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sabato 31 marzo 2018

Se si fa sentire la società civile

C’è modo di reagire a una guerra che sembra infinita? E da dove cominciare quando le armi della politica e della diplomazia sembrano spuntate? Uno spiraglio lo indica una vicenda afgana dove, forse per la prima volta in maniera così spontanea e coraggiosa, ma soprattutto nell’area di maggior conflitto del Paese, la società civile diventa protagonista. E la sua ferma richiesta di un cessate il fuoco, che coinvolge centinaia di giovani, donne e anziani “autoconvocati”, mette in imbarazzo sia il governo sia i talebani. Entrambi spiazzati da un movimento dal basso imprevisto e battagliero.

Comincia tutto lunedì scorso, tre giorni dopo l’ennesimo attentato che venerdi 23 fa strage di civili (almeno 16 morti e oltre 40 feriti) che a Lashkar Gah, capoluogo della provincia meridionale dell’Helmand – uno dei capisaldi talebani – hanno assistito o partecipato a una manifestazione sportiva. Un’autobomba si fa strada per raggiungere i cancelli dove stazionano i militari di guardia proprio mentre la gente defluisce per recarsi a pregare. L’attentato resta senza rivendicazione (anche se vengono sospettati i talebani) ma per la gente è comunque troppo. Senza che apparentemente vi sia un organizzatore o qualche gruppo promotore, gli autoconvocati sfilano per la città con slogan e manifesti. Poi issano una tenda e iniziano un sit-in. Ma non si accontentano di protestare, piangere e maledire. Chiedono alle parti un cessate il fuoco e anzi si spingono decidere una marcia verso Musa Qala, uno dei luoghi dove vogliono consegnare il loro messaggio ai capi talebani. Governo e guerriglia non riescono a parlarsi? Bene, lo faremo noi. Il mercoledì, alla tenda che è stata piantata di fianco allo stadio, se ne aggiunge un’altra: decine di donne, col classico chadri che le copre integralmente, raggiungono i maschi. Gente del popolo: stanche, spaventate forse, ma anche stanche di aspettare la tregua che non c’è. E sono pronte a marciare su Musa Qala. Il governo tace. I talebani rispondono.

domenica 14 febbraio 2010

LA GUERRA TRA LE GENTE

Il bilancio dell'Operazione “Insieme” si conoscerà solo tra qualche giorno. Per ora le notizie restano frammentarie con un conto di militari della Nato o di “talebani” uccisi e feriti ancora tutto da verificare. Le virgolette sono d'obbligo in questa guerra che ha fatto, sinora, più vittime civili (al ritmo di oltre 2mila all'anno) rispetto ai soldati in divisa o a quelli in turbante che pure hanno pagato un prezzo importante in termini però di centinaia, sempre che la morte possa essere valutata con l'aritmetica.

Ma se la verità è ancora da conoscere qualche dubbio è bene avanzarlo. Il primo riguarda proprio l'utilizzo dei civili come massa di manovra del conflitto. A quanto raccontano a “il manifesto” fonti locali, sia la Nato sia i talebani hanno mandato alla popolazione di Marjah messaggi controversi. La Nato ha fatto sapere che la gente avrebbe dovuto restare al suo posto con le dovute cautele (messaggio inviato con volantini aviotrasportati) ma poi alcuni “rumores” , attribuiti all'Alleanza, avevano sommessamente invitato la gente a lasciare un'area che è sotto bombardamento da diversi giorni: la famosa fase “shape”, ossia il tallonamento aereo prima dell'inizio dell'attacco di terra (“clear”), il combattimento vero e proprio. I talebani non avrebbero agito diversamente ma utilizzando la tattica opposta: prima avrebbero detto ai residenti di lasciare l'area. Poi, di restare. In questa confusione i comandi militari hanno messo in guardia i locali dal dare ospitalità ai combattenti: una scelta che non dipende però dal singolo contadino ma dal kalashnikov che qualcuno gli punta davanti.
Le dichiarazioni Nato pre offensiva hanno comunque messo in chiaro che “la popolazione non è il nostro nemico” come ha detto il generale Larry Nicholson al comando dei marine del Sud Afghanistan, semmai “la ricompensa” dell'offensiva. Ancor prima il generalissimo Stanley McChrystal aveva detto: “Non vogliamo un'altra Falluja. Non è Falluja il nostro modello”. Queste le intenzioni.

