Visualizzazioni ultimo mese
Cerca nel blog
Translate
Visualizzazione post con etichetta Hrw. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Hrw. Mostra tutti i post
giovedì 16 gennaio 2020
Afghanistan 2019: l'anno peggiore
domenica 3 settembre 2017
Rohingya/Rakhine. Chi ha appiccato il fuoco? (aggiornato)*
![]() |
| La bandiera dei secessionisti. Per il governo sono loro ad aver distrutto migliaia di case |
Secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati il bilancio di chi è in fuga verso il Bangladesh ha ormai sfondato quota 58mila sabato e quota 75mila domenica e fa pensare che il pogrom sia di proporzioni ancora più vaste di quello dell’ottobre scorso, quando in migliaia scapparono verso il Paese vicino. Ma oggi le condizioni sono cambiate e il Bangladesh oppone resistenza per evitare un’altra invasione di profughi in un Paese dove povertà e sovrappopolazione sono due costanti. La gente resta dunque intrappolata nella no man’s land tra i due Paesi mentre il flusso alla frontiera non si arresta.
martedì 14 febbraio 2017
La guerra infinita. Espulsi dal Pakistan e sotto le bombe degli alleati
Espulsi dal Pakistan in 6oomila in un Paese - il loro, che in molti non vedono da quarant’anni o non hanno mai visto - dove l’ennesimo raid aereo della coalizione alleata al governo di Kabul ha ucciso almeno 18 persone. Civili. In maggioranza donne e bambini.Tra le due notizie, che hanno un tragico nesso, è difficile stabilire qual è la più grave: da una parte il Pakistan continua il suo programma di rimpatrio forzato di un milione di afgani, dall’altro, in Afghanistan, si continua a morire mentre il comandante della Nato e delle truppe Usa nel Paese, il generale statunitense John Nicholson, invoca più truppe - Nato e americane – e accusa Russia e Iran di appoggiare i talebani. Il risultato è quello di un innalzamento dei toni in questa guerra silente che nel 2016 ha mietuto più vittime da quando la missione Onu a Kabul (Unama) ha iniziato nel 2009 a tenerne il bilancio.
Ed è proprio un rapporto preliminare di Unama ad esprimere «grave preoccupazione» per i raid aerei che, tra il 9 e il 10 febbraio, avrebbero ucciso almeno 18 persone nel distretto di Sangin (Helmand); Resolute Support, la missione Nato in Afghanistan, avrebbe aperto un’inchiesta. Altre sette civili sarebbero invece stati uccisi dai talebani l’11 febbraio durante un attacco a militari afgani a Lashkargah, capitale della provincia. Sangin è una delle aree più guerreggiate e nel solo 2016 l’Helmand ha visto morire 891 civili, una delle percentuali più elevate della guerra. In un Paese dove l’anno scorso le vittime civili sono state oltre 11mila: 3512 morti (tra cui 923 bambini) e 7.920 feriti (di cui 2.589 bambini) con un aumento del 24% rispetto al periodo precedente.
mercoledì 8 giugno 2016
Il lavoro nero dei siriani in Turchia: adulti e bambini
Per gli studenti italiani oggi è l'ultimo giorno di scuola. Via libri e quaderni e grandi sorrisi verso le vacanze. Ma non è così per tutti. Non è così per chi da anni non va a scuola o non ci è mai andato. E non è così per chi ci andava e adesso non ci può andarci più anche se almeno è riuscito a mettere in salvo la propria vita. Il caso dei bambini siriani in Turchia, alle porte di casa nostra, racconta una realtà con numeri impressionanti: prima della guerra il 99% delle bambine e dei bambini siriani andava alle elementari e 8 su dieci fra loro proseguivano alle secondarie. Oggi, secondo l’Unicef, tre milioni di bambini siriani – fuori e dentro il Paese – a scuola non ci vanno più. Quella che era una grande conquista della Siria è oggi un cumulo di macerie come buona parte del Paese.I più “fortunati” sono in Turchia, nei campi profughi allestiti da Ankara grazie al buon cuore peloso degli europei che i siriani li vogliono vivi ma lontani dagli occhi e dal cuore. Almeno in teoria, tutti i profughi della guerra siriana avrebbero diritto all’accesso al sistema scolare nazionale (che comunque presenta problemi di inserimento, dalla lingua alla logistica, al costo del materiale didattico). Ma non è proprio così. Se è vero – dice Human Rights Watch – che nei campi profughi il 90% dei bimbi siriani va a scuola, il numero non è di per sé rassicurante. La maggior parte dei bambini siriani vive infatti fuori dai campi in una situazione dove anche le più elementari regole dell’asilo vengono violate con più facilità: secondo Hrw, tra il 2014 e il 2015 la stima poteva essere del 25%, ossia un bambino su quattro. Grosso modo, a fine 2015, andava a scuola meno di un terzo dei 700mila bambini in età scolare entrati in Turchia negli ultimi quattro anni: 215mila bambini. E gli altri?
