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domenica 17 ottobre 2021

Le armi del terrore

Oggi ho pubblicato su ilmanifesto la storia di Abdul Ramakee, medico afgano, che nel 2015 subì il devastante raid americano sull'ospedale di Kunduz che uccise quasi la metà degli oltre 90 pazienti del nosocomio di Msf e, assieme a loro, buona parte dello staff medico. Ramakee si salvò per miracolo e ora, scampato alla strage e alla guerra, vive con la sua famiglia in Italia dove è giunto da poco. La storia, raccolta grazie alla Ong Vento di Terra,  non è solo un racconto tragico di guerra ma implica una riflessione su cosa sia il terrorismo. Non solo gli americani fecero un "errore tecnico", come almeno dichiarono, ma usarono un'arma dal cielo, imperfetta per forza di cose e che incute terrore al solo suono del rumore del bombardiere. Vogliamo considerare che non sono solo le bombe sporche e i kamikaze a usare l'arma del terrore? Vogliamo dire che usare le bombe è puro terrorismo ben oltre l'azione di guerra "normale" (pur nelle sua atrocità)? Ringrazio Ramakee per avermelo ricordato.

sabato 6 ottobre 2018

Un appello afgano alla Perugia Assisi

Oggi a Ferrara, al Festival di Internazionale  al banchetto di Msf,  e a  Perugia, nell’ambito dei seminari che si tengono alla vigilia della Marcia della pace Perugia Assisi, viene divulgato un messaggio dei marciatori afgani che, a partire dal maggio scorso, hanno percorso 700 km a piedi da Lashkargah nel Sud sino a Kabul, dove sono arrivati in giugno per poi proseguire sino a Mazar-e-Sharif nel Nord.

La marcia, autorganizzata e accolta con favore nei territori attraversati, chiede il cessate il fuoco immediato a tutte le parti in conflitto. In occasione della Perugia Assisi i marciatori hanno affidato ad “Afgana” un loro messaggio per chi vuole la pace in Afghanistan in Italia e in Europa. Eccolo


Lasciate l’Afghanistan agli afgani
Messaggio dei marciatori a piedi nudi da Helmand fino a Mazar Sharif
per i marciatori italiani della Perugia Assisi

Dopo l`11 settembre 2001 gli Americani e i loro alleati hanno deciso di combattere il terrorismo e dal 2003 i talebani sono stati sconfitti e con loro il terrorismo. Tutti dovevano quindi rientrare a casa. Ma il processo politico non e` finito e l’Occidente ha permesso la riorganizzazione dei talebani con l`aiuto dei pachistani attraverso la riorganizzazione di campi e consentendo alla guerriglia di sopravvivere. E’ ricominciata una guerra sanguinosa che uccide migliaia di persone innocenti. Una guerra tuttora in corso.

Il processo di ricostruzione e sviluppo economico sono bloccati ed è ricominciata l`emigrazione e la fuga degli afgani dal nostro Paese. La coltivazione dell`oppio è cresciuta sotto un governo debole e corrotto che non ha nessun sostegno dalla popolazione e in questo modo i talebani hanno potuto crescere e conquistare villaggi e distretti. Poi è arrivato anche l`Isis che ha dato una scusa all`Occidente per rimanere in Afghanistan. Alcuni vogliono che l`Afghanistan diventi un campo di battaglia permanente e senza futuro come la Siria. Tutto ciò per giustificare la loro presenza.

Noi afgani siamo stanchi e non possiamo più sopportare il peso della guerra. Non ce la facciamo più. Chiediamo a tutti gli italiani e agli europei di aiutarci e mettere sotto pressione Nato e americani che non devono permettere la riorganizzazione della guerriglia e devono lasciare a noi come esseri umani il diritto di vivere in pace e avere un governo che sia scelto solo dagli afgani altrimenti questa situazione continuerà. E continuerà a coinvolgere anche tutti voi occidentali.

