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domenica 3 febbraio 2019

Afghanistan, se si muove l'orso russo

Mentre nel governo gialloverde il dossier afgano sembra ormai già archiviato - dopo le schermaglie tra Difesa ed Esteri, i dubbi della Lega e i sorrisi a cinque stelle - le cose continuano a muoversi sul terreno della diplomazia dei grandi che ha ormai tagliato fuori, oltre all'Italia, anche l'Unione Europea, la Nato e le Nazioni Unite per ora semplici spettatori alla finestra, per scelta o per vocazione. Mosca, ormai da anni tornata sulla scena centroasiatica con la sua ingombrante presenza, vuole evidentemente evitare di essere invece tagliata fuori dal processo che potrebbe condurre a far tacere le armi e a disegnare un futuro incerto ma forse pacifico per il martoriato paese dell'Hindukush. Utilizzando un centro di rifugiati afgani con sede in Russia, stando a  quanto scrive oggi la stampa afgana, Mosca ha organizzato un nuovo round negoziale a cui invitare i talebani. Ma con una novità. A partecipare al meeting previsto a Mosca per martedi, ci saranno anche politici e rappresentanti dei partiti afgani. Non, almeno in questa fase,  il governo afgano di Ashraf Ghani (che ha risposto piccato)  né il suo Alto commissariato per la pace che non sono stati invitati. Mi pare comunque un passo avanti.

ToloNews ha pubblicato la lista degli invitati. Per i talebani una delegazione capeggiata da Sher Abbas Stanekzai, il capo negoziatore che ha appena incontrato a Doha l'inviato americano Zalmay Khalilzad con cui ha tracciato la prima agenda di un possibile processo di pace. Per la parte civile ci saranno invece l'ex presidente Hamid Karzai e il suo ex vice Yunus Qanuni, l'ex governatore di Balkh e membro della Jamiat-e-Islami Atta Mohammad Noor col sodale di partito (e pezzo da novanta) Mohammad Ismail Khan, Mohammad Mohaqeq (già  vice dell'esecutivo del governo Ghani, leader dell'Hezb-e-Wahdat Islam e intimo di Abdullah Abdullah), il capo del National Islamic Front Afghanistan Sayed Hamid Gailani, l'ex talebano  Abdul Salam Zaeef e Zabihullah Mujaddedi, figlio del primo presidente afgano  dopo la guerra civile  Sebghatullah Mujaddedi. Un parterre di tutto rispetto in cui spicca l'assenza dell'Heb-e-Islami, il partito di Hekmatyar. C'è invece Mohammad Hanif Atmar, già ministro di Karzai e da lui silurato.

Non è difficile capire a cosa sia dovuta l'accelerazione. Ma se è nell'interesse di Mosca tentare di bilanciare l'attivismo americano e assicurarsi un posto al sole nella spiaggia del futuro Afghanistan post Nato, è anche vero che molti politici afgani sembrano voler approfittare del peso dell'orso russo per bilanciare quello dell'aquila americana.  Nel Paese dei sogni, americani e russi si metterebbero d'accordo e il gioco sarebbe fatto. Ma i due hanno appena fatto carta straccia dell'Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty (INF)*, difficile che adesso si invitino a cena. Nel Paese dei sogni l'Unione europea batterebbe un colpo, ma se mai Federica Mogherini volesse farlo (come insegna il caso Venezuela) gli Stati membri la metterebbero nell'angolo. Nel Paese dei sogni, il nostro ministro degli Esteri chiarirebbe che strategia ha in mente l'Italia... Ma per ora nel Paese della realtà c'è solo in agenda l'incontro di martedi.

*  Firmato da Reagan e  Gorbaciov a Washington nel dicembre del 1987 stabiliva che  USA e URSS, si impegnavano  a non possedere, produrre, testare o schierare un’intera classe di sistemi di lancio di missili, ovvero di vettori nucleari, con  portata tra i 500 ed i 5500 km. Leggi tutto nell'articolo di Elia Gerola per atlanteguerre.it

L'immagine del Cremlino è da creative commons

venerdì 5 agosto 2016

Libia, Siria, Afghanistan: la saggezza dell'esperienza

Mentre i caccia americani volano sui cieli libici e quelli russi sui cieli siriani, qualcuno che di bombardamenti se ne intende commenta i raid che sull'Afghanistan non sono mai smessi. «Sbagliati – dice in un'intervista al britannico Guardian l'ex presidente Karzai – molto sbagliati. Chi chiede agli stranieri di bombardare l'Afghanistan non rappresenta il popolo e i suoi interessi». Furberia post presidenziale? No, il discorso è più articolato perché – dice - la presenza straniera è la negazione dell'autodeterminazione e «provoca frustrazione e rabbia che alimentano il conflitto... Se non possiamo combattere da soli, non possiamo chiedere agli stranieri di farlo per noi», dice l'ex presidente che, come ora Faraj, avallò la presenza straniera. Da sempre contrario ai raid, rincara la dose: «Ho detto al governo di non chiedere agli Usa nuovi raid. Usano prodotti chimici ogni giorno: uccidono i nostri campi e diffondono malattie senza por fine alla guerra». La Nato è stata qui per 14 anni, dice ancora, ma le forze straniere stanno combattendo per gli stessi distretti come quando c'erano 150mila soldati... «Stiamo meglio? C'è più sicurezza? No. Vuol dire che qualcosa non va». Per Karzai le forze straniere devono ritirarsi e semmai concentrarsi sui sostenitori stranieri dei talebani.

