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venerdì 24 giugno 2022

Terremoti: il doppio dramma del popolo afgano

Non ci sono aggiornamenti sul numero delle vittime e dei feriti (rispettivamente 930 e 610 ufficialmente)dopo il terremoto che la notte scorsa, con epicentro a 44 chilometri da Khost, ha colpito l’Afghanistan orientale (6.1 sulla scala Richter) cancellando interi villaggi. Una prova per il neo Emirato talebano ma anche per la macchina degli aiuti. Una macchina inceppata da sanzioni e blocchi al denaro della Banca centrale. Dunque gli aiuti internazionali andranno a sottrarre le già risicate risorse arrivate col contagocce in questi mesi. I cinesi si son fatti avanti subito però. Si sono mossi anche Europei e Nazioni Unite che “stanno valutando”. Naturalmente le Ong, per quel che possono, sono in prima linea. L’Emirato si muove e così i mezzi di primo soccorso dell’Onu che, fortunatamente, non ha lasciato il Paese con l’arrivo dei Talebani. Ma la domanda vera riguarda i soldi.... Leggi tutto su atlanteguerre

giovedì 7 aprile 2022

La logica della guerra gli strumenti della pace. La lezione afgana


L’esperienza della marcia in Ucraina, che si è svolta sabato scorso a Leopoli,non è stata solo il tentativo di portare in quel Paese martoriato la parola pace. E’ stata l’occasione di una riflessione più profonda sulla difficoltà di affermare un principio: quello della superiorità della logica della pace su quella della guerra, l’unica che sembra in queste ore guadagnare sempre più terreno.

A Leopoli non è stato facile. Come si fa a spiegare a un aggredito che per combattere il suo aggressore non è con la logica delle armi che l’Europa può aiutare l’Ucraina? Non soltanto perché regalare armi significa gettare benzina sul fuoco, ma soprattutto perché non è con la guerra che la guerra si può fermare. Concetto difficile da digerire per un aggredito che certo preferirebbe cannoni e non fiori da infilare negli obici. E Concetto difficile da spiegare anche agli italiani che hanno sottoscritto l’invio di armi, apparentemente la cosa più logica da fare e che risponde a una reazione di pancia: ti mando i proiettili così ti potrai difendere. Ma abbandonarsi a questa logica significa rinunciare ad altro e ignorare le lezioni della Storia recente, dai Balcani all’Afghanistan. Una Storia nella quale non abbiamo sempre chiamato le cose con il loro nome e ci siamo, nel caso afgano, abbandonati a figure retoriche come “Enduring Freedom” o “Operazione Nibbio”, anziché usare il termine che ora usiamo per l’Ucraina: invasione, parola in Russia ovviamente vietata come lo era – anche se non con un diktat - per noi. Con la sola differenza che chi l’avesse usata non si sarebbe preso 15 anni di carcere.

Sul piano formale e sostanziale l’Afghanistan fu un’invasione. Con l’obiettivo di difendere la sicurezza nazionale e di cambiare un regime. La ammantammo degli stessi principi con cui un’invasione precedente, quella sovietica del 1979, aveva ammantato la sua: diritti delle donne, distribuzione della ricchezza, istruzione, sviluppo. I sovietici se ne andarono dopo dieci anni con oltre 14mila soldati e circa 800mila mujahedin uccisi e con un bilancio di vittime civili tra gli 800mila e i 2 milioni. Noi ce ne andammo il 15 agosto scorso con un bilancio di oltre 200mila morti: 4mila soldati Usa e alleati, 70mila soldati afgani, 52mila guerriglieri e - tra Afghanistan e Pakistan - almeno 70mila vittime civili, una cifra probabilmente per difetto. Lasciammo inoltre un Paese, è bene ricordarlo, dove sette afgani su dieci vivevano ancora sotto la soglia di povertà proprio a causa del conflitto. Il costo totale di vent’anni di War on terror (Afghanistan, Iraq, Siria) è stato valutato in 900mila morti e 8 trilioni di dollari. Logica (e risultati) della guerra.

Il paradosso è che su questi anni di guerra la riflessione è stata ed è completamente assente e sembra non se ne sia tratta nessuna lezione. Rispondemmo alle crisi investendo in armi e lasciando che i conflitti si propagassero come metastasi. Chi chiamava allora le cose col loro nome e cercava di dimostrare quanto nefasta fosse la logica della guerra, restava una voce nel deserto, sbeffeggiata come si fa ora con chi alza la bandiera della pace.

Il problema è che i governi del pianeta hanno abbandonato la ricerca di strumenti per contenere le guerre ed evitare i conflitti. Non esiste una diplomazia preventiva e l’unico vero strumento che avevamo, l’Onu, è stato svuotato e annichilito, confinato al massimo nel ruolo umanitario di infermiere. L’Europa infine, incapace di darsi una Costituzione condivisa, è andata al seguito di decisioni altrui rinunciando a parlare con una voce sola e in grado tutt’al più di imporre sanzioni ma mai soluzioni. Non lo ha fatto in Iraq né in Afghanistan e non riesce a farlo ora nella guerra ucraina.

Il rischio di scivolare nell’ennesima “guerra giusta” è così vicino che bisogna tentare il tutto per tutto per dichiarare le guerre sempre e comunque illegittime anche se ciò non significa affatto negare agli aggrediti il diritto di difendersi dagli aggressori. Non è questo il punto. Il punto è la necessità di uscire per sempre dalla logica della guerra: una strada in salita fatta di accordi, negoziati, messa al bando di armi distruttive (atomica in primis) ristabilendo la credibilità di forze di interposizione internazionali. Passi che richiedono una riforma dell’Onu, la fine del diritto di veto, l’allargamento del Consiglio di sicurezza. Una strada di saggezza che l’Italia aveva imboccato e che ha poi accantonato.

