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martedì 28 maggio 2013
LA CARTA PSICOLOGICA DEI TALEBANI
Non è una bella atmosfera quella che si respira oggi in Afghanistan. L'offensiva talebana di primavera, puntuale come ogni anno, colpisce nella capitale (appena qualche giorno fa quando a farne le spese è stata anche una connazionale) e ogni giorno nelle aree rurali. Ieri un ordigno è esploso al passaggio di un mezzo dei militari italiani nella provincia occidentale di Farah ferendo due soldati. I militari coinvolti, bersaglieri del Sesto reggimento di Trapani e che si trovavano a bordo di un blindato Lince, sono stati subito soccorsi ed evacuati.
Ad esplodere è stata un'autobomba, presumibilmente azionata a distanza, mentre il convoglio si stava dirigendo da Farah a Bala Boluk. I talebani locali hanno rivendicato l'attacco sostenendo che "cinque italiani sono morti" e che l'azione è stata compiuta "da un kamikaze". In un breve comunicato il portavoce talebano Qari Yousuf Ahmadi ha sostenuto che "l'attacco suicida" è stato effettuato alle 9,30 locali vicino a Bala Boluk.
Il fronte della guerra gioca dunque a fondo la carta psicologica: l'importante è continuare a colpire e possibilmente senza farsi prendere, evitando cioè le battaglie campali e utilizzando ordigni (Ied) nascosti sul ciglio della strada o autobombe. Solo nelle città la guerriglia gioca la carta shaid, “martiri” che si fanno saltare o disposti a tener duro finché non vengono fatti fuori: morte certa infatti ormai per chi si avventura nei centri urbani, blindatissimi e in realtà gli unici luoghi abbastanza sicuri del Paese. La scommessa sono invece le strade che restano in ostaggio della guerriglia o della malavita che si trincera dietro un turbante nero: check point che salassano i camionisti, Ied o sequestri di persona (afgani specialmente), un'attitudine che si è rafforzata da qualche anno anche a Kabul ma di cui non si parla molto. I talebani stanno cercando di minare le speranze per il 2014 cercando di seminare paura, di far passare l'idea che il Paese è ostaggio della guerriglia e che il governo ha i giorni contati.
A Kabul però i giochi non si fermano, specie quelli in vista delle elezioni (ieri sono iniziate le registrazioni per poter votare). Si attende che il candidato del capo dello Stato uscente si faccia ufficialmente avanti prendendo le sembianze, come ha recentemente anticipato un altro fratello del presidente, del maggiore della famiglia: Quayum Karzai (classe '53). Tra gli altri, l'attuale ministro dell'istruzione Farook Wardak, in quota al partito radicale Hezb-e-islami, e l'agguerrita parlamentare Fawzia Koofi, attualmente impegnata in difesa del decreto legge che punisce le violenze sulle donne e che una parte del parlamento vorrebbe cancellare. Quanto ai talebani, Karzai fa sempre mostra di grandi aperture e in una recente intervista alla Sueddeutsche Zeitung si è persino augurato che corra per le presidenziali del prossimo 5 aprile anche mullah Omar. Apertura che per ora ha trovato solo porte chiuse.
domenica 19 maggio 2013
IL NO DEL PARLAMENTO ALLA LEGGE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE AFGANE
Il decreto legge che nel 2009 era stato siglato dal presidente Karzai e che stabilisce un passo avanti inequivocabile dei diritti delle donne afgane e nel campo delle pene per chi li viola non è riuscito ieri a superare il dibattito parlamentare, necessario a farne legge dello Stato a tutti gli affetti. Così com'è, il dl resta in vigore ma è pur sempre passibile di lunghe discussioni in tribunale e soprattutto di emendamenti come quelli ieri richiesti in aula e che alla fine, dopo un fuoco di sbarramento di mullah e conservatori, ha fatto decidere per un rinvio del dibattito a data da destinarsi. Rinvio che apre la strada a nuove possibili erosioni dei dritti conquistati faticosamente dalle donne afgane.