giovedì 2 ottobre 2014

L'eredità di Karzai

Karzai sulla copertina dedicatagli
da
Time. Sotto, Shah Shuja
In testa il tradizionale qaraqul, sulle spalle il colorato chapan, per molti è stato soltanto un capo di governo elegante. Ma Karzai è stato soprattutto un “animale politico”, come gli riconosce Ahmed Rashid, l'autore di Talebani e Caos Asia. Un politico scaltro, che ha governato un Paese complicato per 13 anni senza rimetterci la pelle; che ha incassato borsoni pieni di denaro sia dalla Cia sia dall’Iran, ammettendo tutto con disinvoltura e rimanendo in sella; che ha voluto combattere la guerriglia dei Talebani chiamandoli “fratelli”; che è sopravvissuto grazie al sostegno della comunità internazionale e degli Usa ma criticandone l’operato. Salito al potere il 22 dicembre del 2001, come chairman dell’amministrazione nata dalla Conferenza di Bonn, nominato presidente ad interim nel 2002 da una Loya Jirga (Gran consiglio), eletto nel 2004 e poi nel 2009, negli anni si è scrollato di dosso l’etichetta di “sindaco di Kabul” che i detrattori volevano affibbiargli. E si è costruito una rete di potere economico e politico talmente ampia da garantirgli un ruolo decisivo anche dopo che si è chiuso il sipario sulla sua presidenza. Prima di abbandonare, è tornato sui suoi cavalli di battaglia, sostenendo che quella afghana è «una guerra straniera che si combatte sul nostro territorio», e che se non c’è pace «è perché gli Stati Uniti non l’hanno voluta».

Pace e rapporto con gli Usa sono sempre stati i suoi cardini e l'occasione di polemiche, sia con mullah Omar – che lo definiva un pupazzo - sia col maggior alleato e che un giorno lo osannava, l'altro lo denigrava. Ma sapeva quale eredità lasciare. Non quella di re Shah Shuja, che Londra rimise sul trono per scongiurare nell'800 le mire russe e persiane, motivo per cui ha ingaggiato con Washington una tenace battaglia sul Bsa, l'accordo strategico (siglato martedi) la cui firma in calce non voleva fosse la sua. Esce di scena da nazionalista forse ancora indispensabile per la rete di conoscenze all'estero e la capacità comunque di dialogo anche coi tanti nemici con cui ha sempre dovuto fare i conti. Nell'ultima trattativa ha fatto un passo indietro e nell'ultimo discorso ha lasciato un segno emotivo forte che gli consegna uno dei capitoli più drammatici della storia dell'Afghanistan. Presto per dire come riapparirà. Certo che continuerà a contare.

* a quattro mani con Giuliano Battiston

mercoledì 18 giugno 2014

L'ora delle polemiche sul voto: Abdullah alza la voce (aggiornato)

Se al processo elettorale afgano non è mai mancato il sale, adesso è l'ora del pepe. Polemiche, dibattiti e discussioni si incrociano nei giorni in cui, dopo il voto di ballottaggio del 14 giugno, è iniziata la conta dei voti. Ma Abdullah Abdullah, cui i primi conteggi attribuirebbero (in modo del tutto non ufficiale) una sconfitta, ha chiesto che il conteggio venga fermato. Abdullah è certo: ci sono state frodi e pesanti. Due sono le cose che alimentano i sospetti dell'ex candidato favorito: i dati provenienti dalle province, che indicherebbero in alcuni casi un'affluenza addirittura superiore al primo turno e, soprattutto, il caso del segretario generale dell'Independent Election Commission (Iec), Zia-ul-Haq Amarkhail, accusato senza mezzi termini di brogli: in effetti sabato sera – la sera del voto - una macchina del suo staff proveniente dagli uffici dell'Iec viene fermata dalla polizia con un bagagliaio pieno di schede non utilizzate. E com'è che, in una fase tanto delicata, questi girano senza una scorta di polizia e con schede bianche? La Commissione, cui Abdullah chiede la testa di Zia nega ogni addebito, respinge l'idea di fermare la macchina elettorale e si giustifica col fatto che, quella sera,  scorta non ce n'era per accompagnare il viaggio incriminato. Ma tanto basta ad Abdullah per ritenere che ci sia di che preoccuparsi.

martedì 17 giugno 2014

Carta vince carta perde. La sfida afgana tra Ghani e Abdullah

Lontani dagli occhi e soprattutto dal cuore di un pianeta che per più di dieci anni ha seguito le peripezie di un Paese ormai entrato nella categoria dell'oblio, sette milioni di afgani sono andati sabato a votare al secondo turno delle presidenziali per scegliere chi sostituirà l'inossidabile Hamid Karzai, giunto forse al termine della sua perigliosa avventura politica. La capitale appariva sabato più deserta che in un giorno di festa: vietata la circolazione, negozi serrati e, sorprendentemente, una corsa di primo mattino alle urne per intingere l'indice nell'inchiostro indelebile e firmare così la scheda. «Per le presidenziali non c'è un limite di seggio – spiega Timur, uno dei protagonisti della scena culturale locale – e quindi, per evitare lunghe code, tutti di buon'ora sono andati al seggio più vicino».

venerdì 25 aprile 2014

Testa a testa afgano: terzo scrutinio (82% del voto). Cominciano i corteggiamenti

A sinistra Abdullah, a destra Ghani
Terzo round di risultati parziali del voto presidenziale annunciati ieri a Kabul: Abdullah Abdullah è primo con 43,8%, Ashraf Ghani 32,9%, Zalmai Rassoul 11,7%, Sayyaf 7%, Helal 2,8%, Sherzai 1,6%, Sultanzoy 0,5%, Arsala 0,2%. Voti contati all'82,59%.