Senza partire dal ripudio delle guerre, senza costruire gli strumenti per prevenirle e senza esaminare con onestà gli errori del passato, resta solo un’autostrada dove al casello si paga col 2% della nostra ricchezza l'ennesima corsa agli armamenti: l’asfalto per il prossimo conflitto.

Oggi anche su ilmanifesto

lunedì 9 agosto 2021

Come la giunta birmana colpisce all'estero l'opposizione


Un complotto scoperto dall’Fbi per zittire e semmai uccidere l’ambasciatore birmano all’Onu è l’ultimo tassello delle operazioni d’oltremare messe in piedi dai golpisti del Myanmar per colpire l’opposizione. Un tassello in cui ne sbuca un altro – la Thailandia – che riconduce a un’operazione d’oltremare “italiana”: quella delle pallottole di una ditta di Livorno ritrovate in Myanmar forse proprio attraverso una possibile triangolazione tailandese. Un complotto che non sembra comunque intimidire gli oppositori: né i funzionari all’estero che lottano contro la giunta, come l’ambasciatore all’Onu Kyaw Moe Tun, né chi non si arrende al regime militare in Myanmar, né chi continua a manifestare all’estero contro i golpisti. Oggi, in tutto il mondo (Italia compresa), si ricordano la “strage degli studenti” dell’agosto 1988 (8.8.88) e quelle quotidiane in un Paese con quasi mille vittime e un bilancio di oltre 7mila arresti. Ma andiamo con ordine...

A quattro mani con Alessandro De Pascale su ilmanifesto,  su Lettera22 e su atlanteguerre

venerdì 3 luglio 2020

Valanga di giada

Utilizzo selvaggio del territorio, sbancamenti, scavi e disboscamento, conflitti armati, uso spregiudicato delle risorse umane, necessita' e povertà. Sono queste le cause dietro allo smottamento di un terreno nel Nord del Myanmar che, trasformatosi in una valanga di acqua, fango e pietre ha travolto ieri centinaia di persone uccidendone decine: oltre 160 il bilancio di ieri sera, gia' forse 200 secondo le stime di oggi riportate dalla stampa locale perché decine sono ancora i dispersi. Una tragedia annunciata.

Succede nello Stato settentrionale birmano del Kachin dove le miniere di giada di Phakant, una cittadina di 60mila abitanti attraversata dal fiume Uyu 350 km a Nord di Mandalay, hanno richiesto il loro rituale tributo di sangue. In questo caso, come in molti altri, una valanga di fango, acqua e sassi che ha travolto e sepolto le vittime, complice la stagione delle piogge ma anche il disastro ambientale cui l’area è sottoposta da anni. Non è la prima volta, non sarà l’ultima. Nel 2015 una frana aveva già sommerso oltre cento persone che vivevano su una discarica e nel 2018 un’altra ne aveva sepolte altre 15. Se si va indietro nel tempo i morti aumentano. Minatori più o meno inquadrati, cercatori solitari, gente che semplicemente vive dell'attività delle miniera o dei suoi scarti. Secondo la stampa locale le vittime sarebbero cercatori “fai da te” ma Phakant non è un posto per fai da te anche se c’è sempre chi scava tra i sassi del fiume come anche in questo caso. Phakant è uno dei grandi buchi neri del Myanmar benché risplenda della luce abbagliante della pietra verde.

Il reticolo di interessi in questa zona dove si estrae giada pregiatissima si divide tra società estrattive private locali, compagnie cinesi o di Singapore, trafficanti e mafiosi ma anche aziende che fanno capo alle forze armate birmane (Tatmadaw), ancora un’immensa potenza economica nel Paese. Lo spiega bene il rapporto di una missione Onu dell’anno scorso (The economic interests of the Myanmar military). Due grandi conglomerati fanno capo a Tatmadaw: Myanmar Economic Holdings Limited (MEHL) e Myanmar Economic Corporation (MEC), ai cui vertici si trovano il comandante in capo delle Forze armate Min Aung Hlaing e il suo vice Soe Win. Ci sono oltre cento aziende MEHL e MEC in diversi settori dell'economia: dalle assicurazioni al turismo, dal sistema bancario all’edilizia e all'estrazione di gemme. Infine vi sono altre 27 imprese strettamente collegate ai due conglomerati attraverso le loro strutture aziendali. Un impero che sta al centro delle attività economiche birmane cui vanno aggiunti i “legami commerciali e familiari forti e persistenti con un certo numero di società e conglomerati privati del Myanmar, colloquialmente conosciuti come crony companies”, che potremmo tradurre con “aziende degli amici”.

Se è facile immaginare che i militari non abbiano in genere una grande relazione con i sindacati, ciò è ancora più vero nelle aree minerarie dove “...i diritti umani e le violazioni del diritto internazionale umanitario, inclusi il lavoro forzato e la violenza sessuale, sono stati perpetrati da Tatmadaw, in particolare nello Stato Kachin, in relazione alle sue attività commerciali” e, più ancora nello specifico, “MEHL e MEC e 23 delle loro filiali hanno numerose licenze per l'estrazione di giada e rubini negli Stati Kachin e Shan”. Kachin appunto, dove si trova la miniera di Phakant (nota anche come Hpakan o Hpakant). Quanto vale il business? In generale 30 miliardi di dollari l’anno – dice Bbc - ma per Tatmadaw? Si va per ipotesi, perché i guadagni delle sue società non sono pubblici: “Nel settore della giada, in cui MEHL e MEC sono i principali attori (il corsivo è nostro ndr) …merce del valore di decine di miliardi di dollari viene introdotta clandestinamente ogni anno in Cina, mentre solo una piccola parte della giada passa attraverso il Myanmar Gems Emporium governativo” e viene dunque tassata. Rimandando il lettore al capitolo specifico del rapporto (Tatmadaw and the extractive industry), vale la pena di notare che, scrive l’Onu, “...l'attività economica di Tatmadaw in alcuni settori è legata alla sua strategia militare. Ciò è particolarmente evidente nel coinvolgimento di Tatmadaw nelle miniere di giada e rubino negli Stati di Kachin e Shan, dove i suoi interessi economici si sovrappongono ai suoi obiettivi militari”.

