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giovedì 5 settembre 2019

Kabul alza la testa (e Bruxelles e Roma la chinano)

Marginalizzato e politicamente indebolito dai negoziati solo bilaterali tra Talebani e Americani, il
governo di Kabul prova a fare la voce grossa. Ieri Seddiq Sediqui, il portavoce del presidente Ashraf Ghani, ha reso noto che il governo “è preoccupato e per questo chiede ulteriori chiarimenti per esaminare accuratamente rischi potenziali e conseguenze negative” dell’accordo di Doha tra i Talebani e l’inviato di Trump, Zalmay Khalilzad. Che lunedì ha portato il testo a Ghani e ne ha anticipato alcuni contenuti in un’intervista alla tv ToloNews: ritiro entro 135 giorni dalla firma di 5.400 dei circa 14.000 soldati Usa. Il resto del testo non è pubblico, ma è chiaro il nodo politico. Gli afghani, spalle al muro, si sentono in parte traditi da Khalilzad, che ha derubricato come secondario ciò che fino a pochi mesi fa riteneva prioritario: che alla “pace” tra Americani e Talebani corrisponda quella tra il governo di Kabul e la guerriglia.

La preoccupazione non è solo sua. Dagli Stati Uniti – dove Ghani ha vissuto a lungo – arriva una dichiarazione congiunta di 9 tra ex ambasciatori e inviati speciali Usa in Afghanistan. Sostengono con forza la soluzione negoziata al conflitto, ma chiedono “che il ritiro completo delle truppe avvenga solo dopo una vera pace”, non prima, e che il governo afghano venga sostenuto, non tagliato fuori dai negoziati, come fin qui avvenuto. Rigettano inoltre una delle ipotesi ventilate nelle scorse settimane – un esecutivo a interim dopo la firma dell’accordo – e si dicono a favore dello svolgimento delle presidenziali del 28 settembre. Nessuno sa se si terranno o meno.

Ghani, in cerca del secondo mandato, assicura che le elezioni sono indispensabili per la legittimità del sistema ma alcuni candidati poco convinti si sono già ritirati mentre uno dei favoriti, l'ex consigliere per la sicurezza nazionale Hanif Atmar, ha sospeso la campagna e il premier Abdullah è disposto a rinunciarvi "per favorire la pace". Sul voto un funzionario internazionale da anni a Kabul e che preferisce restare anonimo è sconsolato: “Continua a stupirmi la mancanza di conoscenza diretta della realtà dell'Afghanistan quotidiano di vari analisti che pontificano sul futuro... se solo chiedessero in strada e nelle campagne alla gente cosa pensa delle elezioni che, secondo la consumata narrativa americana, ogni non talebano vorrebbe disperatamente…”. Sfiducia sul voto dunque ma anche rabbia e rumor di ogni tipo tra cui quello, riferisce una fonte, secondo cui gli americani sparerebbero addirittura sui soldati afgani. Clima teso e preoccupato. Anche tra gli umanitari che lavorano nel Paese. Luca Lo Presti di “Pangea” se ne fa tramite: “Al tavolo negoziale sono assenti i temi legati alla popolazione: i diritti delle donne o quello all’istruzione. Solo controllo e spartizione del potere. Che trattativa è”?

Non la spiega nemmeno il segretario generale della Nato Stoltenberg che, incontrando Mike Pompeo, si limita a ribadire “sostegno pieno agli Usa”. Si, ma i suoi 16mila soldati che faranno? In Italia la cosa è nelle mani di due neoministri: Di Maio e Lorenzo Guerini, che dal Comitato parlamentare per la sicurezza (Copasir, controllo parlamentare sui servizi segreti) è stato mandato alla Difesa a sostituire la ministra pentastellata Trenta che si è distinta per le sue visite in mimetica (uno stile ereditato da La Russa) al contingente italiano in Afghanistan (800 uomini) che il governo gialloverde, nonostante le posizioni “ritiriste” in campagna elettorale, ha ridotto solo di un centinaio di unità. Lodigiano e già vicesegretario del Pd si spera che almeno smetta l’uso della mimetica. Ma soprattutto il nuovo capo della Farnesina potrebbe prendere una posizione visto che erediterà dal silenziosissimo Moavero Milanesi il dossier afgano che il suo predecessore aveva avocato a sé sottraendolo al sottosegretario per l’Asia Manlio Di Stefano. Per tenerlo nel cassetto.

