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lunedì 8 novembre 2010

GRAFFITO BIRMANO


L'articolo di Massimo Morello sulle elezioni birmane (la foto qui a fianco è sua) lo trovate su Lettera22

lunedì 19 aprile 2010

DALLA PARTE DEI BIRMANI


Le elezioni birmane sono alle porte e l'opposizione democratica si è già schierata per il boicottaggio. Appannata da un velo di silenzio, la Birmania continua però la sua marcia per farsi accettare, così com'è, dalla comunità internazionale. E in qualche modo, complice il silenzio, rischia di farcela. E di far passare dunque le elezioni come il tradizionale plebiscito di cui la giunta ha bisogno.

E' in questo quadro che la Cisl ha lanciato un appello urgente al governo italiano e alla Unione Europea (si può firmare sul sito di birmaniademocratica.org): perché recepiscano le richieste del sindacato e di tutte le organizzazioni democratiche birmane che chiedono alla comunità internazionale di condizionare l’accettazione delle elezioni a tre precise azioni del governo della Birmania: l’immediata e incondizionata liberazione di Aung San Suu Kyi e degli altri detenuti politici, e la garanzia a tutti loro del diritto a partecipare ed essere candidati alle elezioni; la cessazione di tutti gli attacchi contro le comunità etniche e gli attivisti democratici; l'apertura immediata di un dialogo genuino ed inclusivo tra la giunta, le organizzazioni democratiche e le nazionalità etniche, che comprende la revisione della costituzione.

Com'è noto si tratta di denunciare le nuove leggi elettorali, che impediscono alla Nobel Aung San Suu Kyi e agli oltre 2.100 detenuti politici di candidarsi, di votare e di essere votati alle prossime consultazioni ormai alle porte. Una pressione diplomatica potrebbe non portare a nulla ma certo allargherebbe l'isolamento della giunta e di conseguenza ne indebolirebbe il ruolo a livello internazionale in un momento in cui gode, comunque, di due importanti spalleggiatori: il governo indiano e quello cinese. Far sentire la proprio voce (di italiani ed europei) è dunque anche un modo per fare pressione su di loro. E di essere vicini ai birmani che vorrebbero cambiare la leadership del proprio paese
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venerdì 15 maggio 2009

TRAPPOLA BIRMANA

Se a pensar male non si fa peccato, la vicenda che ieri mattina all'alba ha coinvolto la leader birmana Aung San Suu Kyi portando al suo arresto e al suo trasferimento immediato nel carcere di Insein a Rangoon, ha tutto il sapore, più che un'ennesima beffa dopo 19 anni di angherie e 13 di arresti domiciliari, di una trappola architettata ad arte.



La vicenda inizia nella notte tra il 3 e il 4 maggio scorso, quando un “misterioso” americano, che le poche indiscrezioni danno per attivista dei diritti umani con un passato di veterano nel Sudest asiatico, si reca a nuoto nella casa della Nobel birmana. Attraversa a bracciate i due chilometri che separano una sponda del lago Inya, nel cuore della capitale, dalla lignea magione colorata di bianco di Aung San Suu Kyi, dove la Nobel vive reclusa. Lo aveva già fatto in dicembre ed era stato respinto al mittente seduta stante.

Ma questa volta, non sappiamo esattamente perché, gli viene concessa ospitalità per due notti. Forse l'uomo sta male, è infreddolito ed è sicuramente stanco per la traversata (ha 53 anni), fatto sta che gli viene concesso di rimanere due giorni e viene nascosto, perché in Birmania non si può dare ospitalità agli stranieri senza permesso, per un paio di notti a piano terra: farlo uscire dalla porta sulla strada sarebbe stato infatti troppo rischioso.
Al suo rientro sulla terra ferma dell'altra sponda del lago, John William Yettaw – questo il nome dell'improvvido militante della causa dei diritti umani – viene arrestato dai birmani nelle acque del lago. E' il 6 maggio e Yettaw finisce in carcere con l'accusa di aver violato le norme sull'immigrazione e quelle sui luoghi vietati. Rischia tra uno e cinque anni di carcere.