In questo settore la ragnatela di interessi è dunque davvero complessa e si spinge fin sul confine del conflitto armato. Ma è anche molto estesa: “Avete mai bevuto una Myanmar?”, chiosa un diplomatico europeo di lungo corso. Certo che si, è la birra più diffusa nel Paese! “Ebbene ogni sorso finanzia anche Tatmadaw”.

sabato 17 novembre 2018

La parola genocidio


Pol Pot

La Corte straordinaria della Cambogia, un organismo giuridico misto creato dall’Onu, ha condannato ieri a Phnom Penh per genocidio Nuon Chea e Khieu Samphan, gli ultimi due capi khmer rossi al vertice della Kampuchea Democratica di Pol Pot, artefice di uno dei maggiori stermini di massa della seconda metà del secolo scorso. I due vecchi sono già stati condannati all’ergastolo per crimini contro l’umanità ma la rilevanza della notizia sta nell’uso di quella parola: “genocidio”. Che, finora, non era mai stata usata ufficialmente e legalmente nelle sentenze di una corte che non prevede la pena capitale e che dunque non ha potuto che reiterare la condanna già in essere alla catena perpetua.

venerdì 16 novembre 2018

Stop al rimpatrio dei rohingya

Il ponte dell'amicizia in una foto pubblicata
 dal Daily Star di Dacca
"Ponti dell'amicizia". I manufatti sui fiumi che separano due Paesi molto spesso li chiamano ponti dell’amicizia. Non fa eccezione quello che congiunge a Ghumdhum il distretto bangladese di Bandarban dallo stato birmano del Rakhine dove ieri 150 Rohingya, ossia una trentina di famiglie, avrebbero dovuto iniziare un rimpatrio che, in teoria, dovrebbe segnare l’inizio del ritorno a casa di quasi un milione di persone scappate negli anni dalle maglie della repressione birmana. Ma ieri, a sorpresa ma non senza forti pressioni internazionali, il rimpatrio è stato cancellato. Quel ponte è del resto un posto davvero sinistro se solo otto mesi fa i poliziotti birmani spararono a un gruppo di rohingya che protestavano per i parenti intrappolati nella terra di nessuno tra Myanmar e Bangladesh. Quei colpi di mitraglia segnalavano quanto è certo: il rimpatrio non è sicuro. Non ci sono le condizioni di sicurezza perché le famiglie rohingya, che hanno per altro espresso a più riprese i loro timori, possano tornare senza paura. E dove poi se almeno 1500 villaggi rohingya sono stati dati alle fiamme quando 700mila persone, un anno e mezzo fa, furono costretto a chiedere rifugio a Dacca?

mercoledì 14 novembre 2018

Aung San Suu Kyi sempre più isolata (aggiornato)

Per Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace e de facto premier birmana, quello di ieri è stato forse uno dei suoi giorni peggiori. Ieri infatti le hanno chiuso la porta in faccia  un primo ministro, un Alto commissariato Onu e Amnesty International. Proprio la più famosa organizzazione di difesa dei diritti umani e della libertà di espressione – che per anni ha battagliato per farla uscire dagli arresti domiciliari – ha deciso di revocarle il premio “Ambasciatore della coscienza”, conferitole nel 2009. Un quarto schiaffo è arrivato oggi dal vice presidente americano Mike Pence che le ha detto, a margine del summit internazionale in corso a Singapore, che la sua condotta sulla questione rohingya  "non è scusabile". Pence ha chiesto anche che i due giornalisti della Reuters vengano perdonati.

giovedì 9 agosto 2018

Rohingya e il rimpatrio impossibile

Difficile accesso al Rakhine per le agenzie umanitarie Onu
L'ambasciatore alle Nazioni Unite del Bangladesh, Masud Bin Momen, in una lettera inviata al Consiglio di sicurezza dell'Onu, ha scritto che mentre il Bangladesh continua a impegnarsi con la Birmania "in buona fede" sugli accordi per il ritorno dei Rohingya, "dispiace che le condizioni necessarie per il ritorno sostenibile non esistano  in Myanmar....né il Myanmar - aggiunge nellla missiva - ha intrapreso uno sforzo dimostrabile per affrontare le preoccupazioni dei Rohingya e della comunità internazionale". Momen ha invitato  il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite  ad adottare una risoluzione ad hoc sulla vicenda e a intraprendere "un'azione concertata e determinata per affrontare la crisi Rohingya". Che resta al palo da ormai un anno.

giovedì 19 ottobre 2017

Rohingya, l'ultima accusa

“Una sistematica campagna di crimini contro l’umanità per terrorizzare e costringere alla fuga i
rohingya”. Dopo che il vocabolario dell’orrore sembrava ormai aver esaurito tutte le parole – esodo forzato, violenza, genocidio, stupro, pulizia etnica - Amnesty International, nel suo ultimo rapporto, aggiunge l’aggettivo “sistematico” a una campagna che ha come risultato il più numeroso esodo della storia recente da un Paese non in conflitto, una nuova biblica cacciata dai propri luoghi di origine. Il popolo senza identità, invisibile nei registri delle autorità birmane, accusato di essere la prole di un’immigrazione illegale dal Bengala, è così fisicamente minacciato che il governo birmano sembra aver in mente un solo obiettivo: cacciarli finché non resti un solo rohingya.

