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venerdì 31 luglio 2015

Informarsi sull'Afghanistan (e il Pakistan)

Lettera22/Progetto Afghanistan  segue con notizie e soprattutto analisi l'infinita guerra afgana da almeno dieci anni (da quando con Arci e Lunaria fu tra le associazioni che crearono Afgana, rete divenuta poi associazione per la ricerca e il sostegno alla società civile afgana).

 In questi giorni segue il cambio al vertice dei talebani  e il processo di pace. Ma anche quanto avviene nel vicino Pakistan e la crescita di Daesh in entrambi i Paesi. Gli articoli sono principalmente di Giualiano Battiston e miei. In parte li trovate anche su questo blog.

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martedì 24 giugno 2014

AfPak, la guerra alle porte

Ci si son messi anche un centinaio di Ulema a benedire l'operazione Zarb-e-Abz. Da oggi è un “jihad” come ha deciso una fatwa emessa dopo un incontro organizzato dal Sunni Ulma Bard. Jihad che con attacchi aerei e delle forze di terra sta facendo tabula rasa nel Nord Waziristan, sede di parte dei talebani pachistani (Ttp), di alcuni gruppi islamisti afgani (Rete Haqqani) e di molti “stranieri” di ispirazione qaedista residenti nell'area e per oltre dieci anni largamente tollerati. Fonti militari danno a circa 280 il numero dei militanti uccisi da quando l'operativo è iniziato, ormai oltre un paio di settimane fa, ma è difficile verificare queste informazioni. Quel che è certo è che alla mezzanotte di lunedi scadeva il termine ultimo per lasciare il Nord Waziristan in vista di un nuovo attacco su vasta scala che i militari pachistani hanno previsto nei prossimi giorni e di cui si ha già qualche segnale. . Fonti del governo danno a oltre 400mila il numero degli sfollati (430mila secondo fonti di stampa) che, tra la regione pachistana di Bannu, al confine con le aree tribali, e nelle zone afgane oltrefrontiera, stanno cercando rifugio da un'operazione che, a quanto si capisce, non va molto per il sottile. Alcuni villaggi sono ormai definiti “paesi fantasma”, come ha detto uno sfollato al quotidiano  Dawn.

Mentre in Afghanistan si discetta di processo elettorale e si continua a morire per la guerra di bassa intensità che ogni giorno mieta qualche vittima (civile), in Pakistan è guerra aperta di altissima intensità, ora anche con la benedizione del Corano. Trascinato ora da questo ora da quello dalla parte delle armi.

Ps da seguire anche le vicende legate a Tahirul Qadri, il “Grillo” pachistano (residente in Canada) ieri rientrato in Pakistan tra un mare di polemiche dopo una strage dei suoi fedelissimi qualche giorno fa a Lahore. Il populista e popolare leader religioso ha dichiarato al suo arrivo guerra al governo in un discorso infuocato. Governo che gli crea parecchie difficoltà,che  ha incriminato 1300 suoi sostenitori e che non vuole ulteriori complicazioni mentre sta conducendo la sua jihad nelle aree tribali.

venerdì 22 giugno 2012

GLI STRASCICHI DI SALALA

L'incidente di Salala, o meglio la “maledizione di Salala”, due posti di blocco pachistani colpiti da aerei americani della Nato il 26 novembre scorso con un bilancio di 24 soldati morti e 13 feriti, non avvelena solo il clima della relazioni tra Washington e Islamabad. Si riflette prepotentemente anche sull'Afghanistan, nonostante sia stagione di manghi, ciliegie e succulenti meloni di ogni ordine e grandezza. Da novembre, la tensione tra Pakistan e America non ha fatto che aumentare: prima Islamabad ha boicottato la Conferenza di Bonn sull'Afghanistan, poi ha chiuso ai convogli Nato le sue frontiere a Nord (il passo di Khyber che porta a Kabul) e a Sud (la via che conduce a Kandahar), infine – l'ultima ritorsione conclusasi qualche giorno fa – ha sigillathttp://www.blogger.com/img/blank.gifo per una settimana ai voli Nato il suo spazio aereo. Impedendo di fatto i rifornimenti e gli spostamenti via cielo delle truppe alleate degli Usa che dall'Europa, non potendo transitare sull'Iran, sono rimaste bloccate alla porta d'ingresso in Afghanistan più battuta (via Emirati).

La tensione
si riflette evidentemente sulla logistica della Nato che, per quasi 2/3 delle sue necessità, si serviva dell'ingresso pachistano: dal porto meridionale di Karachi sino alle strutture di deposito dell'Alleanza in Afghanistan. Di quanta roba si tratta? Qualcosa come un migliaio di camion al giorno. Che da oltre sei mesi non possono più transitare dalla frontiera afgano-pachistana...

segue su Lettera22

domenica 30 ottobre 2011

LA GUERRA NASCOSTA E QUELLA DICHIARATA

Dopo l'attacco talebano contro un compound occupato da militari e funzionari occidentali a Kandahar - una battaglia di 15 ore - ieri la violenza della guerra si è abbattuta su Kabul e su altre zone del Paese. Almeno 14 persone, tre civili, un poliziotto e dieci soldati stranieri, sono stati uccisi da un attentato kamikaze rivendicato dai talebani contro un autocarro americano di Isaf - nella zona di Darulaman, dove ha sede il parlamento, sul lungo viale che porta all'ex residenza reale. Non è stato l'unico episodio: ad Asadabad, capoluogo della provincia di Kunar, una kamikaze si è fatta esplodere, sempre sabato, davanti alla sede dell'intelligence nazionale (Nds).

La guerra non si ferma in Afghanistan ma non è meno violenta in Pakistan, dove, dal 2001 a oggi, secondo il bilancio reso noto dalla Tv araba Al Jazeera almeno 35mila persone sono state vittime di episodi di violenza legata all'estremismo settario o fondamentalista. Un bilancio che sarebbe dunque più alto di quello della guerra “manifesta” che negli ultimi 10 anni insanguina il paese vicino.

