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martedì 19 febbraio 2019

La memoria della guerra nel Vietnam. La Thailandia - 1

La Thailandia fu la retrovia logistica degli Stati uniti durante il lungo conflitto nel Sudest asiatico. Ci stazionarono fino a 50mila uomini. Che usarono quel Paese per le guerre aperte e quelle segrete. E per spassarsela nelle ore di libera uscita. Un reportage uscito domenica 17 su il manifesto.

Chantaburi (Thailandia) – Chantaburi è a settanta chilometri dal confine cambogiano dove si sono appena celebrati i 40 anni dalla caduta dei Khmer rossi. Ma è il 1989 forse assai di più del 1979 o del 1975, quando cadde Saigon segnando di fatto la fine della Guerra del Vietnam, la data che ha senso per la Thailandia. In quell’anno – venti anni fa - cadeva infatti il muro di Berlino che doveva segnare la fine dell’Urss e per molti la “fine del comunismo”. E se c’era stato un alleato prezioso nella guerra che gli americani avevano combattuto nel Sudest asiatico per evitare l’“effetto domino” che poteva contagiare l’intera Asia sudorientale, questo era stato la Thailandia. Quei tempi son lontani e resta soltanto il Thai Vietnam War Veterans Memorial, a 5 chilometri da Kanchanaburi e a 140 da Bangkok, a ricordare quell’epoca. Ma la Thailandia fu essenziale nella guerra ai vietnamiti perché fu la retrovia logistica dell’esercito e soprattutto dell’aviazione a stellestrisce. La Casa reale e l’esercito tailandese costituirono le spalle larghe della guerra anche se seppero tenersene al di fuori. Ma solo fino a un certo punto. Mostrano ancora l’orgoglio di esser stati il baluardo contro il domino rosso e se affiancarono gli americano nelle retrovie, lo fecero anche nel teatro di battaglia in Vietnam.

Orgoglio nazionale

La storiografia americana se n’è occupata molto. Tra i tanti, Richard Ruth, docente all’AccademiaN avale americana (Usna). Classe 1928, è morto l’anno scorso, lo stesso anno in cui usciva il suo capitolo “War and Society in Southeast Asian History” in una collettanea che aveva fatto precedere dal saggio “In Buddha’s Company: Thai Soldiers in the Vietnam War” (2010) e da un articolo scritto per il New York Times (Why Thailand Takes Pride in the Vietnam War). Sul quotidiano della Grande Mela, Ruth ricordava che cinquant’anni prima – nel 1967 – il primo soldato tailandese volontario era stato mandato a Bien Hoa in Sud Vietnam per combattere a fianco degli alleati americani. Quell’uomo faceva parte dei “Cobra della regina” del Royal Thai Volunteer Regiment, un’unità di volontari inquadrati nell’esercito che, in questo Paese dalla longeva monarchia, contava circa 2mila uomini. Con lui non c’erano solo volontari ma un totale di 40mila uomini che, a diverso titolo, furono coinvolti nella guerra. Una guerra, sostiene Ruth sulla base di interviste a veterani, che ha lasciato nei thai una sorta di orgoglio patrio. Un bel ricordo, dice Ruth, che sembra fare della Thailandia l’unico Paese che di quel conflitto conserva una memoria in positivo. Del resto, lo sforzo bellico tailandese era profumatamente pagato dagli americani che versarono oltre un miliardo di dollari in aiuti economici e militari a Bangkok e un altro mezzo miliardo in aiuto allo sviluppo.

I tailandesi affittarono sette basi che arrivarono a ospitare fino a 50mila soldati americani con una media di 26mila. Il prezzo della guerra non fu elevato: si stima a 351 soldati uccisi in azione in Vietnam e a oltre 1350 feriti. Ci fu anche una parentesi laotiana perché le forze su cui gli americani contavano nel Paese alla frontiera Nord del regno thai (soprattutto le tribù Hmong) ricevevano la loro formazione militare in Thailandia. La base di Udorn (Udorn Royal Thai Air Force Base) a Udon Thani (a sinistra), a un pugno di chilometri dal confine, era la base operativa principale sia per le operazioni logistiche o di spionaggio in Vietnam, Laos e Cambogia, sia per le operazioni di “guerra segreta” della Cia (secondo la Bbc una piccola area della base – detta Detention Site Green - fu poi usata nel 2002 dagli uomini di Langley per interrogare e torturare Abu Zubaydah - ora a Guantanamo - ritenuto un luogotenente di bin Laden. Bangkok ha sempre negato).