Amnesty non lo dice ma le “nuove prove” raccolte dall’organizzazione, che con Human Rights Watch ha immediatamente preso le difese della minoranza, mettono in chiaro un quadro sistematico di violenza continuata con una “campagna di omicidi, stupri e incendi di villaggi” portata avanti - dicono decine di testimonianze - da “specifiche unità delle forze armate, come il Comando occidentale, la 33ma Divisione di fanteria leggera e la Polizia di frontiera”. La contabilità ha ormai superato quota 530mila, un record possibile solo se, in un Paese apparentemente in pace, c’è in realtà una guerra che ha come obiettivo l’esodo di intere famiglie, tribù, villaggi. “Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini – scrive Amnesty - sono vittime di un attacco sistematico e massiccio che costituisce un crimine contro l’umanità” così come lo concepisce lo Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale. Il Tpi elenca 11 atti che, se commessi intenzionalmente durante un attacco, costituiscono il più grave dei reati. E Amnesty ne ha riscontrati almeno sei: “omicidio, deportazione, sfollamento forzato, tortura, stupro e altre forme di violenza sessuale, persecuzione oltre a ulteriori atti inumani come il diniego di cibo e di altre forniture necessarie per salvare vite umane”.

Alla voce di Amnesty si aggiunge quella di organizzazione come Msf:“Le strutture mediche, incluse le nostre cliniche, sono al collasso. E in poche settimane – scrivono i Medici senza frontiere - abbiamo ricevuto 9.602 pazienti in ambulatorio e 3.344 pazienti in pronto soccorso. Tra loro, anche adulti sul punto di morire a causa della disidratazione: il sintomo che una catastrofe sanitaria è dietro l’angolo”. La voce dell’Onu è risuonata molte volte ma con scarsi risultati. E lo sa bene il sottosegretario Jeffrey Feltman che martedi a Yangoon si è sentito fare una reprimenda dal generale Min Aung Hlaing, il capo di stato maggiore birmano, che non vuole l’Onu tra i piedi: la maggior parte delle agenzie del palazzo di Vetro infatti nel Rakhine, il luogo del delitto, non ci può andare. Sono di parte, dicono i generali, che si apprestano a rilasciare un loro dossier su come sono andate le cose. Ai militari birmani non basta evidentemente che, per non turbare troppo gli equilibri, il Programma alimentare mondiale (Wfp) abbia fatto sparire un dossier “imbarazzante” e che per molto tempo, fin dal 2016, le agenzie dell’Onu abbiano fatto di tutto per evitare polemiche e scandali. Una mediazione senza risultati.

La diplomazia comunque batte un colpo e ieri l’Alto commissario Ue Federica Mogherini ha comunicato per telefono ad Aung San Suu Kyi, ministro degli Esteri ma premier de facto, che tutti i 28 membri Ue (inclusa l’Italia che ha recentemente inviato il suo ambasciatore, Pier Giorgio Aliberti, nel Rakhine) hanno chiesto l’immediato accesso alle agenzie umanitarie nel Paese ma che soprattutto, per via dello “sproporzionato uso della forza”, hanno deciso che né il generalissimo, né altri soldati birmani potranno mettere piede in Europa sino a che esista questa situazione (e a breve anche gli Stati Unite potrebbero seguire l'esempio).

 L’embargo sulle armi, già in essere da tempo, non solo continuerà ma gli uomini in divisa non potranno nemmeno venire a girare le fiere e i mercati degli armamenti che probabilmente si procurano con oculate triangolazioni. E’ almeno un primo passo e a ridosso di due incontri importanti: il meeting nella capitale birmana dell’Asem il 20 novembre (Asia-Europe Meeting, un processo di dialogo tra i Paesi Ue, altri due paesi europei, e 22 paesi asiatici più il segretariato dell'Asean) e, subito dopo, la visita di papa Francesco il 26. Anche li è già in corso una guerra delle parole: i vescovi locali non vogliono che il pontefice parli di “rohingya”, termine che la stessa Suu Kyi non utilizza mai. I “self-identifying Rohingya Muslims” come li chiamano i giornali più progressisti birmani (anche loro molto attenti a non incorrere nelle maglie della censura) oltre a non aver più la casa non hanno nemmeno più un’identità.

giovedì 14 settembre 2017

Catastrofe sui rohingya

Si aggiungono sempre nuovi campi profughi
come spiega l'infografica di Al Jazeera. Sianmo a quota 380mila
E' forse stata anche la decisione di Aung San Suu Kyi di non partecipare alla prossima Assemblea dell'Onu a New York a scuotere nuovamente il Palazzo di Vetro sulla questione rohingya. Il segretario generale Antonio Guterres, che già aveva preso posizione nei giorni scorsi ma non si era spinto così avanti, ha usato ieri parole forti: la situazione di questa minoranza si avvia ad essere “catastrofica” e sono “completamente inaccettabili” le azioni dei militari birmani che devono essere sospese. Le parole di Guterres – e nel linguaggio della diplomazia a volte anche un solo termine o un rafforzativo fanno la differenza - segnano un livello sempre più alto nell'asticella che registra gli umori della comunità internazionale e la sensibilità delle agenzie umanitarie – dell'Onu e non – che non riescono a fare il proprio lavoro per dare sollievo alla minoranza rohingya – circa 380mila persone – che nel giro di due settimane sono scappate dal Myanmar. Fuggite per la “spropositata reazione” (sono ancora parole dell'Onu) delle forze dell'ordine birmane all'attacco di un gruppo armato rohingya il 25 agosto scorso a diversi posti di polizia. Il crescendo è iniziato con le dichiarazioni dell'inviato speciale per il Myanmar, la docente coreana Yanghee Lee, che di fatto non ha potuto fare la sua inchiesta. Poi, Zeid Ra'ad Al Hussein – Alto commissario per i diritti umani – ha usato senza girarci troppo intorno la locuzione “pulizia etnica”. Anzi, una pulizia etnica – ha detto – “da manuale”.