Molti però hanno espresso dubbi su come “distinguere combattenti e civili”, vecchia querelle reiterata da Humann Rights Watch “specie quando si usa la forza dall'aria”. Una cautela rinforzata da un reportage del Wall Street Journal che, qualche giorno fa, riferiva di come, secondo alcuni comandanti militari in certe aree il 95% delle persone sarebbero talebani o loro sostenitori. Con questa impostazione, che denunciava anche una certa fatica ad accettare regole di ingaggio meno pressanti che in passato, che rischi si corrono? Quello di un “esercizio di retorica - dicono gli analisti dell'International Crisis Group - se la Nato non saprà evitare una strage di civili non importa quanti talebani vengano sbaragliati”. Di popolazione civile ha parlato anche un comandante talebano dicendo che i suoi uomini si erano ritirati per “non provocare vittime”. La popolazione in mezzo. Come sempre

Intanto però c'è chi si è mosso da una zona ritenuta pericolosa. Già l'8 febbraio, dopo una giornata di intensi bombardamenti “preparatori”, centinaia di persone avevano lasciato Marjah (il distretto conta 125mila abitanti). Ieri pomeriggio le Nazioni Unite (che hanno lanciato un appello sulle conseguenze umanitarie dell'offensiva) e la Croce rossa avevano contato l'arrivo di circa 900 famiglie a Lashkar Gah, che già stanno ricevendo assistenza. Ma che la situazione resti tesa lo racconta anche un altro episodio. Ieri a Kandahar, la capitale della provincia attigua, ad alta densità talebana come l'Helmand, si era diffusa la notizia che almeno sette kamikaze erano in cerca del proprio obiettivo.

sabato 4 luglio 2009

COLPO DI SPADA E DRONI

Droni Usa e truppe pachistane nel Waziristan mentre continua l'operazione "Colpo di spada" nell'Helmand dove le truppe americane appoggiate dal Regno Unito trovano scarsa resistenza. Attacco agli italiani: due feriti lievi a Farah. La Russa e Frattini riferiranno in parlamento mercoledi

Secondo giorno dell'operazione congiunta antitalebana nell'Helmand, nell'Afghanistan del Sud, ed ennesimo incidente tra talebani e soldati italiani nell'Ovest del paese. Operazione militare congiunta nel Waziristan pachistano. L'AfPak, l'acronimo che identifica la regione della guerra e con cui ormai si raccontano i conflitti che si combattono dalle due parti della frontiera tra Afghanistan e Pakistan, è tornata ieri sotto i riflettori della cronaca.
Un raid aereo statunitense nel Sud del Waziristan, nelle aree tribali del Pakistan al confine con l'Afghanistan, ha ucciso almeno 15 “militanti” mentre 2287altre 33 persone sono state ferite. Le virgolette restano d'obbligo (solitamente le vittime sono in maggioranza civili) anche se la fonte sono giornalisti locali. Secondo la stampa pachistana dunque, tra le vittime vi sarebbero sia talebani pachistani sia combattenti “stranieri”, qaedisti ospiti della guerriglia locale. L'obiettivo dell'attacco missilistico era il rifugio del leader talebano Beitullah Mehsud e il drone americano – secondo le ricostruzioni - ha sganciato tre missili contro la casa di Kokat Khel, un comandante talebano che vive nel distretto di Ladha, considerato il feudo di Mehsud. Non è chiaro però se tra le vittime vi siano o meno comandanti talebani di rilievo. Il drone stava probabilmente appoggiando l'offensiva dell'esercito pachistano proprio contro i santuari di Meshud in Waziristan Intanto, sempre in Pakistan, un elicottero militare è caduto mentre sorvolava una zona a una ventina di chilometri da Peshawar, la capitale della Provincia della Frontiera del NordOvest, e sono morti i 26 soldati a bordo. L'incidente avrebbe cause tecniche.

Di altro segno
e di altra collocazione geografica l'Operazione Khanjar (Colpo di spada in pashto), il vasto operativo militare messo in campo da 4mila marine, diverse centinaia di soldati afgani e almeno 800 soldati britannici nella bassa valle dell'Helmand, la vasta provincia pianeggiante del Sud dell'Afghanistan dove si producono ingenti quantità di oppio. La resistenza incontrata è stata scarsa, stando a quanto riferito dal portavoce della spedizione capitano William Pellettier, un elemento che lascia capire come i talebani abbiano scelto – nel loro stile – di evitare lo scontro diretto. Sarà dunque complesso tener fede alla promessa che “quanto prenderemo terremo”, come aveva detto l'altro ieri il comandante dei marine americani al Sud, generale Nicholson, a inizio operazione.





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