Cambiare tutto perché nulla cambi. La sentenza del principe di Salina è valida ancora oggi per mille situazioni e l'Afghanistan non fa difetto. Perché? Posto qui di seguito una sintesi di Giuliano Battiston uscita sul manifesto di ieri e su Lettera22 che riguarda la “nuova” missione della Nato Dopo il vertice interministeriale che si è tenuto il 4 e 5 giugno a Bruxelles (50 ministri della Difesa, provenienti dai 28 paesi membri della Nato e dai 22 paesi “non-Nato” che attualmente contribuiscono alla missione “Isaf” in Afghanistan):
...gli Stati Uniti continueranno a essere il paese che più contribuisce in termini militari alla missione Nato in Afghanistan. Ma ha voluto (Hagel ndr) sottolineare il sostegno ricevuto dall’Italia e della Germania: “apprezziamo gli impegni che altre nazioni stanno assumendo – ha dichiarato -, inclusi gli annunci fatti dalla Germania e dall’Italia secondo i quali assumeranno il compito di nazioni-guida per le aree settentrionali e occidentali”. Il “Concept of Operations” della missione “Resolute Support” adottato due giorni fa a Bruxelles prevede infatti la divisione dell’Afghanistan in diverse aree geografiche di competenza: agli Stati Uniti spetterà la responsabilità delle attività nelle aree meridionali e orientali (le più insicure); alla Germania l’area settentrionale, dove è attiva da anni; all’Italia la parte occidentale, dove attualmente ha la responsabilità del comando-ovest della missione Isaf (il comando comprende le province di Herat, Farah, Badghis e Ghor). Secondo il capo del Pentagono, la Turchia starebbe “considerando favorevolmente” l’ipotesi di gestire le attività nell’area centrale attorno a Kabul (sarebbero cinque i punti nevralgici della provincia di Kabul interessati dalla nuova missione).
Come ben si vede tutto cambia ma in realtà non cambia nulla. L'Italia è già al comando nell'Ovest e la Germania nel Nord. Gli Stati uniti (e la Gran Bretagna qui non menzionata) già lo sono al Sud e nell'Oriente afgano. L'unica novità sono i turchi per ora ancora cauti e che potrebbero anche cambiare idea dopo che, da quella decisione in avanti, son diventati anch'essi un target dei talebani. Il topolino partorito dalla montagna della Nato è che ci saranno meno soldati e che non saranno “combat” ma solo addestratori (il nome della missione è Resolute Support). Ma dal punto di vista politico non c'è assolutamente nulla. La Nato e i ministri e governi dei Paesi che compongono l'Alleanza non ne vogliono sapere di ammettere due cose: che dal punto di vista militare la missione ha fallito e che dal punto di vista politico 12 anni di guerra non hanno fatto fare un passo avanti. La Nato vuole continuare a stare in sella da sola, a presidiare - a 5mila chilometri da casa - territori che appartengono a un altro continente. Nel violare la sua stessa carta, la Nato non vuole ammettere che il suo tempo politico è finito in Afghanistan (per me già da tempo senza contare che considero la scelta Nato un peccato originale che andava evitato).
Che fare? Non mi stanco di proporre una soluzione politica allargata che includa le maggiori alleanze regionali (come la Conferenza di Shangai o Sco) e musulmane (la Organizzazione per la Conferenza islamica o Oic e forse anche al Lega araba) che sotto cappello Onu garantiscano forze di interposizione per salvaguardare la transizione. Occorrerebbe un meccanismo più forte del cosiddetto processo di Istanbul guidato dalla Turchia e che dia mandato per una presenza di peacekeepeer internazionali. La Nato ci potrebbe stare, anzi dovrebbe, ma solo come una delle componenti e non certo la “leading”. Ciò la renderebbe digeribile e le farebbe fare un passo avanti politico. Ma ciò si scontra non solo con le resistenze particolari dell'Alleanza, ma coi voleri degli americani e l'inerzia degli europei: con la mancanza di una visione globale di servizio all'Afghanistan e non la mera conservazione di un interesse strategico da nuova edizione del Great Game. Una miopia che riguarda senza mezzi termini anche il mio Paese.
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sabato 8 giugno 2013
sabato 9 giugno 2012
L'OMBRA DI PECHINO SU KABUL
Presenza roboante, presenza discreta. Come i pneumatici speciali sulle sedie a rotelle che, in questi giorni, usano i pazienti del reparto ortopedico di Alberto Cairo, una delle tappe obbligate di un giornalista a Kabul. C'è una gara di basket in carrozzella nel campetto appena costruito dove veniamo a seguire gli allenamenti. Si, d'accordo, i palloni sono made in Thailand e le attrezzature fabbricate nei laboratori di Cairo utilizzano forse tondini pachistani, ma i pneumatici ad alta precisione per le carrozzelle speciali che servono agli sportivi le fatte un certo signor Chen.