venerdì 23 settembre 2016

India e Pakistan: guerra di parole all'Onu

L’Assemblea generale dell’Onu si è trasformata nella tribuna di violente accuse tra India e Pakistan, definito ieri da Delhi uno «stato terrorista». E se Islamabad, nel discorso del suo premier Nawaz Sharif, aveva usato toni morbidi, lo stesso Nawaz Sharif aveva appena recapitato a Ban ki-moon un dossier sulle violazioni indiane in Kashmir, prontamente sostenuto dai rappresentanti dell’Organizzazione della conferenza islamica. Islamabad intanto - benché la cosa fosse in agenda - ha  chiuso ieri lo spazio areo nelle zone vicine al conteso territorio del Kashmir dove aveva previsto esercitazioni aree che, dice la stampa locale, hanno aumentato il sospetto che le forze armate pachistane si stiano preparando a una possibile escalation militare tra i due Paesi. La tensione è alta e, se la cornice è antica da quando i pachistani invasero il Kashmir il cui maraja indu aveva deciso di stare con l’India nonostante una popolazione largamente musulmana, lo sfondo attuale è l’attacco che il 18 settembre, ha visto morire diciotto soldati indiani nella base kashmira di Uri. Lo stato di allerta è diffuso e in alcune zone è stato innalzato (in Maharashtra ad esempio, dove gli indiani hanno denunciato strane manovre vicino a una base della marina). Inutile dire che le frontiere – terreno di scontri continui anche fuori dalla regione kashmira - sono ultra presidiate. Senza contare che è in ballo anche un possibile boicottaggio del meeting della Saarc che si dovrebbe tenere in novembre a Islamabad*.

giovedì 1 settembre 2016

La posta in gioco a Naypyidaw

Centinaia di delegati delle minoranze etniche e dei gruppi armati in lotta da sempre col governo centrale birmano hanno partecipato ieri all’apertura della 21ma Conferenza di Panglong, dal nome della città dove nel 1947 si celebrò il primo incontro. Che dal ‘47 se ne siano tenuti solo una ventina la dice lunga sulla distanza tra il centro e la periferia ma il fatto che la Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, ora al governo del Paese, sia riuscita in pochi mesi dalla sua vittoria elettorale in novembre a convocarla – pur suscitando qualche polemica tra chi l’ha vissuta ancora come un'imposizione dal centro – la dice lunga sulla volontà di sistemare le cose in un Paese con 135 gruppi etnici riconosciuti per legge e oltre una ventina di gruppi armati secessionisti di cui 17 partecipano agli incontri nella capitale.

Nel febbraio del 1947 a Panglong – nello Stato Shan, 700 chilometri a Nord di Ranggon - ci provò per la prima volta il padre di Aung San Suu Kyi, il generale Aung San: sul piatto c’era l’indipendenza dagli inglesi. E il patto siglato a Panglong era che, in cambio di un'alleanza anti britannica, il nuovo corso post coloniale avrebbe riconosciuto agli alleati sia una base legale sia la possibilità di secedere. Ma dopo l’indipendenza dal Regno unito nel 1948, e con Aung San già assassinato dai sicari dei suoi avversari politici nel luglio del ‘47, il patto fu tradito. Il pugno divenne anzi assai duro con un potere militare diventato la cornice istituzionale del Paese.

mercoledì 29 giugno 2016

Onu/Italia: accordo salva la faccia all'Aja e a Roma

Accordo sul filo del rasoio tra l'Italia e l'Olanda per il seggio come membro non permanente al
Consiglio di Sicurezza dell'Onu. I due Paesi si divideranno il seggio un anno per ciascuno. Renzi, riferiscono le agenzie, avrebbe proposto per l’Italia il 2017, quando Roma avrà la presidenza del G7, mentre all’Olanda andrebbe bene avere il seggio l'anno successivo, nel 2018. Una maratona dolorosa conclusasi dopo una giornata di votazioni (cinque) senza risultato e senza che nessuno dei due raggiungesse il quorum di 128 previsto. L'Assemblea dovrebbe oggi ratificare il bizzarro accordo.
 Proviamo a ricapitolare.

Messa ormai da parte la battaglia per una riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu, l’Italia si è fatta avanti per ottenere il suo settimo mandato come membro non permanente del CdS. All’inizio va male: l’Assemblea plenaria dell'Onu ha eletto nel CdS al primo turno di votazioni la Svezia, l’Etiopia e la Bolivia. La Svezia ha ottenuto 134 voti, Amsterdam 125, Roma 113. C’erano dunque in ballo due seggi: uno per l'Europa occidentale - per cui restavano in ballottaggio Italia e Olanda - e uno per l'area asiatica - per cui correvano Thailandia e Kazakistan. Ma al ballottaggio con l'Olanda, Roma ha ottenuto solo 94 voti contro i 96 dei Paesi Bassi. L'Assemblea ha aggiornato la seduta. Nel secondo turno ha invece vinto il Kazakistan sulla Thailandia. Al voto seguente il nostro paese ha ottenuto 95 voti, e l'Olanda 96. Dopo 5 votazioni i due governi si sono salomonicamente accordati salvando il salvabile.

mercoledì 20 gennaio 2016

Filantropo con un occhio al mercato

Umanitari ma con l'occhio al mercato. Universali ma con un'agenda personale. Filantropi ma un po' pelosi. E' questo il quadro che emerge da una ricerca di Global Policy Forum, “watchdog” indipendente che studia le politiche di Onu, governi e privati e che si interroga sugli effetti della recente ondata filantropica ( Philanthropic Power and Development. Who shapes the agenda?). Per dirla in altre parole, quanto costa a governi e Nazioni Unite il buon cuore dei privati?

