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sabato 5 ottobre 2024

Premio Gianni Rufini 2024


Ieri a Roma, grazie agli amici di Oxfam, ActionAid, Amnesty ed Msf abbiamo ricordato il grande lavoro di Gianni Rufini, un uomo a cui molti di noi erano legati da un grande affetto oltre che una potente stima professionale. Bella giornata di discussione su diversi temi (migranti, umanitario, giornalismo, neutralità) da ripetere. Ciliegina sulla torta di un bell’appuntamento, la cerimonia del premio Gianni Rufini 2024 consegnato da Patrick Zaki a Deepika Salhan, attivista che si batte per il riconoscimento del diritto di cittadinanza  per migliaia di giovani italiani e italiane de facto ma senza la parola magica sui documenti. 

Quando Deepika ha ricordato il viaggio di suo padre per venire nel Belpaese e il coraggio di sua madre nella lotta contro le forme di patriarcato, mi sono commosso e ho pianto – così si dice da noi contadini – come una vite tagliata. Gianni da lassù si sarà fatto una di quelle sue risate “a tutta bocca” che erano contagiose

sabato 2 novembre 2019

Afghanistan: squadroni della morte targati CIA

Quattordici casi documentati e 53 pagine di rapporto fanno luce sulle tenebre delle notti afgane in cui paramilitari locali, che rispondono alla Cia, si sono macchiati di gravi abusi e crimini di guerra. Piomba sull’incerto paesaggio politico e militare dell’Afghanistan un rapporto di Human Rights Watch, accurato e impietoso, che disegna quanto avvenuto negli ultimi due anni, tra la fine del 2017 e la metà del 2019: in parte gli anni del negoziato di pace ora nelle secche mentre il Paese è alle prese con l’incertezza delle ultime elezioni presidenziali avvelenate dalle reciproche accuse di brogli tra candidati.

Il rapporto “They’ve Shot Many Like This”: Abusive Night Raids by CIA-Backed Afghan Strike Forces,  sostiene che milizie locali appoggiate dalla Cia hanno commesso esecuzioni sommarie e altri gravi abusi impunemente… ucciso illegalmente civili durante i raid notturni, fatto scomparire detenuti, attaccato strutture sanitarie perché si riteneva curassero ribelli”. Le vittime civili di queste incursioni accompagnate da raid aerei americani – aggiunge il rapporto - sono aumentate notevolmente negli ultimi due anni. Se si dovesse arrivare a un accordo politico, conclude HRW, il futuro governo dovrà disarmare ogni tipo di milizia compresi i paramilitari che rispondono teoricamente all’intelligence del Paese ma che sono in realtà “in gran parte reclutati, formati, equipaggiati e controllati dalla Cia”. Funzionari, società civile, attivisti locali, operatori sanitari afgani e stranieri, giornalisti e anziani “hanno descritto – scrive il dossier - incursioni abusive e attacchi aerei indiscriminati quotidiani nella vita di molte comunità, spesso con conseguenze devastanti...”. Un diplomatico le ha definite operazioni da “squadroni della morte".

Il rapporto mette il dito nella piaga del lato più oscuro della guerra e arriva a pochi giorni dalle dichiarazioni di Amdullah Mohib, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Ashraf Ghani. Mohib ha fatto sapere che, se finora non c’erano precondizioni per il dialogo con i Talebani, ora le cose sono cambiate: serve almeno un mese di cessate il fuoco “per verificare che i Talebani controllino davvero i comandanti” militari. Il movimento, accusa Mohib, non è unitario. Richiesta bizzarra e inaspettata, che complica ulteriormente il compito di Zalmay Khalilzad, l’inviato del presidente Donald Trump che deve far ripartire i negoziati con gli studenti coranici, interrotti a sorpresa da Trump il 7 settembre, quando la firma dell’accordo negoziato a Doha sembrava imminente.