A quattro mani con Giuliano Battiston


martedì 7 maggio 2019

La grigia continuità della politica estera italiana

Alleati degli Usa, fedeli alla Nato ed europeisti sempre meno convinti. Come (non è molto) cambiata la nostra strategia. Con qualche eccezione. Un articolo per il giornale "La Parola"


Sostenere, come spesso accade, che la politica estera italiana non esiste è un giudizio frettoloso e fuorviante. Anche in presenza di cambi di governo che si rifanno – o dovrebbero rifarsi - a diversi orientamenti politici, l’Italia ha una politica estera da che è una nazione e, se si esclude la parentesi fascista, ha una sua sostanziale continuità a partire soprattutto dal Dopoguerra. Come tutti i Paesi, la strategia fuori casa dipende dalla scelta delle alleanze, del modello di sviluppo e di quello di difesa. Da quando - alla fine degli anni Quaranta - la leva del comando era nelle mani del partito cattolico, all’oggi dell’attuale governo giallo verde – passando per il centrosinistra della prima Repubblica e il centrodestra della seconda - le alleanze internazionali sono rimaste le stesse e così i modelli di difesa e sviluppo. Con due grosse eccezioni, se si vuole. Forse tre.

La prima è stata determinata dalla scelta del governo Berlusconi di rompere la consueta alleanza col mondo arabo: una scelta dettata anche dal nostro maggior alleato (gli Stati Uniti) che ha messo in difficoltà l’Eni, l'altro grande attore ufficioso della nostra politica estera e il garante della nostra autosufficienza energetica. La seconda, è stata l’adesione – inizialmente molto calda anche per l’eredità intellettuale di uomini come Altiero Spinelli – all’idea di un’Europa unita che potesse dunque iniziare una nuova stagione. Un’adesione che ora sta subendo un raffreddamento il che è sicuramente uno degli elementi più sostanziali (e pericolosi) di come sta cambiando la nostra politica estera. Ma al di là di questi due fattori (e di qualche isolato episodio) l’Italia ha dimostrato una continuità notevole sia nelle alleanze sia nei modelli di sviluppo e difesa. L’allineamento con gli americani si è rafforzato, sia nelle alleanze economiche sia in quelle politiche (con l'unico strappo sulla vicenda iraniana guidato però non dall’Italia ma dai nostri maggiori partner europei) sia in quelle militari, col nostro conseguente coinvolgimento in conflitti e guerre che – all'interno della Nato – hanno portato i nostri soldati in giro per il mondo, dall’Afghanistan ai Balcani. Questa continuità non si è mai interrotta ed eventuali strappi (da Sigonella all’Iran) sono sempre rientrati poi nell’adesione piatta alle logiche del nostro alleato maggiore. Un’adesione che non ha mai tradito (sia con governi di centrodestra sia con governi di centrosinistra) la direzione di marcia indicata da Washington, dalle sanzioni alle spedizioni militari.

Un recente elemento di rottura interessante – è il terzo punto del nostro discorso – potrebbe rivelarsi il recente accordo con i cinesi per rientrare nel progetto della Via della seta, progetto molto osteggiato dagli americani e guardato ancora con sospetto dai partner europei (che hanno comunque in molti casi già stretto rapporti bilaterali coi cinesi). In questo l’attuale governo italiano, esecrabile sulle politiche migratorie, sulla gestione del dossier libico e nelle relazioni con gli alleati europei, ha dimostrato un certo coraggio sempre che se ne abbia poi altrettanto nel gestirlo con correttezza (vale a dire in accordo con gli alleati europei) e con le giuste garanzie.

Nel quadro di continuità di una politica estera per lo più afona e spesso incapace di iniziativa autonome (vedi Afghanistan e Libia) o di significative rotture quando il nostro maggior alleati non fa di fatto i nostri interessi (rapporti col mondo arabo, Iran), la carta cinese sarà forse ricordata come l’unica idea significativa e innovativa di un governo che – come tutti gli altri e seppur sbandierando di continuo la parola cambiamento – ha sostanzialmente seguito la via maestra della continuità riuscendo in molti casi a rendere solo più critiche le nostre relazioni con i Paesi europei, quelli su cui in realtà dovremmo presumibilmente contare di più.

martedì 29 gennaio 2019

Italia/Afghanistan. Ci ritiriamo. Con calma

La base Usa di Bagram. E entrata nel negoziato?
Se l’accordo in fieri tra talebani e americani enucleato nel Qatar è ancora figlio delle indiscrezioni, anche il ritiro dell’Italia dall’Afghanistan – bandiera elettorale dei partiti ora al governo – è poco più di un’indiscrezione che recita così: il ministro della Difesa Elisabetta Trenta “ha dato disposizioni al Comando operativo di vertice interforze (Coi) di valutare l’avvio di una pianificazione per il ritiro del contingente italiano in Afghanistan con un orizzonte temporale che potrebbe essere quello di 12 mesi”. In buona sostanza, senza essere riusciti a ridurre il contingente quando gli americani han preteso che la Nato restasse, adesso - che da Washington si suona il “liberi tutti” - tutti si dovranno accodare: anche tedeschi, inglesi (per citare i contingenti più ampi) e tutti gli altri partner della missione Nato Resolute support potranno seguire a ruota e fare le valige.

