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martedì 3 settembre 2019

Afghanistan: L'accordo c'è ma la guerra continua

Un’auto bomba ha colpito stanotte nel cuore della capitale al Green Village, luogo frequentato anche da stranieri (almeno 16 morti e oltre 100 feriti) mentre si continua a combattere nel Nord del Paese, dove la guerriglia ha scatenato negli ultimi due giorni un’offensiva che ha tutta l’aria di essere stata preparata con cura. Ma da Kabul arriva anche una buona notizia: l’accordo tra i Talebani e l’amministrazione statunitense sull’Afghanistan è chiuso, almeno “in linea di principio”, assicura l’inviato del presidente Trump, Zalmay Khalilzad. Che ieri nella capitale ha sottoposto il testo all’attenzione del presidente afghano Ashraf Ghani, mentre nel resto del Paese i Talebani intensificavano la battaglia per portare a casa, oltre a un accordo che gli permette di rivendicare “vittoria”, anche qualche successo militare in più...segue su atlanteguerre

Questo articolo è stato scritto a quattro mani con Giuliano Battiston per il manifesto e aggiornato stamane per atlanteguerre

giovedì 6 settembre 2018

Il martirio dei reporter afgani

Reporter di ToloNews
Nel Paese della guerra infinita - dove a mantenere sicurezza e ordine sono appena arrivati altri 440 soldati britannici (che crescono a 1.100), dove l'Italia contribuisce alla stabilità con 500mila euro al giorno in spesa militare e dove gli Stati Uniti, fautori del negoziato politico, hanno triplicato i bombardamenti - l'ennesima strage ieri a Kabul ha fulminato anche altri due giornalisti di ToloNews.  Nel Paese della guerra infinita - dove ogni anno crescono le vittime civili e dove ci ostiniamo a mandare soldati il cui compito è soprattutto quello di garantire la sicurezza delle loro caserme - anche il diritto all'informazione - riceverla e farla - sta diventando un privilegio sempre più caro. Come in ogni conflitto. 

Samim Faramarz e Ramiz Ahmadi, l'uno col taccuino l'altro con la telecamera, erano accorsi dopo un attentato a un centro sportivo ieri all'alba nella capitale. Ma chi gioca al tirassegno e si fa un baffo dei 440 soldati della May appena arrivati (non c'è ancora una rivendicazione) ha aspettato che ci fosse un po' di gente sul posto per mandare un'auto bomba a finire il lavoro sporco. Risultato: almeno 16 morti senza contare i feriti. Tra loro anche i due reporter. Forse per caso, forse no.

Un giornalista non è nulla di più e nulla di meno di qualsiasi altra persona: donna, uomo, vecchio o bambino. Quando è morto, smette di respirare come gli altri e se ne va. Ma la loro uccisione si aggiunge al capitolo delle tanti che cercano di fermare la libertà di espressione, il racconto della guerra, le notizie che ci fanno conoscere il mondo. Con tutti i limiti del giornalismo (tanti), la morte di un mio collega è odiosa due volte. Tolonews, catena televisiva privata, sta pagando un prezzo altissimo. Ha già perso giornalisti e tecnici in attentati mirati.

Coraggio fratelli e sorelle dell'informazione afgana, per quel che vale, siamo con voi.

venerdì 22 gennaio 2016

I media nel mirino

L'autobus distrutto dall'auto bomba (foto da ToloNews)
Ricoverati all'ospedale di Emergency a Kabul, la maggior parte dei feriti dell'attacco di mercoledi sera nella capitale cerca di uscire dall'incubo di una giornata che la Federazione afgana dei giornalisti (Ajf) ha definito il “Mercoledi nero” della storia dei media locali. Era già buio quando un'auto piena di esplosivo ha colpito un autobus privato con a bordo oltre trenta persone che provenivano dal centro di produzione Kaboora Production, un gruppo collegato a Tolo Tv, la più nota emittente afgana, ma che lavora anche per altri media. L'obiettivo era però però proprio Tolo Tv, non importa se giornalisti, autisti, membri dello staff. L'esplosione ha ucciso sette perone e ne ha ferite 26, alcune delle quali sono ancora in gravi condizioni. Considerato dai giornalisti afgani un crimine contro l'umanità, l'attentato dei talebani voleva punire un'emittente che – spiegava ieri il comunicato ufficiale sul sito della guerriglia in turbante - «...è la più grande rete del Paese e promuove oscenità, laicità, cultura straniera e nudità. L'Emirato islamico – prosegue la nota con un distinguo che, più che rassicurare, diventa pura intimidazione - vuole chiarire che l'attacco a Tolo non era diretto ai media, ma a una rete di intelligence avversa alla nostra unità nazionale e ai nostri valori religiosi e nazionali».

