polizia aveva investito e ucciso un ignaro mototaxi che stava attraversando la capitale Giacarta nel momento in cui erano in corso manifestazioni di protesta contro l'aumento degli stipendi ai parlamentari e per rivendicare un aumento dei salari dei lavoratori. La reazione all’episodio, di cui è rimasto vittima il ventunenne Affan Kurniawan ucciso dal veicolo di un’unità operativa speciale della Polri, non si è fatta attendere.
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domenica 31 agosto 2025
Indonesia in fiamme
Sarebbero già cinque le vittime dell’ondata di violenza che sta investendo l’intero arcipelago indonesiano dove un presidente in difficoltà ha ordinato al generale Listyo Sigit Prabowo, Capo della Polizia Nazionale (Polri) e al Comandante delle Forze armate indonesiane (TNI), generale Agus Subiyanto, di adottare “misure severe” contro gli “atti anarchici” in diverse regioni. Un pugno di ferro evocato ieri dal capo dello Stato Prabowo Subianto ma già in atto da giovedi quando un veicolo della Polizia aveva investito e ucciso un ignaro mototaxi che stava attraversando la capitale Giacarta nel momento in cui erano in corso manifestazioni di protesta contro l'aumento degli stipendi ai parlamentari e per rivendicare un aumento dei salari dei lavoratori. La reazione all’episodio, di cui è rimasto vittima il ventunenne Affan Kurniawan ucciso dal veicolo di un’unità operativa speciale della Polri, non si è fatta attendere.
sabato 8 gennaio 2022
Il flop diplomatico di Hun Sen in Myanmar
cambogiano Hun Sen, il cui Paese presiede da gennaio anche l’associazione regionale di dieci nazioni del Sudest asiatico (Asean) di cui entrambi i Paesi fanno parte. 273 organizzazioni riunite nel General Strike Coordination Body lo hanno accusato di “trascurare la volontà del popolo birmano e la rivoluzione di primavera” e Amnesty International gli aveva chiesto di annullare il viaggio e ”condurre l'Asean in un'azione forte per affrontare la terribile situazione dei diritti umani nel Paese”. Ma assai peggio delle messe in guardia, delle dichiarazioni e delle firme è stato il fatto che Hun Sen ha trovato un Paese risolutamente schierato contro la sua visita.
entusiasta e una Cina che da segnali ambigui, la giunta sembra voler procedere sul suo camminano, ignorando le proteste e il diffuso sciopero dell’apparato sanitario che continua ad attanagliare un Paese morso dal Covid (la scelta è tata giustificata dai medici con una lettera al giornale scientifico Lancet). Continuano le violenze di cui la strage di Natale (decine uccisi e carbonizzati) è solo un esempio recente.
Questo articolo è uscito questa mattina su ilmanifesto
In copertina il tappeto rosso in onore di Hun Sen da un fotogramma di un video di Al Jazeera su Youtube. Nel testo, Bo col dittatore in uno scatto riprodotto dal quotidiano birmano di opposizione Irrawaddy
mercoledì 19 maggio 2021
Le città asiatiche e la protesta
Bangkok, Yangon, Giacarta: tre grandi metropoli di riferimento nel Sudest asiatico.
Capitali vere, anche se non sempre formalmente dichiarate tali, del passato, del presente e probabilmente del futuro, di Paesi destinati a giocare un ruolo di primo piano nei prossimi anni.
Guido Corradi, già docente di cultura malese-indonesiana presso l’ISIAO (ex IsMEO) sez. Lombarda di Milano e docente presso istituti statali superiori per il turismo, da anni collabora a Milano con l’Università Bicocca.
E’ membro del Centro di Cultura Italia Asia e collabora con la rivista del Centro “Quaderni Asiatici”
Ha pubblicato articoli e testi sull’Indonesia e condotto diversi viaggi come accompagnatore culturale per l’associazione “Viaggi di Cultura”, “FAI” e “Kel12” in Asia e America Latina.
Emanuele Giordana, asiatista e collaboratore di Italia Asia da 40 anni, è direttore del portale atlanteguerre.it.
E' stato tra i cofondatori dell'Agenzia Lettera22 e per 10 anni una delle voci di Radio3modno a RadioRai.