Un negoziato di pace è sempre una buona notizia, chiunque sia il mediatore e qualunque sia il
La ministra Trenta in visita a Camp Arena (Herat)
base Nato a comando italiano
risultato se le armi finalmente inizieranno a tacere. Ma è grave quanto triste che la diplomazia italiana – e con lei quella europea - non siano riuscite a dire a riguardo una sola parola per non disturbare il manovratore verso il quale noi europei abbiamo sempre agito in totale sudditanza. Politica e militare. Soprattutto militare, tanto che noi italiani abbiamo delegato soprattutto alla Difesa il dossier afgano specie da quando La Russa ne divenne il titolare, inaugurando la pratica di vestire la mimetica. Da quanto tempo un premier italiano non va in Afghanistan? Di regola ci va il ministro di Via XX settembre che non passa mai a trovare il capo di Stato – come un seria etichetta richiederebbe - ma solo i suoi militari nelle caserme ospiti del Paese. Un registro che il governo gialloverde non ha cambiato.

In dodici mesi dunque si dovrebbero ritirare i nostri 900 militari, i 148 automezzi, gli 8 velivoli e i diversi droni in gran parte dislocati ad Herat e in piccola parte a Kabul. E potrebbe essere questa l’occasione per dimostrare agli afgani che un impegno civile può continuare il che sta sempre in capo alle decisioni politiche. Ormai da anni la cooperazione è interdetta alle Ong, disincentivate e sconsigliate dal mettere piede in Afghanistan (salvo rare eccezioni come Emergency o Pangea che vivono di fondi propri). Dopo aver perso la guerra, forse potremmo almeno tentare di sostenere la pace.

Questo articolo è uscito oggi su il manifesto

lunedì 7 maggio 2018

Strage degli innocenti a Kunduz. Noi c'entriamo?

Dasht-e Archi è un distretto a due ore di macchina a nordest di Kunduz
Il distretto di Dasht-e Archi nella provincia di Kunduz è in mano ai talebani. Tanto è bastato il 2 aprile scorso agli elicotteri delle forze aeree afgane per bombardare un raduno religioso nella madrasa di Gujur Akhundzada. Il bilancio adesso è ufficiale e lo denuncia un rapporto della missione Onu a Kabul (Unama), ripreso da diversi media, secondo cui almeno 36 persone, fra cui 30 bambini, sono morte nel raid e altre 71 sono state ferite. Ma il rapporto, che si basa su testimonianze oculari locali, sostiene anche che se la missione ha individuato 107 vittime civili, fonti locali ne denunciano circa 200. Secondo il governo la missione doveva punire una branca della leadership della shura talebana di Quetta e dunque qualche effetto collaterale valeva ben la pena. La Nato non ha detto una parola e gli americani tanto meno. I talebani, che controllano il territorio, avevano invece denunciato il massacro invitando i giornalisti a recarsi in loco per vedere quanto era accaduto. La cinepresa aveva immortalato i cadaveri (il report completo di Unama si può leggere qui).

giovedì 9 novembre 2017

Eravamo in centomila...

Eravamo in centomila, cantava Adriano Celentano nel 1967. Lui si riferiva allo stadio dove aveva visto una ragazza che gli piaceva. Ma questo è anche il bel ricordo dei generali della Nato e del Pentagono e, chissà, di Via XX Settembre. La voglia di stivali sul terreno cresce e la Nato annuncia che da 13.400  soldati passeremo a 14.400 circa. Che con i nuovi arrivi americani (3mila più 11mila già presenti)  farà circa 30mila uomini. Non sono i quasi 150mila di una volta ma son pur sempre di più dei 15mila di qualche mese fa. Per fare che? La nebulosa dice che faremo assistenza tecnica ma questo termine vago preannuncia un lavoro in cui ci si sporcano le mani. Cambia la strategia però: bombe dal cielo, sempre di più, sempre più mirate (?), sempre più potenti, sempre meno segrete. Nell'indifferenza del mondo che guarda stupefatto ai deliri calcolati dei Kim, alla macelleria saudita, e all'America first di Trump - che si traduce in profitti per il comparto industrial militare - l'Afghanistan sta conoscendo una nuova escalation. In sordina. Ssssssssssssstttt. Che nessuno se ne accorga. Eravamo centomila e abbiam perso la guerra. Ci riproviamo in 30mila e poi vediamo.