«Negli ultimi decenni – scrivono i ricercatori Jens Martens e Karolin Seitz - globalizzazione, deregulation e privatizzazioni hanno facilitato e aumentato il potere di attori privati, in particolarmente delle grandi multinazionali... aziende con attività in decine di Paesi e fatturati miliardari hanno acquisito sia grande influenza sul sistema economico globale sia significativo peso politico». La loro influenza, dice il rapporto, è cresciuta anche sui temi del dibattito politico internazionale, dall'eliminazione della povertà, allo sviluppo sostenibile, i cambiamenti climatici, la tutela dei diritti umani. Quando i governi sembrano incapaci di risolvere le sfide globali, questi attori emergenti si presentano come alternativa operativa come «modello che finge di essere più flessibile, efficiente e non burocratico».

mercoledì 13 agosto 2014

Perché non dare le armi ai curdi

Dare armi ai peshmerga curdi è una delle opzioni al vaglio dei ministri degli Esteri dell'Unione. I favorevoli sono parecchi e in prima fila c'è anche l'Italia. A Pierferdinando Casini il merito di averlo chiesto per primo in un'intervista. Ma io non credo sia una buona idea. Armare le persone, anche quando sono in pericolo, non è una buona soluzione. Se un vostro amico fosse in balia di una banda di assassini che hanno circondato casa sua, gli paracadutereste un lanciafiamme o chiamereste la polizia?

La polizia che non c'è

Qualcuno dirà che in questo caso non c'è una polizia da chiamare e questo è un punto che esamineremo. Tal altro dirà che questa è un'emergenza ma qui la risposta è facile. Le emergenze di questo tipo sono continue. C'è appena stata una guerra a Gaza, è in corso un conflitto in Siria e in Libia e così via, la lista è lunga. Dunque bisogna lasciar morire yazidi, cristiani e sunniti nonché curdi e peshmerga? No, certo, vanno sostenuti. Io credo persino con una soluzione militare, ma non con la foglia di fico delle armi che è il modo più semplice di sbarazzarsi del problema dando lavoro a Finmeccanica. E allora?

domenica 13 luglio 2014

Che pessima notizia: c'è l'accordo sulle elezioni afgane

Amici nemici. Nella foto dell'agenzia Pajhwok
 i due contendenti si stringono la mano
Se è tutto bene quel che finisce bene, il processo elettorale afgano per scegliere il nuovo presidente si starebbe avviando a buon fine. Una riconteggio delle schede sotto supervisione Onu vaglierà ogni singolo voto del ballottaggio del 14 giugno alla presenza dei rappresentanti dei due candidati che si impegnano a rispettarne il verdetto. Tutto bene? Si certo ma a che prezzo.

Tanto per cominciare, per trovare l'accordo le parti hanno avuto bisogno che il segretario di Stato americano Kerry intervenisse di persona. Poi, di comune accordo, hanno chiesto aiuto ad Isaf che si occuperà (con l'esercito afgano) di portare tutte le schede dalle province a Kabul. In terzo luogo c'è anche un accordo perché nasca un governo di unità nazionale benché sotto l'egida del vincitore. Non ultimo, il passaggio di poteri che doveva avvenire il 2 agosto viene rimandato (il male minore).

mercoledì 13 novembre 2013

SOLDI SUL TIFONE E POLEMICHE SUI MORTI

Le Nazioni unite, che hanno comunque già iniziato a operare da giorni attraverso il Programma alimentare mondiale (Wfp) e Ocha (il braccio umanitario del segretariato), hanno lanciato un appello con la richiesta di 301 milioni di dollari (circa 200 milioni di euro). Il governo rivede al ribasso il bilancio delle vittime
La macchina dei soccorsi si è messa in moto. Un atto dovuto dopo la dichiarazione di stato di calamità nazionale dichiarato dal governo filippino per far fronte al disastro umanitario provocato dal supertifone Hayan, o “Yolanda” come lo chiamano a Manila. Le Nazioni unite, che hanno comunque già iniziato a operare da giorni attraverso il Programma alimentare mondiale (Wfp) e Ocha (il braccio umanitario del segretariato), hanno lanciato un appello con la richiesta di 301 milioni di dollari (circa 200 milioni di euro). Una richiesta che viene diretta in forma ufficiale e formale a tutti i governi del mondo che, a loro volta, oltre a utilizzare il canale Nazioni unite, finanziano le proprie Ong o agiscono con la cooperazione nazionale.

Per ora si sono già mossi gli Stati uniti (che more solito hanno affidato il compito ai militari dell'aviazione e della portaerei George Washington accompagnata da altre navi), la Gran Bretagna con la Daring (un “destroyer” per usare il gergo della marina reale), mentre altri Paesi hanno messo sul piatto (“pledge” è il termine rituale, la promessa) diversi milioni: dieci il Giappone, nove l'Australia, uno la Nuova Zelanda, Paesi che in quei mari hanno interessi non solo umanitari. Eppoi le “charities”: Ong, fondazioni, associazioni umanitarie. In Italia in prima linea c'è “Agire”, che ne raccoglie diverse, nel Regno Unito “Dec”, un consorzio di 14 organismi tra cui Oxfam e Charitas Gb.


Proprio il capo di “Dec”, Salah Saeed, ha comparato il dramma filippino al disastro dello tsunami. E i paralleli saranno probabilmente tanti perché anche oggi, come allora, la solidarietà umanitaria si intreccia con la geopolitica degli aiuti che i governi fanno guardando alle alleanze. C'è da scommettere che anche la Cina si farà avanti. Quanto al nostro governo, la Farnesina fa sapere di avere messo a disposizione un milione di euro suddivisi tra Wfp, Croce rossa e aiuto diretto (un aereo con viveri, medicinali e attrezzature per l'emergenza).