Il fronte non è esattamente lo stesso, anche se i due conflitti – uno sottotraccia l'altro dichiarato – hanno molti elementi in comune, compresi alcuni attori che abitano in Pakistan e agiscono in Afghanistan o viceversa, come spiega molto bene Inside Al Qaeda and the Taliban di Syed Aleem Shahzad, un giovane giornalista coraggioso e ben informato ucciso nel maggio scorso proprio dopo aver dato all'editore le bozze del suo libro (non ancora disponibile in italiano).

Il Pakistan è forse dunque più in guerra dell'Afghanistan: gioevdi scorso un ordigno comandato a distanza ha ucciso due soldati pachistani nella zona di Shakai, nel Waziristan del Sud, non lontano dal confine con l'Afghanistan, mentre una quindicina di persone venivano ferite da un'esplosione nel mercato di Peshawar – bazar Rampura - sempre nel Nord-ovest del Pakistan (è la capitale della provincia del Khyber-Pakhtunkhwa). Ma altre 12 persone, tra cui una donna e due bambini, erano stati feriti il giorno prima nel mercato Shah Afzal della Pajjagi Road di Peshawar. E nelle stesse ore, droni americani colpivano il Waziristan alla caccia di Maulvi Nazir, un comandante talebano locale. Ne avrebbero ucciso il fratello e un parente. Forse anche qualche civile ne ha fatto le spese.

In Pakistan la situazione è confusa e lo è molto di più che in Afghanistan. Alcuni giorni fa è andato in onda il primo di due documentari della Bbc ("Secret Pakistan"), nei quali comandanti talebani ammettono aiuti, armi e training dell'intelligence pachistana (Isi) a guerriglieri impegnati nella guerra afgana. Ma al contempo, la cura prestata ai talebani afgani ha finito per favorire anche i talebani pachistani: non una filiazione di quelli afgani (semmai una emulazione in peggio) ma una guerriglia locale, assai più sensibile ai richiami jihadisti di Al Qaeda, convinta di dover combattere l'empio governo di Islamabad. La guerra interna pachistana non è infatti un conflitto contro gli americani o, almeno , non solo contro di loro. Per questo è ancora più pericolosa. Prende le forme della guerra civile estendendo, oltre frontiera, l'incendio nella prateria appiccato in Afghanistan

mercoledì 22 dicembre 2010

SE LA GUERRA INNESTA LA QUARTA

Proprio mentre il governo di Hamid Karzai rende noti i dati sull'aumento – del 76% nella sola settimana passata – delle vittime civili in Afghanistan, il governo americano si appresta a spingere ancora di più sulla cosiddetta strategia dei droni, l'utilizzo cioè di omicidi mirati con gli aerei senza pilota, e con operazioni delle forze speciali in territorio pachistano. La scelta riguarda il Pakistan ma coinvolge ovviamente l'Afghanistan, sia perché è il luogo di partenza degli aerei e dei commando di terra, sia perché anche in Afghanistan la politica dei bombardamenti, ribadita della revisione strategica resa nota dalla Casa bianca il 16 dicembre, resta un punto altamente critico.

La notizia di una volontà di incrementare la pressione sul Pakistan l'ha data ieri mattina il New Yor Times citando fonti anonime dell'Amministrazione che si fanno interpreti di un forte desiderio di reazione alla frustrazione diffusa dovuta alla scarsa collaborazione dei pachistani nel colpire i santuari della guerriglia. L'articolo menziona anche voci contrarie e non nasconde i rischi di un inevitabile aumento della tensione tra Washington e Islamabad. Il piano non ha ancora luce verde ma, avverte il giornale, c'è chi sta facendo forti pressioni per un'escalation delle operazioni clandestine che violano platealmente la sovranità territoriale pachistana e che sono all'origine delle maggiori frizioni tra Pakistane Stati uniti. Il giornale fa anche menzione di operazioni clandestine messe a segno dai Counterterrorism Pursuit Teams, in sostanza gruppi di miliziani afgani istruiti dall'antiterrorismo americano e dalla Cia (sarebbero almeno sei, di cui il Nyt menziona la Paktika Defense Force, attivi in Afghanistan e addestrati a operazioni speciali oltre confine). Tra i loro compiti, quello di mettere a segno incursioni nelle aree tribali pachistane, al confine con l'Afghanistan.
Questa “pachistanizzazione” del conflitto combattuto nei due Paesi aprirebbe dunque un nuovo fronte della guerra o, quantomeno, rafforzerebbe l'opzione che chiede una maggior pressione su Islamabad, cosa di cui la nota della Casa bianca di dicembre non aveva fatto menzione anche se si sottolineava l'importanza della strategia degli attacchi mirati. Da settembre, per altro, e cioè in tre mesi e mezzo,i droni hanno condotto almeno una cinquantina di attacchi nel Nord Waziristan (sede di talebani, qaedisti e di affiliati alla rete Haqqani) contro i 60 dei precedenti otto mesi.

Se un aumento della pressione sul Pakistan piace al governo afgano, l'esecutivo di Karzai non è però troppo convinto della nuova strategia americana. Il portavoce del presidente, Wahid Omar, ha detto ai giornalisti che se anche ci sono parti del dossier presentato dalla Casa bianca alcuni giorni fa che raccolgono il favore del governo, la Revisione della strategia in Afghanistan non è sufficientemente attenta ad alcuni problemi, il primo tra i quali riguarda le vittime civili. Il governo lamenta anche scarsa attenzione allo sviluppo economico e alla messa al bando delle organizzazioni “parallele” di contractor e, infine, che i successi sbandierati dall'Amministrazione restano “fragili e reversibili”. Tra l'altro è bene sottolineare che tra Kabul e Islamabad è in corso in qualche modo una trattativa sul futuro del negoziato di pace afgano e che un inasprimento della tensione tra Washington e Islamabad rischia di avere contraccolpi anche in Afghanistan.