domenica 17 settembre 2017

Come ti insegno a uccidere meglio

Dopo l'assurdo errore del volantino sganciato dal cielo in cui un cane "cattivo", animale impuro per l'islam, portava una frase del Corano sul corpo mentre era inseguito da un leone "buono" (l'idea era che il cane fossero i talebani), a dimostrazione di una confusa strategia anche mediatica, l'unica certezza all'orizzonte del nuovo surge trumpiano è  che dal cielo non cadranno solo volantini ma sempre più bombe


Volantini dal cielo bombe dall’aria

Dai cieli afgani non piovono solo volantini...(continua nei prossimi giorni su il manifesto in un articolo a due mani con Giuliano Battiston)

venerdì 30 giugno 2017

Più truppe in Afghanistan: la Nato risponde signorsi

Non è  una novità quanto sta emergendo dal summit Nato a Bruxelles. Già sapevamo che gli Stati Uniti (che - ha detto il capo della Difesa Usa - vogliono "finire il lavoro") stanno decidendo l'invio di 3-5mila soldati in Afghanistan. E già sapevamo che la richiesta è stata fatta anche agli alleati, in via diretta o indiretta attraverso appunto la Nato. Sappiamo anche che l'Italia avrebbe in animo di mandare 100 soldati per aumentare il secondo contingente straniero numericamente più importante. Ma oggi veniamo a conoscenza del fatto che  gli americani non si accontenteranno di "centinaia" di soldatini a far da sostegno ai loro ma ne vogliono "migliaia". Quante migliaia? Sembra di capire che la richiesta sia per un numero più o meno equivalente alle scelte americane e dunque, probabilmente, attorno ai 4mila uomini. Attualmente la Nato ha 13mila soldati da 29 nazioni (gli italiani sono 1000). Forse si arriverebbe a 17mila. Gli americano di soldati ne hanno 8500 e dunque salirebbero a circa 13mila. In totale potremmo dunque avere entro la fine dell'anno un corpo di spedizione di circa 30mila soldati. Non sono i 130mila di alcuni anni fa ma è pur sempre un bell'impegno che si profila per altro del tutto inutile. Se la Nato non ha vinto la guerra con 130mila militari come spera di farlo con un quarto di quei soldati? Anche perché, vero o falso, la Nato dice che le truppe inviate non saranno "combat". Che ci vanno dunque a fare?

giovedì 11 maggio 2017

Afghanistan, cresce la voglia di "boots on the ground"

La Danimarca e la Gran Bretagna hanno detto si alla richiesta della Nato di inviare truppe fresche in Afghanistan a sostegno della decisione americana (non ancora formalizzata ufficialmente) di mandare tra 3mila e 5mila nuovi soldati nel Paese asiatico. Il contributo britannico potrebbe essere di 100 nuovi soldati. La Danimarca non ha fatto numeri, La decisione finale a Bruxelles il 25 maggio. Gli americani hanno 8.400 soldati di cui 6.900 inquadrati nella missione Nato. Londra ne ha 500. L'Italia un migliaio che ne fa il maggior contributore. I tdeschi per ora non si sono espressi. Le forze Nato in campo sono circa 13.500 soldati.


martedì 14 febbraio 2017

La guerra infinita. Espulsi dal Pakistan e sotto le bombe degli alleati


Espulsi dal Pakistan in 6oomila in un Paese - il loro, che in molti non vedono da quarant’anni o non hanno mai visto - dove l’ennesimo raid aereo della coalizione alleata al governo di Kabul ha ucciso almeno 18 persone. Civili. In maggioranza donne e bambini.
Tra le due notizie, che hanno un tragico nesso, è difficile stabilire qual è la più grave: da una parte il Pakistan continua il suo programma di rimpatrio forzato di un milione di afgani, dall’altro, in Afghanistan, si continua a morire mentre il comandante della Nato e delle truppe Usa nel Paese, il generale statunitense John Nicholson, invoca più truppe - Nato e americane – e accusa Russia e Iran di appoggiare i talebani. Il risultato è quello di un innalzamento dei toni in questa guerra silente che nel 2016 ha mietuto più vittime da quando la missione Onu a Kabul (Unama) ha iniziato nel 2009 a tenerne il bilancio.

