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lunedì 8 febbraio 2021

La strage alla diga nelle Filippine


Dopo anni di stallo, la fase due del Jalaur River Multipurpose Project ha preso il via nel 2019: è un progetto da oltre 11 miliari di pesos filippini (circa 250 milioni di dollari) che deve costruire la più grande diga delle Filippine fuori da Luzon, l’isola dove si trova la capitale Manila. Si tratta della costruzione di un invaso alto 109 metri, con una diga di rifasamento di 38,5 metri e una di raccolta di 10 cui si affianca un canale di 80 chilometri. Lo scopo è la generazione di nuove aree per l'irrigazione e la riabilitazione del sistema di irrigazione esistente. Una volta completato, il JRMP II - spiega un resoconto del magazine locale PanayNews – dovrebbe raddoppiare la produzione annuale di riso dell’area portandola a 300mila tonnellate.

La diga aggredisce il fiume Jalaur, il secondo più lungo dell'isola filippina di Panay, con una lunghezza totale di 141 km e il secondo più grande per bacino di drenaggio. Il JRMP ha una storia lunga e sofferta, perché il primo progetto era partito negli anni Sessanta ma la sua prima fase è stata completata solo negli anni Ottanta e la seconda, che è ormai operativa, è stata ritardata per mancanza di fondi. Ma non è solo una storia di soldi e ritardi. La zona ideale per la diga si trova a Capiz dove il fiume si allarga ed è li che si concentrano i lavori. E’ territorio Tumandok, una comunità indigena molto battagliera fin dall’epoca della ultra trentennale dittatura di Ferdinando Marcos se non addirittura prima, quando a Panay arrivò la corona di Spagna con i suoi appetiti agrari. Ed è proprio a Capiz che, alla fine dell’anno scorso, si consuma una strage di leader comunitari. Una strage ancora impunita e che riconduce alle controversie sulla diga e all'opposizione di chi abita lungo quel tratto di fiume perché imbrigliarlo significa sommergere villaggi, spostare famiglie, disperdere il patrimonio Tumandok.... (continua su Lettera22)

martedì 21 luglio 2020

La protesta soffia sul Sudest

Manifestazioni di piazza a Bangkok e nelle Filippine e, in Indonesia, contro cinesi della Rpc assunti da un’azienda a Sulawesi. L’Asia di Sudest, l’area del mondo meno colpita dal Covid-19, vede dimostrazioni continue in alcuni dei principali Paesi dove alla morsa del virus e agli effetti del lockdown sull’economia si aggiunge una rinvigorita protesta contro i regimi autoritari di Thailandia e Filippine.

Ieri a Bangkok un gruppo di attivisti ha dimostrato davanti al quartier generale dell'esercito per protestare contro un commento su Fb dell'ex vice portavoce Nusra Vorapatratorn. Il colonnello ha criticato la manifestazione che sabato scorso ha attraversato la capitale descrivendo i manifestanti come mung ming, in gergo chi – spiega il Bangkok Post - è giovane, carino, innocente e, pertanto, ignorante: gente che dovrebbe pensare a guadagnarsi il pane anziché scendere in piazza. Il militare ha poi rimosso il post ma qualcuno lo aveva già “catturato” e condiviso. Gli attivisti hanno sfidato il maggior potere del Paese, forti della manifestazione di sabato, organizzata dall'Unione studentesca e dal gruppo “Gioventù libera” che chiede una nuova Costituzione, lo scioglimento della Camera e nuove elezioni. Almeno 2mila persone, secondo gli organizzatori, hanno sfidato il premier Prayut Chan-o-cha e lo stato di emergenza in vigore da marzo per il Covid, che ha però permesso al governo di silenziare le proteste mai interrottesi dopo le contestate elezioni del 2019. Vi si sono aggiunte una sentenza in febbraio che ha sciolto il Future Forward Party, opposizione sempre più emergente, e la scomparsa di attivisti che si erano esiliati in Cambogia e in Laos.