venerdì 14 febbraio 2014
One billion rising anche a Kabul
Il
movimento internazionale One billion rising è stato celebrato ieri e oggi anche a Kabul
dove Afghan Women's Network, la maggior rete di associazioni di
genere del Paese, ha chiamato in piazza le sue militanti e le altre
donne afgane. La manifestazione si è conclusa davanti al ministero per gli Affari femminili.
Il
richiamo alla cronaca di questi mesi è la ratifica della legge
contro la violenza sule donne (Evaw - Ending violence against women),
attualmente un decreto non ancora approvato dal parlamento e che 110
associazioni hanno appena chiesto con una petizione che sia approvato
al più presto
mercoledì 22 gennaio 2014
HRW, IL BRUTTO 2013 DELLE DONNE AFGANE
Duro il giudizio di Human Rights Watch sull'Afghanistan che, nel suo rapporto annuale, giudica con severità la situazione nel Paese e nelle istituzioni soprattutto sotto il profilo di genere: nel 2013 è stato ridotto il numero di posti riservati alle donne nei 34 consigli provinciali del Paese per cui si vota in aprile (assieme al nuovo presidente). Il ministero della Giustizia ha inoltre aggiunto una disposizione al codice penale che vieta la testimonianza da parte di familiari, il che rende più difficile perseguire i colpevoli di abuso domestico e nei casi di matrimonio precoce o altre forme di matrimonio forzato. Secondo il rapporto dunque, gli oppositori dei diritti delle donne hanno approfittato del declino dell'interesse internazionale sull'Afghanistan per iniziare a frenare i progressi compiuti dopo la fine del regime talebano nel 2001 come nel caso del decreto per l'eliminazione della violenza contro le donne (Legge Evaw), deciso da Karzai nel 2009 ma non ancora licenziato come legge dal parlamento. Il decreto legge rimane in vigore, ma sul piano operativo la sua forza innovativa risulta indebolita (come risulta anche da alcune sentenze).
Il rapporto denuncia infine anche una serie di aggressioni fisiche nel 2013 contro personaggi pubblici femminili, anche con omicidi mirati.
Il rapporto denuncia infine anche una serie di aggressioni fisiche nel 2013 contro personaggi pubblici femminili, anche con omicidi mirati.
venerdì 29 novembre 2013
LAPIDAZIONE E ADULTERIO: LA NORMA NON PASSA
Secondo
le parlamentari afgane Shukria Barakzai, Nilufar Ibrahimi, Raihana
Azad la prevista modifica introdotta nella bozza del nuovo codice
penale denunciata da Human Rights Watch è stata rigettata. La
norma, che reintroduceva il reato di adulterio, suggeriva anche che
la punizione fosse la lapidazione. La notizia ha avuto poco rilievo
sulla stampa italiana (a parte un articolo ieri di Giuliana Sgrena
su il manifesto e diverse segnalazioni in rete tra cui Internazionale) e assai scarso sulla stampa internazionale. E' stato
invece denunciato da alcune parlamentari italiane quando lo hanno
appreso da Hrw. Ma normativa puntiva e reato sarebbero state
cancellate hanno detto ieri le parlamentari a margine dell'incontro
“Afghanistan 2014, anno di svolta: bilancio e prospettive per le
donne afghane”, organizzato dal Gruppo di contatto delle deputate
italiane e da ActionAid.