Quanto all'aumento delle vittime civili in Afghanistan, il ministero dell'Interno afgano ha reso noto che settimana scorsa si è assistito a un incremento del 76% dei morti in gran parte dovuto agli ordigni che la guerriglia piazza lungo le strade per colpire i mezzi militari Nato. Anche gli attacchi talebani sono cresciuti del del 16%. Ma l'argomento dei raid aerei resta sensibile. Una nota diffusa ieri da Oxfam International (in Afghanistan è una delle maggiori Ong presenti) l'organizzazione umanitaria di origine britannica, faceva rilevare come nella Revisione della Casa bianca non avesse trovato posto adeguato la protezione dei civili: uno dei “punti critici” su cui la comunità internazionale dovrebbe appuntare la sua attenzione.

domenica 26 luglio 2009

NON DITE PIU' AFPAK

Contrordine diplomatico. L'acronimo AfPak, che fece la sua prima apparizione tra marzo e aprile scorso ad indicare l'intenzione di Obama di considerare i due paesi in un'unica strategia, non di deve usare. Anzi non si usa già più. I giornali americani lo hanno abbandonato e quelli pachistani, cui non è mai piaciuto, gli preferiscono da sempre “Pak-Afghan”, se devono parlare delle due aree o della frontiera.
Non si è potuto usare nemmeno al summit di Trieste, organizzato dalla Farnesina alla vigilia del G8 dell'Aquila, dove il termine campeggiava in tutti i documenti ufficiali. I funzionari hanno dovuto correre ai ripari per evitare un incidente diplomatico nell'incontro che avrebbe visto partecipare i ministri degli Esteri di Stati Uniti (poi la Clinton restò a casa infortunata) ma soprattutto di Pakistan e Afghanistan, Qureshi e Spanta. La mossa riparatrice andò a buon fine e si evitò l'incidente diplomatico per un soffio: nella foto finale, Frattini poté farsi riprendere con ai lati i due capi della diplomazia della regione.
L'ordine di scuderia era arrivato dagli americani a cui i pachistani avevano esposte le ragioni della loro antipatia per un termine che, mettendo assieme i due paesi, evoca brutti incubi. Il penultimo dei quali risale a novembre. L'ultimo è solo di qualche giorno fa.

L'incubo di novembre è un esercizio di geopolitica grafica applicato a una mappa che girava negli ambienti neocon, sempre creativi nel ridisegnare il mondo: mostrava un Pakistan sensibilmente ridotto a una sorta di mezzaluna incastrata tra India e Afghanistan, che si sarebbe mangiato le aree tribali mentre il Sudovest sarebbe diventato un “Free Belucistan”, da poter meglio controllare. Esercizi appunto. Ma abbastanza da innervosire Islamabad per quella che vedevano – come spiegava il New York Times citando una fonte anonima - “una collaborazione tra India e Afghanistan per distruggere il Pakistan”. Vecchie paranoie? Sicuramente, ma che devono essere riemerse anche in giugno, quando l'ambientalista radicale Hazel Henderson ("Ethical Markets: Growing The Green Economy") ha resuscitato in un articolo il vecchio fantasma del Pashtunistan (uno stato a cavallo di Afghanistan e Pakistan che comprenda le due aree etnicamente omogenee). Infine l'ultima questione, oggetto anche dei recenti colloqui a Islamabad dell'inviato di Obama Richard Holbrooke. I pachistani non sono solo preoccupati della cosiddetta “guerra dei droni” con cui, dall'Afghanistan, gli americani colpiscono le supposte basi qaediste nelle aree tribali pachistane senza star troppo attenti alle vittime civili. Islamabad teme che l'offensiva americana in corso nell'Helmand possa spingere i talebani a costruire basi più pesanti nelle retrovie del Belucistan, la provincia sudoccidentale pachistana già a rischio per fermenti secessionisti.

Per tener buona Islamabad Holbrooke non si è limitato a cancellare l'acronimo AfPak. Ha anche portato in Pakistan promesse di nuovi fondi: 165 milioni di dollari per gli sfollati della valle dello Swat. E oltre all'assistenza per i profughi interni Holbrooke ha messo sul piatto altri 45 milioni che per la ricostruzione nelle aree sconvolte dalla recente guerra nelle zone a Nord della regione tribale: ponti, strade, scuole utilizzando soprattutto manodopera locale.
Ma se ha allargato i cordoni della borsa e ceduto sull'AfPak, Holbrooke ha messo in guardia Islamabad: Pakistan e Afghanistan restano i due interlocutori privilegiati ma non si può fare finta che l'India non esista e senza la sua collaborazione non si andrebbe lontani. Anche se questo non vuol dire metter mano alle mappe.

sabato 4 luglio 2009

COLPO DI SPADA E DRONI

Droni Usa e truppe pachistane nel Waziristan mentre continua l'operazione "Colpo di spada" nell'Helmand dove le truppe americane appoggiate dal Regno Unito trovano scarsa resistenza. Attacco agli italiani: due feriti lievi a Farah. La Russa e Frattini riferiranno in parlamento mercoledi