Eredità sessuale

I ricordi di oggi, nella memoria del viaggiatore, si confondono con quelli di ieri. Alla vigilia della caduta di Saigon attraversammo la Thailandia di ritorno dal Laos e ci capitò di dormire proprio davanti a una caserma americana nei pressi di Udon. Di fronte alla caserma c’era un bordello affacciato sul lato opposto della strada. Al suono della libera uscita, decine di marine rasati uscivano dai compound militari e… attraversavano la strada per la loro oretta di R&R "rest and relaxation", come si dice in gergo.

Bangkok
All’acronimo R&R e a tutto ciò che esso significa, si deve anche la nascita di Patpong, ancor oggi una delle mete prescelte di Bangkok per il sesso a pagamento. Per esser precisi, Patpong esisteva già prima dell’arrivo dei giovani marine rasati in cerca di relax: erano (e sono) un paio di vicoli, due soi commerciali nel quartiere finanziario della capitale proprietà della famiglia sino-thai Patpongpanich. Ora la zona si è un po' più estesa nei vicoli attorno con richiami per tutte le tasche e le esigenze sessuali. Diventato con gli anni però anche un luogo di attrazione tradizionale per il turista (ora anche per famigliole in cerca di esotismo estremo, spiega la Lonely Planet) a partire dagli anni Settanta, Pat Pong fu il luogo prescelto per la R&R dei soldatini di passaggio nella capitale, diretti o di ritorno dal Vietnam o dalle basi tailandesi. I “bar” - più raffinati delle sale con esposizione di ragazze locali esibite con un numero sulla camicetta per essere indicate dal cliente dopo la scelta – cominciarono a moltiplicarsi man mano che cresceva la richiesta. E così gli alberghi a ore e non. Uno di questi, il Malaysia Hotel – che negli anni Settanta valeva un dollaro a notte – era un 4 stelle decaduto, con piscina e ogni sorta di relax. Ragazze a piano terra, buddha stick al terzo piano ed eroina al quarto. Nella hall si confondevano le reclute e i primi viaggiatori che, dopo l’India, avevano scelto di proseguire il loro viaggio all’Eden nel Sudest. Le retate non erano infrequenti. Adesso è uno dei tanti rispettabili hotel della capitale.

Patpong e la vita notturna di Bangkok, con la sua prostituzione illegale per legge ma largamente tollerata, hanno scatenato molti dibattiti tra chi trova immorale un mercato del sesso che deborda anche nella pedopornofilia e chi sostiene che la prostituzione c’è sempre stata e che la maggior parte dei clienti sono thai. Tutto può essere ma l’eredità è certa. Un’eredità che viene dalla guerra di cui i bordelli sono sempre stato un aggregato per tenere alto il morale dei “ragazzi”. Lontani dalla capitale, a noi non resta che partire da Chantaburi, famosa per il suo mercato di pietre preziose, e proseguire verso la Cambogia. Al di là del confine c’è Pailin, sede dell’ultimo governo khmer rosso e crocevia del traffico di preziosi. Memoria o non memoria, qualcosa lega sempre in modo inestricabile i Paesi che si ritrovarono nell’abbraccio avvelenato della Guerra del Vietnam.