Le
parlamentari italiane presenti: Marina Sereni (Pd), Deborah Bergamini
(Fi), Marta Grande (5stelle), Pia Elda Locatelli (Psi), Gea Schirò
(Sc), Federica Mogherini (Pd). Ha partecipato la ministra Bonino.
sabato 9 febbraio 2013
RAID SOTTO ACCUSA: TROPPI MORTI TRA I BAMBINI AFGANI
Proprio mentre il Congresso lo metteva sulla graticola per l'utilizzo dei droni e per le “tecniche” in uso dalla Cia, Jhon Brennan– il consigliere di Obama in tema di anti terrorismo e l'aspirante alla poltrona più importante di Langley - si è visto arrivare addosso l'ennesima tegola che mette sotto accusa la strategia militare americana in Afghanistan e i suoi effetti sulle vittime civili. Tornano sotto i riflettori i bombardamenti e soprattutto i loro “danni collaterali”: che in molti casi riguardano bambini.
La tegola che fa diretto riferimento a un argomento così sensibile, è un rapporto dell'Onu che lancia l'allarme su centinaia di bambini che sarebbero stati uccisi in Afghanistan negli ultimi cinque anni. Morti dovute «alla mancanza di misure precauzionali e a un uso indiscriminato della forza» e che sono l'effetto di «attacchi e raid aerei delle forze armate americane» nel Paese asiatico nel periodo oggetto di studio da parte del Committee on the Rights of the Child, un comitato per la difesa dei diritti dei bambini (Crc) che è stato istituito dall'Ufficio dell'Alto commissario per i diritti umani, la signora Navi Pillay, una delle figure più risolute e assertive della grande famiglia Onu. Il rapporto del Comitato (che di solito commenta ed esprime pareri e raccomandazioni) argomenta una «grave preoccupazione derivata del fatto che tra il 2010 e il 2011 il numero di incidenti che hanno coinvolto bambini è raddoppiato». Così almeno sostiene chi ha potuto leggere le carte (ieri l'Associated Press ma già il 5 febbraio – quando il rapporto sarebbe stato reso noto al governo americano – la stessa Human Rights Watch) perché il dossier non è di dominio pubblico. Sul sito dell'Ohchr (l'uffico di Pillay) il rapporto non c'è anche se non sono soltanto i guardiani del rispetto dei diritti umani a citarlo. E se Victoria Nuland, la portavoce del dipartimento di Strato, ha detto di non averlo ancora letto, il quartier generale delle forze statunitensi in Afghanistan (Usfor-A) ha definito ieri a Kabul «categoricamente infondate, prive di sostanza e totalmente false» le informazioni contenute nelle raccomandazioni fatte a Washington dal rapporto targato Crc.
Secondo Hrw il governo degli Stati Uniti dovrebbe immediatamente rendere effettive le raccomandazioni del Comitato di esperti dell'Onu per migliorare la protezione dei bambini coinvolti all'estero in un conflitto armato, un aspetto che chiaramente non riguarda solo l'Afghanistan. Il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, che ha reso note le sue raccomandazioni martedi scorso – dice Hrw – non si è espresso però solo rispetto al problema delle «centinaia» di bambini uccisi ma nell'aggravarsi di una situazione (l'ultimo lavoro del comitato sull'Afghanistan risale al 2008) che solleva «profonda preoccupazione» anche per l'arresto e la detenzione di bambini in Afghanistan. Un elemento che fa riferimento a un lavoro a firma congiunta dell'ufficio della Pillay e di Unama, la missine Onu a Kabul, uscito nel gennaio scorso (Treatment of Conflict-Related Detainees in Afghan Custody. One Year On) in cui si dà conto di decine di casi di interrogatori, detenzioni illegali e maltrattamenti di minorenni.
Quanto all'unica reazione ufficiale al momento, i militari americani sostengono che la forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf, sotto comando Nato e in cui gli americani sono la maggioranza), hanno «ridotto nel 2012 del 49% le vittime civili rispetto all'anno precedente». In particolare, si dice ancora, «il numero di bambini che sono morti o sono rimasti feriti come risultato delle nostre operazioni aeree è sceso del 40% lo scorso anno rispetto al 2011» perché, dicono ancora gli americani a loro difesa, «nel rapporto sulle vittime civili pubblicato in agosto 2012 da Unama si sostiene che l'84% di tutti i civili uccisi o feriti nel Paese sono caduti per mano degli insorti». Sia l'Isaf sia l'Usfor-A, si dice ancora, «utilizzano specifici sistemi di valutazione e controllo tecnico, tattico e procedurale» per ridurre il rischio di vittime civili e «si preoccupano di impiegare la forza solo quando necessario, ed in un modo adeguato».