Ed è proprio un rapporto preliminare di Unama ad esprimere «grave preoccupazione» per i raid aerei che, tra il 9 e il 10 febbraio, avrebbero ucciso almeno 18 persone nel distretto di Sangin (Helmand); Resolute Support, la missione Nato in Afghanistan, avrebbe aperto un’inchiesta. Altre sette civili sarebbero invece stati uccisi dai talebani l’11 febbraio durante un attacco a militari afgani a Lashkargah, capitale della provincia. Sangin è una delle aree più guerreggiate e nel solo 2016 l’Helmand ha visto morire 891 civili, una delle percentuali più elevate della guerra. In un Paese dove l’anno scorso le vittime civili sono state oltre 11mila: 3512 morti (tra cui 923 bambini) e 7.920 feriti (di cui 2.589 bambini) con un aumento del 24% rispetto al periodo precedente.

lunedì 9 gennaio 2017

Afghanistan. L'Italia torna in prima linea

Benché ufficialmente si tratti di una missione di una settimana con scopi addestrativi, la Nato ha deciso l'invio di 200 soldati a Farah (Afghanistan occidentale) che, in gran parte, saranno italiani di stanza nella base di Camp Arena a Herat, dove Roma ha 950 soldati. Come sottolinea Al Jazeera, anche se il numero è esiguo, l'impegno segna un nuovo coinvolgimento delle truppe straniere nella guerra afgana che segue la decisione americana per altri 300 marine destinati nell'Helmand. Dopo la diffusione di voci, alla fine dell'anno scorso, di un coinvolgimento di aerei italiani nei cieli dell'Afghanistan (voci non confermate), l'invio dei militari a Sud non è un buon segno e sembra anche poco credibile che la missione sia "non combat". Qualcosa sta accadendo nel Paese, con una nuova fase della guerra sulla quale abbiamo poche e frammentarie notizie. Quel che appare certo è che Trump non intende lavarsene le mani come aveva detto in campagna elettorale. Seguirà le indicazioni di Obama che ha chiesto che l'impegno Usa resti tale. Sembre che anche Roma conserverà questo atteggiamento.

C'è  intanto un'emergenza profughi che non accenna a diminuire. Anzi. Secondo il governo afgano, 200mila sono a rischio per freddo e fame nel Paese e 1500 fra loro, nel 2016, han perso la vita. La situazione attuale segna un bilancio di circa un milione di sfollati interni cui si è aggiunto l'anno scorso un altro milione di afgani rientrati in Afghanistan - in molti casi perché cacciati - dal Pakistan e dall'Iran.


domenica 10 luglio 2016

Afghanistan: la strategia che non va

A chiusura del vertice Nato di Varsavia, oltre alle novità sul fronte ucraino, anche la conferma che la missione Resolute Support andrà oltre il 2016 con 12mila soldati Nato e gli 8500 uomini che Obama ha fatto sapere - il 6 luglio scorso - che gli Usa lasceranno nel Paese. La forza d'occupazione rimane. La pace si allontana. Nessuna nuova idea ma la ripetizione di un modello che non ha funzionato.

Il mio commento a Radiopopolare (minuto 8'25")





Barack Obama sull'Afghansitan il 6 luglio alla Casa Bianca

venerdì 8 aprile 2016

venerdì 12 febbraio 2016

Afghanistan: la Ue batte un colpo

Il segretario generale
della Nato Stoltenberg
Se i militari scaldano i muscoli e da Bruxelles, al  meeting Nato dei ministri della Difesa, il segretario generale dell'Alleanza Stoltenberg reitera il sostegno a Kabul sino al 2020 (ma il vero focus dell'incontro erano i rifugiati), anche la diplomazia europea si muove. Organizzerà una conferenza sull'Afghanistan per il 4-5 ottobre a Bruxelles.  La vice segretario generale degli Esteri dell'Unione (Eeas)  Helga Maria Schmid (il numero 2 alla direzione generale che risponde a  Federica Mogherini) ha fatto sapere che si sta pensando a invitare l'Iran, per ora l'unica novità rilevante oltre alla notizia in sé (qualche analista suggerisce che dovrebbe partecipare anche Mosca).

 E' l'unica notizia di rilievo che riguarda l'Europa in questi mesi che sostituisce al brusio militare anche la voce dei civili. Purché il meeting non si risolva a parlare della sola questione sicurezza, la parola chiave ormai protagonista del dibattito anche politico sull'Afghanistan. Interno ed esterno.

giovedì 28 gennaio 2016

Nato/Afghanistan: cambio della guardia al vertice

Nicholson, un esperto
per operazioni sul terreno
Se la decisione del Pentagono sarà confermato dal Senato americano, il generale  John Nicholson succederà a  John Campbell, comandante di Resolute (missione Nato nel Paese) support dal 2014 e che il primo di marzo termina il suo mandato. Nicholson è già alla Nato (alla guida dell' Allied Land Command) e ha una lunga esperienza afgana (vice comandante generale per l'Afghanistan dal 2010 al 2012). Sotto il suo comando ci sono anche i 9.800 soldati americani che per tutto il 2016 resteranno nel Paese (dovrebbero scendere a 5.500 entro il 2017).