Con l'avvicinarsi del ballottaggio, il testa a testa sui due si gioca adesso sulle alleanze ed ecco profilarsi la prima. Entrambi hanno offerto  all'ormai ex presidente Karzai un ruolo nel nuovo governo con l'occhio a quell'11% raccolto da Rassoul: arma a doppio taglio, come la percentuale di altri candidati (Sayyaf ad esempio). Sposterà voti questa alleanza, certamente, ma ne potrà far anche perdere. Anche se a contare ancora sono e saranno le alleanze tribali, questa tornata sembra dire - e il caso Rassoul-Karzai sembra dimostrarlo - che contano meno di una volta. 

giovedì 27 marzo 2014

L'en plein del cavallo di Karzai

Nader Naeem in una foto di Pajhwok
Zalmai Rassoul, il candidato di Karzai alle presidenziali, ha un nuovo supporter: l'ormai ex concorrente Nader Naeem che, da ieri, ha rinunciato alla corsa presidenziale.
Il principe Nader Naeem (classe 1965) è di sangue blu: figlio dell'ultima figlia di Zaher Shah, l'ultimo re afgano, è anche nipote del primo presidente afgano, quel Mohammed Daoud Khan che aveva esautorato suo nonno dal trono (fu un golpe in famiglia nel 1973 a istituire la repubblica). Ma Nader (che nella foto vediamo a un convegno su Daud) seguì le sorti del nonno. Si esiliò nel Regno unito e riapparve quando Zaher decise il suo rientro a Kabul dove lo prese come segretario personale. 

venerdì 14 marzo 2014

L'ultima mossa del maresciallo Fahim

La Costituzione vuole che, anche se mancano ormai un pugno di giorni, il maresciallo Fahim, già a capo dell'Alleanza del Nord ai tempi della cacciata dei talebani nel 2001, ministro della Difesa nel primo governo di transizione e infine vicepresidente (si presentò alle ultime elezioni del 2009 in ticket con Karzai e Khalili), venga rimpiazzato. Morto nel suo letto nell'imponente residenza di Kart-e-Parwan per un attacco di cuore (soffriva di diabete), il maresciallo lascia un vuoto in un momento difficile, garante com'era degli equilibri di potere (assai più che etnici) tra gli ex dell'Alleanza del Nord (Abudllah Abdullah ad esempio) e la covata Karzai, al momento rappresentata nella corsa elettorale soprattutto da Zalmai Rassoul. La scelta dell'uomo che dovrà stare a fianco del presidente nei prossimi mesi (il ballottaggio è forse l'unica certezza delle presidenziali di aprile) avrà dunque una sua importanza e non potrà essere solo una scelta di routine. L'uomo sarà comunque del partito di Fahim (e dell'ex presidente Rabbani, anche lui morto da poco vittima di un attentato). L'Hezb-e-Islami è un partito islamista in piena regola ma che ha saputo far buon viso a cattivo gioco, subendo la presenza della comunità internazionale che, a sua volta, ha fatto buon viso a cattivo gioco evitando di ricordare a Fahim, Khalili, Sayyaf, Dostum e molti altri ex mujaheddin il peso del loro passato.
Il corteo funebre in uno scatto tratto
dal sito di Tolo. Nella notte una delle ultime nevicate

martedì 4 marzo 2014

Karzai dopo Karzai

L'eredità politica che il presidente afgano vorrebbe lasciarsi alle spalle e i progetti per il futuro

Nei giorni scorsi, lunedi 18 febbraio, dal palazzo presidenziale dove ormai Hamid Karzai conta alla rovescia il tempo che lo separa dalle presidenziali afgane del 5 aprile, è arrivato uno stop deciso all'ultima riforma del nuovo codice di procedura penale. Il disegno di legge, già approvato dai due rami del parlamento e cui manca solo la firma del presidente, è entrato nell'occhio del ciclone quando il testo è stato reso noto. Le organizzazioni afgane per i diritti di genere, e pilastri dei diritti umani come Human Rights Watch, hanno bollato la legge di oscurantismo e vero e proprio lasciapassare per gli abusi contro le donne, visto che uno dei capitoli sentenzia che i parenti degli imputati non possono essere testimoni a carico: dal momento che la maggior parte degli abusi di genere – dalla violenza al matrimonio forzato - avviene tra le pareti domestiche, se si escludono le testimonianze dei parenti, l'accusato non può che farla franca.

Il palazzo però ha fatto la voce grossa. Lo stesso palazzo che approvò anni fa, nonostante le polemiche, la famosa legge sul diritto di famiglia degli sciiti (che riconosceva di fatto lo stupro intra-familiare) e che, mesi addietro, non si è fatto per nulla sentire a favore del decreto legge sui diritti delle donne (Evaw), messo sotto accusa del parlamento che tuttora vuole emendarlo. Che il presidente abbia e abbia sempre avuto una politica ambigua, con un occhio agli alleati e uno al consenso interno anche delle frange più conservatrici, non è una novità. Ma questa volta è in gioco qualcosa di diverso. Karzai sta per lasciare il suo incarico dopo essere stato l'unico presidente dell'Afghanistan dalla caduta dei talebani, un uomo che, attraverso un interim e due mandati popolari, si configura come uno dei capi di Stato più longevi: ha trattato con Bush e con Obama, visto l'intera parabola di Ahmadinejad, stretto la mano di Musharraf e Nawaz Sharif, conosciuto premier e presidenti europei pochi dei quali sono sopravvissuti al primo mandato e nessuno dei quali ha goduto in sovrappiù del periodo di grazia che inizialmente a Karzai fu garantito dal vuoto lasciato dalla caduta dei talebani nel 2001.

