Nel marzo dell’anno scorso Nusrat, studentessa di una madrasa a Feni in Bangladesh, denuncia il suo preside alla polizia: un esponente religioso che la toccava in continuazione. Il 6 aprile viene attirata sul tetto della scuola e circondata da figure coperte con un velo integrale che le chiedono di ritrattare e che, al suo rifiuto, le danno fuoco. Nusrat riesce a scappare e col corpo quasi completamento bruciato arriva in ospedale dove morirà cinque giorni dopo. Fa in tempo però a far registrare tutta la vicenda al telefono del fratello. Ieri, il Tribunale per la prevenzione della repressione di donne e bambini di Feni ha condannato a morte il preside Siraj Ud Doula, che secondo la polizia ha ordinato l'omicidio dalla prigione dove si trovava per sospette molestie, due insegnanti e diversi alunni della classe di Nusrat tra cui due donne, una delle quali ha partorito in prigione. Due degli imputati condannati, Ruhul Amin e Maksud Alam, sono leader locali del partito al potere, la Lega Awami. In totale 16 persone che, se non saranno salvate dall’appello, penderanno a breve dalla forca.Visualizzazioni ultimo mese
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venerdì 25 ottobre 2019
16 condanne a morte per l'omicidio di Nusrat
Nel marzo dell’anno scorso Nusrat, studentessa di una madrasa a Feni in Bangladesh, denuncia il suo preside alla polizia: un esponente religioso che la toccava in continuazione. Il 6 aprile viene attirata sul tetto della scuola e circondata da figure coperte con un velo integrale che le chiedono di ritrattare e che, al suo rifiuto, le danno fuoco. Nusrat riesce a scappare e col corpo quasi completamento bruciato arriva in ospedale dove morirà cinque giorni dopo. Fa in tempo però a far registrare tutta la vicenda al telefono del fratello. Ieri, il Tribunale per la prevenzione della repressione di donne e bambini di Feni ha condannato a morte il preside Siraj Ud Doula, che secondo la polizia ha ordinato l'omicidio dalla prigione dove si trovava per sospette molestie, due insegnanti e diversi alunni della classe di Nusrat tra cui due donne, una delle quali ha partorito in prigione. Due degli imputati condannati, Ruhul Amin e Maksud Alam, sono leader locali del partito al potere, la Lega Awami. In totale 16 persone che, se non saranno salvate dall’appello, penderanno a breve dalla forca.giovedì 30 maggio 2019
Il martirio di Rafi
Nusrat Jahan Rafi aveva 19 anni quando il 6 aprile scorso un manipolo di suoi coetanei con qualche sodale più anziano l’ha attirata sul tetto di una madrasa del Bangladesh orientale e ha iniziato a minacciarla per una denuncia contro il superiore della scuola che la giovane aveva accusato di molestie sessuali: accusa che – seppur tra molte difficoltà - l’aveva portato in carcere. Ma quando Rafi si rifiuta di ritrattare, il branco reagisce cospargendola di kerosene e le dà fuoco. E’ la prova di un delitto premeditato. Rafi arriva in ospedale con l’80% del corpo bruciato. L’hanno trasferita a Dacca ma i medici non riescono a salvarla: muore cinque giorni dopo. Riesce però a raccontare la storia e a fare almeno in parte i nomi dei suoi assassini che conosce bene. Così ieri 16 persone, 12 delle quali già in carcere, sono state accusate del suo omicidio in base alla legge che in Bangladesh difende i diritti di donne e bambini. Rischiano la pena capitale. Una pena che si crede esemplare dopo che la polizia e gli investigatori hanno agito rapidamente tanto quanto i giudici che hanno ora in mano un fascicolo di oltre 800 pagine sul caso...segue su atlanteguerre.itmartedì 27 novembre 2018
Radio Rohingya
In questo video di Unhcr la radio nei campi di Cox Bazar. Quanto vale ancora oggi la diffusione di notizie e intrattenimento FM. Viva la radio!
vedi anche cose ne dice Al Jazeera
vedi anche cose ne dice Al Jazeera
venerdì 16 novembre 2018
Stop al rimpatrio dei rohingya
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| Il ponte dell'amicizia in una foto pubblicata dal Daily Star di Dacca |
giovedì 11 ottobre 2018
Benzina sul fuoco a Dacca
E’ un’atmosfera sempre più tesa quella che si respira a Dacca alla vigilia di elezioni che ancora non sono state messe in calendario. Sempre più tesa dopo che il tribunale ha comminato ieri ben 19 condanne a morte nelle file dell’opposizione e una sentenza di ergastolo al suo capo in esilio a Londra. La vicenda riguarda i gravissimi incidenti del 2004 quando un corteo dell’allora partito di opposizione – la Lega Awami ora al governo – fu attaccato anche con granate, con l’intento - secondo l’accusa - di uccidere il capo della Lega signora Sheikh Hasina, ora primo ministro. La donna fu circondata da un cordone di militanti del partito che le salvarono la vita ma negli incidenti morirono oltre venti persone tra cui personaggi di spicco del suo movimento. Per i giudici si è trattato di un “meticoloso complotto” per uccidere la leader dell’AL, guidando la mano del gruppo jihadista Harkatul Jihad al Islami. Per l'opposizione, il Bangladesh Nationalist Party, non è invece che un processo motivato politicamente. E in un momento molto delicato per la destra Bangladese, rappresentata appunto dal Bnp.