L’Associazione di promozione sociale “Afgana”, con sede a Levico Terme (Tn) ed erede della Rete Afgana – soggetto informale nato nella società civile italiana nel 2007 – ha continuato a svolgere in questi anni attività di ricerca e sostegno a favore dell’associazionismo indipendente dell’Afghanistan. Il taglio del contributo pubblico ad attività della società civile italiana in Afghanistan ha rallentato il nostro lavoro ma non ci ha impedito di continuare a tenere un legame con l'associazionismo locale, sempre più sotto tiro, sia da parte della guerriglia sia da parte del governo per il suo ruolo insostituibile di soggetto critico e indipendente. In Italia “Afgana” cerca di tener viva – con articoli, conferenze, convegni - la memoria di un conflitto sul quale i riflettori della cronaca si sono attenuati e che continua però a mieter ogni anno più vittime civili (1692 morti e 3.430 feriti nei primi sei mesi del 2018 secondo l’Onu) con un aumento dell’attività militare sopratutto in termini di raid aerei.
Facendo proprio il messaggio che i “marciatori a piedi nudi” afgani hanno rivolto ai marciatori della Marcia Perugia Assisi per il 7 ottobre, Afgana chiede una revisione della politica italiana in Afghanistan, l’inizio e un calendario del ritiro delle nostre truppe come segnale inequivocabile che il nostro Paese è favorevole, non solo a parole, al processo negoziale interafgano. Il che non deve impedire al nostro governo di lavorare in sede multilaterale per sostenere la popolazione civile, la tutela dei diritti umani, il diritto alla salute, all’istruzione e al lavoro di donne e uomini. Afgana è inoltre favorevole alla riconversione della spesa militare in Afghanistan (185.343.173 milioni nel 2018) in un aumento dell’investimento in cooperazione civile (nel 2018 di soli 20 milioni).
Afgana auspica infine che il governo italiano riveda interamente la sua strategia di “missioni di pace” all’estero e che si impegni per un rafforzamento, anche dal punto di vista militare, delle operazioni di interposizione sotto la bandiera delle Nazioni Unite.




venerdì 15 dicembre 2017

Colpirne uno per educarne cento

Non sono stati 400 i morti dell’ultimo pogrom scatenato in Myanmar contro la minoranza musulmana dei Rohingya. In un mese, dal 25 agosto al 24 settembre 2017, sono morte per cause violente nello Stato birmano del Rakhine, almeno 6.700 persone tra cui 730 bambini al di sotto dei 5 anni. Dei 9mila morti stimati (per difetto) durante l’esodo verso il vicino Bangladesh, molti sono probabilmente stati uccisi dalla fame e dalle malattie ma oltre 6mila – e cioè uno ogni cento per i 647mila fuggiti oltre confine – sono stati vittime di violenza. Lo dice un rapporto-indagine di Medici senza frontiere, una Ong che ha seguito la vicenda rohingya anche quando non era esplosa in tutta la sua brutalità.
Secondo le stime più prudenti, dice Msf, dei 9mila decessi accertati, nel 71.7% dei casi la causa della morte è legata direttamente alla violenza e in un solo mese 6.700 tra uomini e donne hanno perso la vita colpiti da armi da fuoco (69% dei casi negli adulti; 59% nei bambini), bruciati vivi nelle loro case (9% negli adulti; 15% nei bambini), per violenti percosse (5% negli adulti; 7% nei bambini) e a causa dell’esplosione di mine (2% nei bambini).

E’ un quadro ancora più oscuro rispetto a quanto sapevamo anche perché viene documentato da un’organizzazione umanitaria neutrale e che ha ricavato i numeri del dramma – per il quale sono già stati usati i termini genocidio, pulizia etnica, apartheid – da migliaia di interviste, racconto di una fuga imposta da incendi, stupri e, come ora sappiamo, da una ritorsione che aveva evidentemente lo scopo di fare piazza pulita e spingere chi partiva a non fare più ritorno. Ed è in questo quadro oscuro che, entro la fine di gennaio, dovrebbe ricominciare il rimpatrio dei profughi rohingya, secondo un accordo firmato tra il governo di Dacca e quello birmano. Accordo su un ritorno impossibile come hanno già certificato Amnesty International e Human Rights Watch e su cui ora anche Msf esprime dubbi: la firma di un accordo per il ritorno dei Rohingya tra i governi di Myanmar e Bangladesh è stata prematura, dicono i Medici senza frontiere, perché i profughi non possono essere costretti a ritornare in Myanmar e la loro sicurezza e i loro diritti devono essere garantiti prima che qualsiasi piano di rientro venga preso seriamente in considerazione.