La tegola che fa diretto riferimento a un argomento così sensibile, è un rapporto dell'Onu che lancia l'allarme su centinaia di bambini che sarebbero stati uccisi in Afghanistan negli ultimi cinque anni. Morti dovute «alla mancanza di misure precauzionali e a un uso indiscriminato della forza» e che sono l'effetto di «attacchi e raid aerei delle forze armate americane» nel Paese asiatico nel periodo oggetto di studio da parte del Committee on the Rights of the Child, un comitato per la difesa dei diritti dei bambini (Crc) che è stato istituito dall'Ufficio dell'Alto commissario per i diritti umani, la signora Navi Pillay, una delle figure più risolute e assertive della grande famiglia Onu. Il rapporto del Comitato (che di solito commenta ed esprime pareri e raccomandazioni) argomenta una «grave preoccupazione derivata del fatto che tra il 2010 e il 2011 il numero di incidenti che hanno coinvolto bambini è raddoppiato». Così almeno sostiene chi ha potuto leggere le carte (ieri l'Associated Press ma già il 5 febbraio – quando il rapporto sarebbe stato reso noto al governo americano – la stessa Human Rights Watch) perché il dossier non è di dominio pubblico. Sul sito dell'Ohchr (l'uffico di Pillay) il rapporto non c'è anche se non sono soltanto i guardiani del rispetto dei diritti umani a citarlo. E se Victoria Nuland, la portavoce del dipartimento di Strato, ha detto di non averlo ancora letto, il quartier generale delle forze statunitensi in Afghanistan (Usfor-A) ha definito ieri a Kabul «categoricamente infondate, prive di sostanza e totalmente false» le informazioni contenute nelle raccomandazioni fatte a Washington dal rapporto targato Crc.
Secondo Hrw il governo degli Stati Uniti dovrebbe immediatamente rendere effettive le raccomandazioni del Comitato di esperti dell'Onu per migliorare la protezione dei bambini coinvolti all'estero in un conflitto armato, un aspetto che chiaramente non riguarda solo l'Afghanistan. Il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, che ha reso note le sue raccomandazioni martedi scorso – dice Hrw – non si è espresso però solo rispetto al problema delle «centinaia» di bambini uccisi ma nell'aggravarsi di una situazione (l'ultimo lavoro del comitato sull'Afghanistan risale al 2008) che solleva «profonda preoccupazione» anche per l'arresto e la detenzione di bambini in Afghanistan. Un elemento che fa riferimento a un lavoro a firma congiunta dell'ufficio della Pillay e di Unama, la missine Onu a Kabul, uscito nel gennaio scorso (Treatment of Conflict-Related Detainees in Afghan Custody. One Year On) in cui si dà conto di decine di casi di interrogatori, detenzioni illegali e maltrattamenti di minorenni.
Quanto all'unica reazione ufficiale al momento, i militari americani sostengono che la forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf, sotto comando Nato e in cui gli americani sono la maggioranza), hanno «ridotto nel 2012 del 49% le vittime civili rispetto all'anno precedente». In particolare, si dice ancora, «il numero di bambini che sono morti o sono rimasti feriti come risultato delle nostre operazioni aeree è sceso del 40% lo scorso anno rispetto al 2011» perché, dicono ancora gli americani a loro difesa, «nel rapporto sulle vittime civili pubblicato in agosto 2012 da Unama si sostiene che l'84% di tutti i civili uccisi o feriti nel Paese sono caduti per mano degli insorti». Sia l'Isaf sia l'Usfor-A, si dice ancora, «utilizzano specifici sistemi di valutazione e controllo tecnico, tattico e procedurale» per ridurre il rischio di vittime civili e «si preoccupano di impiegare la forza solo quando necessario, ed in un modo adeguato».
sabato 2 febbraio 2013
MALI, I NODI AL PETTINE
I nodi vengono al pettine. Nello stesso giorno, Amnesty International e Human Rights Watch, le maggiori organizzazioni di tutela dei diritti umani, hanno denunciato gli abusi commessi sulla popolazione civile nella guerra in Mali, dopo che francesi ed esercito di Bamako hanno ripreso le città sotto controllo islamista. Alle loro voci si aggiunge quella di testimonianze raccolte dai pochi giornalisti, tra cui quelli dell'Associated Press, che riescono a raggiungere le zone “liberate”.