lunedì 3 marzo 2014

Avviso ai naviganti

Mi perdoneranno i miei lettori se in questi ultimi giorni ho dedicato molto spazio al Pakistan. Mi sembrava necessario e credo che la vicenda sia da seguire con attenzione perché, o siamo alla viglia di una nuova guerra regionale, o forse si apre qualche spiraglio per risolverla pacificamente.
Ciò ha e avrebbe notevole ricaduta sulle cose afgane, su cui mi riprometto di aggiornarvi nei prossimi giorni visto che sono in partenza per Kabul col fidato collega Alessandro De Pascale, reduce da una lunga fatica editoriale per Castelvecchi molto italian, dal titolo "La compravendita" (lettura consigliata agli appassionati del Cavaliere).

mercoledì 19 febbraio 2014

Spiragli negoziali: l'incontro segreto di Dubai tra governo e talebani

Il reggente di Dubai (Uae)
lo sceicco Mohammed bib Rashed
Secondo l'Alto consiglio di pace afgano (Hpc, voluto da Karzai per condurre il negoziato di pace coi talebani) non c'è nessuna delegazione partita per Dubai per incontrarsi coi talebani. La smentita di una notizia della Reuters di due giorni fa è di questa mattina (sia da parte dell'Hpc sia da parte talebana) ma di per sé non significa molto. E' comprensibile che si cerchi di calmare possibili clamori per quello che sarebbe il primo storico incontro più o meno ufficiale tra emissari del governo in carica e guerriglia in turbante. Infine nessuna smentita è arrivata per ora dal palazzo presidenziale né la notizia campeggia sulle pagine del sito dei talebani (per altro informaticamente molto lenti). Stiamo a vedere cosa salta fuori alla fine anche se un fatto è certo: qualcosa bolle in pentola.

Secondo un lancio dell'agenzia Reuters del 17 febbraio, una missione dell'Hpc capeggiata da Mohammad Masoom Stanekzai, personaggio importante dell'entourage del presidente, è partita domenica per la capitale del Golfo per incontrare emissari talebani. Non è stata scelta Doha, sede del cosiddetto ufficio politico dei talebani nato sotto gli auspici di Washington e molto osteggiato da Karzai, ma la città considerata il forziere dell'Afghanistan e la capitale prescelta per traffici, negoziati e tutto quanto gira attorno al mondo afgano (è collegata a Kabul da una miriade di voli giornalieri sempre pieni). La notizia della Reuters potrebbe dunque non essere vera o non essere quello l'obiettivo della missione, ma ci sono un paio di tasselli che invece rafforzano l'ipotesi di questo primo passo negoziale.

martedì 18 febbraio 2014

Donne e abusi: Karzai dice no al nuovo codice di procedura penale

Un uomo nella provincia di Herat ha lanciato una bomba a mano contro la moglie e i figli, li ha feriti, ed è scappato. L'incidente – riferisce ToloNews - è avvenuto nel distretto di Guzara e nell'episodio sua moglie Alima e due bambini, di uno e tre anni, sono stati feriti. Secondo la moglie, il marito è un tossicodipendente che li voleva morti perché non aveva come mantenerli ma la polizia di Herat sostiene che la causa dell'attacco è ancora poco chiara.

Foto di Romano Martinis
Per quanto poco chiare possano essere le cause dell'episodio (una crisi, un caso, l'intenzione premeditata di uccidere), la bomba c'è stata e i feriti pure, salvi per miracolo. Eppure, le norme appena votate dal parlamento afgano sul nuovo codice di procedura penale potrebbero permettere al marito di farla franca. Perché l'unica testimone che potrebbe accusare senza fallo il marito è la moglie (a meno che i vicini non abbiano visto qualcosa) ma la legge prevede che una persona sotto accusa non possa essere giudicata in base alle testimonianze dei parenti. Dunque, con un buon avvocato e codice alla mano, la povera Alina pur essendo la vittima non potrebbe accusare il marito...

Se il caso di Alima è un po' al limite, altri lo sono molto meno e le polemiche non sono mancate da parte dei gruppi, afgani e non, di tutela dei diritti delle donne. Ha spiegato Human Rights Watch che, poiché spesso gli unici testimoni degli abusi commessi dentro le pareti domestiche sono i familiari, se non possono testimoniare a carico dei parenti non c'è modo di inchiodare i colpevoli. Una donna che è vittima di violenza domestica dunque – aveva parafrasato Hrw - non sarebbe in grado di testimoniare contro il marito, una ragazza che è stata costretta a un matrimonio contro la sua volontà non potrebbe testimoniare contro il padre e così via.
E questa è la cattiva notizia. La buona invece...