La pena di morte per i 19 include due ex ministri mentre l’ergastolo riguarda invece Tarek Rahman, figlio in esilio dell’ex premier Khaleda Zia. Non contenta la Lega Awami, partito teoricamente progressista e di sempre più tenue ispirazione socialdemocratica, vorrebbe la pena capitale anche per Tarek, che vive nel Regno unito dove si è rifugiato nel 2008 mentre si addensavano nubi sulla sua famiglia. La madre, premier sino al 2006 in alternanza con Sheikh Hasina, fa parte di una delle maggiori dinastie del potere locale: negli anni Sessanta aveva sposato Ziaur Rahman, un ufficiale diventato nel 1977, alcuni anni dopo l’indipendenza, presidente. Viene ucciso nel 1981 e Khalezda Zia si butta in politica. Come in ogni dinastia anche i due figli Tarek e Arafat le sono vicini. Nel 2007 vengono entrambi arrestati per corruzione ma riescono a uscire (nel 2015 Arafat muore). Ma i guai giudiziari tornano più volte per Tarek e nel 2018 per la madre, arrestata per una vicenda di corruzione legata a fondi esteri utilizzati per lo Zia Orphanage Trust, fondazione di famiglia. Condannata a 5 anni di galera ora Khaleda Zia, che alcuni giorni fa è riuscita a farsi spostare in un ospedale di Dacca per problemi di salute ma sempre sotto custodia, facilmente sarà interdetta dalle prossime elezioni. Ipotesi che ha reso il clima politico incandescente. La nuova sentenza butta benzina sul fuoco.
Quattromila agenti presidiavano ieri la capitale perché è chiaro che il Bnp non passerà la cosa sotto silenzio e reagirà con manifestazioni di piazza, un’attività che in Bangladesh costa molto spesso la vita a chi vi partecipa. Tarek è teoricamente il capo del Bangladesh Nationalist Party anche se a casa per ora non può tornare. Oltre all’ergastolo – e una possibile futura condanna a morte – deve sommare altri anni di galera per diversi guai giudiziari che riguardano il periodo in cui sua madre era al governo.
La pena di morte per i 19 include due ex ministri mentre l’ergastolo riguarda invece Tarek Rahman, figlio in esilio dell’ex premier Khaleda Zia. Non contenta la Lega Awami, partito teoricamente progressista e di sempre più tenue ispirazione socialdemocratica, vorrebbe la pena capitale anche per Tarek, che vive nel Regno unito dove si è rifugiato nel 2008 mentre si addensavano nubi sulla sua famiglia. La madre, premier sino al 2006 in alternanza con Sheikh Hasina, fa parte di una delle maggiori dinastie del potere locale: negli anni Sessanta aveva sposato Ziaur Rahman, un ufficiale diventato nel 1977, alcuni anni dopo l’indipendenza, presidente. Viene ucciso nel 1981 e Khalezda Zia si butta in politica. Come in ogni dinastia anche i due figli Tarek e Arafat le sono vicini. Nel 2007 vengono entrambi arrestati per corruzione ma riescono a uscire (nel 2015 Arafat muore). Ma i guai giudiziari tornano più volte per Tarek e nel 2018 per la madre, arrestata per una vicenda di corruzione legata a fondi esteri utilizzati per lo Zia Orphanage Trust, fondazione di famiglia. Condannata a 5 anni di galera ora Khaleda Zia, che alcuni giorni fa è riuscita a farsi spostare in un ospedale di Dacca per problemi di salute ma sempre sotto custodia, facilmente sarà interdetta dalle prossime elezioni. Ipotesi che ha reso il clima politico incandescente. La nuova sentenza butta benzina sul fuoco.
Quattromila agenti presidiavano ieri la capitale perché è chiaro che il Bnp non passerà la cosa sotto silenzio e reagirà con manifestazioni di piazza, un’attività che in Bangladesh costa molto spesso la vita a chi vi partecipa. Tarek è teoricamente il capo del Bangladesh Nationalist Party anche se a casa per ora non può tornare. Oltre all’ergastolo – e una possibile futura condanna a morte – deve sommare altri anni di galera per diversi guai giudiziari che riguardano il periodo in cui sua madre era al governo.