Quello che si temeva e che, senza essere facili Cassandre, era già stato denunciato dalle prime indicazioni emerse dopo i raid francesi iniziati a gennaio, è adesso una realtà codificata che ha sostituito alle ipotesi e alle illazioni prove e testimonianze oculari che raccontano di bombardamenti, arresti indiscriminati, esecuzioni, corpi abbandonati nel deserto descritti da che ha visto. In un clima, denunciano le organizzazioni umanitarie, nel quale l'esercito maliano agisce da censore, dando indicazioni a chi parla con la stampa o vietando contatti con stranieri in cerca di informazione.
Amnesty International ha reso noto ieri un dossier, il primo sulla situazione in Mali durante il conflitto e redatto al termine dell'ultimo lavoro (di cui abbiamo dato notizia il 22 gennaio) di una missione spedita sul posto per verificare voci e timori che già allora, a nemmeno due settimane dai primi raid, si stavano trasformando nella cruda normalità della guerra e nel tradizionale meccanismo di “pulizia” che segue di regola le operazioni militari dall'aria. Il dossier (il quarto dal 2012 e il primo del 2013 dopo le missioni a Ségou, Sevaré e Niono e nelle città di Konna and Diabaly dopo l'arrivo dei franco-maliani) dice che un “quadro più chiaro del costo del conflitto sta iniziando ad emergere” anche se resta “molto difficile confermare tutte le circostanze delle molte presunte violazioni”. Amnesty ha però ricevuto testimonianze “credibili” su civili vittime di “esecuzioni extragiudiziali da parte dell'esercito del Mali dal 10 gennaio 2013”, cioè dopo l'intervento francese. Inoltre, l'organizzazione ha avuto notizia che almeno cinque civili, tra cui tre bambini, sono stati uccisi in un attacco aereo lanciato durante la controffensiva congiunta franco maliana per riprendere la città di Konna. Amnesty ha anche raccolto “testimonianze di violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario da parte dei gruppi armati islamici” che si sono macchiati di omicidi hanno fatto uso di bambini soldato.
Ma se le nefandezze degli islamisti dei gruppi qaedisti, da cui la stragrande maggioranza dei residenti ha preso le distanze, non stupiscono, ciò che più colpisce del rapporto è l'accusa all'esercito maliano, in qualche modo coperto se non altro dal silenzio delle autorità francesi. “Le informazioni ricevute da Amnesty – dice ancora il rapporto First Assessment of the Human Rights situtione after three week Conflict - indicano che dopo che le forze franco maliane hanno assunto il controllo di Gao e Timbuctu, civili tuareg e arabi - accusati di essere vicini ai gruppi islamisti armati – sono stati presi di mira da parte dei residenti e parte dei loro beni sono stati saccheggiati”. AI ha ricevuto richieste d'aiuto da gente di Gao che si dichiaravano obiettivo di rappresaglia per i suoi presunti legami con tuareg o gruppi armati islamisti, mentre le forze governative sarebbero rimaste a guardare.
Sugli attacchi aerei ancora si sa poco, ma la testimonianza di un parente delle vittime è inequivocabile. E' l'11 gennaio a Konna: “Ho sentito il rumore di due elicotteri e immediatamente il lancio dei razzi...sono stato ferito da schegge nei piedi. Poi vengono sparate bombe contro le cinque finestre e le tre porte della mia casa dove ci sono mia madre, i miei fratelli e le mie sorelle. Mi sono precipitato dentro e ho visto i miei fratelli coperti di sangue che scorreva a fiotti da diverse ferite...erano già morti”. Di quella famiglia ci sono nomi ed età: Aminata Maiga 40 anni, Adama dieci anni, Ali 11, Zeinabou sei. Un altro dei fratelli, Saouda, si è salvato: è stato ferito a un braccio e a una gamba. Poco più in là un siluro ucciderà un meccanico in bicicletta. Sono i primi effetti collaterali di cui abbiamo notizia certa.
