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venerdì 8 settembre 2017

Ci siamo: luce verde ai soldati Usa in Afghanistan

Un ufficiale delle forze armate americane ha detto ieri ad ABC che il ministro Mattis ha firmato ' ordine di invio in  Afghanistan per 3500 soldati, poco meno dei 4mila previsti. Mattis, il titolare della Difesa, aveva confermato la firma dell'ordine ma senza dare dettagli. Bizzarro! E pensare che qualche giorno fa, per dovere di trasparenza, il Pentagono aveva detto che i militari Usa in Afghanistan sono 11mila e non 8.400 come si era sempre detto. Cento più, cento meno, mille più mille meno, che differenza fa del resto? E la guerra bellezza e i dettagli han poca importanza.
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domenica 1 maggio 2016

Il raid su Msf a Kunduz? Errore tecnico dice il Pentagono

Fu un “errore di procedura”, un errore “tecnico e umano” il bombardamento che nella notte fra il 2 e il 3 ottobre del 2015 prese ripetutamente di mira l’ospedale di Medici senza frontiere a Kunduz in Afghanistan. Un raid aereo in cui furono uccise 42 persone e altre decine furono ferite. E’ questa la conclusione presentata venerdi dal generale americano Joseph Votel in una conferenza stampa in cui sono stati resi noti i risultati di un rapporto di 3mila pagine con cui il Pentagono ritiene di aver scritto la parola fine sulla vicenda. La reazione di Msf, che si riserva nuovi commenti alla fine di un esame approfondito del dossier, non si è fatta attendere: l’organizzazione umanitaria ritiene infatti che molte domande siano rimaste senza risposta e continua a chiedere un’indagine indipendente che stabilisca nettamente le responsabilità e soprattutto il peso di una delle pagine più buie della storia recente del conflitto afgano.

Pazienti e membri dello staff di Msf (14) furono dunque vittime di un errore perché l’equipaggio del bombardiere “non sapeva” che stava colpendo un nosocomio ma era invece convinto di stare sbaragliando un covo di talebani situato a 400 metri dall’ospedale. L’azione all’origine della strage non fu pertanto “intenzionale” anche se non è chiaro come mai l’equipaggio non abbia avuto accesso alla lista degli edifici in città che non andavano colpiti (il rapporto fa riferimento a problemi di comunicazione) tra cui era stato da tempo segnalato il centro medico di Msf a Kunduz. E’ molto chiaro invece come i militari abbiano deciso di non procedere penalmente ma solo amministrativamente dal momento che, ha spiegato Votel, l’accusa di crimine di guerra si può applicare solo in presenza di atti deliberati.

venerdì 18 marzo 2016

Msf/Kunduz: una multa seppellirà il caso

Medici senza frontiere e senza giustizia
Nel novembre scorso il Pentagono rese noto che erano stati sospesi dal servizio i militari coinvolti nell'incidente di Kundz, dove un ospedale di Medici senza frontiere finì con dottori e pazienti sotto il fuoco di un cacciabombardiere americano. Si aspettava che l'indagine a seguito della strage fosse terminata. L'indagine ancora non si è vista ma le indiscrezioni continuano a filtrare e l'ultima in ordine di tempo riguarda le “punizioni” comminate ai soldati coinvolti. Ma se è vero quanto riporta l'agenzia Associated Press, subito ripresa dalla stampa afgana, le punizioni sono di puro ordine disciplinare e non criminale, ossia non molto di più della sospensione già resa nota in novembre dal generale John Campbell, allora comandante interforze della Nato e al contempo responsabile della missione statunitense nel Paese dell'Hindukush. L'amministrazione militare si sarebbe limitata a una reprimenda scritta che, secondo l'agenzia di stampa, può al più essere d'impedimento al proseguimento della carriera militare. Sanzioni amministrative insomma, ben lontane dalla possibilità di un'accusa per crimini di guerra. E un'azione, aggiungiamo noi, che almeno apparentemente scarica le responsabilità della catena di comando sugli esecutori e non sul vertice.