Secondo giorno dell'operazione congiunta antitalebana nell'Helmand, nell'Afghanistan del Sud, ed ennesimo incidente tra talebani e soldati italiani nell'Ovest del paese. Operazione militare congiunta nel Waziristan pachistano. L'AfPak, l'acronimo che identifica la regione della guerra e con cui ormai si raccontano i conflitti che si combattono dalle due parti della frontiera tra Afghanistan e Pakistan, è tornata ieri sotto i riflettori della cronaca.
Un raid aereo statunitense nel Sud del Waziristan, nelle aree tribali del Pakistan al confine con l'Afghanistan, ha ucciso almeno 15 “militanti” mentre 2287altre 33 persone sono state ferite. Le virgolette restano d'obbligo (solitamente le vittime sono in maggioranza civili) anche se la fonte sono giornalisti locali. Secondo la stampa pachistana dunque, tra le vittime vi sarebbero sia talebani pachistani sia combattenti “stranieri”, qaedisti ospiti della guerriglia locale. L'obiettivo dell'attacco missilistico era il rifugio del leader talebano Beitullah Mehsud e il drone americano – secondo le ricostruzioni - ha sganciato tre missili contro la casa di Kokat Khel, un comandante talebano che vive nel distretto di Ladha, considerato il feudo di Mehsud. Non è chiaro però se tra le vittime vi siano o meno comandanti talebani di rilievo. Il drone stava probabilmente appoggiando l'offensiva dell'esercito pachistano proprio contro i santuari di Meshud in Waziristan Intanto, sempre in Pakistan, un elicottero militare è caduto mentre sorvolava una zona a una ventina di chilometri da Peshawar, la capitale della Provincia della Frontiera del NordOvest, e sono morti i 26 soldati a bordo. L'incidente avrebbe cause tecniche.

Di altro segno
e di altra collocazione geografica l'Operazione Khanjar (Colpo di spada in pashto), il vasto operativo militare messo in campo da 4mila marine, diverse centinaia di soldati afgani e almeno 800 soldati britannici nella bassa valle dell'Helmand, la vasta provincia pianeggiante del Sud dell'Afghanistan dove si producono ingenti quantità di oppio. La resistenza incontrata è stata scarsa, stando a quanto riferito dal portavoce della spedizione capitano William Pellettier, un elemento che lascia capire come i talebani abbiano scelto – nel loro stile – di evitare lo scontro diretto. Sarà dunque complesso tener fede alla promessa che “quanto prenderemo terremo”, come aveva detto l'altro ieri il comandante dei marine americani al Sud, generale Nicholson, a inizio operazione.





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mercoledì 1 luglio 2009

DURAND LINE, THE DAMNED BORDER

Tra cronaca e storia
(nell'immagine a destra: sir Henry Mortimer Durand. Più sotto, le gole del Khyber Pass)

L'epopea dell'Impero britannico nel subcontinente indiano lasciò diversi frutti avvelenati. Alcuni di questi riguardavano – e riguardano - la frontiera che il righello coloniale aveva tracciato durante le ultime stagioni del Raj, quando la Corona aveva preso il posto della Compagnia delle Indie e Londra voleva tutelarsi dalle mire zariste al confine occidentale. Altri ancora, sempre all'interno della geografia dell'Impero, riguardavano i confini tracciati da burocrati e genieri di sua Maestà per dividere il Pakistan, la terra dei puri voluta dai musulmani indiani e dal loro capo, Ali Jinnah, per separarsi dall'India di Nehru, Gandhi e del Partito del Congresso.

Il righello di Sua Maestà britannica

All'indomani della Partition del 1947, la divisione del Punjab, la ricca terra dei cinque fiumi, parlò subito il suo linguaggio di morte quando, nell'agosto del '47, la geografia delle mappe si trasformò in realtà di fatto dando luogo e a un esodo senza precedenti di oltre 14 milioni di individui al di qua e al di là della linea di demarcazione tracciata grossolanamente da Sir Cyril Radcliffe, che aveva diviso in due villaggi e stalle, canali di irrigazione e proprietà. Sul fronte Est, nella bizzarra enclave del Pakistan orientale – una porzione del Bengala oggi Bangla Desh - il veleno brillò agli inizi degli anni Settanta. Scatenò una guerra tra India e Pakistan e portò alla secessione di bengalesi “pachistani” che non si riconoscevano nell'artefatto gemello occidentale guidato da islamabad. Ma non era finita lì.
Alla fine dell'800, nel 1893, la geometria coloniale aveva tracciato un altro confine lungo 2.640 chilometri e che serviva a separare in modo evidente l'Afghanistan, di cui Londra non era riuscita ad aver pienamente ragione, dai territori sotto dominio britannico. Quel frutto avvelenato, quell'eredità geopolitica, quel lascito figlio di un calcolo attento e perverso, doveva rilasciare il suo veleno lentamente. Sino ad esplodere definitivamente con l'invasione sovietica dell'Afghanistan e, in seguito, con l'epopea talebana sino all'occupazione dell'Afghanistan da parte della Nato a partire dagli inizi del nuovo secolo. La “Durand Line”, la frontiera maledetta tra Pakistan e Afghanistan che divide in due le aree abitate dai pashtun, omogenee per tradizioni e costumi, è oggi il segno tangibile che il concetto di “AfPak” - la nuova regione geopolitica che ha per sigla l'acronimo che accorpa i due paesi - non è affatto peregrino. E' lungo questa frontiera infatti, non meno che a Kabul o a Islamabad, a Washington o a Bruxelles, che si decide il destino di Pakistan e Afghanistan e delle tante guerre che vi si combattono. A cavallo della frontiera.

