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giovedì 21 giugno 2018

Afghanistan? Gialloverde signorsi

Ritiro delle truppe? Nemmeno accennato
E’ un comunicato di 5 righe quello che il ministero diretto da Enzo Moavero Milanesi ha dedicato all'incontro alla Farnesina col Chief Executive del governo afgano, Abdullah Abdullah a Roma fino a ieri per una riunione  del World Food Programme. Sommate all'apprezzamento del 17 giugno sulla tregua tra Kabul e la guerriglia per la festa di Eid el-fitr, la posizione dell’Italia sull'Afghanistan totalizza 8 righe e mezzo. Appena un quarto del messaggio che Moavero ha fatto avere alla stampa quando il 10 giugno ha incontrato a Roma il Segretario generale della Nato, Stoltenberg. In quell’occasione “Moavero ha tenuto a ricordare come l’Italia, quinto contributore al bilancio della Nato, abbia profuso un grande impegno in termini di uomini, mezzi e risorse nelle operazioni Nato”, soprattutto “in Afghanistan e in Kossovo”. Il ministro ha inoltre sottolineato “come la tendenza alla crescita” delle spese militari “si vada consolidando”.

lunedì 3 giugno 2013

LA MOZIONE DI SEL SULL'AFGHANISTAN



La pubblico con colpevole ritardo ma è stata presentata a fine maggio proprio mentre stavo tornando a Kabul per una serie di eventi di cui darò conto nei prossimi giorni:

Atto Camera

Mozione 1-00060
presentato da
MIGLIORE Gennaro
testo di
Mercoledì 29 maggio 2013, seduta n. 25

La Camera,
premesso che:

sono trascorsi quasi 12 anni dall'inizio della missione NATO in Afghanistan, uno dei conflitti più lunghi, controversi e sanguinosi, in cui hanno perso la vita oltre 3.000 soldati della coalizione, di cui 52 italiani e oltre 70.000 civili afghani;
soltanto nel 2011, in base ad un rapporto dell'UNICEF, in Afghanistan sono stati uccisi o feriti, a causa del conflitto, 1.756 bambini, una media di 4,8 bambini al giorno; sempre lo stesso anno, 316 tra bambini e ragazzi sotto i 18 anni di età sono stati reclutati dalle parti in conflitto, in particolare dai gruppi armati di opposizione;
trattasi di una missione che ha visto schierati 130.000 soldati stranieri, 4.000 dei quali italiani, e che è costata solo agli Stati Uniti oltre 150 miliardi di dollari, mentre l'Italia ha speso 5.415.640.096 euro di cui solo 217.903.400 destinati alla cooperazione;
nel vertice della NATO, tenutosi a Lisbona nel novembre 2010, si è deciso di ritirare le truppe dall'Afghanistan entro il 2014, quando le forze di sicurezza afghane avranno assunto il controllo della sicurezza sul territorio, mentre nel vertice tenuto a Chicago nel maggio 2012 la NATO ha deciso che trasferirà la sicurezza alle forze afghane in tutto il territorio entro il 2013 e che resterà con un solo ruolo di sostegno fino alla fine del 2014; successivamente resteranno truppe di addestramento e saranno finanziati stipendi a soldati e poliziotti afghani, con un costo annuo di 4,1 miliardi di dollari per mantenere ed addestrare i 228.500 effettivi;
al vertice di Chicago l'Italia si è impegnata a sostenere le forze di sicurezza negli anni 2015-2017 con 360 milioni di euro da spalmare nel triennio;
la Conferenza dei donatori dell'Afghanistan, svoltasi a Tokyo nel luglio 2012, ha preso l'impegno di fornire più di 16 miliardi complessivi in aiuti civili entro il 2015 e di proseguire con i finanziamenti almeno fino al 2017;
il prodotto interno lordo dell'Afghanistan, secondo la Banca mondiale, dipende per il 90 e 95 per cento dall'aiuto esterno; dunque la paura degli afghani è che finita la missione militare si verifichi un disimpegno della comunità internazionale sia a livello economico, che di attenzione verso le sorti del Paese;
la Francia ha anticipato il ritiro del suo contingente, portando a casa nel 2012 le truppe da combattimento (circa 2000 soldati su 3550), gli altri hanno l'incarico di organizzare il rimpatrio del materiale e l'addestramento delle forze di sicurezza afghane; dopo il 2014 resterà una ridottissima presenza francese per una limitata cooperazione civile ed economica;
anche Canada ed Australia hanno annunciato un ritiro anticipato delle loro truppe;
gli enormi sforzi in termini di vite umane e investimenti economici sono stati ripagati da scarsi progressi di democrazia e sviluppo;
secondo l'UNODC, l'ufficio dell'ONU per le droghe ed il crimine, il fenomeno della corruzione in Afghanistan ha toccato nel 2012 i 3,9 miliardi di dollari, con una crescita del 40 per cento rispetto al 2009, nello stesso anno circa un afghano su due ha pagato la «mazzetta» per ottenere un servizio pubblico;
sempre da un rapporto dell'UNODOC, risulta che nel 2011 in Afghanistan le terre coltivate ad oppio siano 154.000 ettari, con un incremento del 18 per cento rispetto all'anno precedente, con una produzione di 3.700 tonnellate, con un calo del 36 per cento rispetto al 2010 a causa di malattie delle piante e cattive condizioni meteorologiche; quello dell'oppio è un business che rappresenta fra il 4 ed il 7 per cento del prodotto interno lordo del Paese;
secondo il rapporto 2012 di Amnesty International, le autorità giudiziarie, la polizia e l'esercito nazionale afghano hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani. Sono continuate le detenzioni e gli arresti arbitrari, con ricorso sistematico alla tortura e ad altre forme di maltrattamento da parte dei servizi d’intelligence. Gli afghani, in particolare donne e ragazze, sono stati privati dei loro diritti alla salute e all'istruzione. Gli aiuti umanitari sono rimasti inaccessibili per gran parte della popolazione nelle zone controllate dai talebani e da altri gruppi d'insorti. La violenza contro donne e ragazze è stata diffusa ed è rimasta impunita, in particolare nelle zone controllate dagli insorti. L'Isaf e la Nato hanno continuato a lanciare attacchi aerei e raid notturni, mietendo decine di morti tra i civili;
il Ministro della difesa pro tempore Giampaolo Di Paola aveva annunciato una riduzione della presenza militare italiana in Afghanistan del 25/30 per cento entro il 2013 e del restante 70/75 per cento entro il 2014;
questa fase di passaggio è un'occasione per il Governo italiano di rilanciare la sua credibilità come attore rilevante nella cooperazione internazionale, con un importante contributo alla costruzione di una società afghana fondata sul rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali di donne e uomini,