La situazione comunque è grave, gravissima e per ora non è il caso di cercare il pelo nell'uovo. Benché il National Disaster Risk Reduction and Management Council (ndrrmc.gov.ph), l'agenzia filippina per la riduzione del rischio che sul suo sito pubblica costantemente gli aggiornamenti, i morti accertati risultino “solo” circa 1800, con quasi 3mila feriti e...82 dispersi, il bilancio di 10mila vittime e forse più continua a girare anche se il presidente Aquino smentisce e azzarda un bilancio di 2.500 persone, comunque gravissimo. Nessuno invece smentisce i 600mila dispersi di cui si parla da giorni e che probabilmente sono già morti. Per altro, il numero delle persone colpite dal tifone, che all'inizio le Nazioni unite avevano fissato a 4,5 milioni, è salito prima a nove e poi a undici, ossia più del 10% della popolazione che abita le 7mila isole dell'arcipelago di un Paese così insularmente frammentato che per fare una vera stima del danno occorreranno mesi, non giorni. Alcuni luoghi restano infatti inaccessibili.

L'Onu conferma anche un'altra cifra spaventosa e destinata a salire: quella di 670mila sfollati, gente in fuga da case devastate, campagne allagate, edifici distrutti. E mentre Valerie Amos, la sottosegretaria Onu per gli affari umanitari e l'emergenza, è già arrivata a Manila, Ban-ki-moon la situazione la descrive con una parola: "heartbreaking", strazio. L'Onu è intervenuta rapidamente mettendo a disposizione subito, dal suo portafoglio, 25 milioni di dollari.

Col tempo continua ad aumentare anche la consapevolezza su quante isole ha veramente investito con la sua violenza il tifone. Si era detto “alcune”, poi cinque, adesso almeno sei in forma grave. Nessuno si aspettava questa intensità: onde alte 15 metri provocate dal turbinio di una enorme massa d'aria e acqua che corre a 250 km all'ora con picchi di 275. Perché? E' una domanda – quella sulla natura che sceglie nuove strade - che non può che rimbalzare sulla conferenza internazionale di Varsavia, dove si deve decidere il superamento del Protocollo di Kyoto ma da dove per ora esce solo la promessa di far presto o il gesto eclatante dell'inviato filippino che decreta che digiunerà per tutta la durata del summit. E' già stato imitato da altri, soprattutto giovani attivisti ecologisti che non si aspettano molto dal consesso internazionale.

Se a Manila si conterà per settimane o mesi, i danni del tifone in Vietnam e in Cina sono in parte già noti. Benché Hayan sia arrivato sul continente già privo di forza e declassato di rango, e benché Vietnam e Cina avessero avuto il tempo di attrezzarsi, il bilancio ufficiale racconta di vittime anche lì: in Vietnam ci sono stati 13 morti, molti altri invece in Cina da cui però non ci sono ancora dati definivi.


Questo articolo è uscito oggi su il manifesto
Mappe e immagini dal sito Reliefweb

mercoledì 13 febbraio 2013

I DUE SISMI PROVOCATI DA PYONGYANG


Ha scatenato due terremoti il terzo test nucleare nordcoreano, annunciato ieri in pompa magna alla Tv di Stato da Pyongyang. Il primo, di carattere geologico, l'ha provocato alle 4 ora italiana (mezzogiorno in Nord Corea), quando i sismologi hanno registrato un sisma di 4,9 gradi Richter e hanno subito capito la natura della scossa. Il secondo l'hanno invece provocato in mezzo mondo, facendo convocare d'urgenza una riunione del Consiglio di sicurezza che, solo dieci giorni fa, li aveva sanzionati nuovamente (all'unanimità) per la loro ultima attività militare: il lancio a dicembre di un “satellite” subito svelato come un missile a lungo raggio. Ma questa volta l'hanno fatta più grossa. E il consiglio di sicurezza dell'Onu, presieduto dalla Corea del Sud, ha immediatamente e ovviamente condannato il test nucleare e promesso «misure appropriate». Questa volta le misure potrebbe essere assai più implacabili che in passato, anche perché ormai tutta la rosa di sanzioni possibili è stata messa in atto. La provocazione per altro è stata sin troppo evidente.

L'ultimo test nucleare era del 2009 (in precedenza nel 2006) e la somma di questo, la cui qualità tecnologica sembra elevata, con il test missilistico a lungo raggio di due mesi fa (più un altro in aprile), comincia e diventare una questione più che seria. Così seria che anche i cinesi, che già col test missilistico si erano irritati, hanno fatto la voce ancora più grossa appena i nordcoreani hanno annunciato il successo del test nucleare. In linea – una scelta politica meditata – con la reazione di tantissimi Paesi, Stati uniti, Corea del Sud, Giappone e Palazzo di vetro in testa: tutti contro Pyongyang, dalla Nato – il che si capisce – alla Russia, uno degli ex alleati forti e ormai sempre più tiepidi di Pyongyang.

Stando ai coreani il test non solo avrebbe avuto successo ma dimostrerebbe una capacità di gestione dell'arma nucleare senza precedenti: avrebbero usato materiale nucleare in un dispositivo «miniaturizzato» in grado di sprigionare – hanno detto ufficialmente - un'energia esplosiva «ben maggiore» dei test precedenti...Continua su Lettera22

giovedì 7 febbraio 2013

LA GUERRA IN MALI....

I risultati del sondaggio che Lettera22 ha condotto sui visitatori del suo sito a partire dalla prima settimana di guerra in Mali rivelano alcune cose, per quanto relativo sia un sondaggio sulla rete ma comunque su un sito che ha una specializzazione in politica estera, che pubblica soprattutto approfondimenti e che ha anche una buona percentuale di lettori fissi. Per 18 di loro (17,8%), la guerra Andava fatta senza se e senza ma, per 8 (8,2%) Andava condotta in altra maniera, per venti tra i votanti (20,5%) Era meglio trovare una via diplomatica e per la maggioranza(53,4%) invece La guerra è sempre sbagliata. Questi dati mi hanno stupito. Aggiungo due elementi.