La scommessa di Mortimer Durand

La Durand line si deve al lavoro di Sir Mortimer Durand, all'epoca segretario agli Esteri del governo del Raj. La nuova frontiera, destinata a chiudere contenziosi antichi e soprattutto a chiarire quale fosse - soprattutto in chiave anti russa - il bastione difensivo occidentale di Sua Maestà britannica, definiva le zone di influenza dell'India britannica e dell'Afghanistan. Il suo tracciato scatenò all’epoca una rivolta tribale nelle aree pashtun, che per essere contenuta, richiese l’invio di 35mila soldati. Fu solo una delle tante perché, racconta Olaf Caroe nel suo monumentale “The Pathans”, andare a ispezionare le aree tribali pachistane era per l'esercito si sua Maestà un'avventura. Il fuoco dei cecchini, appostati sui fianchi delle gole lungo tratturi polverosi arsi dal sole d'estate o bruciati dal gelo delle nevi invernali, faceva il tiro a segno coi soldatini dell'Union Jack. Uno dei luoghi più pericolosi era il Waziristan, una vasta area tribale controllata da diversi clan spesso in guerra tra loro. E' un nome che, da qualche anno, abbiamo imparato a memoria.
La frontiera è da sempre occasione di contenziosi e persino di scambi di poco amichevoli proiettili dalle due parti. E il suo nome si è legato, nell'andirivieni della storia, al fantasma del del Pashtunistan – terra dei pashtun – una Padania etnicamente pura che comprenderebbe un territorio vasto quanto l'Italia. A turno questo fantasma è stato agitato da questo o quell'attore ed è un'idea che resta nell'immaginario collettivo dei pashtun e dei patahn, i due nomi con cui la stessa comunità è conosciuta al di qua e al di là della frontiera. Fantasma agitato e molto temuto. A Kabul come a Islamabad che, nel 2006, aveva addirittura pensato di minare la dannata linea di Durand. Fantasma provocatoriamente agitato recentemente anche da un'economista “verde” (Hazel Henderson, l'autrice di "Ethical Markets: Growing The Green Economy") quale soluzione possibile per prosciugare il pantano che sta soffocando i due paesi....

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martedì 30 giugno 2009

AFGHANISTAN, COSA NE PENSO DELLA GUERRA

STALLO AFGANO è il titolo che ho dato a un contributo per la newletter del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente, un'organizzazione e un sito che mi piace e che è pieno di spunti e risorse. Mi ha così dato l'occasione di riflettere su quanto è avvenuto a Trieste ma anche su quello che forse si potrebbe fare. Insomma, come la penso su questa guerra. In effetti...

...Chi sperava che il vertice dei ministri degli Esteri del G8, riunitosi a Trieste dal 25 al 27 giugno, indicasse una nuova strategia per superare la guerra in corso in Afghanistan dal 2001 è rimasto deluso.

Il G8 e l'AfPak

La Conferenza, che avrebbe dovuto essere dedicato soprattutto alla stabilizzazione dell'AfPak (l'acronimo con cui si indicano Pakistan e Afghanistan ormai ritenute un insieme geopolitico), si è in realtà occupata del conflitto con una riunione informale allargata solo nel pomeriggio del penultimo giorno e nella mattinata dell'ultimo, così che nella dichiarazione finale del summit, resa nota già venerdi, i capi della diplomazia mondiale di tutto hanno parlato (dall'Iran alla pirateria) ma senza far menzione della guerra.
Quanto alla riunione “informale” che ha concluso i lavori del vertice, il suo unico merito sembra esser stato quello – il che certo non è poco ma neppure molto – di aver fatto sedere allo stesso tavolo 24 paesi, che si sono trovati d'accordo – come ha spiegato il ministro Frattini – nel dare avvio a un processo virtuoso di maggior "coerenza e concretezza" negli sforzi verso l'Afghanistan che fino a oggi, ha ammesso il ministro, "non sempre sono stati coordinati fra di loro". Ma oltre a spiegare che l'Afghanistan, rimane "un'area di preoccupazione" per la comunità internazionale e che, in quanto tale, merita "aiuto, sostegno e incoraggiamento" attraverso una più stretta "collaborazione regionale" con il coinvolgimento anche dei paesi vicini, il summit non sembra aver partorito molto di più. Non solo: la macroscopica assenza di Teheran – che ha declinato l'invito triestino – potrebbe persino far pensare che il vertice sia in gran parte fallito. Di che collaborazione dei paesi vicini si può infatti parlare se manca l'Iran, la nazione più importante con il Pakistan, tra quelle confinanti?. Frattini ha spiegato che "l'Iran è solo uno dei molti paesi vicini, tutti gli altri hanno collaborato costruttivamente" e ha aggiunto che "ci sono temi come il traffico di droga sul quale credo che l'Iran abbia grande interesse a cooperare e spero che in futuro coopererà". Un auspicio, niente di più. Ma non è tutto.

Assenze ingombranti


La guerra in Afghanistan si può definire in molti modi: un conflitto interno tra gruppi insurrezionalisti che combattono un governo centrale debole appoggiato da forze straniere; la prima vera guerra che impegna la Nato fuori dai suoi “confini naturali”; una “guerra americana”. Tutti gli elementi di analisi porterebbero a considerare quest'ultima accezione come la più corretta. Gli Stati Uniti hanno in Afghanistan una missione militare (Operation Enduring Freedom, Oef) che sfugge al comando di Isaf/Nato, autorizzato a operarvi da un mandato del Consiglio di sicurezza; controllano la leadership afgana (come si evince dalle manovre attorno alle candidature per le presidenziali di agosto); sono il maggior donatore sul piano militare e civile; la loro influenza sugli alleati occidentali è fortissima.
Il basso profilo tenuto dagli Stati Uniti a Trieste, dove per motivi di salute il segretario di Stato Clinton si è fatta sostituire da un funzionario del Dipartimento di Stato, ha corroborato l'opinione che solo Washington sia effettivamente in grado di indicare una strategia. E che in sua assenza, gli europei – e non solo loro – non siano in grado di indicare non soltanto una via d'uscita (exit strategy, una locuzione che si fa sempre più strada nel parlamento statunitense e nella stampa americana) ma nemmeno i nodi principali del conflitto: il quadro del processo di riconciliazione nazionale (cioè il dialogo con i talebani); il problema delle stragi di civili; la convivenza del doppio mandato tra Isaf/Nato e Oef; una miglior cooperazione allo sviluppo che incida sulla vita degli afgani e aumenti un consenso alla presenza occidentale decisamente in declino; una precisa svolta che superi la mera “opzione militare”.
Benché la nuova amministrazione americana abbia iniziato ad affrontare tutti questi punti (apertura sul negoziato, promozione del cosiddetto “civilian surge”, consistenza della spesa in cooperazione e infine una ridefinizione della strategia militare che limiti i raid aerei e le vittime civili) essa appare ancora nebulosa e, soprattutto, prigioniera dello scontro tra le nuove idee di Obama e dei suoi consiglieri (tra cui Ahmed Rashid e il professor Rubin Barnett), i settori del Pentagono e del Dipartimento di Stato ancora fedeli alle tattiche del suo predecessore e una macchina della guerra che sembra ormai autoalimentarsi. Se dunque a questa nebulosa, non priva di spunti interessanti e importanti, si associa l'incapacità europea sia di sostenere adeguatamente la nuova politica americana sia di consigliarla al meglio, l'impressione che se ne ricava è che ormai il conflitto sia in una fase di stanca, di stallo diplomatico e di impasse militare, condito da una totale mancanza di una strategia (europea) che ne possa indicare il superamento. La macchina insomma sembra assai logora.