Intanto anche la Croce Rossa fa il punto della situazione dall’altra parte della frontiera e cioè sul luogo del futuro rimpatrio. Dominik Stillhart, che dirige le operazioni nel Rakhine del Comitato internazionale (Icrc) – una delle poche agenzie internazionali autorizzate – sostiene che la tensione tra i pochi musulmani ancora residenti e la maggioranza buddista è ancora molto alta così che l’aspetto del Rakhine, nelle zone rohingya, è simile a quello di un paesaggio senza vita: tensione elevata, paura e negozi chiusi in una situazione normalizzata. «La situazione nel Rakhine settentrionale si è definitivamente stabilizzata, ci sono incidenti molto sporadici, ma le tensioni sono enormi tra le comunità» dice l’inviata di Icrc. Una situazione normalizzata per gli ormai solo 180mila rohingya rimasti in Myanmar a fronte di una stragrande maggioranza che ha cercato salvezza in Bangladesh da un Paese dove vivevano oltre un milione di Rohingya e che ora ne vede solo un sesto rimanere nel paese accanto a un gruppo di sfollati dalle precedenti operazioni militari e rinchiusi in campi profughi.

L’ultima di queste operazioni, la più violenta, è iniziata dopo l’attacco che il gruppo armato di difesa dei Rohingya (Arsa) aveva compiuto contro obiettivi militari in agosto. Accusato di terrorismo, il gruppo è stato oggetto di una caccia all’uomo che è però servita ad allestire un esodo di massa della piccola comunità musulmana. Tutto ormai documenta che non fu un semplice caso di paura diffusa ma il frutto di un’operazione determinata a cacciare per sempre chi viene definito “bengalese immigrato”. La comunità internazionale non ha fatto molto se non col ricorso a misure deboli e di facciata. In prima linea in difesa dei Rohingya si è schierata l’Onu, le associazioni della società civile e papa Francesco. Ma per ora tutto quel che ne è uscito è un accordo per il rientro su cui gravano troppi dubbi. Rafforzati oggi dai numeri terribili documentati da Msf.


martedì 12 dicembre 2017

Un dibattito sul caso Rohingya con Msf a Roma il 14 dicembre


* Per motivi di lavoro Amedeo Ricucci non potrà essere presente
Modererà l'incontro Junko Terao, giornalista di Internazionale, media partner dell'evento

giovedì 19 ottobre 2017

Rohingya, l'ultima accusa

“Una sistematica campagna di crimini contro l’umanità per terrorizzare e costringere alla fuga i
rohingya”. Dopo che il vocabolario dell’orrore sembrava ormai aver esaurito tutte le parole – esodo forzato, violenza, genocidio, stupro, pulizia etnica - Amnesty International, nel suo ultimo rapporto, aggiunge l’aggettivo “sistematico” a una campagna che ha come risultato il più numeroso esodo della storia recente da un Paese non in conflitto, una nuova biblica cacciata dai propri luoghi di origine. Il popolo senza identità, invisibile nei registri delle autorità birmane, accusato di essere la prole di un’immigrazione illegale dal Bengala, è così fisicamente minacciato che il governo birmano sembra aver in mente un solo obiettivo: cacciarli finché non resti un solo rohingya.

Amnesty non lo dice ma le “nuove prove” raccolte dall’organizzazione, che con Human Rights Watch ha immediatamente preso le difese della minoranza, mettono in chiaro un quadro sistematico di violenza continuata con una “campagna di omicidi, stupri e incendi di villaggi” portata avanti - dicono decine di testimonianze - da “specifiche unità delle forze armate, come il Comando occidentale, la 33ma Divisione di fanteria leggera e la Polizia di frontiera”. La contabilità ha ormai superato quota 530mila, un record possibile solo se, in un Paese apparentemente in pace, c’è in realtà una guerra che ha come obiettivo l’esodo di intere famiglie, tribù, villaggi. “Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini – scrive Amnesty - sono vittime di un attacco sistematico e massiccio che costituisce un crimine contro l’umanità” così come lo concepisce lo Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale. Il Tpi elenca 11 atti che, se commessi intenzionalmente durante un attacco, costituiscono il più grave dei reati. E Amnesty ne ha riscontrati almeno sei: “omicidio, deportazione, sfollamento forzato, tortura, stupro e altre forme di violenza sessuale, persecuzione oltre a ulteriori atti inumani come il diniego di cibo e di altre forniture necessarie per salvare vite umane”.