Col decreto attuale, una coppia non può decidere di dare in sposa la propria figlia prima dei 16 anni di età. Diciotto invece gli anni necessari a una donna afgana per decidere se sposarsi o meno e con chi, una novità nel Paese dove vige la pratica di matrimoni combinati di maschi e soprattutto femmine (spesso bambine) e dove è ancora in vigore la poligamia, benché limitata a “sole” due mogli. Ma gli emendamenti, denunciati dalle attiviste di Afghan Women's Network, la maggior rete di associazioni femminili, vanno ancora più in là perché vorrebbero chiudere la case rifugio faticosamente costituite per le donne in fuga da un matrimonio indesiderato e da una tradizione e pressione sociale oscurantiste, che spesso le spinge al suicidio o forza i parenti all'omicidio d'onore. Infine la legge punisce duramente lo stupro e la violenza contro le donne e da che esiste ha già fatti finire dietro le sbarre non pochi uomini, mariti e non. Un emendamento vorrebbe edulcorare le sanzioni.
In parlamento la discussione è stata aspra: da una parte i partigiani della legge, capeggiati dalla parlamentare del Badakhshan Fawzia Koofi, dall'altro mullah e conservatori le cui tesi, sostenute con il Corano alla mano, sono ben spiegate da quanto ha detto in aula Obaidullah Barekzai, un deputato dell'Uruzgan che ha citato Hazrat Abu Bakr Siddiq, un compagno di strada del Profeta che aveva dato sua figlia in moglie a soli sette anni di età. Sia detto per inciso, in Uruzgan si registra uno dei tassi più elevati di analfabetismo femminile, in Afghanistan ancora di gran lunga superiore a quello maschile.
La discussione in parlamento ha anche creato polemiche nel mondo femminile: molte attiviste avrebbero preferito cercare di bypassare gli emendamenti ed evitare il dibattito in aula, passo per altro inevitabile visto che i decreti presidenziali richiedono alla fine la luce verde del parlamento. Un parlamento tra l'altro che, in questo momento, è sfavorevole e ostile al presidente. La Koofi ha anche spiegato che un nuovo presidente potrebbe cambiare per decreto la legge attuale (Elimination of Violence Against Women Law o Evaw) introducendo de facto gli emendamenti richiesti dai conservatori. Per strizzare l'occhio ai talebani.

Col decreto attuale, una coppia non può decidere di dare in sposa la propria figlia prima dei 16 anni di età. Diciotto invece gli anni necessari a una donna afgana per decidere se sposarsi o meno e con chi, una novità nel Paese dove vige la pratica di matrimoni combinati di maschi e soprattutto femmine (spesso bambine) e dove è ancora in vigore la poligamia, benché limitata a “sole” due mogli. Ma gli emendamenti, denunciati dalle attiviste di Afghan Women's Network, la maggior rete di associazioni femminili, vanno ancora più in là perché vorrebbero chiudere la case rifugio faticosamente costituite per le donne in fuga da un matrimonio indesiderato e da una tradizione e pressione sociale oscurantiste, che spesso le spinge al suicidio o forza i parenti all'omicidio d'onore. Infine la legge punisce duramente lo stupro e la violenza contro le donne e da che esiste ha già fatti finire dietro le sbarre non pochi uomini, mariti e non. Un emendamento vorrebbe edulcorare le sanzioni.
In parlamento la discussione è stata aspra: da una parte i partigiani della legge, capeggiati dalla parlamentare del Badakhshan Fawzia Koofi, dall'altro mullah e conservatori le cui tesi, sostenute con il Corano alla mano, sono ben spiegate da quanto ha detto in aula Obaidullah Barekzai, un deputato dell'Uruzgan che ha citato Hazrat Abu Bakr Siddiq, un compagno di strada del Profeta che aveva dato sua figlia in moglie a soli sette anni di età. Sia detto per inciso, in Uruzgan si registra uno dei tassi più elevati di analfabetismo femminile, in Afghanistan ancora di gran lunga superiore a quello maschile.
La discussione in parlamento ha anche creato polemiche nel mondo femminile: molte attiviste avrebbero preferito cercare di bypassare gli emendamenti ed evitare il dibattito in aula, passo per altro inevitabile visto che i decreti presidenziali richiedono alla fine la luce verde del parlamento. Un parlamento tra l'altro che, in questo momento, è sfavorevole e ostile al presidente. La Koofi ha anche spiegato che un nuovo presidente potrebbe cambiare per decreto la legge attuale (Elimination of Violence Against Women Law o Evaw) introducendo de facto gli emendamenti richiesti dai conservatori. Per strizzare l'occhio ai talebani.
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