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domenica 12 giugno 2016

Bangladesh, caccia agli islamisti

Il Califfo di Daesh e il progetto
 Bangladesh, In concoirrenza con Aqis
L’ondata di omicidi mirati di miscredenti, atei, blogger, attivisti lgbt non accenna diminuire in Bangladesh dove venerdi è stato ucciso Nitya Ranjan Pandey, di 60 anni, un volontario che lavorava in un monastero hindu nel distretto di Pabna, cinque ore di macchina a Ovest della capitale. Daesh ha rivendicato attraverso l’agenzia Amaq, monitorata dal Site Intelligence Group.

Nel giro di un mese, tre appartenenti a minoranze sono stati uccisi: un sacerdote hindu, Ananda Gopal Ganguly, di 70 anni, il proprietario cristiano di un negozio - Sunil Gomes di 60 - e, a metà maggio, un monaco buddista di 75, Mongsowe U Chak, ucciso nel tempio dove viveva solo nel Sud del Paese. Il nuovo omicidio avviene mentre già la polizia del Bangladesh ha messo in piedi una caccia agli islamisti che avrebbe già visto fermi e arresti di almeno 1800 persone. La caccia all'uomo è mirata soprattutto a due gruppi fuori legge - Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh (Jmb) e Ansarullah Bangla Team (Abt) – ma anche agli attivisti di un partito legale, la Jamaat-e-Islami, la più vasta e importante organizzazione islamista del Bangladesh. La caccia è in realtà cominciata in grande stile dopo assassinio, alcuni giorni fa, di Mahmuda Aktar, la giovane moglie di un investigatore di polizia impegnato nelle indagini sui movimenti jihadisti che colpiscono attivisti e minoranze. Mahmuda è stata uccisa a Chittagong, la seconda città del Bangladesh, davanti al figlioletto di sei anni. Sarebbe stata giustiziata proprio per il lavoro del marito, legato alle indagini che cercano di capire chi è dietro all'uccisione di laici e sacerdoti, minoranze e omosessuali, blogger e attivisti. In particolare il marito indagava sul Jmb, gruppo islamista messo al bando nel 2005 e che vorrebbe fare del Bangladesh un Paese governato dalla sharia. Si ispirerebbero ai talebani afgani e avrebbero simpatie per Al Qaeda anche se il 10 giugno Ansar al-Islam (Aai) - la “divisione” bangladese di Al Qaeda nel Subcontinente indiano (Aqis), costola di Al Qaeda in Asia sudorientale – ha emesso un comunicato di condanna dell’azione ai danni della donna. Un elemento che complica il quadro tra gli islamisti stessi, divisi tra simpatie qaediste e ammirazione per Daesh, in un reticolo di sigle e secessioni interne.

mercoledì 18 settembre 2013

L'ERGASTOLO E' POCO, PER L'ISLAMISTA CI VUOLE LA FORCA

La condanna a morte in Bangladesh di mullah Abdul Kader per i crimini commessi durante la guerra di liberazione dal Pakistan nel 1971 sembra a prima vista soprattutto un'aberrazione giuridica. Il vecchio islamista ultrasessantenne che appartiene, come molti altri sui compagni di partito condannati all'ergastolo o a morte, alla Jamaat-e-Islami, l'organizzazione islamista più importante del Paese, era stato condannato alla catena perpetua per le stragi perpetrate durante la guerra civile e aveva fatto ricorso alla Corte suprema. Ma proprio la Corte suprema, con una sentenza che per la prima volta nella storia del Bangladesh ribalta quella di un tribunale inferiore rendendola assai più dura, ha rifiutato il ricorso del mullah sull'ergastolo camminandogli la pena capitale.

La cosa è stata possibile perché, sostenuto da un forte movimento popolare, il governo laico della Lega Awami (che in parlamento gode di una fortissima maggioranza) prima ha istituito il tribunale ad hoc per i crimini del 1971, poi ha emendato la legge che ora gli consente di ricorre alla Corte suprema per chiedere, come ha fatto per il mullah, una pena più dura. Così, mentre si discuteva sull'ergastolo dell'islamista, si doveva anche decidere della richiesta del governo sulla pena di morte. A maggioranza la suprema Corte ha detto si alla proposta del governo suscitando un pandemonio. Aberrazione giuridica? Possibile visto che il tribunale ad hoc, istituito nel 2010, è già sotto accusa per una gestione poco garantista. Ma l'aberrazione ha molto a che vedere con la politica. Non solo capi e capetti della Jamaat sono in carcere e sono stati condannati a vita o a morte, ma ad agosto l'Alta corte ha deciso che la Jamaat non ha titolo per registrarsi alle liste della commissione elettorale per le elezioni del prossimo gennaio. Il partito ha fatto ricorso alla Corte suprema ma vista l'aria che tira l'esito potrebbe non essere positivo.
Il caso delle condanne e della bufera sugli islamisti è sulle prima pagine dei giornali ormai da mesi anche perché la piazza non è rimasta muta dal momento che le decisioni delle corti di giustizia sembrano motivate politicamente (pur se, come nel caso di mullah Abdul Kader, non si tratta di angioletti: guidava le forze paramilitari Al Badr contrarie alla secessione dal Pakistan col soprannome di "koshai", il macellaio di Mirpur). La mano in effetti è stata pesantissima, come nel caso di Ghulam Azam, ex leader del partito, che all'età di 90 anni se ne è visti comminare altrettanti di galera. Una piazza in rivolta significa morti in Bangladesh: più di cento vittime sono costate le proteste da gennaio a oggi e il clima è bollente. A Chittagong ci sono già stati incidenti e gli islamisti hanno chiamato alla serrata. Quanto al mullah, non è previsto che si possa ricorrere contro una sentenza della Corte suprema. Gli resta solo il perdono del presidente.