Quale svolta?

Poiché l'impasse, politico, diplomatico e di consenso, esiste fortunatamente anche dall'altra parte del campo, segnatamente nelle file di una guerriglia disomogenea e, al momento, incapace di creare un fronte comune tra le sue diverse anime, il momento non potrebbe essere più opportuno per tentare una svolta definitiva di cui l'Europa, il maggior contributore della coalizione, dovrebbe farsi promotrice. Come articolarla?
Il negoziato tra il governo e i talebani è una realtà, per quanto fragile, già in atto da diversi mesi e si è allargato ad altre figure come quella di personaggi del calibro di Hekmatyar. Il processo andrebbe rafforzato, spiegato alla società civile (in molti casi contraria a scendere a patti con l'ancién regime in turbante), coadiuvato dallo studio di strumenti legislativi adeguati e da un piano di assorbimento dei futuri ex guerriglieri. La “ownerwrship afgana”, da più parti sbandierata, andrebbe affettivamente rafforzata e resa efficace (qualche segnale in questa direzione già c'è) con un piano di lungo termine che preveda la presenza di consiglieri ma che effettivamente consegni al governo afgano (cosa che al momento non è) la direzione degli affari di stato - e la gestione della sicurezza - anche attraverso il ripristino delle strutture di consultazione tribale (loya jirga) destrutturate o private di potere dall'amministrazione “controllata” messa in campo dagli occupanti; una revisione dei piani di cooperazione con investimenti mirati ai bisogni primari reali (sanità in primis, educazione, servizi come acqua e luce, controllo dell'ambiente); la costruzione di un archivio e di un catasto che si accompagni a una riforma agraria, vero nodo di tutti i conflitti afgani e primo tassello della guerra alla produzione dell'oppio e al narcotraffico; un piano di costruzione di strumenti di democrazia “dal basso” in una società in cui, attualmente, il potere rappresentativo è in mano ai vecchi comandanti mujaheddin protetti da una legge di amnistia.
Infine, sul piano militare, senza prevedere un ritiro immediato delle truppe - che consegnerebbe il paese, nella situazione attuale, a una nuova stagione di caos e di guerra civile - andrebbero sempre più ridotte le azioni militari occidentali, prefigurando un cessate il fuoco unilaterale e restituendo all'Isaf il suo primigenio mandato, quello di una presenza di stabilizzazione. Un'idea impossibile però se prima non si chiarisce ruolo e autorità delle due missioni (Nato e Oef) che attualmente convivono parallele in un conflitto che non ha una direzione né un unico comando operativo. Una confusione pericolosa che sinora ha fatto gravissimi danni di cui, soprattutto i militari europei, sono ben consci. Anche se nessuno di loro ha il coraggio di ammetterlo pubblicamente.

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domenica 28 giugno 2009

LA GUERRA E IL TOPOLINO DI TRIESTE

La diplomazia italiana la considera una sua vittoria e probabilmente anche un recupero sulle critiche piovute sulla dichiarazione del G8 dei ministri degli Esteri conclusosi ieri a Trieste, e resa nota venerdi, accusata di esser stata molto blanda sull'Iran e priva di indicazioni sull'Afghanistan. Ma dalla riunione “informale” e allargata sull'AfPak (acronimo che indica Afghanistan e Pakistan) - tenutasi tra venerdi sera e ieri mattina nella città friulana - qualcosa sarebbe uscito anche se, in realtà, sembra trattarsi più di un'indicazione di metodo che non di merito.
Trieste attesta che l'appuntamento della diplomazia (24 paesi) avrebbe stabilito una nuova azione coordinata verso l'Afghanistan da parte di tutti i paesi in qualche modo interessati alla stabilizzazione della regione. Così sintetizza il ministro degli Esteri Franco Frattini, in partenza per Corfù per il vertice Nato-Russia in cui è stato preceduto, a sorpresa, da Berlusconi.

Grazie alla tre giorni a Trieste – dice il ministro - può esserci adesso più «coerenza e concretezza» negli sforzi verso l'Afghanistan che fino a oggi «non sempre sono stati coordinati fra di loro». L'Afghanistan, aggiunge Franco Frattini, rimane «un'area di preoccupazione» per la comunità internazionale che però merita «aiuto, sostegno e incoraggiamento» attraverso una più stretta «collaborazione regionale» con il coinvolgimento anche dei paesi vicini.
Il capo della diplomazia italiana dice in sostanza quel che si va ripetendo da anni e la sua sintesi sembra più che altro far stato dell'avvio di un processo regionale negoziato, per altro già in corso, che sembra restar tanto più faticoso quanto più è stata sottolineata la grande assenza di Teheran. Frattini minimizza: «l'Iran è solo uno dei molti paesi vicini, tutti gli altri hanno collaborato costruttivamente» e aggiunge «ci sono temi come il traffico di droga sul quale credo che l'Iran abbia grande interesse a cooperare e spero che in futuro coopererà». Berlusconi da Corfù aggiunge la ciliegina: «Adesso abbiamo bisogno anche della federazione russa per l'Afghanistan, visto il suo ruolo centrale nella regione da cui potrebbero partire le missioni terroristiche». Un'ultima novità: per le presidenziali Roma manderà 500 soldati, 100 in più del previsto.

