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giovedì 29 ottobre 2009

PERCHE' COLPIRE L'ONU A KABUL?


Se anche le Nazioni Unite – i tutori dell'aiuto umanitario neutrale ed imparziale - entrano nel mirino, si compie un salto di qualità senza precedenti nel cuore del conflitto afgano. Non è la prima volta però che gli uomini del Palazzo di vetro pagano il prezzo del conflitto. E non sono esattamente le stimmate della neutralità la percezione che circola in Afghanistan rispetto agli inviati del Palazzo di vetro. E ancora: purtroppo il volto dell'Onu non è in questo paese sinonimo di garanzia, protezione, diritto umanitario. Almeno così non la pensano buona parte degli afgani: “Un ente inutile” per molti di loro. Auto bianche e palazzi blindati, come la sede dell'Undp che sembra una fortezza, assai più corazzata della vicina ambasciata cinese o iraniana.
Il quartiere della strage è Sharenaw. L'Onu vi ha occupato diversi stabili e ne ha costruiti altri in stile “palazzo di vetro”, con grandi vetrate che rendono invisibile l'interno. Se Unama, la missione Onu in Afghanistan, voleva dare il segnale di essere vicina agli afgani - più vicina della Nato o delle cancellerie occidentali, blindate come fortini - l'operazione non è riuscita. Perché?
Fino ad ora a pagare erano stati soprattutto i contrattisti locali: uomini che distribuiscono cibo o cemento e che spesso finiscono nelle mani dei talebani: sequestri, intimidazioni, violenze. Ma, non essendo occidentali, è difficile che la notizia passi oltre il filtro delle agenzie di stampa:. E' la storia di molti volti anonimi delle Nazioni unite. Afgani che, per un buon stipendio, rischiano sulla linea del fronte, lontani dagli uffici dove lavora lo staff passando carte e partecipando a meeting. Ma fino a ieri la logica talebana era abbastanza chiara come, per altro, agli inizi dell'anno scorso spiegava bene un memo riservato che girava tra gli organismi internazionali. Attraverso una sorta di fatwa, i talebani avevano minacciato qualsiasi afgano partecipasse alle azioni, anche umanitarie, del nemico. Ecco perché a pagare erano soprattutto loro, gli afgani, cittadini di serie B anche nella grande famiglia dell'Onu. Ma cosa è cambiato adesso?
Le Nazioni unite sono nella bufera da un po'. Benché Kai Eide, il nordico capo di Unama, si sia molto speso soprattutto sulla questione delle vittime civili, la missione non riesce a scrollarsi di dosso la percezione che sia organica al governo Karzai, ai comandi Nato, alle cancellerie occidentali. “Schiacciata”, come spiegava un funzionario. E dunque lontana dalla gente comune, la miglior difesa per gli operatori umanitari.
Quando girò il memo la stretta fu immediata. Per tutti, Ong comprese. Ma per Unama, o per i tecnici delle Cooperazioni bilaterali, ancora di più: mai uscire per strada, auto blindate, nessuna esposizione. Dunque nessun contatto col popolino. I talebani sembrano voler sfruttare proprio questa lontananza e la sensazione di un ente inutile che esegue un comando anziché occuparsi dei bisogni primari della gente.
Questa percezione era arrivata anche a Ginevra, dove ha sede l'Ufficio per gli affari umanitari (Ocha). Il suo direttore, John Holmes, si scontra l'estate scorsa con Eide. Vuole che in Afghanistan l'Onu cambi faccia e ritorni ad essere l'attore neutrale che dovrebbe essere. E' appena stata dimenticata la proposta folle che un solo uomo riassumesse in sé tutte le cariche: capo della Nato, della delegazione Ue, di Unama, una catastrofe se la scelta fosse stata fatta. Ma, forse più per una ripartizione di poltrone, l'idea va in cantina e, all'Onu, la spunta Eide. Che però viene giudicato – col passare del tempo - troppo debole. In agosto Kai si oppone all'idea che si apra un ufficio Ocha in Afghanistan ma deve cedere, persino Ban Ki moon è d'accordo con Holmes. Da allora si sta tentando una sorta di risalita impossibile.
Poi, dopo le elezioni, l'altro scontro, col suo vice Galbraith che vuole annullare il voto. Eide lo licenzia e si apre un'altra lacerazione.
L'attacco dei talebani al cuore del potere umanitario è un colpo durissimo. Pianta una lama nel punto più debole e fragile dell'impalcatura occidentale in Afghanistan. E nell'unica istituzione dove la voce di tutti i paesi del mondo ancora si fa sentire. Una voce fioca, osteggiata, ancor prima che dagli afgani, dagli stessi “alleati” occidentali, per i quali l'Onu è davvero un “ente inutile”, vestigia di un passato da dimenticare.
Se mullah Omar ha fatto un raffinato calcolo politico è difficile da dire, ma indebolire l'Onu significa indebolire il pilastro umanitario e fare un regalo a chi dice: “Vedete? Avevamo ragione, dateci più soldati”. E' la logica del tanto peggio tanto meglio. E può funzionare. Il terrore nel compound dell'Onu è anche questo: una bomba la cui esplosione rischia di fare a pezzi l'unica deterrenza allo sviluppo di una situazione che molti ancora vorrebbero dominata dalla sola opzione militare.