Anche nelle Filippine la protesta va avanti da che il presidente Duterte ha voluto una nuova legge antiterrorismo liberticida e ha messo in difficoltà una delle maggiori reti televisive ritenuta nemica: la Abs-Cbn cui il Parlamento non ha rinnovato la concessione per le trasmissioni e che rischia una multa miliardaria e il sequestro della sede a Quezon City. Ma quel che è più sorprendente è la posizione della Chiesa locale, che si e schierata senza mezzi termini contro le misure emergenziali. Ieri il vescovo ausiliare di Manila, Broderick Pabillo – uomo assai poco tenero con l’autoritario Duterte – ha sfidato il consulente legale del presidente Salvador Panelo a querelare la Lettera pastorale della Conferenza episcopale delle Filippine (Cbcp) che ha sollevato preoccupazioni per la legge antiterrorismo, invitando a pregare per la sua abrogazione. Panelo – riferisce l’Inquirer - aveva affermato che la Lettera potrebbe aver violato la disposizione costituzionale che vigila sulla separazione tra Chiesa e Stato e ha accusato la Cbcp di aver fatto indebite pressioni sulla Corte Suprema in occasione della firma della legge. La vicenda ha anche una coda “politica” interna: quando il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon e presidente delle Conferenze episcopali asiatiche, ha chiesto preghiere contro la legge sulla sicurezza imposta a Hong Kong da Pechino (Bo è noto per le sue posizioni anti cinesi), i vescovi filippini gli hanno risposto che con certezza si sarebbero uniti nella preghiera per Hong Kong ma che al contempo gli chiedevano di pregare per le Filippine: non meno che a Hong Kong – dicono i presuli – i filippini sono allarmati per la recente approvazione della legge antiterrorismo.

Il clima filippino lo racconta bene la lettera di un sacerdote pubblicata dall’agenzia di stampa vaticana Fides, in cui paragona alla piazza di oggi quella del 1986 che portò alla caduta del dittatore Ferdinando Marcos: “...posso di nuovo sentire ciò che ho provato durante i giorni del People Power: l'emozione, il disgusto, la rabbia, la dedizione, l'impegno dei giovani". Il sacerdote Daniel Franklin Pilario, che è anche un docente di teologia, non teme di firmare il messaggio col suo nome: “Il 'No' emerge dal profondo della nostra umanità quando la nostra fibra morale viene violata. Diciamo che tutto questo è sbagliato e ci mobilitiamo per protestare… Sono molte le vittime di questo governo che meritano il nostro sostegno. È tempo di alzarsi e far sentire le nostre voci. Di fronte al male, il silenzio è un sì allo status quo. Neutralità significa essere complici del potere".

Di segno totalmente diverso invece le proteste in Indonesia - iniziate ad aprile e ancora in corso a luglio - contro l’assunzione di manodopera cinese da parte di alcune aziende che lavorano nella zona sudorientale dell’isola di Sulawesi: la società mineraria cinese PT Virtue Dragon Nickel Industry e la PT Obsidian Stainless Steel (OSS). Per calmare le acque, gli industriali hanno offerto, in cambio dell’assunzione degli operai specializzati dalla Cina, 5mila nuovi posti di lavoro per la manodopera locale indonesiana.

Articolo uscito oggi su il manifesto

martedì 16 giugno 2020

Filippine, chi ha paura di Maria Ressa?

A chi può far paura questa figurina esile con un largo sorriso dietro occhiali altrettanto grandi che sormontano la mascherina? Per di più è anche donna! Ma Maria Ressa, che all’apparenza potrebbe essere portata via da un refolo di vento, è tutt’altro che un passerotto sperduto come la sua difesa in tribunale, ma soprattutto la sua storia, dimostrano. La donna che ieri è stata condannata con un suo sodale per cyber diffamazione a Manila e che rischia di passare con lui tra sei mesi e sei anni in prigione, fa davvero paura. Fa paura a Rodrigo Duterte, il presidente padrone dell’arcipelago e fa paura alla sua corte che non è sfuggita, come lui stesso, all’occhio vigile di una giornalista con la schiena dritta che nel 2018 è stata catalogata da Time “Persona dell’anno”, che la Bbc considera tra le cento donne più importanti del pianeta e che nelle Filippine è stimata tra le persone più influenti del Paese. Ieri, quando una corte della capitale l’ha riconosciuta colpevole di calunnia col collega Reynaldo Santos, dopo la denuncia del businessman Wilfredo Keng che secondo il giornale di Ressa aveva corrotto il titolare della Corte suprema Renato Corona (ora deceduto), sono stati in tanti a schierarsi con di lei. E a bollare la sentenza di scelta politica.