Hrw dal canto suo ha denunciato ieri (un giorno dopo l'uscita del suo Rapporto 2013) un episodio raccapricciate: si svolge a Sevaré il 9 gennaio, prima dell'attacco francese, e mentre Konna, 65 chilometri più a Nord, è sotto attacco dei ribelli islamisti. Qui la pulizia (in parte anche etnica visto che si tratta per lo più di peul, una minoranza maliana dalla pelle ambrata e dai tratti somatici nilotici) è preventiva. La cornice è la stazione degli autobus dove l'esercito ferma dei sospetti che non hanno documenti: i testimoni raccontano di attimi drammatici in cui gli arrestati, prima di essere portati via, cercano disperatamente tra il pubblico testimoni della loro identità. Poi 13 persone, forse di più, vengono portate in un campo e fucilate. I loro corpi finiscono nei pozzi vicini, il modo ormai usuale in Mali per far sparire i cadaveri. L'esercito nega. Non sa nulla nemmeno di cinque uomini scomparsi nelle guarnigioni di Konna e Sevaré sempre in gennaio. Non è l'unico crimine denunciato dall'organizzazione che certifica anche testimonianze su soldati sotto l'effetto patente dell'alcol. Hrw non risparmia certo gli islamisti che si sono distinti in violazioni di ogni tipo: esecuzioni sommarie, e, come già denunciato dall'organismo con sede a New York, l'utilizzo di bambini soldato, addirittura di solo 11 anni.
Alle voci di Hrw e AI si aggiunge quella dei giornalisti. Ieri l'Associated Press ha riferito di tre uomini arrestati dai maliani a Timbuctu e visitati in carcere. I tre, islamisti noti, hanno denunciato torture: “Mi hanno versato in bocca e sulle narici 40 litri d'acqua sino a soffocarmi...pensavo di morire – dice Ali Guindo – dormivo all'addiaccio e ogni notte mi vbuttavano addosso acqua gelata”. Tutti e tre riferiscono ad Ap una versione molto simile. Sino a che i soldati non fanno rapidamente smettere l'intervista.
Quello che si temeva e che, senza essere facili Cassandre, era già stato denunciato dalle prime indicazioni emerse dopo i raid francesi iniziati a gennaio, è adesso una realtà codificata che ha sostituito alle ipotesi e alle illazioni prove e testimonianze oculari che raccontano di bombardamenti, arresti indiscriminati, esecuzioni, corpi abbandonati nel deserto descritti da che ha visto. In un clima, denunciano le organizzazioni umanitarie, nel quale l'esercito maliano agisce da censore, dando indicazioni a chi parla con la stampa o vietando contatti con stranieri in cerca di informazione.
Amnesty International ha reso noto ieri un dossier, il primo sulla situazione in Mali durante il conflitto e redatto al termine dell'ultimo lavoro (di cui abbiamo dato notizia il 22 gennaio) di una missione spedita sul posto per verificare voci e timori che già allora, a nemmeno due settimane dai primi raid, si stavano trasformando nella cruda normalità della guerra e nel tradizionale meccanismo di “pulizia” che segue di regola le operazioni militari dall'aria. Il dossier (il quarto dal 2012 e il primo del 2013 dopo le missioni a Ségou, Sevaré e Niono e nelle città di Konna and Diabaly dopo l'arrivo dei franco-maliani) dice che un “quadro più chiaro del costo del conflitto sta iniziando ad emergere” anche se resta “molto difficile confermare tutte le circostanze delle molte presunte violazioni”. Amnesty ha però ricevuto testimonianze “credibili” su civili vittime di “esecuzioni extragiudiziali da parte dell'esercito del Mali dal 10 gennaio 2013”, cioè dopo l'intervento francese. Inoltre, l'organizzazione ha avuto notizia che almeno cinque civili, tra cui tre bambini, sono stati uccisi in un attacco aereo lanciato durante la controffensiva congiunta franco maliana per riprendere la città di Konna. Amnesty ha anche raccolto “testimonianze di violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario da parte dei gruppi armati islamici” che si sono macchiati di omicidi hanno fatto uso di bambini soldato.
