L'attacco alla città settentrionale di Kunduz non ha solo dimostrato che la guerra in Afghanistan non è finita e che i talebani sono tutt'altro che sconfitti. Acuisce le differenze (e le difficoltà) del governo bicefalo di Kabul. Mettendo in imbarazzo la comunità internazionaleIl fatto che la città di Kunduz sia caduta nelle mani dei talebani alla fine di settembre ha improvvisamente ricalendarizzato l'Afghanistan nella priorità della comunità internazionale che, assorbita dalle vicende mediorientali e nordafricane, aveva ormai considerato il Paese dell'Hindukush un capitolo in sostanza chiuso. In realtà l'attacco dei talebani, il più clamoroso dal punto di vista militare dal 2001, avveniva mentre a New York, a margine dell'Assemblea generale dell'Onu, i Paesi già impegnatisi finanziariamente e militarmente ribadivano l'impegno a non abbandonare il Paese ma si guardavano bene dal riprendere in mano il capitolo militare se non per l'impegno a continuare il finanziamento all'esercito nazionale (Ana) con un sostegno in termini anche di istruttori e consiglieri. La vicenda di Kunduz rimuove ora le acque – specie dopo il raid che ha colpito l'ospedale di Msf - in uno scenario che si può ricondurre ai quattro protagonisti principali e alla loro visione della situazione
Scenario 1/ Kabul
Il primo scenario è quello in cui è immersa la realtà afgana, segnata, oltreché da una guerra interna tutt'altro che conclusasi, da forti tensioni coi vicini (il Pakistan in particolare), da una congiuntura economica in peggioramento e, soprattutto, da una fragilità istituzionale non sanata dalle presidenziali conclusesi - dopo un lungo braccio di ferro - con la nascita di un governo bicefalo (National Unity Government): con un presidente e un capo dell'esecutivo che incarna una sorta di premierato molto sui generis e non previsto dalla Costituzione che ha permesso ad Abdullah Abdullah, il secondo più votato dopo Ashraf Ghani, di poter decidere la scelta di metà dell'esecutivo e di contare su un potere sinora concentrato solamente nelle mani del presidente. Il problema del governo bicefalo non è però solo quello di una spartizione dei poteri ma semmai quello di due visioni della realtà molto diverse che finiscono, in molti casi, per paralizzare almeno in parte l'esecutivo: dalle nomine dei singoli funzionari sino alla logica in cui si deve muovere la politica estera o il processo negoziale con la guerriglia, due elementi su cui Ghani e Abdullah hanno visoni diametralmente opposte. Il primo ha teso la mano ai pachistani e spinge per negoziare col nemico; il secondo è ferocemente anti pachistano, non perde occasione per accusare Islamabad di doppiogiochismo, è molto sospettoso sul negoziato di pace, al momento in fase di stallo totale. Su un unico punto i due primi inter pares hanno avuto una posizione concorde: hanno presentato un piano programmatico per i prossimi anni (governance, economia, sociale) che, agli occhi della comunità internazionale, ha sortito l'effetto di rinsaldare la fiducia piuttosto vacillante nei confronti del nuovo esecutivo.