Per Amnesty International e le associazioni di giornalisti – locali e internazionali - Maria Ressa è l’ennesima vittima di una persecuzione ad hoc che l’ha già vista accusata di magheggi finanziari per sostenere il suo giornale online, Rappler, di cui è fondatrice e amministratrice delegata. Arrestata nel febbraio 2019 e incriminata con un escamotage tecnico (l’articolo su Keng, corretto per un refuso, è stato giudicato “ripubblicazione” con un’interpretazione assai controversa della legge contro la cyber-criminalità), Ressa esce su cauzione: è la sesta volta che le accade per accuse che, afferma, sono “fabbricate” per metterla a tacere. Alza la voce a suo favore allora persino l'ex segretaria di Stato americano Madeleine Albright che definisce il suo arresto "scandaloso".

Da ieri ha tempo fino all’appello e poi al terzo grado di giudizio per cercare di evitare il carcere, la stessa fine che attende il collega Santos. Ma l’aria che tira non è buona. Non è buona nelle Filippine ma è di tempesta anche in Malaysia, Thailandia, Myanmar. In una regione dove il Covid-19, benché abbia fatto poche vittime polmonari, ne ha fatte molte tra chi critica il manovratore, persino se è un comico: la giustizia birmana ha comminato l’11 giugno un totale di due anni di reclusione con lavori forzati a tre artisti di strada del gruppo Peacock Generation Thangyat, accusati di diffamazione e incitamento; ultimo atto di una lunga serie di imputazioni per aver deriso l’esercito.
La “scusa” del Covid ha favorito le sterzate autoritarie di cui Duterte si è servito per rafforzare i suoi poteri e regolare i conti: prima di tutto con la rete Abs-Cbn, colosso mediatico (in cui anche Maria ha lavorato) e a cui non è stata rinnovata la concessione a trasmettere, adesso con Ressa. Maria lascia a 10 anni il suo Paese per gli Stati Uniti (è nata nel 1963) dove la famiglia si trasferisce all’epoca della dittatura (1966-1986,) per far poi ritorno alle “radici” una volta defunto il regime di Ferdinando e Imelda Marcos. Tornata nell’arcipelago, Maria – che ha studiato biologia – sceglie invece il giornalismo di cui dirà che le era sembrato incredibile che qualcuno potesse pagare le sue storie…

Ma son storie buone: accumula incarichi e riconoscimenti come giornalista investigativa ed è a lungo a capo dell’Ufficio Cnn di Manila e di Giacarta. Ma nel 2012 non rinnova il contratto e crea il suo giornale online dopo un anno come sola pagina Fb. E’ un gruppo di dieci persone che lancia l’avventura che dev’essere anche un luogo per pensare e non solo per sapere. L’acronimo è già un programma: Rappler, formato dalle parole "rap" (discutere) e "ripple" (creare onde). Ma nel 2013 a capo dello Stato arriva l’ex sindaco di Davao Rodrigo Duterte, un tipo che non le manda a dire. E Maria diventa subito un ostacolo perché anche lei è un osso duro. Per Rappler cominciano i guai e nel mirino c’è proprio lei. Ma incastrarla non sarà facile e Maria rischia di essere per Duterte più una grana che una vittoria.