Intanto Unama (Onu) e altre organizzazioni umanitarie hanno lanciato il  2016 Humanitarian Response Plan for Afghanistan. Secondo le Nazioni unite  servono almeno 393 milioni di dollari per il 2016. Nel 2015 300mila afgani si sono nella condizione di sfollati interni a causa della guerra e 130mila dovuti a eventi naturali straordinari. La guerra ha colpito l'anno scorso oltre sei milioni di afgani (circa uno su cinque).

martedì 12 gennaio 2016

Il processo di pace "must go on" (per ora senza i talebani)

Pace in salita. La scalata
la guida il Pakistan
Per adesso la montagna ha partorito un topolino ma non era immaginabile andare oltre. Riunitosi ieri per la prima volta a Islamabad, il Quadrilateral Coordination Committee, che comprende Afghanistan, Pakistan, Cina e Usa, ha fissato il suo secondo incontro a Kabul fra una settimana e ha sopratutto messo nero su bianco che il negoziato di pace coi talebani deve andare avanti. Come? Si vedrà.

Alla riunione c'erano per il Pakistan il ministro degli Esteri Aizaz Ahmad Chaudhry e Sartaj Aziz, ascoltato consigliere del premier Nawaz Sharif, per l'Afghanistan il vice ministro degli esteri Hekmat Khalil Karzai, e gli inviati speciali americano e cinese: Richard Olson e Deng Xijun. Dietro le quinte, il potentissimo capo delle forze armate pachistane Raheel Sharif, l'architetto di questa nuova stagione negoziale. Tutti favorevoli al processo di pace ma, per ora, senza i talebani, rimasti il convitato di pietra di questo incontro quadrangolare dove erano presenti i principali protagonisti della guerra afgana. Un incontro (il primo) tra governo e talebani si era tenuto in Pakistan in luglio ma tutto era poi collassato sia per l'annuncio della morte di mullah Omar sia per le polemiche interne ai talebani sull'opportunità di parteciparvi. Infine, ai colloqui era seguita un'ondata di attentati e stragi, spesso senza rivendicazione, che avevano fatto montare un fortissimo sentimento anti pachistano negli afgani: clima che ha richiesto mesi per ricucire lo strappo.

L'inviato speciale per l'Afghanistan
ambasciatore Deng Xijun.
I cinesi stanno giocando la partita
Per ora dunque c'è almeno un accordo di principio e una “road map” da negoziare il 18 gennaio assieme forse a una lista top secret in cui il Pakistan avrebbe messo i nomi dei talebani disposti al dialogo. Tra loro ci sarebbe anche il capo, mullah Mansur, che viene considerato più malleabile di Omar.
 Ma sono solo illazioni e per ora restano una notizia  senza conferme da parte del movimento in turbante.

Alla vigilia dell'appuntamento di Islamabad ha intanto visto la luce l'ennesimo rapporto sulla situazione militare. Si tratta, ha scritto il magazine tedesco Der Spiegel, di un dossier “segreto” della Nato di cui il settimanale è venuto in possesso. Il rapporto, in totale controtendenza rispetto a quello del Pentagono presentato al Congresso americano a fine anno, non risparmia nulla alle forze di sicurezza afgane, incapaci, secondo la Nato, di far fronte alla minaccia talebana. Spiegel scrive che secondo l'Alleanza solo uno dei 101 battaglioni di fanteria è “pronto per il combattimento” e che dieci battaglioni non sarebbero nemmeno in grado di essere operativi. Benzina sul fuoco poi ce la mette proprio un americano, il generale John Campbell che dall'agosto 2014 è al comando della missione Resolute Support che ha sostituito Isaf con soli compiti di addestramento. I talebani avrebbero il controllo di fette di Paese sempre più vaste mentre – aggiunge il rapporto – e continua a salire il numero dei morti: nel solo 2015 oltre 8mila vittime militari afgane (una media di 22 al giorno) con perdite aumentate del 42% rispetto all'anno prima.

Alla Nato non sono soddisfatti: mirano
a far crescere Resolute Support?
I conti non tornano se il rapporto del Pentagono era assai più moderato nel giudizio e se la stessa missione di sostegno e formazione della Nato finisce, indirettamente, per ammettere di non essere in grado di fornire l'addestramento necessario. Viene da chiedersi se dietro al dossier “top secret”, che è però finito sui giornali, non ci sia il desiderio di aumentare Resolute Support chiedendo ai Paesi aderenti di far crescere i propri contingenti. Certo il problema esiste: proprio ieri il presidente della Commissione sicurezza dalla Camera, Mirdad Nejrabi, ha accusato il governo di non essere in grado di gestire la guerra. Accusa accompagnata dalle rivelazioni di Karim Atal a capo del Consiglio provinciale dell'Helmand del Sud secondo cui il 40% dei soldati di stanza nell'area sarebbero “fantasmi” i cui salari andrebbero nelle tasche dei comandanti. E ce n'è ancora per il presidente Ghani, sotto schiaffo perché accusato di mettere in piedi commissioni di indagine che non approdano a nulla, come nel caso della caduta di Kunduz in mano ai talebani l'anno scorso sulla quale ancora si aspetta un rapporto dettagliato. Inverno difficile e una primavera che rischia di portare, con la stagione secca, nuovi guai sul piano militare e su quello politico.