giovedì 20 settembre 2018
Rohingya, si muove la Corte penale internazionale
“Dalla fine del 2017, il mio Ufficio ha ricevuto una serie di comunicazioni e rapporti riguardanti crimini presumibilmente commessi contro la popolazione Rohingya in Myanmar e la loro deportazione in Bangladesh”. Comincia così il comunicato con cui Fatou Bensouda (nella foto), procuratrice generale della Corte penale internazionale dell’Aja (Tpi/Icc), ha reso noto l’avvio dell'esame preliminare su presunti atti coercitivi che hanno provocato lo spostamento forzato del popolo Rohingya in Bangladesh: privazione dei diritti fondamentali, uccisioni, violenze sessuali, sparizioni forzate, distruzione e saccheggi, persecuzione.Il cammino è stato lungo e tortuoso perché il Myanmar, che non è uno Stato membro del Tpi, ha rifiutato alla corte visite nel Paese per verificare le accuse. Bensouda chiarisce che sulla questione legale preliminare riguardante la giurisdizione del Tpi, la procuratrice ha avuto conferma dallo staff legale del tribunale che si può effettivamente esercitarla perché, se il Myanmar non è uno Stato membro, lo è il Bangladesh e dunque i giudici possono lavorare perché questo Stato è parte in causa.
“Un esame preliminare – chiarisce la procuratrice - non è un'inchiesta, ma un processo di esame delle informazioni disponibili” al fine di ottenere una decisione pienamente confortata dai fatti sull'eventuale esistenza di “una base ragionevole per procedere a un'indagine secondo i criteri stabiliti dallo Statuto di Roma… questo è il minimo che dobbiamo alle vittime”.
Teoricamente, ai sensi dello Statuto di Roma, le giurisdizioni nazionali hanno la responsabilità primaria di indagare e perseguire i responsabili dei crimini internazionali e, conformemente al principio di complementarità, l’ufficio del procuratore “si impegnerà con le autorità nazionali interessate per discutere e valutare eventuali indagini e azioni giudiziarie pertinenti a livello nazionale”. Ma che il Myanmar collabori non è da prendere nemmeno in considerazione. Il Bangladesh invece sicuramente lo farà. Nelle stesse ora infatti, la premier del Bangladesh Sheikh Hasina rendeva noto che Dacca presenterà una proposta di piano d'azione in cinque punti sulla questione rohingya in diversi incontri multilaterali durante la 73ª Assemblea generale delle Nazioni Unite. L’ultima espulsione riguarda oltre 700mila Rohingya ma il suo Paese ne ospita oltre un milione.
Se le cose andranno avanti - come è ormai inevitabile – e, dopo le indagini preliminari, si aprisse una vera e propria inchiesta, le risultanze potrebbero portare alla costituzione di un tribunale ad hoc, come già in passato. Inutile dire che i generali birmani – che un rapporto Onu ha chiesto siano indagati per genocidio (parole che Bensouda non ha usato) – si rifiuterebbero di andare a deporre col rischio di essere arrestati. E una loro condanna resterebbe solo una macchia sul vestito. Indelebile però. Chi è condannato dal Tpi vede emettere un mandato internazionale di arresto a qualsiasi frontiera e in qualsiasi territorio dei 123 Stati membri.
giovedì 9 agosto 2018
Rohingya e il rimpatrio impossibile
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| Difficile accesso al Rakhine per le agenzie umanitarie Onu |
martedì 7 agosto 2018
Pugno di ferro a Dacca contro gli studenti (aggiornato)
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| Shahidul Alam in uno scatto di Rahnuma Ahmed sul Daily Star: Hrw accusa governo e polizia di pestaggi e tortura al fotografo incarcerato durante le proteste |
venerdì 1 giugno 2018
Il modello Manila contagia Dacca
“Se non si taglia la domanda (di stupefacenti) come si può pensare di fermare lo spaccio”? Se lo chiedono oggi sullo Daily Star, giornale in lingua inglese di Dacca, due opinionisti - Inam Ahmed e Shakhawat Liton – che fanno il punto sull’incapacità di risposta – sanitaria e legislativa – del Bangladesh sul problema della diffusione degli stupefacenti, in particolare della yaba, una metanfetamina molto diffusa in Asia e che crea forte dipendenza psicologica.
In Bangladesh è in corso una vera e propria guerra alla diffusione di droghe che ha ormai assunto i connotati e i numeri di un vero e proprio conflitto interno al paese: a fine maggio – sempre secondo il Daily Star – erano state uccise 108 persone in sole due settimane. La crociata, che utilizza mezzi molto simili a quelli impiegati dal presidente filippino Duterte e per i quali – come nel caso filippino - non si esita a utilizzare la locuzione “esecuzioni extragiudiziarie”, avrebbe portato a questi risultati: l’arresto di circa 10mila individui legati al traffico; 3.276 già in carcere o multati con sentenza del tribunale.
Sarebbero state confiscate oltre 2 tonnellate e mezzo di cannabis, 26 chili di eroina, migliaia di litri di liquore prodotto localmente, 23mila bottiglie di phensedyl (un farmaco che contiene clorofenamina e codeina) e qualcosa come 23mila tavolette di yaba (detta anche “droga della pazzia”).