Oltre che a Kabul, l’inviato di Trump ha ripreso a girare per le capitali della regione, alla ricerca di un consenso sul processo di pace. Sulla carta, tutti si dicono d’accordo. Così, per esempio, i rappresentanti dei governi di Stati Uniti, Unione europea, Francia, Germania, Italia e Regno Unito, che il 22 ottobre in un comunicato congiunto hanno incoraggiato la ripresa dei colloqui. E sollecitato il governo a nominare la delegazione che dovrà incontrare i Talebani nel prossimo dialogo “intra-afghano” da tenersi a Pechino tra qualche giorno, dopo quello dello scorso luglio a Doha. Difficile che la richiesta venga accolta in fretta: a Kabul e in tutto il Paese si aspettano ancora i risultati preliminari delle elezioni presidenziali del 28 settembre. Sarebbero dovuti arrivare a metà ottobre, ma arriveranno il 14 novembre. I due candidati principali, il presidente Ghani e il primo ministro Abdullah Abdullah si dicono entrambi convinti di aver vinto. La commissione elettorale, intanto, ha rivisto le stime: al voto sarebbero andati meno di 2 milioni di cittadini. Su 30 milioni di abitanti.

A 4 mani con Giuliano Battiston per il manifesto

domenica 1 maggio 2016

1 maggio: lavoro e diritti nei Paesi “cerniera” della guerra infinita

Tra il grande mondo mediorientale, le repubbliche centro asiatiche dell'ex Urss e il subcontinente indiano, tre Paesi – Iran, Afghanistan e Pakistan - rappresentano una sfida aperta tra lavoratori e padronato, che sia rappresentato dall'industria di Stato come in Iran, da landlord e speculatori come in Afghanistan o dal grande settore dell'economia controllato dalle Forze armate in Pakistan. Inoltre queste tre nazioni, oltre alla vicinanza geografica, hanno un elemento comune e cioè sono, seppur a diverso titolo, Paesi in guerra. La guerra, più o meno dichiarata e combattuta in casa o altrove, gioca un elemento fondamentale nel controllo delle istanze di giustizia sociale e dei diritti sul lavoro: leggi speciali, richiami alla difesa della patria, autorità indiscussa delle forze dell'ordine sono infatti tutti elementi che finiscono per governare un mercato del lavoro che con la guerra fa i conti ogni giorno. Questi Paesi “cerniera” tra mondi diversi – il Medio oriente con i suoi conflitti e i suoi governi instabili e autoritari, l'Asia centrale ex sovietica con le sue centrali di potere autocratiche e l'lndia che rappresenta l'eccezione democratica asiatica – stanno vivendo una fase di cambiamento importante in cui la guerra resta però un elemento stabile da decenni. Che finisce a gettare una luce oscura sulle loro economie e soprattutto sui diritti negati di chi lavora.

Iran

Il sindacato ha in Iran una storia antichissima: la prima centrale fu fondata infatti un secolo fa ed ebbe poi un ruolo chiave nella lotta allo Scià. Ma da che esiste la Repubblica islamica, il governo ha fatto del sindacato una sorta di istituzione governativa con limiti fortissimi alla rappresentanza e dove la contrattazione viene regolata non attraverso le lotte ma con un negoziato dove alla fine vince sempre il governo. Dirigenti politici e sindacali vengono arrestati – come nel caso di Ismail Abdi, segretario generale degli insegnanti, imprigionato per aver organizzato “riunioni illegali” - anche se Teheran è un vecchio membro dell'Ilo (l'ufficio Onu del lavoro) di cui ha firmato quasi tutte le convenzioni rifiutandosi di siglare quelle relative alla libertà di associazione (C87) e di organizzazione (C98). Il Paese, che ha ricominciato a crescere nel 2014, sta conoscendo – dopo la fine delle sanzioni – una stagione di apertura che potrebbe farlo uscire da una crisi che si protrae da anni anche in ragione delle altissime spese militari. Non formalmente in guerra, l'Iran sostiene infatti i fronti sciiti nel mondo (dal Libano alla Siria) che rifornisce di armamenti e consiglieri militari.