Ma se le nefandezze degli islamisti dei gruppi qaedisti, da cui la stragrande maggioranza dei residenti ha preso le distanze, non stupiscono, ciò che più colpisce del rapporto è l'accusa all'esercito maliano, in qualche modo coperto se non altro dal silenzio delle autorità francesi. “Le informazioni ricevute da Amnesty – dice ancora il rapporto First Assessment of the Human Rights situtione after three week Conflict - indicano che dopo che le forze franco maliane hanno assunto il controllo di Gao e Timbuctu, civili tuareg e arabi - accusati di essere vicini ai gruppi islamisti armati – sono stati presi di mira da parte dei residenti e parte dei loro beni sono stati saccheggiati”. AI ha ricevuto richieste d'aiuto da gente di Gao che si dichiaravano obiettivo di rappresaglia per i suoi presunti legami con tuareg o gruppi armati islamisti, mentre le forze governative sarebbero rimaste a guardare.
Sugli attacchi aerei ancora si sa poco, ma la testimonianza di un parente delle vittime è inequivocabile. E' l'11 gennaio a Konna: “Ho sentito il rumore di due elicotteri e immediatamente il lancio dei razzi...sono stato ferito da schegge nei piedi. Poi vengono sparate bombe contro le cinque finestre e le tre porte della mia casa dove ci sono mia madre, i miei fratelli e le mie sorelle. Mi sono precipitato dentro e ho visto i miei fratelli coperti di sangue che scorreva a fiotti da diverse ferite...erano già morti”. Di quella famiglia ci sono nomi ed età: Aminata Maiga 40 anni, Adama dieci anni, Ali 11, Zeinabou sei. Un altro dei fratelli, Saouda, si è salvato: è stato ferito a un braccio e a una gamba. Poco più in là un siluro ucciderà un meccanico in bicicletta. Sono i primi effetti collaterali di cui abbiamo notizia certa.
Hrw dal canto suo ha denunciato ieri (un giorno dopo l'uscita del suo Rapporto 2013) un episodio raccapricciate: si svolge a Sevaré il 9 gennaio, prima dell'attacco francese, e mentre Konna, 65 chilometri più a Nord, è sotto attacco dei ribelli islamisti. Qui la pulizia (in parte anche etnica visto che si tratta per lo più di peul, una minoranza maliana dalla pelle ambrata e dai tratti somatici nilotici) è preventiva. La cornice è la stazione degli autobus dove l'esercito ferma dei sospetti che non hanno documenti: i testimoni raccontano di attimi drammatici in cui gli arrestati, prima di essere portati via, cercano disperatamente tra il pubblico testimoni della loro identità. Poi 13 persone, forse di più, vengono portate in un campo e fucilate. I loro corpi finiscono nei pozzi vicini, il modo ormai usuale in Mali per far sparire i cadaveri. L'esercito nega. Non sa nulla nemmeno di cinque uomini scomparsi nelle guarnigioni di Konna e Sevaré sempre in gennaio. Non è l'unico crimine denunciato dall'organizzazione che certifica anche testimonianze su soldati sotto l'effetto patente dell'alcol. Hrw non risparmia certo gli islamisti che si sono distinti in violazioni di ogni tipo: esecuzioni sommarie, e, come già denunciato dall'organismo con sede a New York, l'utilizzo di bambini soldato, addirittura di solo 11 anni.
Alle voci di Hrw e AI si aggiunge quella dei giornalisti. Ieri l'Associated Press ha riferito di tre uomini arrestati dai maliani a Timbuctu e visitati in carcere. I tre, islamisti noti, hanno denunciato torture: “Mi hanno versato in bocca e sulle narici 40 litri d'acqua sino a soffocarmi...pensavo di morire – dice Ali Guindo – dormivo all'addiaccio e ogni notte mi vbuttavano addosso acqua gelata”. Tutti e tre riferiscono ad Ap una versione molto simile. Sino a che i soldati non fanno rapidamente smettere l'intervista.
martedì 22 gennaio 2013
SE I TIMORI DI AMNESTY IN MALI DIVENTANO REALTA'
A una settimana dall'inizio dell'offensiva francese in Mali si affaccia il volto più odioso della guerra: le violenze sui civili. Commesse dalla guerriglia islamista, cosa già nota da tempo, ma anche dalle forze regolari maliane. Una denuncia che si basa su prove raccolte dalle maggiori organizzazioni per la difesa dei diritti umani e che comincia a fare i conti anche con i bombardamenti indiscriminati.