giovedì 13 febbraio 2014

Un caffè turco per Karzai e Nawaz Sharif

La notizia del giorno (in bella vista sul sito della Bbc dalle prime ore di oggi) è che Kabul ha deciso la controversa liberazione di 65 prigionieri della prigione di Parwan (Baghlan), decisione osteggiata fortemente dagli americani che quelle persone avevano catturato.  Ma, a mio avviso, le notizie importanti (questa in un certo senso è vecchia) sono altre. Iniziano ad Ankara dove il presidente Gul ha ricevuto a colazione Hamid Karzai e Nawaz Sharif. In quella città infatti si tiene una nuova riunione della Trilaterale nella quale siedono faccia faccia Pakistan e Afghanistan e la Turchia media. Per Ankara son tempi difficili ma la politica estera va avanti. Nella fattispecie il ruolo dei turchi ha qualche significato che si potrebbe forse legare a un'uscita pubblica, citata oggi dall'agenzia afgana Pajhwok, di Agha Jan Motasim, ex ministro talebano e membro della cupola della shura di Quetta sino al 2010, arrestato e poi liberato dai pachistani. Agha Jan Motasim, da sempre un radicale moderato (scusate l'ossimoro), spiega al telefono che c'è appena stata una riunione a Dubai tra “former Taliban ministers, diplomats and incumbent military commanders and leaders” e che si è conclusa con un appello per un dialogo interafgano, senza cioè cercar altri canali appoggiandosi sugli stranieri. Agha Jan Motassim lo abbiamo già ritrovato come emissario per trattative a Dubai dove ha incontrato americani e tedeschi e non è affatto chiaro quali siano i suoi rapporti con mullah Omar (e infatti cita ex ministri), anche se ha con lui una stretta relazione di parentela (ne ha sposato una figlia). Ma la cosa importante al momento è che Agha Jan vive ad Ankara, anche se il motivo della sua permanenza sarebbe solo di ordine medico-sanitario.

E' un notizia da mettere accanto alle dichiarazioni di maulana Shahzada Shahid, nientemeno che il portavoce dell'Alto consiglio di pace afgano (Hpc) – incaricato del negoziato coi talebani – che ha lanciato gravi accuse agli americani (egoisti e arroganti), responsabili dell'instabilità della regione. Discorso duro accompagnato dal fatto che il mullah ha anche citato Osama bin Laden... con la qualifica di “martire”.

giovedì 6 febbraio 2014

KARZAI SOTTO TIRO E LA SINDROME DI GANDAMAK

In tempi di negoziati di pace o meglio di tentativi, in Pakistan e in Afghanistan, su Karzai si scatena l'ennesima bufera che, a tempi alterni, lo caccia dalla povere all'altare e viceversa. Il New York Times di qualche giorno fa, ha scritto che il presidente ha un canale segreto di dialogo coi talebani. In un certo senso è una notizia vecchia (si dice da sempre), dall'altra parte è una notizia, basata su pure illazioni, che in questo momento aiuta soprattutto a diminuire la fiducia nei confronti del presidente afgano, considerato ormai non più un alleato affidabile. La notizia è comunque stata smentita drasticamente dai talebani. Notizia circolatata in un momento delicato e poco prima che Obama riunisse il consiglio col quale prende le decisioni più gravi. Ormai tutti sanno che Karzai non firmerà il Patto di sicurezza bilaterale (Bsa) e che si dovrà aspettare il dopo elezioni nel quale, come hanno chiarito nel primo dibattito televisivo pubblico cinque degli 11 candidati presidenziali (compresi quelli sostenuti da Karzai), il Bsa verrà firmato senza se e senza ma.

La posizione di Karzai ha una sua logica benché si tratti di una logica molto individuale: non lasciare di sé una cattiva immagine dopo tre mandati presidenziali. Abbiamo già accennato alla sindrome Shah Shuja, cui va ad aggiungersi anche la sindrome Gandamak, elemento che abbiamo sentito citare dallo stesso Karzai. Gandamak, oltre a essere un noto ristorante-locale di Kabul, frequentato da diplomatici, giornalisti, contractor e spioni, è un villaggio - o meglio un'area - nota per le molte battaglie tra afgani e inglesi e il punto di non ritorno, in un certo senso, della Prima guerra anglo afgana. Ma è soprattutto il luogo in cui fu firmato il Patto di Gandamak (Gandamak Treaty) nel 1879 tra Yaqub Khan e Lord Cavagnari, di origini italiane (nell'immagine durante il patto).

venerdì 31 gennaio 2014

SOLDI E OWNERSHIP, L'ALTRO FRONTE DELLA GUERRA AFGANA

Lo Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction (Sigar) ha affidato a Ernst & Young e Kpmg un'indagine su come gli afgani spendono i soldi americani. Gli esperti hanno lavorato dal gennaio  2011 all'agosto 2013 spulciando 16 ministeri afgani.  Ma il responso degli esperti è negativo. A loro avviso i ministeri sono incapaci di gestire e di rendicontare le spese nonostante le raccomandazioni (696!) che E&Y e Kpmg hanno fatto nei loro report finanziari dedicati. Quasi la metà delle raccomandazioni si esprimeva con i termini di "critico" o ad "alto rischio", in particolare per 7 delle 16 entità. 

 I soldi in aiuto che gli americani hanno riversato in Afghanistan sono tanti (vedi nota*): qualcosa come 96,57 miliardi di dollari tra il 2002 e la metà del 2013 anche se la parte del leone l'hanno fatta il dipartimento della Difesa e il dipartimento di Stato mentre solo il 13% (circa 13,3 miliardi di dollari) sono andati alla United States Agency for International Development (Usaid) per la ricostruzione, attraverso un fondo (Economic Support Fund o Esf) che viene finanziato su indicazione del Congresso e che attualmente, dal 2002, è arrivato a un bilancio (diremmo "allocato") di 16.65 miliardi. Per quanto riguarda i ministeri afgani però la torta è ancora più piccola: l'aiuto "diretto" dal 2004 a metà 2013, è stato pari a 1,8 miliardi di dollari, per 18 progetti divisi tra 10 ministeri e altre entità governative afgane.  Ma attenzione, su una stima di 1,677 miliardi solo 688 milioni sono stati effettivamente impegnati e soltanto 226,9 milioni sono effettivamente arrivati a destinazione. Ciò si deve alla decisione presa a Londra nel 2010 di destinare in forma diretta al governo afgano i fondi per la ricostruzione almeno per il 50% del totale, cosa da cui sembra si sia abbastanza lontani. Ma da questo ad aprire la borsa comunque ce ne passa, al netto dei (pur comprensibili) controlli. A conti fatti, si potrebbe dire che il rapporto di fiducia con gli afgani è quasi pari a zero o cresce molto a rilento e con una certa distanza dalle raccomandazioni di Londra prima e Tokio poi. Ciò si deve certamente anche ai "buchi" neri nella forma in cui è gestita la cosa pubblica, alla corruzione, a una competenza ancora non completa. Ma anche alla decisione di privilegiare altri attori.