giovedì 10 settembre 2015

Scarpe: il momento di cambiare passo

Le jutti indiane: diffusissime
ma sempre di meno
Al bazar di Bombay, un paio di jutti senza decorazione – la tradizionale scarpa di cuoio originaria dell'India del Nord – può costare un paio di euro. Si arriva a dieci se si compra il modello con plantare che si trova, seppur ormai con difficoltà, nei negozi di calzature di lusso. Anche molti indiani infatti hanno smesso di portarle per preferirgli copie di modelli stranieri o originali che hanno gli stessi prezzi delle vetrine italiane.

 Può sembrar buffo non trovare quasi più le jutti “base” (quelle istoriate per i matrimoni si comprano nei negozi specializzati) nel Paese che le ha inventate: ma anche questo è un effetto della globalizzazione che ha investito l'India, sino all'altro ieri la nazione più tradizionalista del mondo in fatto di moda. Il paradosso è poi che gran parte delle “originali” straniere vengono fabbricate proprio nell'Unione. A salari spesso ridicoli e con un ricarico per l'ideatore del modello che, grazie a una manodopera ampia e a basso costo, fa la sua fortuna su ogni stringa allacciata o sulle décolleté.

Nel mondo si fabbricano ogni anno circa 22 miliardi di paia di scarpe che per l’87% sono prodotte in Asia. La Cina fa la parte del leone e si stima che su tre paia di scarpe due siano Made in China. Quelle di buona qualità, quelle in cuoio come le jutti, sono sempre un patrimonio cinese: il 40% del totale. Poi ci sono Italia e Messico (col 6% di quota di mercato ciascuno), Brasile e, appunto, India dove si fabbrica il 4% delle scarpe del mondo. In termini percentuali vuol dire che l'Unione indiana produce poco meno di 900 milioni di paia di scarpe. E' chiaro che non sono fatte solo per il mercato interno, in una Paese dove nemmeno tutti le hanno ai piedi dove per lo più si sfoggiano infradito.


sabato 2 febbraio 2013

MALI, I NODI AL PETTINE

I nodi vengono al pettine. Nello stesso giorno, Amnesty International e Human Rights Watch, le maggiori organizzazioni di tutela dei diritti umani, hanno denunciato gli abusi commessi sulla popolazione civile nella guerra in Mali, dopo che francesi ed esercito di Bamako hanno ripreso le città sotto controllo islamista. Alle loro voci si aggiunge quella di testimonianze raccolte dai pochi giornalisti, tra cui quelli dell'Associated Press, che riescono a raggiungere le zone “liberate”.

Quello che si temeva e che, senza essere facili Cassandre, era già stato denunciato dalle prime indicazioni emerse dopo i raid francesi iniziati a gennaio, è adesso una realtà codificata che ha sostituito alle ipotesi e alle illazioni prove e testimonianze oculari che raccontano di bombardamenti, arresti indiscriminati, esecuzioni, corpi abbandonati nel deserto descritti da che ha visto. In un clima, denunciano le organizzazioni umanitarie, nel quale l'esercito maliano agisce da censore, dando indicazioni a chi parla con la stampa o vietando contatti con stranieri in cerca di informazione.

Amnesty International ha reso noto ieri un dossier, il primo sulla situazione in Mali durante il conflitto e redatto al termine dell'ultimo lavoro (di cui abbiamo dato notizia il 22 gennaio) di una missione spedita sul posto per verificare voci e timori che già allora, a nemmeno due settimane dai primi raid, si stavano trasformando nella cruda normalità della guerra e nel tradizionale meccanismo di “pulizia” che segue di regola le operazioni militari dall'aria. Il dossier (il quarto dal 2012 e il primo del 2013 dopo le missioni a Ségou, Sevaré e Niono e nelle città di Konna and Diabaly dopo l'arrivo dei franco-maliani) dice che un “quadro più chiaro del costo del conflitto sta iniziando ad emergere” anche se resta “molto difficile confermare tutte le circostanze delle molte presunte violazioni”. Amnesty ha però ricevuto testimonianze “credibili” su civili vittime di “esecuzioni extragiudiziali da parte dell'esercito del Mali dal 10 gennaio 2013”, cioè dopo l'intervento francese. Inoltre, l'organizzazione ha avuto notizia che almeno cinque civili, tra cui tre bambini, sono stati uccisi in un attacco aereo lanciato durante la controffensiva congiunta franco maliana per riprendere la città di Konna. Amnesty ha anche raccolto “testimonianze di violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario da parte dei gruppi armati islamici” che si sono macchiati di omicidi hanno fatto uso di bambini soldato.