Alla voce di Amnesty si aggiunge quella di organizzazione come Msf:“Le strutture mediche, incluse le nostre cliniche, sono al collasso. E in poche settimane – scrivono i Medici senza frontiere - abbiamo ricevuto 9.602 pazienti in ambulatorio e 3.344 pazienti in pronto soccorso. Tra loro, anche adulti sul punto di morire a causa della disidratazione: il sintomo che una catastrofe sanitaria è dietro l’angolo”. La voce dell’Onu è risuonata molte volte ma con scarsi risultati. E lo sa bene il sottosegretario Jeffrey Feltman che martedi a Yangoon si è sentito fare una reprimenda dal generale Min Aung Hlaing, il capo di stato maggiore birmano, che non vuole l’Onu tra i piedi: la maggior parte delle agenzie del palazzo di Vetro infatti nel Rakhine, il luogo del delitto, non ci può andare. Sono di parte, dicono i generali, che si apprestano a rilasciare un loro dossier su come sono andate le cose. Ai militari birmani non basta evidentemente che, per non turbare troppo gli equilibri, il Programma alimentare mondiale (Wfp) abbia fatto sparire un dossier “imbarazzante” e che per molto tempo, fin dal 2016, le agenzie dell’Onu abbiano fatto di tutto per evitare polemiche e scandali. Una mediazione senza risultati.

La diplomazia comunque batte un colpo e ieri l’Alto commissario Ue Federica Mogherini ha comunicato per telefono ad Aung San Suu Kyi, ministro degli Esteri ma premier de facto, che tutti i 28 membri Ue (inclusa l’Italia che ha recentemente inviato il suo ambasciatore, Pier Giorgio Aliberti, nel Rakhine) hanno chiesto l’immediato accesso alle agenzie umanitarie nel Paese ma che soprattutto, per via dello “sproporzionato uso della forza”, hanno deciso che né il generalissimo, né altri soldati birmani potranno mettere piede in Europa sino a che esista questa situazione (e a breve anche gli Stati Unite potrebbero seguire l'esempio).

 L’embargo sulle armi, già in essere da tempo, non solo continuerà ma gli uomini in divisa non potranno nemmeno venire a girare le fiere e i mercati degli armamenti che probabilmente si procurano con oculate triangolazioni. E’ almeno un primo passo e a ridosso di due incontri importanti: il meeting nella capitale birmana dell’Asem il 20 novembre (Asia-Europe Meeting, un processo di dialogo tra i Paesi Ue, altri due paesi europei, e 22 paesi asiatici più il segretariato dell'Asean) e, subito dopo, la visita di papa Francesco il 26. Anche li è già in corso una guerra delle parole: i vescovi locali non vogliono che il pontefice parli di “rohingya”, termine che la stessa Suu Kyi non utilizza mai. I “self-identifying Rohingya Muslims” come li chiamano i giornali più progressisti birmani (anche loro molto attenti a non incorrere nelle maglie della censura) oltre a non aver più la casa non hanno nemmeno più un’identità.

lunedì 3 luglio 2017

T-shirt e scarpe dell'altro mondo

Non sempre la filiera tra i grandi marchi della moda e i Paesi poveri è così diretta. Un maglietta made in Bangladesh può essere tessuta con cotone uzbeco. E il cuoio di una scarpa prodotta in Cambogia può arrivare da Dacca. Viaggio nella catena nascosta di un’industria che nasconde bene anche il dolore



Il "palazzo rosa" simbolo del potere del Nawab di Dacca
Oggi è un museo. Poco più a Nord i quartieri produttivi
di Kamrangirchar e  Hazaribagh. Sversano nel Buriganga
Dal cuore di Old Dakha, la capitale del Bangladesh, bisogna prendere dei piccoli battellini per attraversare il Buriganga e raggiungere l’altra sponda. Su questo largo fiume dalle acque nere come la pece si viene traghettati su piroghe sottili e dall’equilibrio apparentemente instabile. C’è un gran traffico di umanità, animali, utensili che, per qualche centesimo, si spostano dalla riva dove troneggia il palazzo rosa di Ahsan Manzil, una volta sede del “nababbo” (nawab), a un quartiere anonimo dall’altra parte del fiume che scorre verso il Golfo del Bengala. Pieno di negozi di tessuti naturalmente, una delle grandi ricchezze del Bangladesh che ogni anno porta al Paese 30 miliardi di dollari in valuta. Le fabbriche però, grandi o piccole, sono lontane dal centro città: stanno a Savar, dove si è consumato il dramma del Rana Plaza, o adAshulia, distretti suburbani industriali. Ma in pieno centro c’è invece il cuore della produzione di un altro grande bene primario del Bangladesh che se ne va tutto in esportazione: il cuoio. Decine di fabbriche dove si fa la concia delle pelli: la prima lavorazione e quella più tossica che trasforma la materia prima nel prodotto base che può poi diventare scarpa o borsetta. A un pugno di isolati dal Palazzo rosa, nel distretto di Kamrangirchar e in quello gemello di Hazaribagh, divisi dal Buriganga, si lavora in condizioni bestiali anche con l’aiuto di ragazzi di 8 anni. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, il 90% di chi lavora in queste fabbriche di veleni che si sciolgono nel fiume non supera i cinquant’anni. Pavlo Kolovos, il responsabile di tre cliniche di Medici Senza Frontiere a Kamrangirchar, spiega che «la metà dei pazienti che viene negli ambulatori di Msf lo fa per problemi legati al lavoro: malattie della pelle, intossicazioni, insufficienze respiratorie...». Dice Deborah Lucchetti della campagna “Abiti Puliti”: «Le nostre inchieste mostrano come l'esposizione al cromo, quando viene trattato in maniera non adeguata e si trasforma in cromo esavalente, può portare anche al tumore. Senza contare che gli scarti delle lavorazioni vanno a finire in falde e terreni espandendo il danno anche oltre la fabbrica».