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Seni Pramoj

Le strane relazioni Washington Bangkok

Alla fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti fecero i conti con chi aveva appoggiato i vincitori e chi invece, più o meno obtorto collo, si era schierato col Giappone che aveva fatto del Sudest asiatico la sua area di “co-prosperità” al grido di “L’Asia agli asiatici”. Cioè all’imperatore.
Durante l’invasione giapponese succede che il Giappone chiede ai nuovi alleati di dichiarare guerra agli Stati Uniti. E’ il gennaio del 1942 e Bangkok risponde signorsi anche perché allora al governo c’è un militare – Phibun, al secolo Plaek Phibunsongkhram - che ammira Mussolini e dunque se la intende con Hiroito. Ma Seni Pramoj, l’ambasciatore tailandese a Washington – uomo della Resistenza e in seguito premier – decide col suo staff di non consegnare la dichiarazione di guerra e anzi di collaborare col “nemico”. E così, alla fine del conflitto – e quando ormai per gli Usa sta per iniziarne uno nuovo – la Thailandia sfugge a sanzioni e anatemi. La strada è in discesa per una nuova alleanza.

domenica 2 dicembre 2018

Sorpresa indiana


I fumetti dell’epica tradizionale che andavano a ruba sulle bancarelle, affascinarono anche i primi viaggiatori occidentali che scoprirono negli anni Settanta i diversi tipi di nuvole dell’India. Rievocazioni fumettistiche per l'inserto Asia de il manifesto uscito venerdi col quotidiano

Dopo l’abbuffata di Paperino, NemboKid e Topolino, che ormai aveva perso la sua casta nudità da Grande Depressione per trasformarsi in un detective borghese e azzimato, in Italia – seppur con un certo ritardo – cominciarono ad arrivare dall’America i primi fumetti alternativi: nati in America negli anni Sessanta, i Fabulous Furry Freak Brothers di Gilbert Shelton e Mister Natural del grande Robert Crumb, iniziarono a influenzare il mondo del fumetto italiano allora dominato, oltreché dagli eroi della Walt Disney, traghettati nell’Italia del Dopoguerra da Arnoldo Mondadori, da Tex (Bonelli), Black Macigno e Capitan Miki (EsseGesse) e, solo più tardi, da tavole e sceneggiature più innovative e politicamente corrette come Ken Parker, Corto Maltese o le storie di Manara. Ma negli anni Settanta, durante l’epopea del Viaggio all’Eden nei territori di un’Asia ancora sconosciuta specie nel mondo delle tavole dei fumettari, c’era però anche una simpatica sorpresa ad aspettare i Freak Brothers europei che si erano messi in marcia verso Benares e Kathmandu in scalcinati pulmini Volkswagen o con i mezzi pubblici locali.

mercoledì 8 novembre 2017

Chi sono i Rohingya?

Claudio Canal, un collega che collabora anche con il manifesto, ha scritto questo breve e documentato saggio che fa un po' di chiarezza sulle origini di questa minoranza vessata. Si legge in fretta ed è chiaro e preciso. Con mappe che illustrano bene la storia di questa popolazione. Ne consiglio vivamente la lettura:

qui può essere sfogliata come un libretto
qui scorre come un pdf.

sabato 2 settembre 2017

Una campagna per Santiago Maldonado

Si è svolta a Buenos Aires una grande manifestazione per la scomparsa di Santiago Maldonado, un attivista scomparso in Patagonia. Una richiesta di verità e giustizia come per Giulio Regeni...



Queste due illustrazioni (altre domani su il manifesto in edicola) fanno parte della campagna per Santiago Maldonado e sono di Daniel Rabanal. L’artista argentino, arrestato poco prima del golpe del 1976, era stato fortunatamente registrato dalla polizia, a differenza dei desaparecidos, il che gli ha salvato la vita anche perché Amnesty era al corrente della sua sorte, e non sarebbe stato facile giustificarne la morte. Ma son stati 8 anni di torture, botte, finte esecuzioni. Anche la prima moglie era stata arrestata ma uccisa dopo molte violenze. Alla fine della dittatura, il governo Alfonsin concede carta e matite ai carcerati sopravvissuti. E quando si decide l’amnistia di militari e detenuti politici nel 1984, viene rilasciato. Si trasferisce allora a Bogotà, in Colombia, dove diviene l’Altan locale, con le sue vignette politiche per la rivista Semana, e con i suoi personaggi di fantasia, che si muovono nella Colombia molto reale di Pablo Escobar. Qui si è sposato e ha lavorato per 20 anni. Nel 2009 è tornato a Baires dove vive e disegna. Ha pubblicato molti libri illustrati e nel 1996 è stato invitato al Salone del fumetto di Lucca. Ha così potuto conoscere la metà delle sue radici. Due nonni di Daniel erano infatti di Sala Consilina in Campania. 