Attualmente è presidente di Afgana, associazione per la ricerca e il sostegno alla società civile afgana.
giovedì 15 ottobre 2020
Marcia a Bangkok. La vittoria della piazza e la reazione del governo
martedì 22 settembre 2020
Gli angeli di Bangkok

Ma tra sabato e domenica, Bangkok e stata davvero la città degli angeli e assai meno la capitale del re di una delle monarchie più longeve (e autoreferenziali) del pianeta. Sabato infatti diverse decine di migliaia di abitanti della città – in gran parte giovani studenti ma non solo – si sono riversati in centro per tenere l’ennesima manifestazione di protesta che chiede di cambiare la Costituzione, le dimissioni del premier e un ridimensionamento del ruolo della corona, cui non dovrebbero competere ingerenze politiche. La novità del corteo di sabato, protrattosi nella notte con concerti e balli e terminato domenica mattina con la posa di una placca metallica con la data “20 settembre” (sostituisce l’originale del 1932 per la fine della monarchia assoluta rimosso nottetempo nel 2017), non sono solo i numeri e la partecipazione mai vista cosi di massa.
martedì 7 agosto 2018
Pugno di ferro a Dacca contro gli studenti (aggiornato)
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| Shahidul Alam in uno scatto di Rahnuma Ahmed sul Daily Star: Hrw accusa governo e polizia di pestaggi e tortura al fotografo incarcerato durante le proteste |
venerdì 24 febbraio 2012
CORANO E PROTESTE
Il bilancio è fermo a dodici persone morte, sette delle quali proprio a Herat, dove una folla ha cercato di assaltare il consolato statunitense. A Kabul, invece, centinaia di persone hanno marciato verso il palazzo presidenziale di Hamid Karzai, scandendo slogan contro il governo e contro gli Stati Uniti. La polizia afgana ha sparato in aria per disperdere la folla e secondo il portavoce del governo Sediq Sediqqi, tre civili e due poliziotti sono rimasti feriti. Manifestazioni meno veementi nei modi ma non meno cariche di rabbia ci sono state anche a Ghazni, Nangarhar, Paktia, Kunar, Bamyian e Khost. Il governo afgano cerca di placare l’opinione pubblica chiedendo che i responsabili della dissacrazione del Corano siano processati pubblicamente e il generale John Allen, comandante delle truppe Nato, ha cercato di rassicurare gli afgani spiegando che la Nato e il governo «lavorano assieme per evitare che incidenti simili si ripetano».
Una commissione nominata dal governo Karzai ha descritto l’episodio come «vergognoso» ma ha anche lanciato un appello alla «calma e all’autocontrollo, vista la particolare situazione del paese». Per buona misura di sicurezza, però, a Kabul la polizia antisommossa presidia gli snodi principali della città e il personale dell’ambasciata statunitense, in stato di massima allerta, ha ricevuto istruzione di limitare al massimo gli spostamenti.
La vicenda ha del resto illustri precedenti, l'ultimo dei quali accaduto non molte settimane fa quando un video postato anche su Youtube, aveva mostrato dei marine americani mentre orinavano ridacchiando sul corpo senza vita di alcuni “insorgenti”, come vengono chiamati i guerriglieri talebani. Ma per un musulmano, insultare il Corano, è assai peggio che prendersi gioco della vita di un combattente ucciso. Allora infatti le reazioni furono contenute e, per parte talebana, si limitarono a un comunicato nel quale la guerriglia in turbante, confermando il suo giudizio sulle truppe di occupazione e le loro efferatezze, aveva però certificato che l'episodio non avrebbe ostacolato i negoziati in corso (tra americani, tedeschi e talebani) che, com'è ormai noto, si sono svolti sotto traccia per oltre un anno per arrivare, se tutto filerà liscio, all'apertura di un ufficio politico dei talebani a Doha, in Qatar.
Stavolta, l’ampiezza delle proteste segnala anche una crescente e diffusa frustrazione: atti come quello di Bagram evidenziano che, per una parte almeno dei militari stranieri, dieci anni non sono bastati per capire il paese in cui si trovano. E questo spiega se non tutti, certamente una buona fetta dei fallimenti politici conseguenti.