domenica 1 maggio 2016

Il raid su Msf a Kunduz? Errore tecnico dice il Pentagono

Fu un “errore di procedura”, un errore “tecnico e umano” il bombardamento che nella notte fra il 2 e il 3 ottobre del 2015 prese ripetutamente di mira l’ospedale di Medici senza frontiere a Kunduz in Afghanistan. Un raid aereo in cui furono uccise 42 persone e altre decine furono ferite. E’ questa la conclusione presentata venerdi dal generale americano Joseph Votel in una conferenza stampa in cui sono stati resi noti i risultati di un rapporto di 3mila pagine con cui il Pentagono ritiene di aver scritto la parola fine sulla vicenda. La reazione di Msf, che si riserva nuovi commenti alla fine di un esame approfondito del dossier, non si è fatta attendere: l’organizzazione umanitaria ritiene infatti che molte domande siano rimaste senza risposta e continua a chiedere un’indagine indipendente che stabilisca nettamente le responsabilità e soprattutto il peso di una delle pagine più buie della storia recente del conflitto afgano.

Pazienti e membri dello staff di Msf (14) furono dunque vittime di un errore perché l’equipaggio del bombardiere “non sapeva” che stava colpendo un nosocomio ma era invece convinto di stare sbaragliando un covo di talebani situato a 400 metri dall’ospedale. L’azione all’origine della strage non fu pertanto “intenzionale” anche se non è chiaro come mai l’equipaggio non abbia avuto accesso alla lista degli edifici in città che non andavano colpiti (il rapporto fa riferimento a problemi di comunicazione) tra cui era stato da tempo segnalato il centro medico di Msf a Kunduz. E’ molto chiaro invece come i militari abbiano deciso di non procedere penalmente ma solo amministrativamente dal momento che, ha spiegato Votel, l’accusa di crimine di guerra si può applicare solo in presenza di atti deliberati.

venerdì 18 marzo 2016

Msf/Kunduz: una multa seppellirà il caso

Medici senza frontiere e senza giustizia
Nel novembre scorso il Pentagono rese noto che erano stati sospesi dal servizio i militari coinvolti nell'incidente di Kundz, dove un ospedale di Medici senza frontiere finì con dottori e pazienti sotto il fuoco di un cacciabombardiere americano. Si aspettava che l'indagine a seguito della strage fosse terminata. L'indagine ancora non si è vista ma le indiscrezioni continuano a filtrare e l'ultima in ordine di tempo riguarda le “punizioni” comminate ai soldati coinvolti. Ma se è vero quanto riporta l'agenzia Associated Press, subito ripresa dalla stampa afgana, le punizioni sono di puro ordine disciplinare e non criminale, ossia non molto di più della sospensione già resa nota in novembre dal generale John Campbell, allora comandante interforze della Nato e al contempo responsabile della missione statunitense nel Paese dell'Hindukush. L'amministrazione militare si sarebbe limitata a una reprimenda scritta che, secondo l'agenzia di stampa, può al più essere d'impedimento al proseguimento della carriera militare. Sanzioni amministrative insomma, ben lontane dalla possibilità di un'accusa per crimini di guerra. E un'azione, aggiungiamo noi, che almeno apparentemente scarica le responsabilità della catena di comando sugli esecutori e non sul vertice.