La premier Sheikh Hasina ha confermato il pugno di ferro, sostenendo che nessun “padrino” sarà risparmiato, e ha cercato di gettare acqua sul fuoco delle polemiche nate quando è stato fin troppo chiaro che tra i 10mila arrestati c’erano sia spacciatori sia consumatori e che molto probabilmente tra quegli oltre cento morti vi erano persone addirittura innocenti. Gli osservatori più acuti citano la storia recente e i fallimenti nel mondo delle varie “guerre alla droga” che uccidono e privano della libertà senza risolvere il problema. Molti ritengono infatti che la battaglia contro gli stupefacenti possa essere combattuta più efficacemente sul piano legislativo (con la depenalizzazione di alcune sostanze) e con la creazione di centri di cura, riabilitazione e reinserimento sociale per i consumatori, considerati dei malati e non dei delinquenti.
Il Bangladesh sembra però aver scelto di seguire le orme di Duterte, riuscendo però ad evitare per ora i riflettori della stampa internazionale. Nelle Filippine, a metà 2017, il britannico The Guardian riportava un bilancio – a un anno dall’insediamento del presidente – di quasi 6mila morti tra filippini coinvolti a diverso titolo in vicende legate al narcotraffico. Un bilancio che, secondo le stime riportate dall’articolo di Inam Ahmed e Shakhawat Liton, sarebbe arrivato nel 2018 a 12mila vittime.
Questo articolo è uscito oggi anche su Atlante delle guerre. Nella foto di copertina, un'immagine a corredo di un articolo del Daily Observer che illustra un sequestro di phensedyl (un farmaco che contiene clorofenamina e codeina)
In Bangladesh è in corso una vera e propria guerra alla diffusione di droghe che ha ormai assunto i connotati e i numeri di un vero e proprio conflitto interno al paese: a fine maggio – sempre secondo il Daily Star – erano state uccise 108 persone in sole due settimane. La crociata, che utilizza mezzi molto simili a quelli impiegati dal presidente filippino Duterte e per i quali – come nel caso filippino - non si esita a utilizzare la locuzione “esecuzioni extragiudiziarie”, avrebbe portato a questi risultati: l’arresto di circa 10mila individui legati al traffico; 3.276 già in carcere o multati con sentenza del tribunale.
Sarebbero state confiscate oltre 2 tonnellate e mezzo di cannabis, 26 chili di eroina, migliaia di litri di liquore prodotto localmente, 23mila bottiglie di phensedyl (un farmaco che contiene clorofenamina e codeina) e qualcosa come 23mila tavolette di yaba (detta anche “droga della pazzia”).
La premier Sheikh Hasina ha confermato il pugno di ferro, sostenendo che nessun “padrino” sarà risparmiato, e ha cercato di gettare acqua sul fuoco delle polemiche nate quando è stato fin troppo chiaro che tra i 10mila arrestati c’erano sia spacciatori sia consumatori e che molto probabilmente tra quegli oltre cento morti vi erano persone addirittura innocenti. Gli osservatori più acuti citano la storia recente e i fallimenti nel mondo delle varie “guerre alla droga” che uccidono e privano della libertà senza risolvere il problema. Molti ritengono infatti che la battaglia contro gli stupefacenti possa essere combattuta più efficacemente sul piano legislativo (con la depenalizzazione di alcune sostanze) e con la creazione di centri di cura, riabilitazione e reinserimento sociale per i consumatori, considerati dei malati e non dei delinquenti.
Il Bangladesh sembra però aver scelto di seguire le orme di Duterte, riuscendo però ad evitare per ora i riflettori della stampa internazionale. Nelle Filippine, a metà 2017, il britannico The Guardian riportava un bilancio – a un anno dall’insediamento del presidente – di quasi 6mila morti tra filippini coinvolti a diverso titolo in vicende legate al narcotraffico. Un bilancio che, secondo le stime riportate dall’articolo di Inam Ahmed e Shakhawat Liton, sarebbe arrivato nel 2018 a 12mila vittime.
Questo articolo è uscito oggi anche su Atlante delle guerre. Nella foto di copertina, un'immagine a corredo di un articolo del Daily Observer che illustra un sequestro di phensedyl (un farmaco che contiene clorofenamina e codeina)
martedì 10 aprile 2018
Rohingya: l'Icc potrebbe aprire il fascicolo
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| Il giorno dell'accrodo per un rimpatrio mai iniziato |
Il dubbio della procuratrice risiede nel fatto che mentre il Bangladesh ha aderito all'istituzione della Corte penale internazionale, il Myanmar non l'ha mai fatto.
martedì 29 agosto 2017
Rohingya, fuga senza fine
Sembra che si chiami Francesco Bergoglio l’ultima speranza dei Rohingya, minoranza musulmana in fuga dal suo Paese e ora respinta sia dal Bangladesh che ha chiuso le frontiere sia dall’India che ne minaccia l’espulsione. Ma il pontefice, che dopo aver ricordato all’Angelus la tragedia birmana e fatto sapere a sorpresa ieri mattina che andrà in Myanmar e in Bangladesh, inizierà il suo viaggio solo il 27 novembre: mancano tre mesi, un tempo sufficiente a ridurre al minimo questa minoranza ormai così vessata e strangolata dalla violenza che ormai i suoi numeri in Myanmar sono ridotti al lumicino.