domenica 7 febbraio 2016

Ricordare Mario ma non dimenticare il manifesto

Ieri sono stato a un evento organizzato a Milano alla Triennale in onore di Mario Dondero, fotografo speciale ma soprattutto amico. Mi sono ovviamente commosso, sia quando la figlia maggiore Maddalena ha letto un suo bellissimo ricordo di papà, sia quando altri - come Francesco Cito, Angelo Ferracuti e Antonio Ria - hanno fatto fatica a finire i loro discorsi perché il nodo si era troppo stretto in gola. Bella serata, bravi gli organizzatori, belle le parole e le immagini (le proiezioni  di  Comunisti  di Anders Ehnmark, gli estratti da Calma e gesso dell'ottimo  Marco Cruciani e un inedito "famigliare" di Giacomo Bretzel) e bello soprattutto il discorso di Uliano Lucas: Uliano ha ricordato una cosa. Che Mario, e con lui  molti alti fotografi come lui stesso, non erano amati dai giornali italiani se non per rare eccezioni, espressione di una borghesia illuminata (vedi L'Espresso) o della  sinistra. Ora - aggiungo io - tutti celebrano Dondero - grande maestro, fulgido esempio -  ma quando si trattava di pubblicare le sue foto quanti lo hanno fatto? Adesso è facile. Ma prima - come ci ricordava Uliano - chi se lo filava quando era in vita?

martedì 26 novembre 2013

CONFINI SPECIALI

Speciale Asia,una collaborazione tra  Il Manifesto e China Files
Confini

Il nuovo numero, gratis per Ipad e Iphone, è dedicato al tema dei confini, non solo geografici. Il “confine” è un concetto che solitamente viene inteso come divisorio ma è invece anche   un'opportunità per analizzare tutti quei confini non geografici che uniscono l'Asia ad altri paesi e continenti.
  
                                                                                                                                                                                                                                 Non solo geografia - Simone Pieranni



Il regno delle donne - Alessandra Colarizi
La frontiera avvelenata - Emanuele Giordana
Errori e truffe: le micronazioni - Andrea Pira
Risorse e rendition - Luca Pisapia
La nuda vita di un tibetano di fantasia - Cecilia Attanasio Ghezzi
Il confine incerto tra rappresentanza e classi - Gabriele Battaglia
Datagate e sovranità digitale - Simone Pieranni

Attivismo e politica: il caso Aun San Suu Kyi - Ilaria Benini
Religione e politica: nel nome di Ram - Daniela Bevilacqua

Al Sini, i cinesi d’Egitto - Laura Cappon
Gioca-jouer per la patria - Alberto Prunetti
I buddisti della Soka Gakkai - Marco Zappa
L'induista della porta accanto - Matteo Miavaldi
 
E ancora interviste, traduzione, il racconto e molto altro.

I quattro numeri di Speciale Asia ora sono su Ipad, su Iphone e a breve anche quest'ultimo sarà su Amazon. Speriamo di essere presto disponibili anche per Android.

Infine, una nuova scommessa digitale: ASIA MAGAZINE, una nuova veste grafica per una rivista interamente dedicata all'Asia. La rivista è a pagamento ed è la prima rivista digitale italiana dedicata esclusivamente alle notizie e agli approfondimenti dal continente asiatico.

venerdì 8 novembre 2013

ASPETTANDO IL RITORNO DI GIOVANNI

Vorrei dar conto ai lettori di questo blog di una mail che Luca Martinelli, un collega di Altreconomia, ha mandato al manifesto a commento di un mio articolo sulla morte di Hakim Mehsud. Martinelli ricorda che Giovanni Lo Porto è nelle mani del Tpp (o di qualche manipolo che agisce per conto di quella sigla). Vorrei dunque riproporvi quanto ha scritto al giornale nella sua lettera. Di cui condivido ogni riga.