impegna il Governo:

ad annunciare l'immediata uscita del nostro Paese dalla missione ISAF, riportando quanto prima in Italia le truppe impegnate sul terreno, lasciando sul campo solo i militari necessari ad organizzare il rientro del materiale con precise regole d'ingaggio;
a fornire al Parlamento una dettagliata analisi sulla presenza militare italiana in Afghanistan negli ultimi dodici anni e, in particolare, nell'ultimo periodo, ovvero da quando il Ministro pro tempore Di Paola ha annunciato la possibilità per gli aerei italiani di caricare bombe e colpire obiettivi a terra;
nel rifinanziare le missioni per l'ultimo trimestre del 2013, ad assumere due iniziative normative urgenti, una per l'Afghanistan e una per tutte le altre missioni, finalizzando per la prima i fondi della missione militare al solo scopo di organizzare il ritiro delle truppe e destinando il 30 per cento di ogni euro risparmiato dalla missione militare alle politiche di cooperazione con l'Afghanistan;
a sostituire quanto prima la missione militare con una civile con lo specifico compito di sostenere la popolazione afghana con progetti di sostegno alla cooperazione e di ricostruzione civile del Paese.

(1-00060) «Migliore, Scotto, Duranti, Claudio Fava, Piras, Aiello, Airaudo, Boccadutri, Franco Bordo, Costantino, Di Salvo, Daniele Farina, Ferrara, Fratoianni, Giancarlo Giordano, Kronbichler, Lacquaniti, Lavagno, Marcon, Matarrelli, Melilla, Nardi, Nicchi, Paglia, Palazzotto, Pannarale, Pellegrino, Piazzoni, Pilozzi, Placido, Quaranta, Ragosta, Ricciatti, Sannicandro, Zan, Zaratti».


venerdì 12 aprile 2013

QUELLA TIMIDEZZA SULLE SCELTE DI PACE

La mozione sull'Afghanistan del Movimento 5 stelle non è una semplice fuga in avanti per parlare alla pancia del Paese come già fece la Lega col suo “tutti a casa” che voleva riportare in patria i “nostri ragazzi” in Afghanistan. Il gruppo di parlamentari che ci ha lavorato alla Camera ha articolato una proposta che guarda oltre il 2014 e che, se vuole i soldati a casa, non vuole nemmeno dimenticare l'Hindukush. Il merito è di aver voluto gettare il sasso nello stagno, una palude per la verità visto che un dibattito parlamentare vero e proprio su quel che stiamo facendo laggiù si è affacciato, nelle passate legislature, solo con qualche timido emendamento durante il voto sulle missioni all'estero. Poi silenzio, compreso quello (fatta eccezione per l'Idv) sulle bombe che continuiamo a sganciare nell'Ovest afgano almeno dall'estate scorsa, come ammise candidamente il ministro Di Paola.