Ma se le nefandezze degli islamisti dei gruppi qaedisti, da cui la stragrande maggioranza dei residenti ha preso le distanze, non stupiscono, ciò che più colpisce del rapporto è l'accusa all'esercito maliano, in qualche modo coperto se non altro dal silenzio delle autorità francesi. “Le informazioni ricevute da Amnesty – dice ancora il rapporto First Assessment of the Human Rights situtione after three week Conflict - indicano che dopo che le forze franco maliane hanno assunto il controllo di Gao e Timbuctu, civili tuareg e arabi - accusati di essere vicini ai gruppi islamisti armati – sono stati presi di mira da parte dei residenti e parte dei loro beni sono stati saccheggiati”. AI ha ricevuto richieste d'aiuto da gente di Gao che si dichiaravano obiettivo di rappresaglia per i suoi presunti legami con tuareg o gruppi armati islamisti, mentre le forze governative sarebbero rimaste a guardare.

Sugli attacchi aerei ancora si sa poco, ma la testimonianza di un parente delle vittime è inequivocabile. E' l'11 gennaio a Konna: “Ho sentito il rumore di due elicotteri e immediatamente il lancio dei razzi...sono stato ferito da schegge nei piedi. Poi vengono sparate bombe contro le cinque finestre e le tre porte della mia casa dove ci sono mia madre, i miei fratelli e le mie sorelle. Mi sono precipitato dentro e ho visto i miei fratelli coperti di sangue che scorreva a fiotti da diverse ferite...erano già morti”. Di quella famiglia ci sono nomi ed età: Aminata Maiga 40 anni, Adama dieci anni, Ali 11, Zeinabou sei. Un altro dei fratelli, Saouda, si è salvato: è stato ferito a un braccio e a una gamba. Poco più in là un siluro ucciderà un meccanico in bicicletta. Sono i primi effetti collaterali di cui abbiamo notizia certa.

Hrw dal canto suo ha denunciato ieri (un giorno dopo l'uscita del suo Rapporto 2013) un episodio raccapricciate: si svolge a Sevaré il 9 gennaio, prima dell'attacco francese, e mentre Konna, 65 chilometri più a Nord, è sotto attacco dei ribelli islamisti. Qui la pulizia (in parte anche etnica visto che si tratta per lo più di peul, una minoranza maliana dalla pelle ambrata e dai tratti somatici nilotici) è preventiva. La cornice è la stazione degli autobus dove l'esercito ferma dei sospetti che non hanno documenti: i testimoni raccontano di attimi drammatici in cui gli arrestati, prima di essere portati via, cercano disperatamente tra il pubblico testimoni della loro identità. Poi 13 persone, forse di più, vengono portate in un campo e fucilate. I loro corpi finiscono nei pozzi vicini, il modo ormai usuale in Mali per far sparire i cadaveri. L'esercito nega. Non sa nulla nemmeno di cinque uomini scomparsi nelle guarnigioni di Konna e Sevaré sempre in gennaio. Non è l'unico crimine denunciato dall'organizzazione che certifica anche testimonianze su soldati sotto l'effetto patente dell'alcol. Hrw non risparmia certo gli islamisti che si sono distinti in violazioni di ogni tipo: esecuzioni sommarie, e, come già denunciato dall'organismo con sede a New York, l'utilizzo di bambini soldato, addirittura di solo 11 anni.