Questo articolo è stato scritto per il manifesto

venerdì 5 giugno 2020

Filippine, un presidente con la pistola

Se distruggi il mio Paese distribuendo 5,1 miliardi di pesos di shabu ... ti ucciderò", parola del presidente filippino Rodrigo Duterte, uno che non le manda a dire. Shabu o Yaba è la metanfetamina e la minaccia è per spacciatori e tossici non importa se sospetti o colti in flagrante. Lo dice dopo un maxi sequestro di  756 kg  di cristalli di  metanfetamina per un valore di oltre 5 miliardi di pesos (100 milioni di dollari) ma anche il giorno dopo che l'Onu ha tacciato di impunità la sua guerra alla droga di cristallo,  che ha connotato il suo esecutivo fin dal 2016 quando Duterte è diventato presidente. Ora però ha un arma in più.
Si tratta di  nuova legge dello Stato voluta proprio dal presidente che consente di schiaffare in galera sostanzialmente chi gli si oppone. La nuova legge passata a larga maggioranza alla Camera bassa, dopo il via libera del Senato in febbraio, è stata votata come “urgente” benché il Paese abbia ben altri problemi a cominciare dalla pandemia. La nuova legge anti terrorismo – nome buono per tutte le stagioni – serve a rendere regolari l'arresto senza giustificazione e la detenzione per 14 giorni di sospetti "terroristi", attribuzione che sarà deputata a un nuovo Consiglio antiterrorismo che dovrà dire cosa si intende con questo termine e che potrebbe addirittura, bypassando la magistratura, ordinare gli arresti. Nel mirino chiunque proponga e partecipi – ma anche solo inciti – alla pianificazione o all'addestramento di un "attacco terroristico". Formule vaghe ma con pene da 12 anni di reclusione fino all’ergastolo oltre all’eliminazione di un rimborso in caso di errore giudiziario. Insomma una legge liberticida varata proprio nel momento in cui l’Ufficio Onu per i diritti umani di Ginevra torna sulla controversa campagna di Duterte per sradicare le droghe illegali iniziata nel 2016 e che ha portato all'uccisione di almeno 8.600 persone. Un bilancio per difetto che potrebbe essere tre volte quella cifra, come ha reso chiaro ieri un rapporto dell’Ufficio Onu che cita la "quasi impunità" per gli omicidi, continuati insieme ad altri presunti abusi durante la pandemia Covid-19.

Ma a Duterte le critiche dell’Onu interessano poco. Dopo aver ricevuto dal parlamento una sorta di mandato ai pieni poteri per via della pandemia, adesso mette a punto con la nuova legge un altro modo per proseguire impunemente con le sue campagne di pulizia a 360 gradi. Che la nuova sterzata non riguardi solo terroristi o tossici lo si evince del resto dalle parole del portavoce presidenziale Harry Roque che, in un comunicato stampa televisivo, ha detto che la libertà di parola non potrà mai essere soppressa nelle Filippine ma che non si tratta di un diritto "assoluto", un chiarimento con distinguo rivolto proprio al rapporto dell’Onu. Le cose per altro sono già andate molto avanti: la prova che la libertà di espressione è in gioco eccome la racconta la vicenda di Abs-Cbn, colosso mediatico critico con Duterte e da Duterte messo a tacere. La Corte Suprema ha concesso alla rete di tornare a trasmettere ma pende sempre il rischio, agitato dal presidente, del rinnovo della concessione governativa che potrebbe slittare ancora e vedere alla fine una decisione negativa che farebbe saltare l’azienda che già accusa perdite secche da quando è stata oscurata il 5 maggio scorso.

C’è anche un’altra novità: Duterte in febbraio aveva comunicato a Washington l’intenzione di abrogare il Visiting Forces Agreement con gli Stati Uniti, un accordo bilaterale che facilita i rapporti militari tra i due Paesi. Ma adesso, qualcuno dice per via delle tensioni marittime con la Cina, ha per ora sospeso l’iter che lo dovrebbe concludere. Fino al prossimo colpo di teatro.

giovedì 7 maggio 2020

Calor bianco tra Duterte e la Chiesa nelle Filippine

Nel Paese più cattolico dell’Asia Stato e Chiesa non vanno affatto d’accordo. Nemmeno in epoca di Covid-19. Davanti a tutte le scelte messe sul tavolo del presidente filippino Rodrigo Duterte – a cominciare dalla famosa guerra alla droga – le gerarchie dell’arcipelago han sempre storto il naso. Lo ha fatto l’ex arcivescovo Luis Antonio Tagle, a febbraio richiamato a Roma e promosso il 1 maggio al rango di cardinale vescovo, lo fa ora il suo sostituto, Broderick Pabillo, amministratore apostolico dell'Arcidiocesi di Manila e considerato meno tenero di Tagle. Qualche giorno fa ha detto che tempi difficili mostrano quali leader hanno davvero a cuore il “bene delle persone e quali pensano solo a se stessi o non si preoccupano molto delle loro responsabilità”. Come d’abitudine, il nome di Duterte – che gode tra l’alto (o almeno godeva) di grande consenso popolare – non viene fatto ma era fin troppo chiaro come il riferimento fosse al presidente sceriffo.