lunedì 3 luglio 2017
T-shirt e scarpe dell'altro mondo
Non sempre la filiera tra i grandi marchi della moda e i Paesi poveri è così diretta. Un maglietta made in Bangladesh può essere tessuta con cotone uzbeco. E il cuoio di una scarpa prodotta in Cambogia può arrivare da Dacca. Viaggio nella catena nascosta di un’industria che nasconde bene anche il dolore
Dal cuore di Old Dakha, la capitale del Bangladesh, bisogna prendere dei piccoli battellini per attraversare il Buriganga e raggiungere l’altra sponda. Su questo largo fiume dalle acque nere come la pece si viene traghettati su piroghe sottili e dall’equilibrio apparentemente instabile. C’è un gran traffico di umanità, animali, utensili che, per qualche centesimo, si spostano dalla riva dove troneggia il palazzo rosa di Ahsan Manzil, una volta sede del “nababbo” (nawab), a un quartiere anonimo dall’altra parte del fiume che scorre verso il Golfo del Bengala. Pieno di negozi di tessuti naturalmente, una delle grandi ricchezze del Bangladesh che ogni anno porta al Paese 30 miliardi di dollari in valuta. Le fabbriche però, grandi o piccole, sono lontane dal centro città: stanno a Savar, dove si è consumato il dramma del Rana Plaza, o adAshulia, distretti suburbani industriali. Ma in pieno centro c’è invece il cuore della produzione di un altro grande bene primario del Bangladesh che se ne va tutto in esportazione: il cuoio. Decine di fabbriche dove si fa la concia delle pelli: la prima lavorazione e quella più tossica che trasforma la materia prima nel prodotto base che può poi diventare scarpa o borsetta. A un pugno di isolati dal Palazzo rosa, nel distretto di Kamrangirchar e in quello gemello di Hazaribagh, divisi dal Buriganga, si lavora in condizioni bestiali anche con l’aiuto di ragazzi di 8 anni. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, il 90% di chi lavora in queste fabbriche di veleni che si sciolgono nel fiume non supera i cinquant’anni. Pavlo Kolovos, il responsabile di tre cliniche di Medici Senza Frontiere a Kamrangirchar, spiega che «la metà dei pazienti che viene negli ambulatori di Msf lo fa per problemi legati al lavoro: malattie della pelle, intossicazioni, insufficienze respiratorie...». Dice Deborah Lucchetti della campagna “Abiti Puliti”: «Le nostre inchieste mostrano come l'esposizione al cromo, quando viene trattato in maniera non adeguata e si trasforma in cromo esavalente, può portare anche al tumore. Senza contare che gli scarti delle lavorazioni vanno a finire in falde e terreni espandendo il danno anche oltre la fabbrica».
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| Il "palazzo rosa" simbolo del potere del Nawab di Dacca Oggi è un museo. Poco più a Nord i quartieri produttivi di Kamrangirchar e Hazaribagh. Sversano nel Buriganga |
venerdì 23 giugno 2017
Lacrime sul golfo del Bengala - Passioni del 24 e 25 giugno
Sabato e domenica a "Passioni", programma di Radio3 a cura di Cettina Flaccavento con la regia di Giulia Nucci, un viaggio nel lavoro esternalizzato. E nel dolore
alle 14.30 sulle frequenze di Radio3
Diretta
Podcast
Dacca non è solo la capitale del Bangladesh ma anche la capitale della globalizzazione del lavoro, dalle nostre scarpe alle magliette. Finisce così anche per essere una capitale del dolore in un Paese che cresce a ritmi vertiginosi ma dove i profitti vanno a vantaggio di un'élite molto ristretta. Dalle macerie del Rana Plaza alle concerie del cuoio in pieno centro città, viaggio nella nazione affacciata sul Golfo del Bengala. Che sembra lontanissima ed è invece presente nella quotidianità diffusa del "Made in Bangladesh".
Il viaggio che mi ha permesso di scrivere il capitolo sul Bangladesh di "A Oriente del Califfo"
giovedì 23 febbraio 2017
Logiche di mercato: scatti con velo cercasi
Spesso si pensa che non ci sia nulla di più vero di una fotografia, lo scatto che immortala un momento e che fa della cronaca realtà. Più della parola scritta, che immagini tutt'al più suggerisce, e meglio della televisione che ormai, lo sanno anche i bambini, è quanto di più artefatto esista. Ho fatto questa prima riflessione in Bangladesh sul confine birmano. Mi aveva colpito l'immenso numero di donne velate che affollano le campagna bangladese ma, arrivato ai campi profughi dei rohyngya, immaginavo di vederne senza velo perché tutte le foto che avevo guardato le dipingevano così, come mostra l'immagine postata sopra a sinistra. Donne svelate però non ne vedo nemmeno nel centro sanitario di Msf. Chiedo lumi: come posso riconoscere una donna o un uomo rohingya? In nessun modo, mi risponde uno del team. Nemmeno noi del Bangladesh, mi dice, le distinguiamo poiché sono del tutto simili a noialtri. Dal che discendono due cose: la prima è l'affinità strettissima tra le due comunità divise, solo per convenzione, da una frontiera. La seconda è che le donne son velate. Come le loro colleghe del Bangladesh.