Alle voci di Hrw e AI si aggiunge quella dei giornalisti. Ieri l'Associated Press ha riferito di tre uomini arrestati dai maliani a Timbuctu e visitati in carcere. I tre, islamisti noti, hanno denunciato torture: “Mi hanno versato in bocca e sulle narici 40 litri d'acqua sino a soffocarmi...pensavo di morire – dice Ali Guindo – dormivo all'addiaccio e ogni notte mi vbuttavano addosso acqua gelata”. Tutti e tre riferiscono ad Ap una versione molto simile. Sino a che i soldati non fanno rapidamente smettere l'intervista.

lunedì 3 maggio 2010

NOT IN THE NEWS NET

NTNN (Not in the News Net) è un'agenzia giornalistica quotidiana online che nasce oggi e di cui mi è stata affidata la direzione. E' stata pensata lungo il percorso della “Città della pace”, il progetto del World Centers of Compassion for Children International, fondato dalla Nobel per la Pace Betty Williams. Il mio articolo di presentazione

Esistono notizie di serie A e notizie di serie B? L'esperienza di redazione insegna che spesso nella seconda categoria rientrano fatti che sono effetti collaterali della prima e come tali trattati, quando non finiscono nel cestino. Parlare di una scelta imparziale, che rispetti le regole d'oro del giornalismo, consolidate da una vastissima aneddotica, è un falso. Capita di puntare su un avvenimento, nella convizione che lì c'è "la notizia" e poi restare avviliti, il giorno seguente, perché è stata ignorata dalla concorrenza, non è fra le più lette, in rete non è stata "cliccata". Viene in mente John Lennon: "La vita è tutto ciò che accade mentre siamo occupati a fare un'altra cosa". E' la spietata rappresentazione del nostro grado di attenzione, del nostro stato di dormiveglia.

A decidere che cos'è "notizia", molto più onestamente, è la linea editoriale di un giornale, di una radio, di una televisione. E se non ci fosse una selezione il giornale non uscirebbe mai. Accade così che certi Paesi o intere fasce di popolazione mondiale è come se non esistessero sul mappamondo. I giovani sono tra questi. Va loro un po' meglio se appartengono a quello che chiamiamo primo mondo, se vivono in America o in Europa o a qualche Paese lontano che finisce, per qualche disgrazia, strage, catastrofe, sotto i riflettori della cronaca. Dei giovani si parla, certo, ma se spaccano vetrine durante un corteo, se fanno numero nei dati della disoccupazione, se sono bamboccioni, se c'è la crisi. Il resto, ciò che pensano, fanno o vorrebbero fare, i loro diritti, le aspirazioni, fantasie, frustrazioni, i desideri, gli impulsi, la genialità, l'inventiva sono notizie di serie B. Orecchiate a tavola dai nostri figli, di sfondo se prendiamo l'autobus, insopportabili quando in comitiva -non importa se sudafricani, polacchi, francesi o tailandesi- parlano a voce alta. Il mondo degli adulti non contempla strumenti per loro e loro di strumenti per parlare ne hanno pochi anche se, incredibilmente, ne continuano a inventare, creare, abbozzare. Se solo si volesse prestare orecchio!


NTNN è uno spazio pensato per questo: per le 'Not in the News Net', le notizie che nella nostra rete, invece, restano impigliate. Il suo direttore ha abbondantemente passato la cinquantina, ma la redazione non supera la media dei trent'anni. E' con loro, soprattutto grazie a loro, che ogni mattina per cinque giorni alla settimana scegliamo le nostre notizie di serie A. E dal nostro osservatorio sul mondo giovanile ne scopriamo (anzi ne scoprono) un'infinità: sulla rete soprattutto ma anche grazie ai loro amici di università, ai compagni incontrati a qualche concerto a Vienna o in un viaggio estivo in Perù. Anche nelle nostre notizie c'è ovviamente una selezione: le scegliamo in base a tre parole chiave. La prima è diritti, la seconda è risorse, la terza è energia.

