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giovedì 3 dicembre 2009

FB CENSURA PAOLA CARIDI

Quale che sia il motivo per cui siete arrivati al mio blog (i levrieri, le birrette o la guerra afgana) vi prego adesso di fare un salto su quello di Paola Caridi, oggetto di un'odiosissima censura da parte di FaceBook. Paola ha semplicemnte postato sulla scheda di Lettera22, la nostra associazione, le date dei suoi appuntamenti italiani per la presentazione di Hamas, un libro inchiesta sul movimento islamista...ma si è vista canecellare le date da FB con questa delirante motivazione: The event "Hamas" has been removed because it violated our Terms of Use. Among other things, events that are hateful, threatening, or obscene are not allowed. We also take down events that attack an individual or group, or advertise a product or service. Continued misuse of Facebook's features could result in your account being disabled. (il neretto è mio).


Sono senza parole ma la cosa richiede anche una reazione. La prima, mi pare, attestare solidarietà a Paola (credo dia sufficiente per chi non la conosce leggere il suo profilo)scrivendole sul suo seguitissimo blog "Arabi invisibili". Al resto penseremo noi come gruppo chiedendo conto ai soloni di FB. Censurare un libro - per noi che siamo contrari anche alla cancellazione di un delirio come Mein Kampf - è la cosa più odiosa che si possa fare, specie se si cancella la data di un incontro dove se ne può discutere. Anche attaccandolo.

lunedì 2 marzo 2009

HAMAS MANIFESTO


La mia amica Paola Caridi ha scritto un libro: “Hamas, Che cos'è e cosa vuole il movimento radicale palestinese”. Questo è coraggio amici miei! Scrivere un saggio controcorrente quando la corrente è forte. Polemica garantita. Spero che le faccia vendere il libro e che non le procuri troppi mal di testa e di pancia. Ma Paola è bella tosta. Sarà, come diciamo volgarmente noialtri, “...tutto grasso che cola”.
Il libro non l'ho ancora letto anche perché, forse per una sorta di pudore, tra noi di Lettera22 è molto raro che ci si faccia leggere i nostri libri dai pard dell'agenzia prima che siano stati pubblicati. Del resto non ce n'è bisogno. So da quel che Paola dice e scrive cosa c'è nel suo libro. So che segue la “linea ferroviaria”, l'unica cui un bravo giornalista deve ricorrere. L'Espresso gli ha dedicato una breve anticipazione dal titolo “Hamas segreto”. Ma è un titolo giornalistico perché di segreto non c'è nulla. C'è solo la verità per chi la vuol vedere: un gruppo radicale di ispirazione religiosa, su cui anche i servizi segreti israeliani puntarono parecchio all'inizio per indebolire Arafat, che si presenta sulla scena di un paese che non c'è. Un territorio occupato dove, ormai quasi per inerzia burocratica, la responsabilità politica è in mano a una leadership che si distingue per stanchezza e corruzione. Il movimento cresce anche perché non è solo radicale: amministra servizi sociali, si distingue (almeno agli inizi) per onestà intellettuale e purezza ideale, conquista il cuore e la mente dei palestinesi, stanchi dei bla bla della leadership storica. E vince le elezioni.

Il resto è storia recente. Di segreti non ce n'è. La vicenda è sotto gli occhi di tutti. Anche l'uso del terrore e dei razzi oltre confine. Anzi, quella è la storia che si conosce di più. Eppoi c'è quel refrain ricorrente che con loro non si negozia e che quelle elezioni vinte sono solo un incidente di percorso...
Non ho dubbi che Paola saprà spiegarvelo meglio di me. Io leggerò il libro non solo per capire Hamas ma per comprendere oggi chi sono i talebani. Cos'è Hezbollah in Libano. Cosa successe del Fis in Algeria. Perché c'è qualcosa di comune in queste storie di movimenti armati di ispirazione religiosa islamica che forse non abbiamo compreso. E c'è qualcosa da imparare anche per capire realtà lontane.