La prima messa in guardia su quanto accadeva e poteva accadere in Mali, Amnesty International l'aveva già detta e scritta il 14 gennaio scorso, chiedendo «a tutte le parti coinvolte nel conflitto armato del Mali di garantire che i civili siano protetti perché vi è il concreto timore che gli scontri possano dar luogo ad attacchi indiscriminati o altri attacchi illegali in zone in cui i membri dei gruppi armati islamisti sono mescolati alla popolazione civile» e che dunque «le forze che prendono parte agli attacchi armati devono a ogni costo evitare bombardamenti indiscriminati e fare il massimo per evitare vittime civili». Ma adesso la preoccupazione è diventata realtà e si basa su una raccolta di casi e prove che certificano come non siano soltanto gli islamisti a usare modi sbrigativi coi civili. Ci sono infatti evidenze di esecuzioni sommarie e abusi compiuti anche dai militari maliani. Una sorta di vendicativa ritorsione nelle città riconquistate accanto alla quale si somma l'accusa per l'esercito di Bamako di aver bombardato in maniera indiscriminata i campi dei nomadi tuareg (per ora molto poco si sa invece sugli effetti dei bombardamenti francesi).
La voce di Amnesty non è isolata: ha preso posizione Human Rights Watch, la Federazione internazionale per i diritti umani (Fidh) e la sua emanazione maliana (Amdh). Pressioni insomma per vederci più chiaro anche perché la recente decisione del procuratore della Corte penale internazionale Fatou Bensouda – che alcuni giorni fa ha aperto un'inchiesta sui crimini commessi nel Nord del Mali – si concretizzi in un'azione in profondità: vada cioè sino in fondo, anche se la stessa Amnesty ammette che l'inchiesta della corte rischia di essere riduttiva se non si impegneranno al suo fianco sia la giustizia maliana sia la comunità inernazionale...Leggi tutto su Lettera22
La prima messa in guardia su quanto accadeva e poteva accadere in Mali, Amnesty International l'aveva già detta e scritta il 14 gennaio scorso, chiedendo «a tutte le parti coinvolte nel conflitto armato del Mali di garantire che i civili siano protetti perché vi è il concreto timore che gli scontri possano dar luogo ad attacchi indiscriminati o altri attacchi illegali in zone in cui i membri dei gruppi armati islamisti sono mescolati alla popolazione civile» e che dunque «le forze che prendono parte agli attacchi armati devono a ogni costo evitare bombardamenti indiscriminati e fare il massimo per evitare vittime civili». Ma adesso la preoccupazione è diventata realtà e si basa su una raccolta di casi e prove che certificano come non siano soltanto gli islamisti a usare modi sbrigativi coi civili. Ci sono infatti evidenze di esecuzioni sommarie e abusi compiuti anche dai militari maliani. Una sorta di vendicativa ritorsione nelle città riconquistate accanto alla quale si somma l'accusa per l'esercito di Bamako di aver bombardato in maniera indiscriminata i campi dei nomadi tuareg (per ora molto poco si sa invece sugli effetti dei bombardamenti francesi).
La voce di Amnesty non è isolata: ha preso posizione Human Rights Watch, la Federazione internazionale per i diritti umani (Fidh) e la sua emanazione maliana (Amdh). Pressioni insomma per vederci più chiaro anche perché la recente decisione del procuratore della Corte penale internazionale Fatou Bensouda – che alcuni giorni fa ha aperto un'inchiesta sui crimini commessi nel Nord del Mali – si concretizzi in un'azione in profondità: vada cioè sino in fondo, anche se la stessa Amnesty ammette che l'inchiesta della corte rischia di essere riduttiva se non si impegneranno al suo fianco sia la giustizia maliana sia la comunità inernazionale...Leggi tutto su Lettera22
Iscriviti a:
Post (Atom)