Ed ecco (foto a destra) che vedo pubblicata un'immagine di rohingya col velo. La prima! E perché ? L'articolo che la ospita è dedicato all'estremismo radicale islamico tra i rohingya del Myanmar e dunque il velo è di rigore. In poche parole, se serve svelata (commuove di più, appare più simile a noi) eccola senza velo. Se serve invece a farci paura (anche li, tra quei poveretti, c'è la terribile spada vendicatrice dell'islam) eccola velata. E con tanto di niqab (diffusissimo per latro nelle campagne del Bangladesh che ho visto).
Dove sta la verità? Non lo so ma non certo negli scatti che ho visto. O meglio, è una verità parziale, tanto quanto quello che scrivo io. E segue la logica di mercato. Come per altro faccio anch'io cannando in pieno, visto che ho i miei pezzi nel cassetto: a gran parte della stampa del mio Paese non interessano. Forse però con una bella immagine di donna col niqab e un articolo un tantino allarmista... chissà. Scatti con velo cercasi.
sabato 7 gennaio 2017
Uccisi a Dacca altri due terroristi del N-Jmb
Due figure di rilievo dell’organizzazione terroristica Neo-Jmb, tra cui uno dei capi dell’organizzazione, sono stati uccisi alle tre del mattino di ieri in un quartiere di Dacca. I due erano in motorino è sono stati i protagonisti di una fitta sparatoria. Ancora non è chiaro se i due siano stati fermati a un posto di blocco e abbiano reagito o se abbiano aperto il fuoco quando hanno capito che la polizia li aveva notati. Nurul Islam alias Marjan alias Shakil, di 22 anni, e considerato uno dei più giovani comandanti dell’organizzazione, avrebbe avuto un ruolo chiave nell’assalto del 1 luglio 2016 quando cinque membri del Neo Jmb attaccarono l’Holey Artisan Bakery a Gulsham, un ristorante della zona bene di Dacca frequentato da stranieri che furono presi in ostaggio: in totale vennero uccise 23 persone tra cui 17 stranieri tra i quali 9 italiani. L’altro militante ucciso è Saddam Hossain, alias Rahul alias Sabuj alias Chanchal alias Robi – accusato di almeno dieci casi di omicidio incluso quello del cittadino giapponese Hoshi Kunio nell’ottobre del 2015. Mmarjan, che si crede fosse il coordinatore della strage di Gulsham, avrebbe ereditato il vertice dell’organizzazione dopo la morte di alcuni leader di punta: l’ex militare Murad alias Zahi, Tamim Ahmed Chowdhury, e Faridul Islam alias Akash. Un altro leader, Musa, è invece appena sfuggito alla cattura.Sia l’attacco al ristorante sia l'uccisione di Hoshi furono rivendicati dallo Stato Islamico anche se i rapporti tra il “Califfato” e i gruppi islamisti del Bangladesh non è chiaro. Il Neo Jmb – fazione del gruppo “madre” Jammatul Mujahedin Bangladesh – ha probabilmente legami con gli emissari di Raqqa (anche se il governo ha sempre negato la presenza di Daesh in Bangladesh) che pure hanno rivendicato diverse azioni tra cui l’uccisione dell’italiano Cesare Tavella, che lavorava in una Ong e che venne freddato nel settembre del 2015 mentre faceva jogging sempre nella zona di Gulsham. Da allora funzionari e umanitari stranieri sono sotto stretta sorveglianza e limitati negli spostamenti da ferree regole di comportamento. Il ministro dell’Interno Asaduzzaman Khan Kamal, che ha reiterato il messaggio di tolleranza zero del governo, ha detto che ormai la rete si sta stringendo attorno ai 14 leader del gruppo ancora in fuga.
L’ennesima uccisione di militanti rientra in quadro di operativi delle forze di sicurezza che già in dicembre avevano compiuto parecchi arresti e smantellato diversi covi di militanti. Ma avviene anche in una cornice politica delicata, sia a livello dei partiti – già in campagna elettorale – sia a livello sociale, con scioperi nel settore tessile che hanno visto circa 3mila licenziamenti e arresti di sindacalisti. Il segretario generale della Lega Awami Obaidul Quader ha detto ieri che un gruppo starebbe tramando per rovesciare il governo e uccidere il primo ministro Sheikh Hasina. Propaganda? Alcuni giorni fa – e non è certo il primo – è stato ucciso da un commando Manzurul Islam Liton, un politico della Lega Awami.