domenica 28 febbraio 2016

Ecco quanto vale la vita di un afgano

Quanto vale la vita di un afgano? Quanto costa un cadavere della nazionalità respinta in questi giorni alle eurofrontiere? A giudicare da quanto gli Stati uniti hanno offerto per compensare le vittime dell'ospedale di Kunduz, che agli inizi di ottobre venne fatto segno di un bombardamento mirato che lo ridusse in cenere, la morte di un afgano – anche se con laurea – vale seimila euro. Tremila se è stato solo ferito, anche in modo grave. Lo hanno raccontato all'Associated Press i parenti delle vittime dell'attacco al nosocomio di Msf di Kunduz e la risposta dei Medici sena frontiere, che l'ospedale gestivano con personale soprattutto locale, non si è fatta attendere: Guilhem Molinie, portavoce di Msf in Afghanistan, definisce «ridicolo» il cosiddetto pagamento di “sorry money”. Insufficiente per molte famiglie che avevano nei loro morti l'unico salario con cui sopravvivere. Il Paese della guerra infinita è intanto alle prese col tentativo di rinegoziare l'ennesimo incontro tra governo e talebani mentre ieri due attentati della guerriglia (uno a Kabul, l'altro nella provincia orientale di Kunar) hanno ucciso oltre venti persone, in gran parte civili. Il che rende il negoziato - messo in piedi da una “Commissione quadrilaterale” formata da afgani, pachistani, americani e cinesi - estremamente in salita.
 Guilhem Molinie di Msf: compensazione ridicola

La vicenda di Kunduz e del bombardamento dell'ospedale di Msf è una delle tante vicende della guerra infinita e uno dei capitoli più bui per militari afgani e internazionali, responsabili di mezze ammissioni, scuse e reticenze fustigate anche da un recente rapporto dell'Onu. A quanto si sa, gli americani – che chiamati dagli afgani fecero il raid sull'ospedale - dopo aver espresso le loro condoglianze a oltre 140 famiglie e individui hanno reso noto che la ricompensa sarà per tutto lo staff. Ma al di là dei numeri (14 morti tra il personale, 24 tra i pazienti, 14 altri civili) la cifra sembra per ora quella lamentata dalle vittime - e ritenuta inadeguata e offensiva - quando in altre occasioni (come nel caso del militare “impazzito” che fece una strage nel 2013 andando di casa in casa da solo a fare giustizia sommaria) gli Stati Uniti sborsarono fino a 50mila dollari per ogni vittima. E non c'è solo la questione dei soldi. Secondo l'Ap, un documento congiunto Nato-Usa che l'agenzia ha potuto visionare ammette che un Ac-130 sparò con 211 colpi per mezz'ora prima che ci si rendesse conto del disguido. Il documento dice anche che, contrariamente a quanto sostennero inizialmente le autorità militari di Kabul, non c'era nessuna evidenza che nell'ospedale vi fossero dei guerriglieri. Il raid avrebbe anzi dovuto colpire un edificio a poca distanza: un tragico “errore”. Sarebbe anche pronta l'indagine condotta in proprio dagli americani: un dossier di 3mila pagine che però non è ancora stato reso pubblico. Quanto alla commissione indipendente che Msf ha chiesto per far luce sulla vicenda, niente è successo poiché sarebbero necessarie alcune procedure di indagine che devono ricevere luce verde da Washington e Kabul.

venerdì 6 novembre 2015

Uccidere e distruggere: il rapporto Msf su Kunduz

In attesa che chi ha fatto il danno spieghi chi diede l'ordine e perché con un'indagine interna che tarda a vedere la luce, Medici senza frontiere, l'associazione umanitaria che il 3 ottobre scorso vide il suo ospedale a Kunduz bruciare dopo un bombardamento reiterato e senza possibilità di scampo, ha deciso di rendere pubblica – in attesa di una possibile indagine indipendente – la sua versione dei fatti. Presentato ieri a Kabul, il rapporto racconta dettagliatamente uno degli episodi più tragici di violazione del diritto umanitario. Le conclusioni sono infatti che alcuni pazienti bruciarono vivi nei loro letti e che alcuni membri dello staff furono decapitati e mutilati dai proiettili, spesso mentre tentavano di mettersi al riparo.

domenica 25 ottobre 2015

Kunduz, abbiamo un problema (aggiornato)