Ma dopo qualche giorno, è l'alba di ieri mattina, la polizia va a presentare il conto anche all'ospite e arriva a casa di Aung San Suu Kyi dalla porta principale e con in tasca un mandato d'arresto, in linea con una violazione patente delle leggi birmane per aver modificato la condizione dei suoi arresti domiciliari che, comminatigli nel 2003 per l'ennesima volta, le sarebbero casualmente scaduti a giorni, il 27 di questo mese. Adesso, e senza dunque bisogno di rinnovare l'odiosa misura, Aung San Suu Kyi rischia di passare in prigione dai tre ai cinque anni di carcere. Secondo il sito “Irrawaddy”, anche di più. Un caso? Forse. Certo un caso provvidenziale....

Leggi tutto su Lettera22

domenica 16 novembre 2008

POKER CON DIO NEL PAESE DELLE MILLE PAGODE




“Fisicamente è elegante e minuta, ma in statura morale è un gigante”, disse di lei Desmond Tutu, premio Nobel per la pace 1984. Anche Aung San Suu Kyi ha ricevuto il premio Nobel per la pace ma le sue parole fanno fatica a filtrare dal cancello di ferro che divide la sua casa-prigione dalle strade di Rangoon e da quelle virtuali della rete, della tv o della radio.
Ogni tanto però qualcuno ci riesce a parlare con questa signora, figlia di un'eroe dell'indipendenza birmana che ha scelto la politica e, con lei, gli arresti domiciliari dal 1989. Nemmeno gli stati “amici” del Sudest asiatico sono riusciti far cambiare idea alla giunta e così Aung San Suu Kyi continua a utilizzare i pochi viaggiatori che, armati di penna e taccuino, si offrono di trasmettere il suo messaggio al mondo. Tra questi c'è anche Alan Clements, un giornalista americano che ha attraversato come molti cronisti il mondo insanguinato delle guerre, dei conflitti etnici o apparentemente religiosi, fino ad approdare nel paese delle mille pagode.
Lì Clements ha vissuto sette anni in un monastero ed è stato il primo americano a diventare un monaco buddista (poi è stato espulso) nell'ordine delle tuniche colorate che, oltre un anno fa, hanno attraversato il paese sfidando i fucili dei generali e la scarsa attenzione di un pianeta disposto a dimenticarsi in fretta di loro. “Eppure - dice Clements, in Italia per l'aggiornamento di un suo vecchio colloquio con la Nobel birmana che è uscito in questi giorni per Corbaccio (La mia Birmania, Aung San Suu Kyi conversazione con Alan Clements) - la Birmania è così vicina. Così vicina anche a Roma, a voi italiani”. Agita le mani lunghe nell'atrio di un albergo di charme vicino a Piazza del Popolo, nel cuore di Roma, come se volesse disegnare un mondo senza confini: “la Birmania è una grande produttrice ed esportatrice di eroina e ha laboratori sparsi lungo il confine per invadere con l'anfetamina il mercato thailandese, per arrivare in America, in Canada. La Birmania è vicina”. E' ovunque, sembra dire questo monaco-militante che pare aver fatto del messaggio non violento di Aung San Suu Kyi la sua missione. E quando cerchiamo di sviarlo dal contenuto del libro, un lunghissimo colloquio di 350 pagine a cui Alan ha rimesso mano più volte, Clements vi ritorna come se, sia ben chiaro, non fosse qui per parlare di sé, del suo sé, ma delle parole di lei. Noi invece siamo incuriositi anche dal personaggio, dalla scelta estrema, dall'occidentale che si fa monaco e che poi gira il mondo per raccontare quello che una donna dai tratti sottili e aristocratici riesce solo con difficoltà a raccontare
Clements, nel suo libro si parla di guerrieri della pace. Ma non è una contraddizione in termini? La lotta del guerriero non diventa per forza violenta specie se chi è dall'altra parte...
La Birmania è un paese di ostaggi, affamato, ridotto al silenzio e alla paura. E dall'altra parte ci sono i militari, i fucili. Ma un mezzo per combattere senza usare il fucile esiste: è la “rivoluzione dello spirito” di cui parla Aung San Suu Kyi, la coscienza di una consapevolezza che si fa forza di cambiamento
Il coraggio è un elemento chiave, scrive nel suo libro
Il coraggio è la speranza, lo strumento per agire, uscire dalla propria persona e coinvolgere la gente. E' necessario perché la nostra libertà esiste solo se sono liberi gli altri
Ma se sparano sul coraggio che ne rimane? Da una parte gli ostaggi dall'altra i generali appunto...
Aung San Suu Kyi non ha mai chiesto una soluzione alla sudafricana, tribunali, prigione interventi esterni per cambiare le cose. Lei dice ai generali che loro sono parte della soluzione. Fa appello alla loro coscienza. Vede in Birmania ci sono due grandi forze: i generali da una parte, e dall'altra una donna non violenta. La sua lotta è non violenta e non potrebbe cambiare idea. Tradirebbe quanti l'hanno seguita. Dice che è umano difendersi ma che se cercassimo di prendere il potere con le armi....si romperebbe ogni speranza
Ma ha speranze una lotta non violenta in Birmania?
Ci devi credere. Sembra impossibile ma se ci credi, lei dice, ti senti più sicuro di quel che fai
Ma lei Clements, lei crede che ci sia soluzione?
Io..bhe non posso dire quello che penso. Non ci starebbe in un'intervista...Guardi se io potessi “comprerei i generali”. Tutto ha un prezzo e dunque li manderei in pensione magari in Cina con tutti i piaceri che desiderano
La non violenza è la soluzione...
Questo è il suo messaggio. Un messaggio forte da una donna che è anche leader, madre, premier...E' una voce che parla attraverso il silenzio. Più forte delle armi
Lei ne è convinto?
E' un poker con Dio