Eppure Pabillo ancora non aveva saputo dell’ultima decisione del suo governo: dimezzare il numero delle famiglie beneficiarie di un programma varato per sostenere l’economia popolare durante il virus, dal momento che “diminuiranno le famiglie sottoposte a quarantena”. Il Dipartimento per il benessere sociale e lo sviluppo considererà solo 11,5 milioni di famiglie anziché i quasi trenta considerati nel primo mese di erogazioni (aprile) e che hanno ricevuto assistenza finanziaria per oltre 237 milioni di euro. Anche se – ricorda la stampa locale – secondo la Banca Mondiale il sussidio avrebbe “impedito un aumento della povertà” destinata a crescere senza interventi di sostegno.

Esattamente quel che pensa il presule secondo cui, in epoca di Covid-19, le conseguenze di come agisce o non agisce le leadership è un gioco sulla pelle della gente: “Le loro decisioni incidono sul benessere economico dei loro elettori e hanno un impatto sulla salute e la qualità della vita”. Sempre senza far nomi, “sarebbe di grande aiuto – ha aggiunto - se i leader potessero essere chiari perché molte dichiarazioni sono vaghe e spesso irrilevanti. E questo perché chi parla è confuso, ha un secondo fine o semplicemente non gli interessa se la gente capisce o no”. Un affondo condiviso visto che diversi osservatori hanno espresso preoccupazione per i pieni poteri che Duterte si è fatto attribuire da un parlamento che controlla completamente e che ora ha aumentato i suoi spazi di manovra. La riprova dei timori è l'ordine alla rete ABS-CBN - notoriamente critica con Duterte - di interrompere immediatamente martedi le trasmissione dopo la scadenza della licenza. La rete, che impiega circa 11.000 persone, martedì è andata in onda su TV e radio gratuite attraverso le Filippine. Babillo ha subito commentato dicendo che la mossa agita lo spettro della legge marziale.

La querelle con la Chiesa è antica: dopo che in febbraio Tagle è stato richiamato a Roma per dirigere la Congregazione di Propaganda Fide – e a far parte del ristretto team di consiglieri del papa tanto che molti lo danno come possibile nuovo pontefice – Duterte ha detto che Francesco lo aveva richiamato per la sua eccessiva politicizzazione e che Tagle usava fondi della Chiesa per finanziare l'opposizione filippina. I vescovi reagirono liquidando le accusa come “ridicole”. Ma non era la prima volta: nel 2018 a proposito delle accuse alla sua campagna anti droga, Duterte definì i vescovi degli “idioti”.

martedì 4 febbraio 2020

l primi due morti fuori dalla Cina fanno salire la tensione nel Sudest

Vientiane - Un uomo di 39 anni è la prima vittima del coronavirus che muore a Hong Kong e la seconda fuori dalla Cina, benché il territorio della colonia ne faccia formalmente parte. Lo scrive stamattina il South China Morning Post, quotidiano di Hong Kong spiegando che il paziente era in cura per il virus al Princess Margaret Hospital di Kwai Chung: è morto oggi dopo che le sue condizioni sono peggiorate. Avrebbe avuto un'insufficienza cardiaca improvvisa e mortale. Residente del Whampoa Garden era stato precedentemente identificato come il 13° caso confermato di Hong Kong del nuovo coronavirus originario di Wuhan. I casi a Hong Kong sono attualmente 15.