giovedì 5 gennaio 2017
Terrorismo: il governo di Dacca canta vittoria
Dopo il raid della vigilia di Natale che sabato 24 ha sgomberato il covo di uno dei due gruppi più pericolosi del Paese (Jamaat ul MujahedinBangladesh – Jmb), i giornali locali hanno dato la notizia dell’arresto di una ennesima fazione del gruppo terroristico che aveva progettato, secondo quanto ammesso dagli arrestati, un attentato la notte di capodanno. Con gli arrestati sono stati sequestrati 30 chili di esplosivo. Ma il colpo vero all’organizzazione, nota anche come Neo-Jmb (fondato nel 1998 il gruppo è stato messo al bando e la sua azione più nota risale ormai al 2005 ma avrebbe originato diverse fazioni), è stata l’operazione di sabato scorso definita Ripple 24.Gli agenti hanno circondato il covo alle prime ore del mattino e ingaggiato una lunga battaglia durata sin quasi al pomeriggio nel corso della quale una donna si è fatta esplodere con una bambina in braccio (che è ferita ma si è salvata). Nello scontro a fuoco è stato ucciso anche un ragazzo di 14 anni. Azione controversa. Non era invece li Maynul Musa, che sarebbe il capo del Neo -Jmb e tra gli ispiratori dell’attacco alla alla Holey Artisan Backery di Dacca dove vennero uccisi nel luglio scorso 17 stranieri tra cui nove italiani. Dopo l’operativo l’antiterrorismo canta vittoria sostenendo che il Bangladesh controlla ormai le reti islamiste. Non sono chiari i rapporti del Neo-Jmb con lo Stato islamico.
sabato 31 dicembre 2016
Pugno di ferro a Dacca. C'è una lacrima sulla tua maglietta

Quando gli operai delle fabbriche tessili di Ashulia sono tornati al lavoro dopo la fine, lunedi scorso, della serrata, molti di loro hanno trovato ad aspettarli la lettera di licenziamento. O, come si dice qua, di “temporanea sospensione”, una formula legale che preannuncia l'espulsione dalla fabbrica. Ma non era una lettera normale. Era la fotografia del loro viso accompagnata dal foglio di via. Appesa al muro. Una lista di proscrizione, antica come le più oscure forme di ricatto, sposata, come vuole la modernità, con la nuova comunicazione tecnologica, così che tutti possano vedere la tua immagine sbattuta in pasto a chi farà bene a non seguire il tuo esempio. Succede a Dacca, capitale del Bangladesh, sede di importanti distretti industriali di quella che è la gallina dalle uova d’oro di un’economia che cresce al 7%: il tessile. Vestiti, magliette, jeans con marchi di fabbrica americani, inglesi, italiani…Made in Bangladesh.
Sarebbero circa tremila gli operai e le operaie (l’80% della forza lavoro del settore) a spasso ormai da giorni. L’evoluzione della protesta è stata rapida e del tutto autonoma. Autonoma e rapida è stata la risposta – con la serrata – di padroni e forze di polizia, che qui hanno una struttura dedicata - la industrial police - famosa per intimidazioni, minacce e, se serve, una bella battuta.
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| 500 Tk:Il costo di un pranzo in un ristorante di lusso. Ma con dieci volte questa cifra una famiglia operaia deve vivere un mese |
sabato 10 dicembre 2016
Quando il silenzio non è d'oro
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| Lo Stato di Rakhine al confine occidentale |
violenze e omicidi a danni di civili in un clima di caccia all’uomo. E divieto per le organizzazioni umanitarie di rifornire i campi profughi allestiti nello Stato occidentale birmano del Rakhine (Arakan). E’ la storia che da ottobre avvolge l’ennesima epopea dei Rohingya e su cui grava il silenzio della paladina dei diritti per eccellenza: Aung San Suu Kyi.
Vijay Nambiar, consigliere del segretario generale dell’Onu per il Myanmar, l’ha invitata ieri a recarsi di persona a Maungdaw e Buthidaung, le due zone calde del Nordest del Rakhine, lo Stato dove vive la minoranza dei Rohingya da diversi mesi sotto il tallone di ferro dell’esercito birmano. E’ solo l’ultima delle voci che tentano quella che appare ormai come un’impossibile mediazione tra le legittime ragioni della minoranza musulmana nel Paese buddista per eccellenza, le aspirazioni democratiche del primo governo civile del Paese e la tradizione della casta militare che di fatto continua a decidere in tema di sicurezza e repressione.
domenica 28 agosto 2016
Uccisa la mente dell'attacco al bar di Dacca. Ma i dubbi sopravvivono
La polizia del Bangladesh ne è certa. Anzi, certissima: quel corpo riversato a terra accanto ad altri due distesi in un lago di sangue nella palazzina a due piani della cittadina di Narayanganj, 25 chilometri a Sud della capitale Dacca, è quello di Tamim Chowdhury. Con la sua morte, e quella di due suoi sodali, il Bangladesh chiude almeno in parte lo spinoso capitolo della strage che agli inizi di luglio ha visto uccidere un gruppo di 22 ostaggi – tra cui nove italiani – in un bar esclusivo della capitale frequentato da “expat”. L’azione era stata rivendicata da Daesh e Tamin ne sarebbe stato l’ideatore. Tamin è però anche leader di una fazione del gruppo Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh (Jmb), gruppo jihadista del Paese asiatico, che il governo aveva indicato subito come l’autore dell’attentato negando fosse opera di Daesh. La morte di Tamin non potrà smentirlo o confermarlo.