In questi giorni, un gruppo di ingegneri del Celeste impero è arrivato a Kabul. Devono studiare il percorso della ferrovia che il contratto di sfruttamento della miniera di rame di Aynak (14 miliardi di tonnellate da estrarre), firmato nel 2008, prevede venga costruita con soldi cinesi: 900 chilometri di strada ferrata con un costo di almeno 4miliardi di dollari a carico della Mcc - la società cinese che sfrutterà Aynak – per un percorso, in un Paese quasi senza treni, che porterà rame e passeggeri dalla miniera (40 chilometri a Sud della capitale) a Kabul e da lì alla frontiera col Pakistan, fino ai confini con l'Uzbekistan. Il contratto è controverso e in più parti segreto. Pare che i cinesi ne trarranno un enorme vantaggio e, si dice, anche la famiglia del presidente. Ma, come si diceva, a Pechino interessa poco chi fa soldi permettendo al Dragone di fare i suoi interessi. Che, più o meno discretamente, vanno avanti. La Cina ha investito all'estero, nei primi quattro mesi dell'anno, oltre 20 miliardi di dollari, un raddoppio rispetto ai quattrini inviati “overseas” nello stesso periodo del 2011. Energia e risorse, principalmente, per oltre il 90% del denaro regalato o prestato con crediti spesso agevolatissimi. Ma per ora Africa e America del Sud restano i luoghi privilegiati. Con Kabul l'interscambio è basso e la bilancia commerciale pende comunque tutta a Est: nel 2011 i cinesi hanno esportato in Afghanistan per 234 milioni di dollari e hanno importato da questo Paese, che per altro non produce praticamente più nulla se non la vendita dei suoi gioielli di famiglia (le miniere), solo 4,4 milioni. Ma l'interesse sta crescendo.
Hamid Karzai e il suo seguito sono appena stati accolti a Pechino col tappeto rosso dal presidente Hu Jintao. L'occasione era il Consiglio degli Stati membri della Shanghai Cooperation Organization (Sco), organismo politico-militare dal lungo respiro strategico che riunisce oltre a Cina e Russia i centroasiatici Kazakistan, Kyrghisistan, Tajikistan e Uzbekistan. Tutti ai confini con l'Afghanistan. Kabul, con Delhi, Islamabad e Teheran, gode lo status di osservatore (non ha cioè diritto di voto) ma è in procinto di diventare membro. E cinesi e afgani hanno annunciato a breve un accordo di partenariato strategico che ha tutta l'aria di essere una camera di compensazione asiatica di quello appena firmato da Kabul con Washington il 2 maggio (e appena approvato in via definitiva dal parlamento afgano). Karzai ha lasciato Pechino prima del dovuto motivando l'accorciamento della visita con l'ultimo attentato a Kandahar, ma soprattutto per l'ultima strage di 18 civili compiuta dalla Nato a Logar. E Hu Jintao, nel suo discorso, ha voluto sottolineare il ruolo che la Sco potrà giocare per la stabilizzazione dell'area. Quel che non ha detto è che a Pechino (e a Mosca) si pensa al dopo Nato, futuro ormai sempre più prossimo.Pare che Pechino, contraria a mettere assegni nel fondo multilaterale destinato alle forze armate di Kabul (4 miliardi l'anno dal 2015), non sarebbe invece sfavorevole a dare una mano direttamente ai militari afgani, come già si sono offerti di fare indiani e russi. L'Afghanistan lo vede di buon occhio. Proprio qualche sera fa, durante un dibattito a ToloTv, l'analista politico Abbas Noyan ha detto che l'influenza cinese sul Pakistan potrebbe sortire buoni effetti sulla lotta al terrorismo. Suggerendo, in altre parole, che Pechino potrebbe riuscire dove Washington ha fallito. Gli afgani insomma stanno aprendo una linea di credito alla più o meno discreta presenza del Dragone nel loro Paese. Quanto ai cinesi, l'Afghanistan rientra forse in una cornice più ampia.
Affari, certamente, miniere e infrastrutture (c'è in progetto anche una strada che dalla Cina via Panjshir raggiunga Kabul) ma anche il tassello di una vasta operazione geostrategica. Del resto, nemmeno un mese fa, il segretario di Stato alla Difesa americano Leon Panetta ha detto che il focus militare americano dei prossimi anni sarà rivolto verso l'Asia-Pacifico. Anche se poi ha cercato di addolcire la pillola, la sua uscita è sembrata - non solo ai cinesi - un delicato avvertimento alla potenza mondiale che Washington teme di più. I cinesi dunque vedono nell'uscita di scena di Usa e Nato dall'Afghanistan una buona occasione per riempire quel vuoto. Paradossalmente a Washington (e a noi) farebbe anche comodo che qualcuno si occupasse di ricostruire il Paese dove abbiamo investito 9 in armamenti e truppe e 1 in sviluppo. Come che sia l'ombra del Dragone su allunga su Kabul. Come quella del suo ospedale sulla piazza antistante il nosocomio quando cala il sole sfavillante dell'Hindukush.
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