Il primo morto fuori dai confini cinese è invece da ascrivere alle Filippine: uno dei pochi Paesi ancora apparentemente esenti dal virus è così diventato l’epicentro dei timori che salgono giorno dopo giorno nel “cortile di casa” del Celeste Impero.  Un cinese di 44 anni originario del  Wuhan – ammalatosi con la  compagna – è morto sabato scorso all'ospedale San Lazaro di Manila. Era il primo caso nelle Filippine di 2019-nCoV ma anche  la prima vittima fuori dai confini cinesi. Ne sono seguiti episodio di sinofobia e la chiusura dei voli con la Rpc, Hong Kong e Macao. Stessa politica adottata da quasi tutti i Paesi dell’area, dove ci sia o meno contagio... continua su atlanteguerre

sabato 18 gennaio 2020

Taal, il gigante che non si riaddormenta

“Alle 8 del mattino, l'attività di Taal è stata generalmente caratterizzata da deboli emissioni di pennacchi carichi di vapore a 800 metri di altezza dal cratere principale che si sono poi spostati verso sud-ovest. Un totale di cinque esplosioni deboli sono state registrate dalla Taal Volcano Network”. Inizia così il bollettino serale che venerdi pomeriggio è stato postato dai funzionari del Phivolcs, il centro nazionale di vulcanologia e sismologia delle Filippine che monitora costantemente l’attività di un vulcano secondo per potenza e pericolosità nel Paese. Circondato da un lago di 15 chilometri per venti situato sull'isola di Luzon nella provincia di Batangas, la gente ha costruito sin sulle sue pendici. Taal ha registrato in passato oltre 30 eruzioni di cui alcune accompagnate da vere e proprie stragi. Questa gemma spinosa del cosiddetto “Anello di fuoco del Pacifico”, che già nel 2019 aveva dato segnali, ha cominciato domenica scorsa a sputare fuoco facendo salire l’allerta a livello 4. Poi è tornata una relativa calma e la temuta mega eruzione non è avvenuta ma il pericolo non è passato.

La rete sismica filippina ha tracciato un totale di ben 653 terremoti vulcanici dalle ore 13 del 12 gennaio, quando Taal si è risvegliato. 174 delle quali con intensità preoccupanti. Anche ieri dunque, tra le 5 del mattino e le 16, sono stati tracciati nuovi mini terremoti che significano “intrusione magmatica continua sotto il Taal – dicono gli esperti - che potrebbe portare a un'ulteriore attività eruttiva” tanto che il livello di allarme 4 rimane attivo: livello 4 vuol dire che un'eruzione esplosiva pericolosa è possibile entro pochi giorni o addirittura entro poche ore. Ceneri aerodisperse e frammenti esplosi dalla colonna di eruzione restano intanto un pericolo per la salute mentre i ricercatori mettono in guardia dalle apparenti pause di attività. Potrebbero essere solo una tregua non il segno che Taal si è riaddormentato.
(segue con aggiornamenti su atlanteguerre)

martedì 8 novembre 2016

Il brando divino terrore filippino

C’è il gruppo islamista Abu Sayyaf dietro il sequestro di un cittadino tedesco e l’uccisione della sua compagna che sono avvenuti nei giorni scorsi nel Sud delle Filippine. La zona del sequestro del settantenne tedesco e dell'omicidio della sua compagna cinquantenne, il cui corpo è stato ritrovato dai pescatori della zona, è l’area di Pegasus Reef, 40 miglia dall’isola di Taganak nelle Tawi Tawi, il cosiddetto “arcipelago delle tartarughe” composto da dieci isole (sette filippine e tre malaysiane) all’interno della più vasta area insulare delle Sulu, santuario e terreno di caccia di Abu Sayyaf. Un paradiso tropicale diventato un inferno.

Il sequestro è stato rivendicato da un portavoce del gruppo, Muammar Askali, che domenica ha chiamato il quotidiano Inquirer cui ha spiegato che la compagna di Juegen Kantner, così si chiama l’ostaggio, aveva tentato di sparare ai sequestratori e pertanto era stata uccisa. Kantner ha potuto anche lui parlare con l’Inquirer, spiegando, ma non è chiaro come, che la coppia aveva chiesto aiuto all'ambasciata tedesca a Manila. Alla vicenda mancano diverse conferme e i fatti sono ancora da determinare nei dettagli. La stessa domenica il corpo della donna ormai senza vita è stato trovato dai residenti sulla barca dei tedeschi.