Il summit però sembra aver tralasciato i temi veri: dove va la guerra e dove va, se c'è, il negoziato, internazionale ma soprattutto interno, per certificarne la fine. Esiste insomma una strategia o, per meglio dire una exit strategy, seppur sotto banco invocata persino dagli americani? Una mezza novità arriva da Kabul dove il presidente Hamid Karzai ha ieri fatto appello ai «fratelli talebani» perché si registrino nelle liste elettorali e si rechino a votare alle elezioni presidenziali e provinciali di fine agosto. Frattini apprezza e, dice, la strategia di Karzai per qualche forma di riconciliazione nazionale è «da incoraggiare fortemente». In fondo anche questo è un segno dei tempi. Ma da Trieste non esce molto di più soprattutto su una strategia di riconciliazione nazionale che faccia tacere le armi. La montagna, anche questa volta, partorisce un topolino.

Intanto però la guerra va avanti. Ieri un ennesimo ordigno è esploso al passaggio di una pattuglia di militari italiani a 40 chilometri a NordEest di Farah, nell'Ovest dell'Afghanistan, area di competenza del Comando Ovest di Isaf/Nato comandato dagli italiani: nessuno è rimasto ferito grazie alla blindatura del Lince su cui viaggiavano anche se il mezzo è stato invece gravemente danneggiato. E non è stato l'unico episodio: un attacco con armi automatiche è avvenuto sempre nella stessa area di Farah mentre una pattuglia di paracadutisti della Folgore era in perlustrazione. Quanto al primo incidente, la pattuglia si stava recando nella località di Bala Bolok dove una caserma dell'esercito afgano era stata assaltata da un gruppo di guerriglieri.
Bala Bolok è il luogo dove, agli inizi di maggio, un raid a tappeto dell'aviazione americana ha fatto strage di civili per colpire dei talebani: sarebbero almeno 140 secondo le autorità locali (bilancio respinto al mittente dai militari Usa), la strage numericamente più rilevante dall'inizio della presenza occidentale (2001) in Afghanistan.

L'attacco agli italiani (che bombardamenti non ne fanno) rientra nella gran confusione che circonda la due missioni parallele: Isaf/Nato (cui partecipa anche Roma) e Enduring Freedom (Oef, a sola partecipazione americana) completamente disgiunte (benché, si dice, coordinate) come catena di comando e decisioni operative. Ma a Trieste di questo, uno dei maggiori problemi della guerra e che rimanda alle responsabilità per le stragi di civili, non si è fatto parola. Come al solito. As usual, direbbero gli americani.

martedì 23 giugno 2009

L'IRAN FUORI DALLA PORTA

L'Iran non ci sarà alla Conferenza diplomatica del G8. E in effetti nessuno li vuole gli iraniani a trieste, invitati davvero scomodi. Ma ha senso tener fuori dalla porta Teheran, attore primario din Afghanistan, proprio quando di quel paese si discute?

Se non fosse per Karl Bildt, il ministro degli Esteri della Svezia, paese che avrà la prossima presidenza Ue, il clima che circonda la tre giorni di Trieste, non dei più sereni. Soprattutto per l'inviato numero uno – l'Iran – alla Conferenza diplomatica organizzata dalla presidenza italiana del G8 per discutere, in chiave regionale, del conflitto afgano e delle turbolenze che attraversano il Pakistan. Secondo Bildt «abbiamo interesse a impegnare l'Iran non solo sul dossier nucleare, ma su altre questioni, come l'Afghanistan e il Pakistan», lasciando aperto il canale del dialogo. In una parola, condannare si, ma non chiudergli in faccia la porta di Trieste, dove la Conferenza sull'”AfPak” si terrà da giovedi a sabato prossimo. Ma quella di Bildt è apparsa come l'unica nota fuori da un coro che invece la porta vorrebbe tenerla chiusa, se si esclude il basso profilo degli americani (dovrebbe essere presente la Clinton) mantenuto anche sull'appuntamento di Trieste.

Il fuoco di fila lo inizia il ministro Frattini in mattinata dichiarando che «in un momento del genere, noi non sappiamo quale tipo di contributo l'Iran potrebbe dare alla nostra discussione di venerdì... è una questione di concretezza e pragmatismo». In seguito la Farnesina ha chiarito che si aspettava una risposta da Teheran sull'invito a partecipare al G8 dei ministri degli Esteri di Trieste e che «se entro oggi (ieri per chi legge) non ci sarà una risposta - spiegava il portavoce della “Casa” Maurizio Massari – interpreteremo questa non risposta con una non disponibilità a partecipare ». Inoltre, aggiungeva Massari chiosando il ministro “sarebbe difficile in questa situazione pensare che l'Iran possa portare un valore aggiunto all'esercizio sulla stabilizzazione dell'Afghanistan». Gli faceva eco l'ufficio del portavoce del ministero degli Esteri di Teheran secondo cui – riferiva l'Ansa - l'Iran «non ha ancora deciso» se partecipare (e in effetti la decisione non è arrivata). Tutto in effetti rema contro.