domenica 25 ottobre 2015

Kunduz, abbiamo un problema (aggiornato)

Il Lockheed AC-130 macchina da guerra aerea
Mentre il bilancio del raid del 3 ottobre che ha interamente devastato l'ospedale di Msf a Kunduz in Afghanistan è salito a 30 vittime, il Pentagono ha fatto sapere che il rapporto interno della Difesa americana (un'altra inchiesta viene condotta dalla Nato e un'altra ancora dal governo di Kabul) non è ancora pronto. Nel giustificare il ritardo, il segretario alla Difesa Ashton Carter ha detto che il Pentagono vuole un lavoro «fatto bene», in linea con l'assunzione di responsabilità e trasparenza nei confronti delle vittime. Il rapporto, o quantomeno le prime risultanze dell'indagine, erano attese entro questa settimana, a quasi un mese ormai da quello che Washington e la Nato hanno definito un «tragico incidente» e Msf una patente «violazione del diritto internazionale umanitario». In altre parole un crimine di guerra.

venerdì 9 ottobre 2015

Afghanistan: un Paese quattro scenari

L'attacco alla città settentrionale di Kunduz non ha solo dimostrato che la guerra in Afghanistan non è finita e che i talebani sono tutt'altro che sconfitti. Acuisce le differenze (e le difficoltà) del governo bicefalo di Kabul. Mettendo in imbarazzo la comunità internazionale

Il fatto che la città di Kunduz sia caduta nelle mani dei talebani alla fine di settembre ha improvvisamente ricalendarizzato l'Afghanistan nella priorità della comunità internazionale che, assorbita dalle vicende mediorientali e nordafricane, aveva ormai considerato il Paese dell'Hindukush un capitolo in sostanza chiuso. In realtà l'attacco dei talebani, il più clamoroso dal punto di vista militare dal 2001, avveniva mentre a New York, a margine dell'Assemblea generale dell'Onu, i Paesi già impegnatisi finanziariamente e militarmente ribadivano l'impegno a non abbandonare il Paese ma si guardavano bene dal riprendere in mano il capitolo militare se non per l'impegno a continuare il finanziamento all'esercito nazionale (Ana) con un sostegno in termini anche di istruttori e consiglieri. La vicenda di Kunduz rimuove ora le acque – specie dopo il raid che ha colpito l'ospedale di Msf - in uno scenario che si può ricondurre ai quattro protagonisti principali e alla loro visione della situazione

Scenario 1/ Kabul
Il primo scenario è quello in cui è immersa la realtà afgana, segnata, oltreché da una guerra interna tutt'altro che conclusasi, da forti tensioni coi vicini (il Pakistan in particolare), da una congiuntura economica in peggioramento e, soprattutto, da una fragilità istituzionale non sanata dalle presidenziali conclusesi - dopo un lungo braccio di ferro - con la nascita di un governo bicefalo (National Unity Government): con un presidente e un capo dell'esecutivo che incarna una sorta di premierato molto sui generis e non previsto dalla Costituzione che ha permesso ad Abdullah Abdullah, il secondo più votato dopo Ashraf Ghani, di poter decidere la scelta di metà dell'esecutivo e di contare su un potere sinora concentrato solamente nelle mani del presidente. Il problema del governo bicefalo non è però solo quello di una spartizione dei poteri ma semmai quello di due visioni della realtà molto diverse che finiscono, in molti casi, per paralizzare almeno in parte l'esecutivo: dalle nomine dei singoli funzionari sino alla logica in cui si deve muovere la politica estera o il processo negoziale con la guerriglia, due elementi su cui Ghani e Abdullah hanno visoni diametralmente opposte. Il primo ha teso la mano ai pachistani e spinge per negoziare col nemico; il secondo è ferocemente anti pachistano, non perde occasione per accusare Islamabad di doppiogiochismo, è molto sospettoso sul negoziato di pace, al momento in fase di stallo totale. Su un unico punto i due primi inter pares hanno avuto una posizione concorde: hanno presentato un piano programmatico per i prossimi anni (governance, economia, sociale) che, agli occhi della comunità internazionale, ha sortito l'effetto di rinsaldare la fiducia piuttosto vacillante nei confronti del nuovo esecutivo.