Io avrei personalmente scelto l'ipotesi 2 per questi motivi: "senza se e senza ma" vuol dir tutto e nulla comprese le vittime civili. Insomma a qualsiasi costo. La sola via diplomatica, è in linea di principio la miglior strada, ma non al punto in cui eravamo arrivati in Mali. Pensandoci prima forse si poetva anche fare ma già un anno fa si capiva che le cose sarebbero andate in quella direzione: i jihadisti cercano lo scontro dunque bisogna prepararlo il problema è semmai come. Infine c'è il rifiuto totale della guerra. Mi trova d'accordissimo ma è un'aspirazione generale che, senza adeguati strumenti, resta solo un'enunciazione di principio. Credo che al punto in cui erano arrivati i fatti, il conflitto fosse inevitabile ma c'era ancora modo di fare altro: era meglio aspettare lo schieramento Ecowas (inclazando gli africani) e sarebbe bastata una schicchera per fermnare le colonne dei jihadisti perché il problema vero arriva adesso, col controllo territoriale. Infine non posso credere che non ci sia uno Stato africano con tre o quattro caccia che siano in grado di fermare una colonna di 150 jeep. E' un'azione che si può fare anche con gli elicotteri. Il conflitto era inevitabile ma è stato confotto more solito: uno Stato muscolare, e con passato coloniale, prende la testa del corteo e trascina tutti gli altri. E' la vecchia teoria che nel mondo sottosviluppato c'è sempre biosgno di noi. Così proprio non mi piace e c'era tutto il tempo di preparare per bene le cose visto che l'occupazione del Nord maliano era vecchia di mesi. Quanto all'Onu, che fa? Dorme sonni beati cullata dal dottor Ban Ki-moon, un uomo che si limita a prendere atto, risolutamente timido nel prendere l'iniziativa e specchio di quanto abbiamo esautorato la società delle nazioni. Guai a dar retta a chi continua a dire che l'Onu non serve a nulla: i suoi limiti dipendono solo dalle nostre scelte non dalla macchina in sé.

L'altra considerazione è che, vedendo man mano i risultati dei sondaggi, quello iperpacifista - La guerra è sempre sbagliata - ha preso forza via via che la guerra andava avanti. Quando se ne è parlato di più e quando, forse, son venute fuori le magagne. Tutti gli strateghi sanno - Hitler lo aveva chiarissimo - che la guerra lampo è la migliore proprio perché non lascia il tempo di riflettere. Ma questo genere di guerre, se mai sono esistite (perché un conflitto va poi sempre misurato sul lungo periodo), non funzionano più. La loro unica fortuna è il black out informativo e la sempre minor attenzione dei media e dei decisori politici ai conflitti. L'Italia ha mandato due aerei e un centinaio di soldati da quelle parti (non sappiamo bene dove) ma il passaggio parlamentare che ha autorizzato l'invio (dunque l'entrata in guerra) è avvenuto con...un'ordine del giorno...dopo un dibattito scarno e poco approfondito.

Certo, quando le cose vengono fatte così è meglio astenersi. Davvero la guerra è il peggiore dei mali soprattutto quando la si fa nel silenzio generale, tanto più potente quanto la guerra è lontana e non riguarda fratellini con la pelle bianca.

sabato 26 gennaio 2013

LE GUERRA SEGRETA DEI DRONI

E' di un paio di giorni fa la notizia che l'Ufficio dell'Alto commissario per i diritti umani ha aperto un'inchiesta – su domanda di diversi Paesi – per capire i danni dei droni tra la popolazione civili e se la loro azione non si possa configurare come un crimine di guerra. Gli aerei senza pilota sono un'arma “moderna” ritenuta efficacissima dal Pentagono ma a cui tutti guardano, da Israele alla Germania passando per l'Italia, come alla forma bellica del futuro. Tu stai a casa, non rischi una ghirba, guardi e spingi un bottone. C'è ovviamente un problema etico su come si fa la guerra ma non è questo il punto. Il punto è, sembra di capire dall'inchiesta, se questa arma efficacissima nel colpire criminali e terroristi non sia altrettanto efficace nel colpire i comuni mortali che si trovano nell'area. Gli errori commessi dai droni sono già tantissimi benché le loro scorribande siano coperte da segreto militare. Chissà se ne sapessimo di più.

L'emittente qatariotaAl Jazeera spiega che l'Onu intende studiare 25 casi (vedi la lista del team investigativo) in cui sarebbero morti almeno 500 civili in operazioni in Yemen, nelle aree tribali del Pakistan, in Somalia, Afghanistan e Gaza. In realtà i numeri sembrano molto più alti.

Le operazioni dei droni sono materia controversa come controversi sono per altro i numeri: quante ne sono state fatte, quanta gente hanno ucciso, quanti civili (utile dare un'occhiata a questo ottimo lavoro del Bureau of Investigative Journalism)? Ma la decisione dell'ufficio della serissima e determinata signora Pillay non è solo senza precedenti: segna un nuovo punto a favore del diritto in una materia, la guerra, nella quale la tecnologia fa passi da gigante (meno, il diritto).

Le operazioni dei droni sono migliaia ma la maggior parte sono di carattere ricognitivo. Per quel che se ne sa, per fare un esempio che riguarda il Pakistan nel periodo 2004-2013, i dati raccolti (mettendo insieme più fonti) dicono che: il totale dei bombardamenti con droni è stato di 362 azioni (di cui 310 imputabili all'amministrazione Obama). I morti oscillano tra 2.629 e 3.461. I civili tra 475 e 891 (di cui 176 sarebbero bambini). I feriti tra 1.267 e 1.431.

Qui sotto avete una tabella dell'andamento anno per anno per quel che riguarda i morti civili


Si comprende bene che era proprio ora di darsi da fare.