sabato 25 gennaio 2014

LA SINDROME "SHAH SHUJA"

Il presidente Karzai ha detto nuovamente che non firmerà l'accordo sulla sicurezza (Bilateral Security Agreement o Bsa) e che gli Usa sono liberi di lasciare l'Afghanistan, convinto che non stia a lui siglare un accordo che vincola gli afgani alle decisioni di Washington per almeno dieci anni. I motivi che gli analisti adducono sono tanti, ma Monish Gulati su EurasiaReview, ha suggerito, tra gli altri, la “sindrome di Shah Shuja”, il monarca afgano  (nell'immagine a dx) che, vinto in casa dai suoi nemici e riparato in India, aveva siglato accordi con il Raj britannico e si era fatto reinsediare su trono afgano dai potenti vicini occidentali che avevano fondato il Raj. Karzai come Shah Shuja? Vittima anche lui della storia che si ripete, visto che la tortuosa vicenda di Shah Shuja si intreccia con la disastrosa prima guerra afgana, che costrinse i britannici a una ritirata sanguinosa e disonorevole e condannò Shah Shuja alla prigionia e alla morte? Ecco come andarono le cose.

Shah Shuja Ul Mulk, settimo figlio di Timur Shah della dinastia Sadozai (che di figli ne aveva avuti 23 e che aveva portato la capitale da Kandahar a Kabul), era nato nel 1972, un anno prima della morte di suo padre nel 1793. Diventa governatore di Peshawar mentre infuria la guerra tra i suoi fratelli per il regno che fino al 1800 è nelle mani di Shah Zaman e fino al1803 in quelle di Mahamud. Shah Shuja lo detronizza e lo fa imprigionare proclamandosi re. I britannici, che con gli afgani si sono già scontrati per il controllo dell'India, si accordano con lui mandando dal re una missione nel 1809 capeggiata da Montstuart Elphinstone. E' il primo contatto - scrive Ludwig Adamec - tra emissari della regina e un monarca del “Forbidden Kingdom”, su cui Elphinstone scriverà anche un libro (An Account of Kingdom of Caubul). Il “Bsa” dell'epoca era un patto di alleanza di “eterna amicizia” tra britannici e afgani, contro un possibile attacco franco persiano. Mahmud però (allora non si facevano elezioni) torna in forze e si riprende Kabul deponendo il fratello che se ne va in esilio in India per una trentina d'anni (vi perderà il famoso gioiello Koinoor che Ahmad Shah Durrani, suo progenitore, porta sul suo copricapo nell'immagine in alto a sn). Mahmud intanto viene sconfitto nella  sua battaglia contro Dost Muhammad, il grande Amir della dinastia Muhammadzai (dei Barazkai), il cui padre gli era stato ucciso da Shah Zaman quando aveva otto anni e che approfitta dei dissidi fratricidi tra i figli di Timur Shah decretando la fine della dinastia Sadozai (1826). 

domenica 24 novembre 2013

LOYA JIRGA DICE "SI" AL PATTO BILATERALE CON GLI USA

Per i 2500 delegati della Loya Jirga, l'Afghanistan deve dare la sua approvazione al Security and Defense Cooperation agreement between the United States of America and the Islamic Republic of Afghanistan, il patto bilaterale strategico, poltico e militare che legherà per almeno dieci anni Kabul a Washingotn. Così, riferisce l'agenzia Pajhwok si stanno esprimendo  le cinquanta commissioni che hanno studiato e dibattuto l'accordo nei giorni scorsi. Diverse le sfumature, i distinguo, gli approfondimenti. E diversa l'attitudine sui tempi: entro sei settimane (cioè entro al fine dell'anno) o più in là, come vorrebbe il presidente Karzai secondo cui il Bsa, una volta approvata anche dal parlamento,deve essere sottoscritto dopo aprile, ossia dopo l'elezione presidenziale prevista tra cinque mesi.

Con un twitt, la giornalista della Bbc Karen Allen dice che il discorso finale di Karzai ha fissato un paletto: il patto sarà nullo se gli americani lo dovessero tradire entrando nella case degli afgani. Quanto alla tempistica, Karzai insiste: il patto deve essere firmato dal nuovo presidente eletto in aprile. Il presidente pone comunque tre condizioni per la firma del Bsa: le elezioni, l'impegno a evitare raid nelle case degli afani, passi avanti nel processo di pace. Le carte dunque sono ancora tutte sul tavolo.

Su un altro fronte intanto, la delegazione dell'Alto consiglio di pace afgano, incaricato

lunedì 11 novembre 2013

CALENDARIO AFGANO

A un anno dal ritiro del contingente Isaf Nato e dal suo ridislocamento e ridimensionamento nella missione Resolute Support, e a un pugno di mesi dalle elezioni presidenziali di aprile, l'Afghanistan è davanti a una svolta importante ma i nodi da sciogliere restano tanti. Complessi e per certi versi insormontabili.