Nei diritti c'è quello che nessuno ama sentirsi ripetere: i bambini soldato, le mine anti persona, che in realtà uccidono soprattutto minorenni, le ombre di ragazzini che vivono per strada o negli slum, da Nairobi a Bucarest, da Kabul a Roma. Risorse significa idee in movimento, fantasia, espressioni artistiche, suggestioni musicali. Energia vuol dire tecnologia, ma non nel senso dell'ultimo iPod, quanto nell'uso diverso che si può fare degli strumenti che la scienza ci mette a disposizione (di solito per vendere più merci) e che moltissime persone, per lo più giovanissime, utilizzano per comunicare, conoscersi, far circolare idee.


NTNN non ignora la gerarchia delle notizie, ma l'arricchisce con i risvolti che toccano il mondo dei giovani, nell'accezione più ampia del termine. Per questo il sito è diviso in due sezioni: la griglia nella parte a sinistra (rossa) racconta il mondo giovanile che ci scorre sotto gli occhi. La griglia a destra (grigia) dà conto delle notizie principali della giornata ma, anche lì, con qualche notizia apparentemente di serie B: ogni giorno scegliamo di dare il polso dai cinque continenti. Quando tutti si focalizzano su Obama e Sarkozy, su quel summit a Ginevra, su quel concerto a Oslo, su NTNN ci sono sempre Asia, America Latina, Medio Oriente, Africa, Oceania.

Vi è infine un rumore di fondo nel nostro lavoro. Una visione. Perché NTNN è un'agenzia giornalistica quotidiana online che nasce lungo il percorso della “Città della pace”, il progetto del World Centers of Compassion for Children International, fondato dalla Nobel per la Pace Betty Williams. Credo che per “sentirlo” questo rumore di fondo sia necessario leggere quanto Betty Williams scrive. Non importa se avete venti, trenta, cinquanta o novant'anni: potete solo decidere se è musica per la vostra anima, oppure no. Per la nostra lo è.

martedì 10 marzo 2009

LA SOLITUDINE DEL LAMA

La prova del fuoco avviene nella seconda metà di novembre dell'anno scorso. Lo scenario: Dharamsala, Nord dell'India. La platea: oltre seicento tra monaci, parlamentari, ex ministri, associazioni e altre figure chiave dell’amministrazione tibetana in esilio. Sostenitori del ruolo di Oceano di Saggezza ma anche dissidenti. Più o meno radicali. Il nodo: capire se il Dalai Lama è ancora il leader, oltreché spirituale, anche politico di un movimento che conta centinaia di migliaia di aderenti e, tra i non tibetani, forse milioni di sostenitori. Che scalpitano.

Ormai non è più un mistero che all'interno del movimento tibetano dell'esilio, almeno cinque organizzazioni “giovanili” (Tibetan Youth Congress, Tibetan Women's Association , Gu-Chu-Sum Movement of Tibet , National Democratic Party of Tibet e Students for a Free Tibet) abbiano raccolto le primigenie rivendicazioni della diaspora ma soprattutto le indicazioni che vengono da oltre la “cortina di bambù”, dietro alla quale è sigillato il Tibet storico. Sono queste nuove associazioni gli organizzatori e il motore principale della “Marcia” che, nel marzo scorso, incendia letteralmente la regione autonoma. Una marcia verso il Tibet la cui partenza è fissata proprio da Dharamsala. Uno schiaffo politico al Dalai Lama, prima ancora che ai cinesi.

Durante i moti del marzo 2008, che si estendono a macchia d'olio nello stesso Tibet ma anche in India, in Nepal e in numerose capitali europee o nelle principali città americane, diventa manifesta quella che è stata chiamata la “solitudine del Dalai Lama”, un uomo la cui “Via di mezzo”, infarcita di cautele e – dicono i suoi detrattori - improvvide aperture ai cinesi, sta costando cara....Continua, con altri servizi sul Tibet, su Lettera22