venerdì 1 maggio 2009

FUORI LA PORTA DELL'HOTEL SERENA

Uscito da una lauta colazione per expat all'Hotel Serena, con circa 12 vassoi lasciati semi intonsi dall'inappetenza della comunità internazionale, mi è salito dallo stomaco un vago senso di nausea quando, seppur scherzando, uno di loro ha raccontato a un altro che, per via della ricorrenza genetliaca della regina d'Olanda, l'ambasciata dei Paesi bassi dava un ricevimento nella sede di Isaf con alcool gratis per tutti. Non mi considero un moralista e sono anche un discreto bicchiere. Infine a un giornalista non si dice mai di no e la tentazione di scolarsi una bottiglia della cantina di una regina fa sempre gola. Ma quel senso di nausea mi ha impedito di prendere ulteriori informazioni.

A questa dorata bolla di sapone in cui vive la comunità internazionale – diplomatici, funzionari, reporter, umanitari, persino soldati – gli afgani hanno scarso accesso. Mosche bianche. E naturalmente ci si conosce tutti, loro élite di una società lasciata fuori dalla porta del Serena e noi espressione degli eserciti occupanti (tecnicamente un esercito che gestisce la sicurezza interna di una nazione sovrana è “occupante”, anche se il termine è fastidioso). Anch'io esco dalla porta del Serena. Mi manca l'aria: sono in Afghanistan ma di afgani, salvo il portiere dell'albergo e i camerieri, non ne vedo. Più tardi, camminando per il grande boulevard di Sharenaw, vicino a dove abito e al bel parco che costituisce uno dei rari polmoni verdi della città, mi sono invece fatto un'iniezione di afganità: ...e quanti ce ne sono! Ma che ci fanno tutti questi afgani, tra cui molti straccioni e fastidiosissimi mendicanti, a turbare il tranquillo e beato ambiente che tanto rendeva simpatico il bar del Serena? Non potrebbero stare a casa senza esibire così patentemente il nostro e il loro fallimento?

Quel che mi colpisce è la presenza di due uomini sui quarant'anni che chiedono l'elemosina. Uno tiene un bambino tra le braccia e la testa china. L'altro, poco più in là, il capo l'ha completamente avvolto nel pathu, il mantello. Entrambi esibiscono, a richiamo della loro necessità, due ricette mediche. E tengono la testa bassa, a richiamo della loro vergogna. Un adulto che chiede le elemosina in questo paese è un caso raro. Di solito son le donne, nei loro burqa rattoppati e lisi, i bambini cenciosi e smoccolenti o vecchi incanutiti forse troppo presto. Ma uomini adulti mai. E se ci fate caso anche nelle nostre società opulente, i quarantacinquantenni – a meno che non siano clochard che fanno i parcheggiatori abusivi o che biascicano qualche richiesta – l'elemosina non la chiedono. Voglio dire quegli uomini di mezza età vestiti decentemente, che magari hanno anche un lavoro ma non abbastanza remunerativo per pagare le cure per il figlioletto. Una volta ho visto un mio coetaneo a Roma, ben vestito e con la testa tra le mani – coperto di angoscia e vergogna – chiedere la carità davanti alla Rinascente. Piangeva con il viso rivolto alla vetrina. Ho provato un senso di imbarazzo che ricordo ancora.

Lo provo adesso a Kabul per questi due gentiluomini che esibiscono pubblicamente il proprio dramma in questa società arcaica e tradizionale dove l'orgoglio è tutto. Mostrare così, davanti a tutti, le proprie difficoltà non è di questo popolo dignitoso e fiero che si lascia morir di fame piuttosto che pietire la vostra misericordia. Negli anni Settanta, quando la guerra non c'era, mendicanti non ne ricordo proprio. Adesso, narrano le cronache, nella sola Kabul ci son quattromila bambini di strada: abiti laceri, manine lerce e l'espressione tragica di chi dovrebbe esser a giocare e invece vi chiede se volete spazzolare le scarpe per qualche afganis.

Cinici come siamo, per professione ed esperienza, dovremmo passar oltre. Ma alla fine sono tornato indietro e ho messo mezzo dollaro a uno e un dollaro all'altro, sulle consunte ricette davanti ai piedi e alle teste chinate di questi due signori. Pensavo che mi avrebbero ringraziato per tanta generosità. Ma nessuno di loro ha alzato la testa. Certo, ho pensato, la carta moneta non fa rumore: non se ne saranno accorti...

Ognuno ha il suo modo di consolarsi come può.