giovedì 31 dicembre 2015

Afghanistan, il bilancio del Pentagono

Nel rapporto che il Pentagono ha presentato al Congresso degli Stati Uniti per la fine dell'anno
(Enhancing Security and Stability in Afghanistan), i militari americani sono costretti ad ammettere che le cose non vanno bene. “Costretti” sembra un termine appropriato perché lo stile del rapporto mira sia ad assicurare che le forze di sicurezza afgane sono in grado di maneggiare la guerra infinita sia a dare un senso alla scelta di lasciare in Afghanistan quasi diecimila soldati (9.800) anziché i 5.500 che a fine 2016 avrebbero dovuto restare. Una scelta che Obama aveva fatto dopo l'eclatante presa di Kunduz da parte dei talebani tre mesi fa (nota soprattutto per il bombardamento dell'ospedale di Msf). Seppur obtorto collo, il rapporto dà conto di un peggioramento della guerra infinita: tra gennaio e novembre gli attacchi mortali sono aumentati del 4% e sono aumentati quelli con fuoco diretto (rispetto a mine e Ied); i talebani godono, nonostante tutto, di buona salute, Daesh continua a crescere e Al Qaeda non è affatto scomparsa. Solo il 28% degli afgani si sente nel 2015 “al sicuro”, rispetto al 35% nel 2014 e al 45% del 2013. «Collettivamente – conclude il rapporto – terroristi e gruppi insurrezionalisti continuano a presentare una sfida formidabile per gli afgani, gli Usa e la forze della coalizione» (a novembre circa 11.385 uomini).

Le poche righe destinate ai seguaci di bin Laden e Al Zawahiri hanno però attirato l'attenzione della stampa americana e soprattutto del New York Times: che il Paese non sia pacificato ci può stare, ma che Al Qaeda sia in forma è un altro discorso visto che, morto Osama, la missione nell'area doveva ritenersi tecnicamente conclusa. Il rapporto invece rende nota la “resilienza” della rete anche se vi dedica poche righe e tende a derubricarla come l'effetto di un'emigrazione verso l'Afghanistan dovuta all'operativo pachistano Zarb e Azb, che da diciotto mesi martella le postazioni degli stranieri (ceceni, uiguri, uzbeki) con domicilio in Waziristan (area tribale del Pakistan) e che sono i maggiori sostenitori del progetto qaedista. Non solo loro però: il rapporto ammette la preoccupazione per la scelta di mullah Mansur (il nuovo leader dei talebani o, almeno, della fazione più forte) di chiamare come suo vice Siraj Haqqani – l'erede della famosa famiglia afgana jihado-qaedista con residenza in Pakistan e forti legami coi servizi locali. Paradossalmente invece, nota ancora la stampa americana, il rapporto non fa menzione dei rapporti tra Zawahiri (nemmeno citato) e Mansur. Il primo, dopo la proclamazione a luglio del nuovo leader dei talebani aveva registrato un audio messaggio in cui giurava fedeltà al nuovo capo. E qualche giorno dopo, sul sito dei talebani campeggiava l'accettazione del giuramento da parte di Mansur (è anche vero che la pagina è poi scomparsa).

Il rapporto non menziona nemmeno quella che deve invece dev'essere considerata un'altra preoccupazione e non di natura insurrezionalistica: i movimenti al confine tra Afghanistan e repubbliche ex sovietiche, dove il dispositivo di sicurezza congiunto è stato potentemente rafforzato da Mosca dopo la presa di Kunduz tra settembre e ottobre da parte dei talebani che ha molto preoccupato i russi. Non è una novità che stiano guardando nuovamente con attenzione all'area da cui se ne sono andati nel 1989 con ignominia. Ed è di ieri la notizia che Mosca fornirà agli afgani 10mila Kalashnikov, l'arma da combattimento per eccellenza e nota in gergo come Ak47. Il Grande Gioco torna in tutta la sua potenza mentre per ora il processo di pace langue. Al netto di una riunione con americani, cinesi e pachistani che Kabul ospiterà a giorni ma a cui i talebani non parteciperanno.

giovedì 23 gennaio 2014

10MILA SOLDATI E UN VIDEO


La lobby militare americana fa pressioni sul presidente e lancia l'opzione “10mila soldati” nel dopo 2014. Non uno di meno. E' quanto sarebbe emerso in una riunione tra gli uomini del Pentagono e il National Security Council secondo un'indiscrezione del Wall Street Journal, che riferisce di un incontro della settimana scorsa in cui l'esercito avrebbe avanzato la sua proposta: 10mila soldati non uno di meno dal 2014 sino al 2017, anno di fine mandato di Obama che potrebbe ridurre entro quella data il numero dei militari a zero e uscire così, a testa alta, dalla guerra che peggio ha sopportato.