Processo di pace

La riconciliazione nazionale sembra a un punto morto. L'apertura di un ufficio politico dei talebani a Doha, in Qatar, premessa di un possibile dialogo non ha dato i frutti sperati e ha anzi esacerbato le posizioni. Karzai e il suo Consiglio di pace, unico attore negoziale possibile per il governo di Kabul, si sono irrigiditi sia per il fatto che gli americani, scavalcando il governo afgano, hanno tentato di condurre trattative separate, sia per il fatto che il riconoscimento formale della delegazione all'estero è sembrato loro troppo rapido e in grado di fornire ai talebani un asso in più da giocare. L'unica novità sembra l'atteggiamento del Pakistan che ha ammorbidito i toni con l'arrivo del neo premier Nawaz Sharif e ha ottemperato ad alcune richieste di Kabul sulla liberazione dei prigionieri talebani (da utilizzare eventualmente come mediatori). Ma tutte le posizioni sembrano per ora distanti e ognuno (Islamabad, Washington, Teheran) più disposto a inseguire un risultato su altri fronti che non a dare manforte al governo legittimo perché la trattativa sia condotta su binari trasparenti e alla fine risolutivi.

Ritiro e sicurezza

La sicurezza del Paese continua a essere il grande tema che indebolisce la posizione del governo e quella della comunità internazionale - che non riescono a garantirla fuori dai grandi centri urbani – mentre il post 2014, col ridimensionamento del contingente Nato, appare agli afgani più una ritirata strategica e un problema di spesa e consenso interno che non una strategia in grado di aiutarli veramente. Italiani e tedeschi, con circa 4mila soldati, continueranno a presidiare il Nord e l'Ovest con programmi di formazione di esercito e polizia mentre britannici e americani restano un incognita. Quel che è certo è che termineranno le operazioni combat entro la fine del 2014 e si aprirà la nuova fase di Resolute Support. Quanto sarà risoluto resta da vedersi. Sul fronte della ricostruzione civile ci sono per ora promesse e fondi per altri quattro anni. Una riduzione dell'impegno civile rischia di compromettere definitivamente il rapporto col Paese che finirebbe per sentirsi definitivamente abbandonato anche sul piano dello sviluppo.
Il contenzioso con gli americani
I numeri del contingente americano non sono ancora definiti ma nel 2015 potrebbe trattarsi di circa 10mila uomini, molti dei quali sarebbero però impegnati nella difesa e tutela della basi militari di cui Washington vuole assicurarsi il controllo soprattutto in chiave anti iraniana. Ma al momento la firma definitiva dell'accordo tra le due capitali è ancora una nebulosa che dipende in sostanza, più che dalle basi, dalla richiesta di immunità per le truppe Usa su suolo afgano. Mal tollerata durante gli ultimi dodici anni, oggetto di polemiche continue, l'immunità è un nodo che per ora non si scioglie e da cui dipende la luce verde o meno all'accordo di partenariato militare (Bilateral Security Agreement - Bsa) che dovrà comunque passare per il parere di una Loya Jirga, la grande assemblea consultiva, che Karzai ha convocato in novembre e che finora è sempre servita a ratificare le scelte del presidente. Vi parteciperanno almeno 2.500 notabili.

Presidenziali

Il presidente Karzai, che in aprile dovrà ritirarsi, sta giocando le sue ultime carte su un tavolo dove il Bsa ha un peso rilevante. Si tratterebbe della sua ultima vera azione come uomo politico prima di lasciare per dedicarsi alla cura dell'uomo che avrà la presidenza e che il presidente uscente spera sia un personaggio di cui si fida e attraverso cui poter ancora esercitare influenza. Tra i numerosi candidati ce ne sono diversi su cui Karzai può puntare: sul fratello Qayum che non ha però molte speranze, su Ashraf Ghani e su Sayyaf. Ghani ha un passato specchiato ma non ha grande seguito né particolare influenza anche se è in ticket col potentissimo generale Dostum, un ex signore della guerra già ministro di Karzai e in grado di controllare una buona fetta dell'elettorato non pashtun nel Nord. Sayyaf è un altro ex signore della guerra, con relazioni forti in ambito tribale e una catena di rapporti personali estesa e potente. Ma sia Dostum sia Sayyaf sono anche personaggi impresentabili a un gran numero di afgani proprio per il triste e crudele passato che li accomuna. Dostum si è abilmente scusato pubblicamente e per altro le loro candidature hanno sollevato polemiche solo in Afghanistan. La comunità internazionale, come già in passato, ha chiuso un occhio. Il grande incomodo resta Abdullah Abdullah, nemico giurato di Karzai con forti relazioni nel Nord e buoni appoggi politici. E' stato sconfitto nelle passate elezioni a colpi di frodi elettorali. Difficile dire come andrà stavolta perché lo scrutinio si prevede più rigoroso e comunque sotto un occhio più vigile che in passato, sia all'interno sia all'esterno del Paese.