sabato 20 settembre 2008

BIRMANIA/ONU, QUALCOSA SI MUOVE




Una protesta spazzata sotto il tappeto. Una nazione stretta nella morsa di un regime liberticida. Una Costituzione fatta approvare con la forza che regala definitivamente il paese ai militari. Una mediazione internazionale che arranca. Una persecuzione degli oppositori costante e silenziosa. Troppo.
Troppo soprattutto per chi, da 18 anni, aspetta che il mondo gli riconosca il ruolo che le ultime elezioni democratiche del paese, nel 1990, gli attribuirono con voto popolare. Il paese è la Birmania. Chi aspetta, oltre ai suoi abitanti, sono i deputati di un parlamento che non ha mai funzionato. Che ora dicono basta.
Così l'unione dei parlamentari birmani in esilio ha chiesto a Ban Ki-moon che l'Onu ritiri le credenziali alla giunta birmana che, a loro dire, rappresenta illegittimamente a Palazzo di Vetro il popolo del paese che i generali hanno ribattezzato Myanmar. In una parola che l'Onu tolga il seggio ai militari e lo restituisca ai parlamentari eletti. La data scelta è simbolica: tra una settimana sarà un anno da che monaci e cittadini birmani impressero alle statiche vicende di quel lontano paese una svolta politica decisa. Che finì schiacciata in una dura repressione il cui bilancio – vittime, scomparsi, arrestati – non è mai stato reso noto. La giunta militare ebbe partita vinta e la mediazione dell'Onu, affidata al nigeriano Ibrahim Gambari, non riuscì a produrre nemmeno la liberazione di Aung San Suu Kyi, la Nobel da anni ai domiciliari. I deputati sperano che la comunità internazionale riemerga dal torpore e che la loro richiesta formale possa almeno provocare un forte scossa diplomatica per il semplice fatto che la sola discussione sulle credenziali, e dunque sulla legittimità di chi siede all'Onu, può rimettere in agenda, alla vigilia della 63° Sessione della Assemblea Generale, il dossier Birmania....Leggi tutto su Lettera22