Abu Sayaff è attivo ormai da oltre un decennio nelle acque dell'arcipelago di Sulu dove il gruppo, autore di sequestri estorsivi ammantati di retorica jihadista, è famoso per la sua ferocia: il 25 aprile scorso, solo per ricordare un caso, la testa di un ostaggio canadese, per cui non era stato pagato il riscatto, venne ritrovata in un sacchetto di plastica nelle strade di Jolo, la capitale delle Sulu.
Metà jihadisti, metà banditi, gli uomini di Abu Sayyaf (brando divino) terrorizzano la piccola enclave insulare da anni facendosi beffe dei tentativi dell’esercito di far piazza pulita come promesso anche dall’ultimo presidente appena eletto, il controverso Rodrigo Duterte. Qualche tempo fa Abu Sayyaf ha promesso fedeltà ad Al Bagdadi, andando a ingrossare le fila degli adepti del califfato a Est di Raqqa.

sabato 22 ottobre 2016

Strappo filippino (con retromarcia)

Il segretario di Stato
americano Kerry: buon
viso  a cattivo gioco
Il vice premier cinese Zhang Gaoli ha appena parlato e lascia il microfono al neo eletto presidente filippino Rodrigo Duterte. La sala è gremita e l’occasione questa volta, nonostante l’ospite sia un piccolo arcipelago del Sudest asiatico finora ferreo alleato degli Stati uniti dal 1946, è davvero ghiotta.

Duterte è chiaro e limpido com’è nella sua natura di oratore schietto fino alla maleducazione: «Annuncio in questo incontro – dice senza star a pesar le parole – la mia separazione dagli Stati Uniti, non solo in termini militari ma anche economici». Poi ci mette qualche battuta che solleva risate in platea. Il dado è tratto. Uno strappo era largamente annunciato ma non così. Non così netto e non in una cornice – la grande sala in piazza Tienanmen e dopo aver incontrato il suo omologo Xi Jinping – dalla quale un colosso in via d’espansione – economica, militare e politica – ha steso la sua rete da tempo per pesci piccoli e grossi. Poi però, una volta a casa (oggi) Duterte ha fatto una discreta marcia indietro dichiarando che sepzzare l'asse con gli Usa è nell'interesse di Manila. Tnat'è, la dichiarazione di Pechino non è di quelle che si possono dimenticare facilmente, al di là delle acrobazie diplomatiche del giorno dopo o del giorno prima.



martedì 10 maggio 2016

Filippine. Settemila isole per un giustizialista

Alla mezzanotte di ieri lo spoglio di due terzi delle schede elettorali per la scelta del nuovo presidente filippino non lasciava dubbi. La poltrona più alta già sembrava pronta per Rodrigo Digong Duterte, detto il “giustiziere”, già sindaco di Davao e uomo che ha incentrato la sua campagna elettorale all'insegna dello slogan “macelliamo i criminali”. Se non bastasse,  Rody Duterte può contare sulle accuse di Human Right Watch per mille esecuzioni di criminali o supposti tali in 22 anni di servizio mentre le cronache ricordano il suo commento a caldo (poi ritrattato) dopo lo stupro di una missionaria australiana: tanto bella – aveva detto – che valeva la pena essere il primo. Ex magistrato, Duterte ha giocato la carta dell'uomo che viene da una famiglia non blasonata e che – in tre o sei mesi come ha promesso – imporrà legge e ordine spazzando via criminali piccoli e grossi. Se le leggi glielo impedissero? Ha minacciato di chiudere il parlamento. L'uomo che parla alla pancia della gente, un Trump con gli occhi a mandorla o un Salvini in salsa orientale, piace. Semplice e populista quanto basta, pugno duro quando ci vuole e, tanto per cambiare, la promessa di far fuori la corruzione ma soprattutto i criminali, come se la criminalità non fosse uno dei tanti prodotti sociali di un'ineguaglianza lineare tanto quanto il potere finora indiscusso di un pugno di famiglie, come quella degli Aquino da cui proviene il presidente uscente.