Il Lockheed AC-130 macchina da guerra aerea
Mentre il bilancio del raid del 3 ottobre che ha interamente devastato l'ospedale di Msf a Kunduz in Afghanistan è salito a 30 vittime, il Pentagono ha fatto sapere che il rapporto interno della Difesa americana (un'altra inchiesta viene condotta dalla Nato e un'altra ancora dal governo di Kabul) non è ancora pronto. Nel giustificare il ritardo, il segretario alla Difesa Ashton Carter ha detto che il Pentagono vuole un lavoro «fatto bene», in linea con l'assunzione di responsabilità e trasparenza nei confronti delle vittime. Il rapporto, o quantomeno le prime risultanze dell'indagine, erano attese entro questa settimana, a quasi un mese ormai da quello che Washington e la Nato hanno definito un «tragico incidente» e Msf una patente «violazione del diritto internazionale umanitario». In altre parole un crimine di guerra.

martedì 20 ottobre 2015

Incidente criminale

Il bombardamento americano dell'ospedale di Msf a Kunduz in Afghanistan non è stato un incidente. Il raid del 3 ottobre, «esteso e preciso», suggerisce un'ipotesi ben più inquietante su cui è necessaria un'indagine indipendente: il crimine di guerra. E' la versione  che i Medici senza frontiere han sostenuto sin dal primo giorno di quell'attacco - il cui bilancio alla fine è stato di 22 morti e oltre 30 dispersi - ma che adesso viene rilanciata con più forza dall'Afghanistan dal direttore di Msf Belgio e già direttore generale di Msf Christopher Stokes. Stokes è andato di persona a vedere gli effetti del bombardamento e, dal luogo del delitto, le sue parole acquistano più forza. Lo segue, nella macabra ricognizione tra muri crollati e anneriti (visibile anche su youtube), una troupe di ToloTv, una delle più seguite emittenti del Paese. Ed è la stessa Tv a raccogliere le accuse di Stokes e a rilanciarle nelle case degli afgani che finora hanno ascoltato soprattutto la voce del governo, le scuse della Nato e di Obama, la versione che si sarebbe trattato di un incidente per cercare di snidare guerriglieri rifugiatisi nell'ospedale. Versione che Stokes sconfessa.

«La distruzione estesa e assolutamente precisa di questo ospedale - ho passato tutta la mattina ad attraversarlo con i miei colleghi osservando l'entità dei danni - non suggerisce, non sembra, non indica un errore. L'ospedale – dice Stokes davanti alle telecamere afgane - è stato ripetutamente colpito, sia nella parte anteriore sia in quella posteriore e ampiamente distrutto e danneggiato anche se avevamo fornito tutte le coordinate e le informazioni corrette a tutte le parti armate in conflitto. Per questo vogliamo una spiegazione chiara: perché tutto quel che è successo indica una grave violazione del diritto umanitario internazionale e, di conseguenza, un crimine di guerra».




domenica 4 ottobre 2015

Msf Kunduz: un incidente? I medici senza frontiere vogliono la verità

Un estratto dell'intervista apparsa oggi su il manifesto

«Danni collaterali? Inaccettabile, semplicemente inaccettabile. Incidente? Non è stato un incidente: l'ospedale è stato colpito ripetutamente per più di mezzora». Non è una reazione rabbiosa quella di Gabriele Eminente, direttore generale di Msf Italia. Al telefono da Ferrara. dove partecipa con la sua organizzazione al Festival di Internazionale, risponde con una freddezza e un distacco che non lasciano spazio a commenti o arzigogoli. Msf ha iniziato a lavorare in Afghanistan nel 1980 e lo fa a Kunduz, Kabul, Lashkar Gah, Khost; riceve esclusivamente fondi privati e non accetta finanziamenti dai governi. Ci tiene ai principi «E c'è un principio umanitario chiarissimo e condiviso per cui non solo le strutture sanitarie non dovrebbero essere oggetto di attacco ma anzi andrebbero protette»
Anche se ci sono dei feriti dalla parte del torto?
Noi non facciamo distinzioni, non le abbiamo mai fatte. Chiunque ha bisogno di cure viene curato
L'ospedale adesso è distrutto
E devo purtroppo confermare che, a ora (le 20 di ieri ndr), ci sono 12 vittime tra il personale e 7 tra i pazienti, tra cui 3 bambini. I feriti sono 37, 19 dei quali fanno parte del nostro staff. 5 casi sono critici. Abbiamo dovuto trasferirli tutti a Pol-iCharki, a due ore di macchina da Kunduz
Come spiega che l'errore di cui parla la Nato sia durato tanto
Questo è davvero il punto che va assolutamente chiarito. E non si può parlare di “incidente”: tutti sapevano le nostre coordinate che erano state reiterate all'inizio della battaglia. L'ultima comunicazione è del 29 settembre. Questa per noi è una prassi: tutti devono sapere dove operiamo e cosa facciamo. Sia per potersi curare, sia perché – sapendo dove sono le nostre strutture – si eviti di colpirle. Tutti sapevano non solo dell'ospedale ma anche delle residenze, degli uffici e della nostra unità di stabilizzazione a Chardara (Nord di Kunduz ndr)
L'ipotesi di un atto deliberato?
E' quel che andrà chiarito nel dettaglio perché siamo stati colpiti più volte e per oltre mezz'ora dopo che avevamo avvisato l'autorità militare che eravamo stati bombardati a partire dalle due di venerdi notte. Gravissimo. Chiediamo un'indagine approfondita e trasparente proprio perché l'ospedale è stato colpito più volte in modo reiterato ma non gli edifici vicini. L'aereo colpiva, spariva e ritornava a bombardare