Il libro esce a giorni per Feltrinelli. Son 224 pagine ma non preoccupatevi. Non è un mattone. Perché il difetto di Paola è che, oltre ad essere una fine analista, sa anche scrivere bene. Vi acchiappa e vi trascina nella Storia con la S maiuscola, ma raccontandovela come una storia con la s minuscola. Sta lì il trucco. E' tutta lì la linea ferroviaria. Enorme successo, vaticinerebbe l'oracolo I Ching.

lunedì 2 febbraio 2009

LA SOTTILE LEGGEREZZA DEL ΠΡΑΓΜΑ



Era ieri e dicevamo che avremmo liberato questa terra dall'oscurantismo talebano. Se girate per Kabul, questa è una città dove i chierichetti del kalashnikov non godono di consenso. Ed è anche il motivo per cui questa città ci sopporta. Ma da qualche giorno, sulla stampa americana o nelle analisi di qualche rivista di intelligence, si fa strada una nuova teoria. Ma che ci importa se l'Afghanistan diventa talebano, purché, ben inteso, smetta di dar rifugio alla banda di jihadisti di Al Qaeda? Sacrificati sull'altare del pragmatismo, i buoni principi finiscono sempre per lasciar spazio al diavolo. E negoziare con lui ci potrebbe anche stare, è anzi, forse, l'unica via. Ma qui si suggerisce altro.

Se Karzai non ce la fa va bene anche mullah Omar. Basta che ci lasci stare, che non si metta in testa il jihad globale. Il jihad globale è la teoria dei qaedisti e a me pare che abbia poca presa da queste parti, se mai l'ha avuta. La fortuna delle teorie di Osama bin Laden fu la guerra al terrore. Bin Laden aveva forse capito o intuito che solo una forte reazione americana avrebbe convinto i “tranquilli” talebani, gli arcaici pathan del Pakistan, gli sgarrupati mujaheddin di Jolo, i mercenari arabi al soldo di Khartum e gli islamisti minoritari di Giava, che la guerra poteva solo essere globale. Non credo che abbia mai avuto speranze di poter influenzare Hamas ed Hezbollah, eserciti di liberazione nazionale già ben strutturati. Rivendico di averlo pensato sin dal bell'inizio. Ora che anche i talebani sono tornati ad esserlo - un esercito di liberazione nazionale guidato dall'obiettivo di cacciare l'invasore - le tesi di Al Qaeda appaiono in affanno. Perché i qaedisti sono dei “fuochisti”, per usare un vecchio termine, non dei leninisti. Dunque un accordo segreto potrebbe profilarsi...

Quando penso alla nostra presenza militare mi dico che, con tutti i dubbi che riguardano il suo controverso mandato, la catena di comando, la confusione di ruoli, è qui per evitare la discesa nel caos, per citare Rashid. Tutti sanno ormai che una soluzione militare al conflitto non c'è, ma non riesco a pensare che si possa con cinismo abbandonare l'Afghanistan al suo destino. Non dico che qualcuno lo stia proponendo, ma vedo profilarsi l'ipotesi. Lo noto da osservatore, abituato a leggere tra le righe e a capire quando un'idea viene sottilmente soffiata sul piatto perché noi giornalisti la propaghiamo come fanno gli uccelli coi semi. Mi viene allora una grande tristezza che si somma all'angoscia di veder nelle strade della capitale aumentar ogni giorno il numero dei mendicanti. Non mi sono mai sconvolto più di tanto per il burqa, un'usanza che a me pare barbara tanto quanto l'orribile vestimento che i sauditi impongono alle loro donne. Mi viene su la bile piuttosto quando vedo che, alla battaglia dei principi, si sostituisce mellifluamente la pratica oscura del pragmatismo che strappa il velo di un'ipocrisia mascherata dai buoni sentimenti. E che ciò si, assai più del burqa, negherà i diritti su cui questi principi sono fondati.

Amo questo paese e non so perché. E' una bella donna senza un filo di trucco coperta di stracci e che non si lascia toccare, ma vi ruba il cuore. Voi lascereste la vostra amata nelle mani di un bruto? Per quel che mi riguarda farei il possibile per evitarlo.