Governance

Chiunque vinca le elezioni si troverà di fronte a problemi enormi: quelli già citati, un'economia che dovrà riconvertirsi, il narcotraffico e, problema irrimandabile, la struttura della macchina pubblica, strangolata da una corruzione endemica che attraversa l'apparato a ogni livello e in tutti i gradi e settori in cui è attiva la mano pubblica, si tratti di ristrutturare una strada, aggiornare un catasto semi inesistente o di rilasciare una patente. La corruzione, un tempo accettata con rassegnazione, è adesso uno dei principali nodi del consenso interno. E dal momento che si coniuga con una macchina burocratica per molti aspetti ancora inefficiente, rischia di diventare il problema principale nel governo della cosa pubblica. La comunità internazionale ne ha fatto in passato un cavallo di battaglia che però ha semmai sfiorato i ministeri o le istituzioni bancarie ma non un problema culturale complesso nel quale è entrata a piè pari un'enorme massa di denaro, che ha favorito speculazioni e rapidi arricchimenti. Denaro fornito proprio dall'aiuto pubblico dei Paesi alleati e delle istituzioni internazionali, con scarsi o farraginosi meccanismi di controllo nonché episodi di appropriazione indebita o di favori alle proprie industrie nazionali che non hanno certo aiutato la costruzione di un modello virtuoso e di un esempio da imitare.

Economia

Inevitabilmente la guerra ha finito per drogare l'economia afgana, praticamente inesistente quando nel 2001 iniziò il conflitto con quel che restava dell'emirato di mullah Omar. L'aiuto esterno costituisce oltre il 90% del Pil e gli introiti dell'economia sommersa (in gran parte legata al narcotraffico) sarebbero valutati a circa la metà della ricchezza legalmente a bilancio. Inoltre, l'enorme massa di valuta pregiata entrata in Afghanistan ha finito per rafforzare l'afghanis su dollaro e euro rendendo molto più competitiva l'offerta dei paesi vicini, che hanno svalutato mediamente del 40% le loro divise. Con un export in deficit, un'economia formale sovvenzionata, un'agricoltura arretrata e quasi la totale assenza di prodotti industriali, l'Afghanistan deve inoltre fare i conti con l'ingresso annuale di circa 400mila giovani nel mercato del lavoro, dominato dal lavoro informale stagionale e privo di tutele sindacali. Problema probabilmente sottostimato, il nodo della riconversione da un'economia drogata dalla guerra a un'economia che dovrà camminare a breve sulle sue gambe sta ora arrivando al pettine

Quadro regionale

La pace in Afghanistan non si può fare senza l'aiuto, la non ingerenza o quantomeno la non ostilità dei suoi vicini. I passi per un'alleanza regionale sono stati tardivi e sono al momento ancora troppo pochi e del tutto fragili. Il cosiddetto Processo di Istanbul, avviato due anni fa, avrebbe probabilmente dovuto iniziare molto prima e forse accompagnarsi a una revisione del mandato delle truppe che stazionavano e stazioneranno in Afghanistan. I due livelli invece sono sempre stati tenuti separati, come se non fossero la faccia della stessa medaglia. Il processo di integrazione è comunque avviato pur se dipende da numerosi fattori endogeni (la diffidenza degli afgani verso Islamabad, Teheran e Mosca) ed esogeni, il primo dei quali è l'agenda geopolitica delle singole nazioni.

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giovedì 19 settembre 2013

AFGHANISTAN, UNA NOTIZIA BUONA E UNA CATTIVA

Qualche giorno fa si è saputo che a giorni il Pakistan metterà in libertà mullah Baradar. Una buona notizia per Kabul che ne chiede la liberazione fin dal suo arresto. Braccio destro di Omar, Baradar era tenuto in ostaggio da Islamabad per poter avere una carta da giocare nel processo di pace afgano. Il segnale è che i pachistani mollano e dunque devono aver ottenuto garanzie da Kabul che in compenso adesso potrebbe contare sulla collaborazione dell'ex numero 2 dell'emirato. Forse.

Ma alla buona notizia ne corrisponde una cattiva. Da qualche tempo il governo nutriva dubbi sulla fedeltà di Qazi Abdul Hai Khadem, ex senatore e a capo del distretto di Kohistanat (Sar-e-Pul), nel Nord del Paese. Ma Qazi Abdul Hai ha pensato bene di raggiungere i talebani, comunicando la sua decisione in un video su Voice of Jihad, il sito web dei guerriglieri in turbante. Vecchio mujaheddin (dal 1992 al '94 a capo della 26ma Divisione Jihad a Sar-e-Pul) era stato promosso generale da Rabbani. Dal 2005 è stato senatore e dopo cinque anni promosso a capo distretto. Ora se n'è andato denunciando l'immoralità del governo Karzai. Per uno che viene, uno se ne va.

ps Baradar è stato liberato nei giorni appena successivi a questo post

venerdì 26 luglio 2013

LIBERATE I TALEBANI!

Si chiama in codice "Ordine n.33", riguarda il rilascio di arrestati per terrorismo ed è stato firmato da Karzai per accelerare il processo di pace con la guerriglia. A che prezzo? Secondo Tolonews, che ha avuto accesso a documenti riservati, tra il 2011 e il 2012 il provvedimento ha riguardato oltre 500 guerriglieri, tra cui kamikaze e guerriglieri accusati di aver ucciso poliziotti. La rivelazione è destinata a scatenare nuove polemiche.

Su un altro fronte, la maggior agenzia di stampa del Paese - Pajhwok - dedica il suo servizio di apertura odierno ("L'Italia parteciperà alla missione post-2014") all'incontro di giovedi tra il segretario generale della Nato Fogh Rasmussen, il premier italiano Enrico Letta e il ministro della Difesa Mario Mauro a Roma. Al centro il “pivotal role in ISAF” dell'Italia e sull'intenzione di Roma di giocare una "leading part" nella nuova missione che inizierà nel 2014 (Letta visiterà le truppe italiane in Afghanistan il 12 agosto). Dell'incontro con Letta, Mauro e Bonino parla anche il post di apertura del sito web dell'Alleanza atlantica.