sabato 3 ottobre 2015

Kunduz, strage all'ospedale (aggiornato)

Secondo la Nato i bombardamenti mirati su Kunduz in appoggio alle forze armate afgane si limiterebbero alle retrovie talebane proprio per evitare vittime civili. Ma ecco l'inevitabile "errore".  Medici senza frontiere  ha denunciato che stanotte un raid aereo ha colpito il suo ospedale in città uccidendo almeno 19 persone tra cui operatori sanitari della struttura e pazienti (anche banìmbini). Almeno 37 i feriti  tra cui 19 dello staff medico e paramedico di Msf. 5 sono gravi.  Secondo la Nato "potrebbe" essersi trattato di un bombardamento americano che ha sbagliato obiettivo:  "effetti collaterali". Ma per Msf non si può parlare di incidente. Non si sa ancora tutto sulle altre vittime civili imputabili ai raid (e così per la battaglia di terra tra talebani e governo) ma questo primo effetto collaterale potrebbe benissimo non essere l'ultimo. L'ospedale è stato colpito più volte a partire dalle 2.10 di stamane (ora locale) "eppure tutti - ha detto Loris De Filippi di Msf Italia stamane a Radiopopolare  - conoscono la sua posizione".

Aggiornato alle 19 20 (in seguito i decessi sono arrivati a 22)

lunedì 1 settembre 2014

Danza macabra


La sofferenza del corpo infividuale e del corpo sociale
Medici Senza Frontiere e Emanule Giordana
Festival Oriente Occidente
Oggi alle ore 17
Giardino della Danza - Rovereto, via Roma ore 17

LINGUAGGI
Corpi in conflitto


La distinzione tra corpo e anima, tra corpo e mente, ha segnato per secoli le dottrine di filosofi, pensatori, teologi e scienziati. Eppure al di là delle teorie e delle interpretazioni, l’uomo appare come quella singolarissima sintesi tra due mondi solo all’apparenza così diversi e antitetici. Anzi risulta essere la dimostrazione più chiara che non c’è alternativa ma solo unità.
E così il corpo pare riprendersi una rivincita come parte della comprensione che gli esseri umani possono avere del mondo materiale e spirituale, come strumento di conoscenza, come termometro al quale non possiamo opporre bugie, fantasie e  nemmeno pazzie e false realtà. Ecco perché la sezione Linguaggi parte proprio da qui, dal corpo e dai corpi che si incontrano, si scontrano, si avvicinano e si allontanano, che talvolta si immolano e trovano pace, che ci trasmettono elementi e figure degli altri uomini, della terra, della natura.
In un mondo sempre più immateriale restano solo i corpi a riportarci al vero, a impedirci di mentire e mentirci?
Studiosi, testimoni, giornalisti, artisti ci aiutano a comprendere la contemporaneità fatta di corpi che migrano tra continenti, che soccombono a una natura contaminata, svilita e distrutta, che vivono lo stato di guerra continua dell’illegalità e del malaffare, che vengono annientati dai conflitti tecnologici e dalle nuove forme di fanatismo e dai terrorismi. Ma ci svelano anche come il corpo, là dove sembra più minato, si dimostra anche l’unico in grado di offrirci nuove prospettive quasi a dirci che in un momento così privo di punti di riferimento forse dobbiamo ripartire proprio da qui.
Henry Dunant, padre del diritto umanitario