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venerdì 5 giugno 2020

Filippine, un presidente con la pistola

Se distruggi il mio Paese distribuendo 5,1 miliardi di pesos di shabu ... ti ucciderò", parola del presidente filippino Rodrigo Duterte, uno che non le manda a dire. Shabu o Yaba è la metanfetamina e la minaccia è per spacciatori e tossici non importa se sospetti o colti in flagrante. Lo dice dopo un maxi sequestro di  756 kg  di cristalli di  metanfetamina per un valore di oltre 5 miliardi di pesos (100 milioni di dollari) ma anche il giorno dopo che l'Onu ha tacciato di impunità la sua guerra alla droga di cristallo,  che ha connotato il suo esecutivo fin dal 2016 quando Duterte è diventato presidente. Ora però ha un arma in più.
Si tratta di  nuova legge dello Stato voluta proprio dal presidente che consente di schiaffare in galera sostanzialmente chi gli si oppone. La nuova legge passata a larga maggioranza alla Camera bassa, dopo il via libera del Senato in febbraio, è stata votata come “urgente” benché il Paese abbia ben altri problemi a cominciare dalla pandemia. La nuova legge anti terrorismo – nome buono per tutte le stagioni – serve a rendere regolari l'arresto senza giustificazione e la detenzione per 14 giorni di sospetti "terroristi", attribuzione che sarà deputata a un nuovo Consiglio antiterrorismo che dovrà dire cosa si intende con questo termine e che potrebbe addirittura, bypassando la magistratura, ordinare gli arresti. Nel mirino chiunque proponga e partecipi – ma anche solo inciti – alla pianificazione o all'addestramento di un "attacco terroristico". Formule vaghe ma con pene da 12 anni di reclusione fino all’ergastolo oltre all’eliminazione di un rimborso in caso di errore giudiziario. Insomma una legge liberticida varata proprio nel momento in cui l’Ufficio Onu per i diritti umani di Ginevra torna sulla controversa campagna di Duterte per sradicare le droghe illegali iniziata nel 2016 e che ha portato all'uccisione di almeno 8.600 persone. Un bilancio per difetto che potrebbe essere tre volte quella cifra, come ha reso chiaro ieri un rapporto dell’Ufficio Onu che cita la "quasi impunità" per gli omicidi, continuati insieme ad altri presunti abusi durante la pandemia Covid-19.

Ma a Duterte le critiche dell’Onu interessano poco. Dopo aver ricevuto dal parlamento una sorta di mandato ai pieni poteri per via della pandemia, adesso mette a punto con la nuova legge un altro modo per proseguire impunemente con le sue campagne di pulizia a 360 gradi. Che la nuova sterzata non riguardi solo terroristi o tossici lo si evince del resto dalle parole del portavoce presidenziale Harry Roque che, in un comunicato stampa televisivo, ha detto che la libertà di parola non potrà mai essere soppressa nelle Filippine ma che non si tratta di un diritto "assoluto", un chiarimento con distinguo rivolto proprio al rapporto dell’Onu. Le cose per altro sono già andate molto avanti: la prova che la libertà di espressione è in gioco eccome la racconta la vicenda di Abs-Cbn, colosso mediatico critico con Duterte e da Duterte messo a tacere. La Corte Suprema ha concesso alla rete di tornare a trasmettere ma pende sempre il rischio, agitato dal presidente, del rinnovo della concessione governativa che potrebbe slittare ancora e vedere alla fine una decisione negativa che farebbe saltare l’azienda che già accusa perdite secche da quando è stata oscurata il 5 maggio scorso.

C’è anche un’altra novità: Duterte in febbraio aveva comunicato a Washington l’intenzione di abrogare il Visiting Forces Agreement con gli Stati Uniti, un accordo bilaterale che facilita i rapporti militari tra i due Paesi. Ma adesso, qualcuno dice per via delle tensioni marittime con la Cina, ha per ora sospeso l’iter che lo dovrebbe concludere. Fino al prossimo colpo di teatro.

giovedì 13 febbraio 2020

La Cina dietro la guerra Manila-Washington

(Vientiane) - Il ministero degli Esteri di Manila – su diretto mandato del presidente Duterte – ha formalmente inviato martedi scorso l’avviso di chiusura dell’accordo VFA (Visiting Forces Agreement) al governo degli Stati Uniti. Il VFA è l’accordo bilaterale che riconosce un determinato status legale alle truppe statunitensi presenti nel Paese per esercitazioni militari e operazioni di assistenza umanitaria. Uno schiaffo a Washington che appare anche come un capitolo della guerra tra Stati Uniti e Cina e dunque con Paesi che guardano più da una parte o più dall’altra.

Il patto – che è stato applicato in almeno due casi famosi di stupro e omicidio che hanno coinvolto soldati americani – durava da vent’anni. La cancellazione è una ritorsione annunciata da Duterte dopo che gli Usa hanno negato il visto d’ingresso in America al senatore Ronald “Bato” Dela Rosa (nella foto a sn), uomo di fiducia del presidente e alla guida della sanguinosa guerra a trafficanti, spacciatori e tossicodipendenti condotta da Manila su impulso della presidenza. Il generale Bato è stato a capo della Polizia nazionale dal luglio 2016 all’aprile del 2018.

Anche se l’accordo era in scadenza (agosto 2020) e anche se non riguarda il rapporto nel suo complesso della collaborazione militare tra Filippine e Stati Uniti, è ovviamente uno schiaffo all’Amministrazione Trump che ha infatti reagito immediatamente: l’ambasciata americana a Manila – scrive Cnn – ha confermato di aver ricevuto dal Dipartimento degli affari esteri filippino l’avviso di chiusura del VFA, definendo il gesto un “passo serio con implicazioni significative per l’alleanza USA-Filippine”. Ieri poi il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Mark Esper ha rincarato la dose sostenendo che l’incombente conclusione dell’Accordo sulle forze di visita (VFA) con le Filippine “sarebbe una mossa nella direzione sbagliata”, una mossa “sventurata” in un momento in cui gli Stati Uniti e i suoi alleati stanno spingendo la Cina a rispettare le norme internazionali. Una frase rivelatrice.

La guerra tra Manila e Washington va infatti vista nell’ottica dell’enorme influenza che Pechino ha su Manila e su un dissidio che nel tempo si è consumato con Washington proprio per via dei rapporti tra le Filippine e la Rpc. Questo è infatti il secondo schiaffo di Duterte a Trump di cui ha rifiutato l’invito a partecipare in marzo a una riunione dell’Asean a Las Vegas. Per Trump è l’occasione per rilanciare la politica americana in Asia; per Duterte, la prova di una pressione indebita. E’ solo però: gli altri leader dell’Associazione del Sudest asiatico ci andranno proprio perché ci vedono l’occasione di equilibrare i giochi in Asia tra Usa e Rpc.