Stando alle fonti di polizia, l’azione è iniziata al mattino presto, all’alba, quando la palazzina coi tre sospetti è stata circondata. Per un quarto d’ora (!), dice sempre la polizia, si intima la resa ma non arrivano risposte: i militanti invece avrebbero dato fuoco a una stanza con l’intento forse di distruggere prove, documenti, laptop. Alle 8 e 45 scatta l’operativo e benché ora la polizia dica che avrebbe voluto Tamin vivo, i tre vengono falciati. Del resto sono armati di mitra e machete e forse non si vogliono arrendere ma la resistenza comunque dev’essere durata poco. Passa qualche ora e giornali e rete vengono inondati di fotografie dei tre cadaveri il cui capo sarebbe stato l’uomo che progettò la strage del 1 luglio al Holey Artisan Bakery a Gulshan, quartiere residenziale di alto bordo a Dacca. Su Tamin, un bangla canadese tornato a Dacca nel 2013 e presto indicato tra i sospetti, vien messa una taglia di 22mila euro e per gli inquirenti il colpevole è lui. Non sono chiari i rapporti tra Daesh e Jmb ma Tamin sarebbe stato a capo di una fazione pro califfato.
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| Daesh o no? Non possiamo saperlo per ora |
domenica 3 luglio 2016
Dietro la strage al bar di Dacca
Scrivi Bangladesh e dici povertà, ingiustizia, sovrappopolazione (150 milioni su un territorio grandela metà dell’Italia), alluvioni e inondazioni marine devastanti. Dici Bangladesh e racconti una storia di risentimento sedimentato che diventa spesso violenza politica. Dici Bangladesh e pensi che la politica di quel Paese è iperpolarizzata da quasi trent’anni e modellata su due partiti e, soprattutto, da due leader ormai ottuagenarie ma saldamente al potere. A turno: Sheikh Hasina dell’Awami League, un partito laico e nazionalista, e Khaleda Zia del Bangladesh Nationalist Party, organizzazzione nazionalista e conservatrice. Dici Bangladesh e vedi nella forza delle organizzazioni islamiste, a cominciare dalla Jamaat-e-Islami – formazione con status parlamentare – la capacità di raccogliere un consenso che nasce dalla frustrazione legata a un cambiamento che non si avvera e dove l’islam rappresenta una promessa di purezza e riscatto in una nazione che ha a lungo detenuto la palma del Paese più corrotto al mondo. C’è tutto quel che ci vuole per preparare il terreno e il brodo di coltura dove far crescere la trasformazione del risentimento in odio e violenza. Dove è facile insomma reclutare e, per un pugno di rupie, armare mani assassine. La strage del bar è un salto di qualità ma purtroppo non stupisce. La violenza politica è stata una costante in questo Paese e negli ultimi anni, benché il governo di Hasina si ostini a negarlo, il brand di Daesh ha fatto parlare di sé molte volte con assassini mirati individuali e addirittura una lista di proscrizione di blogger, attivisti, intellettuali e insegnanti laici da far fuori.
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| Balle di iuta: ricchezza nazionale |
Ci sono un nome, un luogo e una data che raccontano bene questa storia: Rana Plaza a Dacca, il 24 aprile del 2013. Un edificio commerciale di otto piani, figlio di abusi speculativi locali, crolla a Savar, un sub-distretto della capitale. Il bilancio è gravissimo e le operazioni di soccorso richiedono quasi un mese e si concludono il 13 maggio con un bilancio di oltre mille vittime e oltre duemila feriti, molti dei quali ormai menomati e inabili al lavoro. Quello che è considerato il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile e anche il più letale cedimento strutturale accidentale della Storia contemporanea, scoperchia anche le responsabilità di marchi europei, americani, italiani. Scoperchia il tema della sicurezza, dei diritti, dei risarcimenti che non arrivano. Farà aumentare il salario base ma lascerà anche intere famiglie sul lastrico. Eccolo un altro humus pieno di risentimento. Nel Rana Plaza avevano i loro laboratori fabbrichette locali che lavoravano per grandi marchi internazionali. Loro a fare il lavoro sporco, gli altri a esibire t-shirt a basso prezzo con la griffe. Se non ci fossero state campagne internazionali di attenzione (in Italia la Ong “Abiti puliti”), se non si fosse mosso l’Ufficio internazionale del lavoro dell’Onu, la storia si sarebbe dimenticata in fretta. E, in queste ore, pochi la mettono in relazione alla strage di due giorni fa nella capitale. Eppure…
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