Secondo il giornale il numero sarebbe definitivo e inopinabile a detta di Joseph Dunford, comandate in capo sia Usa sia Isaf/Nato in Afghanistan, che si aspetta un contributo dai partner della Nato di altri 2-3mila soldati. Fine dunque del rimpallo di numeri (3-6-9mila) di cui si era discusso sino ad ora. Dunford, che avrebbe l'appoggio del titolare della Difesa Chuck Hagel e del capo di Stato maggiore Martin Dempsey, oltreché – dice sempre il Wsj – del Dipartimento di Stato e della Cia, avrebbe detto chiaramente che o i soldati saranno 10mila o è meglio che gli Usa ritirino tutti i militari a fine 2014 (ora sono 37mila, destinati a scendere entro febbraio a 32mila, con l'appoggio di altri 19mila militari Nato).

I diecimila uomini sono necessari, per il Pentagono, sia a difendere le basi militari che l'Accordo di partenariato (non ancora firmato da Karzai) garantisce a Washington, sia a tenere in piedi attività anti guerriglia. Per fare il training dei soldati afgani e per garantire la rete di spionaggio americana in Afghanistan.

sabato 16 febbraio 2013

I REPUBBLICANI CONTRO IL REPUBBLICANO DI OBAMA

Dopo le polemiche su John Brennan, che Obama vorrebbe a dirigere la Cia, un'altra tempesta sulle nomine del presidente si è scatenata al Senato. Riguarda il passaggio di consegne a Chuck Hagel come ministro della Difesa in sostituzione di Leon Panetta. In America, le nomine importanti del presidente devono passare per il Congresso e Hagel, un repubblicano inviso ai repubblicani, per ora resta in stand by. La sua nomina è passata con facilità all'Armed Services Committee del Senato dove i democratici (14) hanno votato compatti contro i repubblicani (11), ma poi è arrivata la grana in assemblea. Quando la nomina è passata direttamente all'aula (il cui consenso serve al presidente per concludere trattati internazionali e per nominare funzionari e giudici federali), la minoranza repubblicana è riuscita a bloccare la conferma della nomina di Chuck Hagel alla guida del Pentagono con un'azione di “filibustering”, una forma di ostruzionismo che ha tirato per le lunghe il dibattito parlamentare.

Cercando di porgli fine, il leader della maggioranza democratica Harry Reid ha deciso di mettere al voto una mozione che doveva chiuderlo, ma i 55 senatori democratici non sono riusciti ad ottenere i cinque voti necessari tra i repubblicani per arrivare a 60 senatori sul totale di 100, maggioranza necessaria alla luce verde. Hanno chiuso 58 a 40. Decisione rinviata anche se Obama ha reiterato il suo sostegno al candidato e se la nuova insidia ha scatenato polemiche, specie tra chi ritiene che i repubblicani, pur di far male al presidente, fanno male al Paese.

Quella contro Hagel comunque è una vecchia battaglia ed è per questo che convincere i repubblicani sembra in salita. Chuck Hagel è inviso ai suoi compagni di partito che lo considerano un traditore forse perché le canta chiare, dal Medio oriente all'Afghanistan. Critico con Israele, è stato tra i pochi del suo partito a paragonare nel 2005 l'Irak al Vietnam e, nel 2011, a considerare l'exit strategy di Obama dall'Afghanistan un'ottima idea per scalare l'impegno militare ed evitare di rimanere impantanati nel Paese asiatico. La stessa posizione di Obama e lo stesso ragionamento caro a John Kerry, designato dal presidente a dirigere la politica estera. L'ex senatore del Nebraska, nominato da Obama il 7 gennaio scorso, è il primo segretario della Difesa in pectore oggetto di un tale trattamento nella storia americana.