martedì 12 novembre 2013

IL TIFONE SI ABBATTE SULLA CONFERENZA SUL CLIMA

La notizia che il presidente Benigno Aquino ha dichiarato nelle Filippine lo stato di calamità nazionale arriva col peso di oltre 10mila vittime e una devastazione senza precedenti anche alla conferenza annuale del Framework Convention on Climate Change dell'Onu che si tiene da ieri a Varsavia e dove Naderev “Yeb” Saño della Climate Change Commission delle Filippine commenta in un'intervsita alla Reuters Foundation: «Tifoni come Haiyan-Yolanda e le sue conseguenze rappresentano un lucido richiamo alla comunità internazionale sul fatto che non possiamo permetterci di procrastinare l'azione sul clima». La conferenza si è appena aperta e i colloqui dureranno dieci giorni ma le illusioni che qualcosa cambi veramente sono poche. Poche come le speranze che disastri del genere non si ripetano più e non solo per gli effetti dei cambiamenti climatici. Il dramma filippino, con un bilancio ancora incerto e salito da cento a mille e poi a diecimila vittime, racconta infatti che la prevenzione, unica vera arma contro le emergenze naturali, è ancora troppo indietro soprattutto in quel Paese di isole frammentate e dove la povertà non fa sconti, le case sono spesso fragili tuguri, la protezione civile e i sistemi di allerta un miraggio.

Leyte e Samar sono le isole più colpite. Sulla prima, la città di Tacloban ha subito danni enormi ed è in questa area che il supertifone Hayan si è abbattuto con maggior violenza. Ma, avvertono i soccorritori, su molti altri luoghi remoti del vasto arcipelago ci potrebbero essere nuove sorprese. L'altra isola colpita con forza è Samar, e ancora è difficile tracciare un bilancio di quanto avvenuto a Guiuan nell'estremo Est, il centro più colpito. Anche la zone settentrionale di Cebu, poco più a Sud, avrebbe registrato danni rilevanti. Stesso discorso per Baco, più a Nord a soli 170 chilometri da Manila, dove la città sarebbe sommersa dall'acqua. Il numero di 10mila morti è dunque per ora una convenzione e una proiezione sugli scomparsi (oltre 600mila)...Leggi tutto su Lettera22

domenica 10 novembre 2013

LA CORSA DI HAYAN

Il giorno dopo del ciclone tropicale “ Haiyan” che venerdì ha investito l'area centrale delle Filippine, dove è chiamato col nome di “Yolanda”, lascia un paesaggio di enormi devastazioni e soprattutto un numero spaventoso di vittime. Cinque sono le isole più colpite, in particolare Leyte, dove si trova la città di Tacloban, di rimpetto all'isola di Samar, anch'essa fotemente devastata dal tifone. Il grande baguiro, l'ipertifone come adesso viene chiamato quello che sembra essere il più devastante della storia dell'arcipelago, potrebbe lasciarsi alle spalle forse più di mille vittime nella sola Leyte e diverse centinaia nella provincia di Samar, le due isole dove maggiore sarebbe il numero dei morti. Soltanto ieri mattina si era fatta una prima ipotesi di un centinaio di morti ma poi i bollettini delle squadre di soccorso hanno cominciato a far lievitare un bilancio che resta incerto e che è già passato dalle 1200 vittime di ieri alle oltre 10mila di oggi.
Dopo avere devastato le Filippine dove migliaia di persone sono rimaste senza casa o che hanno visto le loro abitazioni allagate o semidistrutte, Hayan si è poi spostato a Ovest, verso la costa vietnamita dove già decine di migliaia di persone sono state evacuate: almeno 200mila secondo il governo di Hanoi che ha mobilitato 170mila soldati per la possibile emergenza che il tifone potrebbe scatenare quando oggi arriverà a toccare terra in Vietnam dove recentemente i tifoni “ Wutip” e “Nari” hanno già causato danni. Ma è nelle Filippine che il tifone ha fatto il suo peggior servizio per perdere poi di forza e intensità nel suo viaggio a occidente...segue su Lettera22

La mappa è tratta dal sito della Bbc