La condanna, nazionale e internazionale, da Human Rights Watch alla missione dell'Onu a Kabul (Unama) alle organizzazioni di giornalisti, non si fa attendere mentre i talebani alzano il tiro con quello che è un attentato senza precedenti nella storia del Paese: singoli individui sono stati presi di mira, rapiti, intimiditi e anche uccisi. Ma questa è una strage che indica un salto di qualità preoccupante. Che non convince però nemmeno gli ulema e diversi teologi prendono posizione definendo «sacra» la professione del giornalista e l'attentato un «crimine contro l'umanità e contro l'islam». Il governo, non in grado di garantire la sicurezza, assicura almeno la sua solidarietà e rivela che le indagini dimostrano come la quantità di esplosivo utilizzata fosse enorme: per produrre il più alto numero di vittime. Questi i nomi dei giornalisti uccisi: Mohammad Jawad Hussaini, Zainab Mirzaee, Mehri Azizi, Mariam Ibrahimi, Mohammad Hussain, Mohammad Ali Mohammadi, Hussain Amiri.

Intanto, faticosamente, si cerca di mettere in piedi un processo negoziale coi talebani che gli attentati non aiutano. Si sono già svolte due riunioni “quadrilaterali” con Pakistan, Afghanistan, Cina e Stati Uniti e ieri il pachistano Nawaz Sharif e l'afgano Ashraf Ghani hanno incontrato in “trilaterale” il vicepresidente americano Joe Biden a Davos per dar forza all'iniziativa. Per ora cosparsa di sangue

giovedì 23 gennaio 2014

10MILA SOLDATI E UN VIDEO


La lobby militare americana fa pressioni sul presidente e lancia l'opzione “10mila soldati” nel dopo 2014. Non uno di meno. E' quanto sarebbe emerso in una riunione tra gli uomini del Pentagono e il National Security Council secondo un'indiscrezione del Wall Street Journal, che riferisce di un incontro della settimana scorsa in cui l'esercito avrebbe avanzato la sua proposta: 10mila soldati non uno di meno dal 2014 sino al 2017, anno di fine mandato di Obama che potrebbe ridurre entro quella data il numero dei militari a zero e uscire così, a testa alta, dalla guerra che peggio ha sopportato.

Secondo il giornale il numero sarebbe definitivo e inopinabile a detta di Joseph Dunford, comandate in capo sia Usa sia Isaf/Nato in Afghanistan, che si aspetta un contributo dai partner della Nato di altri 2-3mila soldati. Fine dunque del rimpallo di numeri (3-6-9mila) di cui si era discusso sino ad ora. Dunford, che avrebbe l'appoggio del titolare della Difesa Chuck Hagel e del capo di Stato maggiore Martin Dempsey, oltreché – dice sempre il Wsj – del Dipartimento di Stato e della Cia, avrebbe detto chiaramente che o i soldati saranno 10mila o è meglio che gli Usa ritirino tutti i militari a fine 2014 (ora sono 37mila, destinati a scendere entro febbraio a 32mila, con l'appoggio di altri 19mila militari Nato).

I diecimila uomini sono necessari, per il Pentagono, sia a difendere le basi militari che l'Accordo di partenariato (non ancora firmato da Karzai) garantisce a Washington, sia a tenere in piedi attività anti guerriglia. Per fare il training dei soldati afgani e per garantire la rete di spionaggio americana in Afghanistan.