Questo articolo è uscito anche su il riformista

sabato 24 maggio 2008

L'AMBIGUA SVOLTA DEI GENERALI BIRMANI



La prima domanda legittima è se c'è da crederci. Non erano infatti passati che pochi minuti dalla conferenza stampa di Ban ki-moon dopo il suo incontro con Tan Shwe (nella foto), il generale dei generali birmani, che alcuni colossi dell'umanitario, come Medici senza frontiere, esprimevano le loro riserve sulla “svolta” della giunta che, dice il segretario dell'Onu di ritorno dalla capitale fantasma Napidaw, è pronta ad aprire le porte all'aiuto umanitario. E anche il compassato dispaccio della Bbc, l'emittente britannica che per eccesso di zelo cita sempre le fonti ufficiali quando produce un bilancio delle vittime, ricorda che i birmani hanno un “record” nel tradire le promesse fatte alla comunità internazionale. Un Guinness di cui i generali possono andar fieri. Ma quali sono le promesse?
Ban, sbarcato l'altro ieri in Birmania per cercare di convincere il regime militare ad aprirsi agli aiuti internazionali (a tre settimane dal passaggio del ciclone Nargis che ha causato oltre 133mila tra morti e dispersi e 2.5 milioni di sinistrati) si è incontrato ieri per la prima volta col capo dei capi, il generale Tan Shwe. Non era mai, è bene ricordarlo, nemmeno riuscito a parlare al telefono col generalissimo. Prima dell'incontro a Ban era stato “permesso” visitare alcune zone totalmente devastate dal ciclone nel delta dell'Irrawaddy (ma – dicono le agenzie - sotto stretta scorta di esponenti del regime). Infine la visita nella neo capitale nel centro del paese. Ban Ki-moon ha riferito che il generale Than Shwe “ha acconsentito a fare entrare nel paese tutti i soccorritori” che da settimane attendono ai confini. Alla domanda se la decisione possa rappresentare una svolta nella gestione dei soccorsi, Ban ha risposto che pensa di si, un modo diplomatico per non compromettersi troppo. Per il segretario generale dell'Onu si è trattato comunque di un “buon incontro” in cui Ban ha registrato una “posizione assai morbida” e in cui il generale ha accettato che l'aeroporto di Rangoon sia utilizzato come “piattaforma internazionale per la distribuzione dei soccorsi”. Subito dopo però una portavoce delle Nazioni Unite ha detto, parlando con i giornalisti a Ginevra, che non si conoscono ancora le modalità dell'apertura delle autorità birmane. Comunque, ha aggiunto, la qualifiche delle persone che potranno entrare conterà più del loro numero. Dall'avvio delle operazioni di soccorso, 133 aerei dall'estero sono arrivati in Birmania e solo un centinaio di funzionari umanitari hanno finora ottenuto un visto di ingresso.
Ma la svolta, se è reale, a cosa si deve? Forse la giunta è stata mossa da considerazioni politiche, forse da uno spirito di emulazione dei cinesi visto che il lutto nazionale è stato decretato in Birmania il giorno dopo che Pechino aveva fatto lo stesso per via del sisma. La giunta lavora a un'operazione di immagine nella quale evidentemente rientra il fatto che ieri ha consentito ad Aung San Suu Kyi di votare per il contestato referendum sulla costituzione, già vinto per altro con percentuali “birmane” e sul quale nei prossimi giorni si esprimeranno i distretti nei quali il suffragio era stato rinviato. In ballo non c'è solo la faccia da mostrare al mondo (un mondo ”che vi osserva” ha detto ai birmani Ban Ki-moon) ma anche la Conferenza dei donatori di domenica prossima. Bruxelles ha confermato tutti i suoi impegni ma probabilmente vuole vedere fino a che punto la giunta manterrà le promesse. Una giunta che sa bene che l'Onu ha ricevuto sinora circa il 25 % de 201 milioni di dollari chiesti ai paesi donatori per finanziare le operazione in favore dei sinistrati dell'Irrawaddy. Senza un qualche segnale questa cifra rischia di rimanere al palo. E anche i generali sanno che un disastro ben maneggiato può persino essere un'occasione di sviluppo.