sabato 3 ottobre 2015

Kunduz, strage all'ospedale (aggiornato)

Secondo la Nato i bombardamenti mirati su Kunduz in appoggio alle forze armate afgane si limiterebbero alle retrovie talebane proprio per evitare vittime civili. Ma ecco l'inevitabile "errore".  Medici senza frontiere  ha denunciato che stanotte un raid aereo ha colpito il suo ospedale in città uccidendo almeno 19 persone tra cui operatori sanitari della struttura e pazienti (anche banìmbini). Almeno 37 i feriti  tra cui 19 dello staff medico e paramedico di Msf. 5 sono gravi.  Secondo la Nato "potrebbe" essersi trattato di un bombardamento americano che ha sbagliato obiettivo:  "effetti collaterali". Ma per Msf non si può parlare di incidente. Non si sa ancora tutto sulle altre vittime civili imputabili ai raid (e così per la battaglia di terra tra talebani e governo) ma questo primo effetto collaterale potrebbe benissimo non essere l'ultimo. L'ospedale è stato colpito più volte a partire dalle 2.10 di stamane (ora locale) "eppure tutti - ha detto Loris De Filippi di Msf Italia stamane a Radiopopolare  - conoscono la sua posizione".

Aggiornato alle 19 20 (in seguito i decessi sono arrivati a 22)

giovedì 1 ottobre 2015

Bombardare Kunduz

I raid su Kunduz non sono soltanto un fatto odioso perché bombardare una città significa automaticamente produrre vittime civili certe. E' sbagliato dal punto di vista politico, poiché diminuisce le già labili speranze di un negoziato di pace. Ed è inefficace dal punto di vista militare come ormai la storia recente, dall'Irak alla Siria passando ovviamente per l'Afghanistan, sembra aver ampiamente accertato. Kunduz tra l'altro, è bene ricordarlo, è stata già teatro di una strage: nel 2009, aerei della Nato, chiamati in soccorso da un colonnello tedesco, bombardarono in quella provincia centinaia di persone che stavano tentando di spillare gasolio da due autobotti, poco prima sequestrate dalla guerriglia. La strage di Kunduz è uno dei tanti episodi orribili di questa guerra che, in quel caso come in altri, aveva reso più evidente la tragica beffa degli “effetti collaterali”. Conditi da un'altra beffa ancora: a Bonn, quattro anni dopo, un tribunale respinse la domanda di risarcimento di decine di famigliari delle vittime che in totale - secondo l'avvocato delle famiglie – erano state 137. Il nome del responsabile, come nella favola omerica, rimase “Nessuno”.

giovedì 4 dicembre 2014

Sostegno risoluto! Ma a cosa?

La firma a Kabul che ha spianato la strada
a "Resolute Support" (foto Nato)
Non sarà “risolutiva” ma solo “risoluta” la missione “Resolute Support” che ha ormai ottenuto anche il via libera dal parlamento afgano e che impiegherà circa 12mila soldati con compiti di formazione delle forze armate afgane a partire dal 2015. Almeno nel nome della missione, la Nato fa mostra di pragmatismo, sul resto si vedrà. Ma se non è compito di un'alleanza militare far quadrare i conti della politica (quelli militari sono per altro pessimi) per ogni Paese che partecipa la questione politica si impone. Tanto per cominciare con numeri e costi. In attesa di sapere di che morte morire nella continuazione della guerra con altri mezzi, il parlamento italiano per ora i numeri li sa a spanne: 200, 500, 750, 1800 soldati? Una forbice che fa lievitare i costi tra 100mila e almeno mezzo milione di euro. Ma se è l'obiettivo politico quello che più conta, come, su cosa e con che mezzi Roma intende impegnarsi nei prossimi anni (almeno dieci come chiede a Londra la società civile afgana)?

A Bruxelles il ministro Gentiloni ha appena incontrato privatamente Ashraf Ghani e, al termine dell'ultimo vertice dell'Alleanza e alla vigilia della Conferenza di Londra, ha detto di aver ribadito al nuovo presidente l'apprezzamento per il cammino di riforme intrapreso da Kabul e che, dal 2015, la missione italiana cambierà segno: che il sostegno sarà più economico che militare più dunque rivolto alla cooperazione civile che non a quella con la divisa. Se il buon giorno si vede dal mattino la riduzione del contingente sarà il primo vero segnale. Il secondo sarà quello che riguarda i fondi messi a disposizione della cooperazione civile con l'Afghanistan con risorse che potrebbero proprio essere drenate dalla spesa militare come da anni chiede l'associazionismo italiano impegnato in quelle terre. Presto la nuova legge che riguarda le missioni all'estero dovrà tornare in aula e lì si capirà se effettivamente ci sarà una svolta o una semplice spending review.