«Credo davvero che sarebbe cosa giusta e saggia ritirare l'invito nei confronti dell'Iran», dice a Radio Radicale la vicepresidente del Senato Emma Bonino, facendosi portavoce di posizioni simili soprattutto nella maggioranza (Fiamma Nirenstein in primis). E se i membri della Ue dovrebbero pensare a convocare gli ambasciatori dell'Iran accreditati nelle rispettive capitali - suggerisce la presidenza di turno (ceca) da Praga - in Italia il centrodestra propone una manifestazione, ovviamente bipartisan (l'idea è del ministro Bondi), che già raccoglie le prime adesioni. Difficile per un governo mandare i suoi emissari in presenza della convocazione del suo ambasciatore e mentre il Palazzo italiano manifesta contro quello iraniano...

A sinistra si resta più cauti, forse continuando a pensare che, anche se molto delegittimato, il governo dell'Iran è, in Afghanistan, pur sempre un attore primario e del quale è difficile fare a meno. Solo Gianni Vernetti del Pd, proponendo uno scenario cileno, chiede di aprire la nostra ambasciata a feriti e oppositori perseguitati dal regime. Bildt che direbbe? Certe cose forse è meglio farle senza dirle. Questione di concretezza e pragmatismo, come ha detto Frattini.

martedì 12 maggio 2009

IL LASCITO AVVELENATO DI SIR MORTIMER DURAND

La “Durand Line”, la frontiera maledetta tra Pakistan e Afghanistan che divide in due le aree abitate dai pashtun, omogenee per tradizioni e costumi, si deve al righello coloniale di Sir Mortimer Durand, ai tempi segretario agli Esteri del governo del Raj britannico. Definiva le zone di influenza dell'India britannica e dell'Afghanistan e il suo tracciato scatenò all’epoca una rivolta tribale nelle aree pashtun, che per essere contenuta, richiese l’invio di 35mila soldati. Era il 1893.
Poi, come molte delle geometrie della geopolitica coloniale, fu perenne occasione di contenziosi, ombreggiati dal fantasma del Pashtunistan – terra dei pashtun, un territorio vasto quanto l'Italia - più volte agitato dalla leadership di Kabul e che non dispiaceva a Mosca. Islamabad, alla fine del 2006, voleva addirittura minarla.

Comprendere il lascito di queste alchimie è sempre complicato: a cominciare dalla nascita del Pakistan stesso, un paese creato ad hoc per i musulmani dell'India. E che sembra covarsi in seno le serpi che lo stanno distruggendo. Sia le radici del Pakistan e la sua tragica nascita nel 1947, sia gli effetti perversi della Durand Line, sono lo sfondo di almeno cinque conflitti che si dipanano, con tempi alterni e alterne vicende, lungo la frontiera maledetta: in questi giorni sono i distretti attorno alla valle di Swat che attirano l'attenzione, mentre nell'area occidentale al di là della Durand, in Afghanistan, ogni giorno, più o meno raccontata, si srotola la guerra tra talebani e Isaf/Nato.

Accanto a queste due guerre, ve n'è una terza che si combatte nelle zone tribali pachistane: le aree autonome ad amministrazione federale (Fata) e che contano sette agenzie abitate da pashtun, la cui più nota è il Waziristan, luogo che diede molto filo da torcere anche alla corona di Sua Maestà. E' chiaro che questi tre conflitti, tra loro diversi per rivendicazioni e aspirazioni tutto sommato locali (il jihad globale di Al Qaeda non ha poi questa gran presa), tendono a saldarsi proprio sulla porosa frontiera che divide il mondo pashtun. Tanto da aver dato origine a un quarto conflitto in quell'area, che vede probabilmente allearsi forze diverse (paktalebani e aftalebani): si tratta del mordi e fuggi lungo il passo di Kyber, l'unica via d'accesso dal Pakistan del Nord all'Afghanistan (la via che passa da Sud è impraticabile). Da qui transitano convogli nell'ordine del migliaio al giorno che riforniscono il commercio afgano ma anche l'enorme macchina militare americana e della Nato. Basta far saltare un ponte, minare un tratto di strada, “cecchinare” dalle alture incontrollate delle gole, e il gioco e fatto. Tanto da aver obbligato Nato e Usa a negoziare un nuovo passaggio della logistica della guerra attraverso le frontiere dei paesi dell'ex Urss.

La guerra del Kyber, se si può accettare questa suddivisione in micro conflitti dello scacchiere “AfPak”, è una sorta di nodo di saldatura di interessi diversi: gli aftalebani, il cui obiettivo è liberare il proprio paese, boicottano l'arrivo della macchina della guerra occidentale. I paktalebani, sia delle agenzie tribali sia della valle di Swat, la cui aspirazione è una sorta di stato nello stato governato dalla sharia tribale dei pashtun, ci vedono il mezzo per far guerra al sostegno infedele di cui gode Islamabad. Se questi movimenti si unissero in un unico fronte – ipotesi cui mullah Omar sta cercando di lavorare sembra senza troppa fortuna – la cosa si farebbe davvero spinosa. E la vera fortuna è che in realtà troppo lontani sono gli obiettivi, prettamente “nazionali” o locali, di queste piccole “leghe” islamiste. In grado, sinora, solo di creare alleanze tattiche, ognuno in vista dei propri obiettivi. Ma c'è anche un altro fronte.

Nel Sud del Pakistan si trova il Belucistan, abitato da popolazioni che sconfinano sia in Afghanistan sia in Iran. Territorio negletto (come le aree tribali) dal governo centrale, il Belucistan è strategico non solo perché asse nevralgico del commercio interasiatico ma, soprattutto, perché i cinesi hanno investito nel porto pachistano di Gwadar, nervo scoperto per l'India, accusata di aver sobillato il movimento indipendentista beluci. Nato negli anni Settanta con ispirazione vagamente marxista, è ora diviso in diversi gruppi e gruppuscoli, alcuni dei quali pericolosamente attratti dai talebani e dall'islam radicale.