Per il momento quella del M5S è l'unica posizione degna di nota su una guerra ultradecennale, evidentemente persa e in cerca di una via d'uscita che meriterebbe un po' più di attenzione e trasparenza: quando e come il ritiro, con che tempi, con che spese. Soprattutto decidere se investire finalmente nel civile, non più nel militare. Per ora Sel a una mozione sta lavorando ma c'è chi teme che sia la difficile convivenza col Pd su certi temi a mettere il freno alla sinistra dello schieramento. Almeno è quanto qualcuno ha malignato mercoledi dopo aver letto la mozione contro l'acquisto degli F-35 preparata da Sel che, a fondo pagina, fa sua la richiesta di “sospensione” e non di “cancellazione” della partecipazione italiana alla realizzazione dei mortali e costosi caccia bombardieri. Un refuso o l'ammorbidimento di una posizione? Nondimeno nel Pd c'è chi ci starebbe a essere più tranchant sugli F-35 o sull'Afghanistan, cui siamo legati dal patto con la Nato. E poiché è già certo che nel 2014 la missione Isaf finirà, la strada per una svolta decisa sembrerebbe in discesa.

La buona notizia è che di queste cose si è discusso a un forum sugli F-35 convocato proprio da Sel (Giulio Marcon ex Sbilanciamoci!) per fare il punto coi promotori della campagna (Rete Disarmo, Tavola della pace e appunto Sbilanciamoci!). Partecipazione alta di decine di sigle dei movimenti e di moltissimi deputati, soprattutto di Sel e M5S ma anche del Pd. Ne è nata l'idea, lanciata da Marcon, di un intergruppo parlamentare che lavori sui temi del disarmo, della pace e di un nuovo modello di difesa. Quale miglior occasione per pensare a un fronte comune che vada oltre gli slogan e trasformi le campagne sul disarmo in leggi dello Stato. Superando le timidezze.

Questo commento è apparso oggi su il manifesto

giovedì 11 aprile 2013

AFGHANISTAN, (BELLA) SORPRESA 5 STELLE

Battendo tutti i loro colleghi sul tempo, i parlamentari della Camera del Movimento5Stelle hanno preparato in gran fretta la loro prima mozione. E con grande (e piacevole) sorpresa di questo blog e, credo, di quanti hanno a cuore quel (con)dannato Paese, la prima mozione è dedicata all'Afghanistan.



Per quel che abbiamo potuto sapere la cosa è ben architettata, pensata e rigirata. Chi pensasse a un semplice e di pancia “Via le truppe dall'Afghanistan!” (come lo intendeva la Lega) rimarrà deluso. C'è un tentativo di analisi e una preoccupazione per il dopo 2014. E la scelta di puntare su quella guerra ormai archiviata come primo atto politico, bhe, a noi pare davvero una decisione encomiabile. La sottoscriveranno questa mozione gli altri gruppi? Avranno voglia di condividerla o faranno finta di nulla? Proporranno altre cose su una materia mai affrontata fino in fondo e in modo trasversale (le bombe, il reinvestimento della spesa militare....)?

A me pare un ottimo terreno di incontro e discussione. Distanti certo su altre cose, a mio avviso, Pd Sel e M5S potrebbero accordarsi per suggerire in futuro proprio una mozione congiunta. Ciò darebbe forza al quel possibile intergruppo parlamentare che è (forse) nato ieri su impulso di Giulio Marcon che ha convocato una riunione con le reti che hanno sostenuto la battaglia contro gli F-35 cui hanno partecipato associazioni e parlamentari, questi ultimi molto numerosi (di Sel, Pd e Cinque Stelle). Caro, vecchio Afghanistan, qualcuno si ricorda di te e non intende sacrificarti sull'altare dell'oblio e della realpolitk del taglio ministeriale per mancanza di fondi (che ovviamente si possono prelevare dal risparmio sulla spesa militare....)