Domenica 3 novembre "il manifesto" ha ospitato un'analisi di Emanuele Giordana, in cui si dava conto dell'uccisione di un capo talebano in
Pakistan da parte di un drone dell'esercito Usa, e di come quest'evento avrebbe innescato "una vera e propria guerra diplomatica tra Islamabad e Washington". Giordana ricorda ovviamente -anche se non lo scrive- che un cittadino italiano è da oltre venti mesi in mano ai talebani in Pakistan. E allora mi chiedo: Giordana non ha pensato di intervistare il ministro degli Esteri, Emma Bonino, per chiederle se un evento di questo tipo possa in qualche modo mettere in difficoltà l'Italia, che -presumo e spero- sta lavorando per la liberazione di Giovanni Lo Porto? Vorrei -anche attraverso questa lettera- che quanto successo ci aiuti a porre una questione alla Farnesina: "Che peso ha, oggi, l'Italia, in politica estera, se gli Usa si permettono di uccidere un capo talebano pakistano, mentre un cittadino italiano è ostaggio di queste forze?". Pongo questo domande da giornalista e da amico di Giovanni. Credo che chi fa il nostro mestiere ha il dovere della memoria e della complessità. Abbiamo il compito di "fare collegamenti", per aiutare il Paese (l'opinione pubblica e chi non ha la fortuna di fare il nostro mestiere) a crescere.


Nell'immagine un manifesto che ricorda il sequestro di Giovanni

sabato 21 settembre 2013

UNA MANO (IN DIGITALE) AL MANIFESTO


Il quotidiano il manifesto ha avviato una campagna di autofinanziamento in crowdfunding per sviluppare completamente tutta la parte digitale. Vogliono costruire un sito senza pubblicità, offrire abbonamenti integrati tra carta e digitale e portare il giornale su tutti i telefoni e tablet, a cominciare da quelli Apple e android.
E' un progetto ambizioso e complesso, che chiede aiuto e di cui mi faccio portavoce per antico affetto per questo giornale, rimasto una delle poche voci fuori dal coro. Il giornale è sopravvissuto alla crisi ma non ha, almeno per ora, i fondi necessari agli investimenti. L'obiettivo della campagna è 40.000 euro. Si possono donare anche 2 euro. Chi dona 15 euro o più non contribuirà "a fondo perduto" ma riceverà un coupon omaggio di pre-abbonamento al nuovo giornale.

Ne potete sapere di più cliccando qui.

lunedì 9 settembre 2013

VIAGGIO ALL'EDEN 9 / FINALMENTE KATHMANDU


Kathmandu: l'arrivo a Shangri-La. La città degli hippy e dei maoisti. Ragazzi di strada. Viaggio alle nevi perenni. La fine del sogno e il villaggio diventa metropoli


A volte ci chiedevamo se il Viaggio all'Eden, come qualcuno aveva ribattezzato la rotta di hippy e frikkettoni degli anni Settanta, fosse un percorso che menava in India o a Kathmandu. In effetti la città nepalese era l'ultima stazione del viaggio eppure nessuno dei Paesi attraversati aveva il fascino, la forza, la complessità dell'India, un continente più che una nazione. Kathmandu però, città-palazzo di una monarchia fortemente tradizionalista quanto restia al cambiamento, aveva un fascino a sé del tutto particolare in un Paese di rara bellezza naturalistica, dove la mano dell'uomo aveva plasmato piccoli villaggi che sembravano usciti da una favola e una capitale che, anticipando il mondo architettonico sinotibetano e miscelandolo con la cultura indù, era una mescolanza di stili che avevano alimentato una qualità artigianale di estrema raffinatezza. Inoltre il Nepal, stato cuscinetto tra l'Impero di mezzo e la grande Unione indiana, aveva un discreto segmento di popolazione tibetana e ne aveva raccolto e assimilato pezzi di tradizione nel substrato prevalentemente indiano di questo piccolo regno fuori dal mondo (la maggioranza è induista). Il Nepal godeva del suo status privilegiato di cuscinetto geopolitico per restare fermo nel tempo con tutto quel che ne consegue: una staticità che ne aveva preservato le bellezze naturali e architettoniche tanto quanto la longevità di una monarchia assoluta e autoreferenziale....

continua su un libro di prossima pubblicazione