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martedì 14 luglio 2020

Usa vs Cina: scontro (a parole) nel Pacifico

“Gli Stati Uniti sostengono una regione indo-pacifica libera e aperta. Oggi stiamo rafforzando la politica degli Stati Uniti in una parte vitale e controversa di quella regione: il Mar cinese meridionale. Lo diciamo chiaramente: le pretese di Pechino sulle risorse offshore in gran parte del Mar cinese meridionale sono completamente illegali, così come la sua campagna di intimidazione per controllarle”. Queste le parole usate ieri dal capo della diplomazia americana Mike Pompeo sulla situazione nella regione indo-pacifica che assiste ormai da settimane a una prova di forza tra Usa e Cina: due portaerei americane a propulsione nucleare - in grado di portare fino a 180 tra aerei ed elicotteri - oltre a diversi vascelli militari da una parte; caccia e navi da guerra di varia stazza cinesi dall’altra. Gli uni per dar prova della libertà di navigazione e per esercitazioni coi Paesi alleati, gli altri per stabilire la sovranità di Pechino su un mare che la Cina considera di sua pertinenza. E con lui le isole e gli atolli contestati con un contenzioso che dura da anni con diversi Paesi che vi si affacciano.

Ma questa volta l’esibizione muscolare marittima viene accompagna da parole forti: nel farsi paladina della libertà di navigazione, Washington lascia intendere che non ha nessuna intenzione di tollerare la sovranità cinese su un specchio di mare di circa 3,5 milioni di kmq e sulle decine di isole, atolli, formazioni corallifere che ne fanno parte. In ballo non c’è solo il transito delle merci ma anche i diritti di pesca e ingenti risorse energetiche. Un piatto ricco che fa gola a tutti cui si aggiunge il problema sicurezza e difesa delle proprie frontiere terresti. “Questi interessi condivisi – ha detto ieri Pompeo - sono stati minacciati senza precedenti dalla Repubblica Popolare Cinese”.

Nel respingere, dice ancora Pompeo, “qualsiasi pretesa della Rpc” in acque che si trovino al di là dello spazio territoriale di 12 miglia nautiche dalla costa delle Spratly… "il mondo non consentirà a Pechino di trattare il Mar cinese meridionale come il suo impero marittimo. L'America si schiera con i nostri alleati e partner del Sud-Est asiatico nel proteggere i loro diritti sovrani sulle risorse offshore, coerentemente con i loro diritti e doveri secondo il diritto internazionale”. Se non è un dichiarazione di guerra poco ci manca. Una situazione pericolosissima da tenere sotto stretta osservazione.

L'ambasciata cinese negli Stati Uniti ha risposto con una "ferma opposizione" in una dichiarazione in lingua cinese resa nota stamattina. Secondo una traduzione della CNBC il comunicato dice che "La dichiarazione del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti del 13 luglio sfida gli sforzi della Cina e dei Paesi dell'Asean per la salvaguardia,  la stabilità e la pace nel Mar cinese meridionale, distorcendo incautamente fatti oggettivi rilevanti  e leggi come la Convenzione ONU sul diritto del mare", un fatto che genera tensioni nell'area e che mette sotto accusa "irragionevolmente la Cina". In un  editoriale sul China Daily dal titolo assai chiaro (Region should be on high alert to moves of US spoiling, saboteuring and disrupting) la Cina accusa gli Usa, che vorrebbero far dimenticare la crisi provocata nel Paese dal Covid, di voler mettere zizzania tra Pechino e i suoi partner nella regione. Un articolo  che svela i veri timori di Pechino: perdere le sue spesso fragili alleanze nell'area indo pacifica.

Ma la rabbiosa reazione cinese si fa forte anche di una sempre più agguerrita capacita' militare: Pechino ha aumentato  le spese per la difesa da 143 miliardi di dollari nel 2010 a 261 miliardi di dollari nel 2019, secondo i dati dell'Istituto internazionale di ricerca sulla pace (Sipri) di Stoccolma.







Nel video tratto da Youtube, la spiegazione del contenzioso del South China Morning Post (inglese)
La mappa e' tratta dal sito della Bbc
Questo articolo esce oggi anche su atlanteguerre.it

sabato 7 dicembre 2019

Diritti violati a Hyderabad

Il ministro della giustizia indiano oggi
su
The Hindu: la giustizia non può essere mai istantanea
Un caso di stupro e omicidio ai danni di Disha, una veterinaria indiana di 27 anni si è trasformato in uno scontro a fuoco che, in un’incerta cornice di responsabilità, ha visto crescere – col dramma di Disha – anche quello di una possibile operazione extragiudiziale in cui sono stati uccisi dalla polizia investigativa quattro ragazzi sospettati dell’omicidio. Una vicenda che dalla cronaca locale della città indiana di Hyderabad era già diventato un caso nazionale e che ora si arricchisce di un nuovo drammatico sviluppo.

Tutto comincia col ritrovamento del corpo carbonizzato della giovane una settimana fa nella città di Shadnagar, 50 km da Hyderabad, capitale del Telangana. Il corpo senza vita e reso irriconoscibile di Disha, scomparsa da casa il giorno prima, viene trovato in un sottopasso: i resti sono avvolti in una coperta cui è stato dato fuoco. Dalle prime ricostruzioni gli assassini si sarebbero offerti di riparare una gomma del suo motorino e l’avrebbero poi portata nel luogo dove è stata stuprata e uccisa.

Quando si viene a sapere dell’ennesima violenza che colpisce una donna, scatta la rabbia popolare che accusa la polizia di incapacità. La pressione sulla polizia porta rapidamente all’arresto di presunti colpevoli ma sabato scorso centinaia di manifestanti si radunano davanti alla stazione di polizia alla periferia di Hyderabad dove sono reclusi e ne chiedono la consegna facendo presagire un linciaggio.
Se la polizia tiene a bada i manifestanti bisogna però far presto. E così all’alba di ieri gli agenti portano i quattro sospetti sul luogo del delitto. Il capo della polizia di Hyderabad Sajjannar spiega ai giornalisti che la polizia li ha portati lì come parte dell'indagine. Non è presente un magistrato. “Li abbiamo portati sul posto la mattina presto – dice - per recuperare gli oggetti della vittima… un caricatore, il cellulare e l’orologio”. Ma qualcosa va storto. La versione della polizia è che i quattro riescono a impadronirsi delle armi dei poliziotti e che il camionista Mohammed Arif (26 anni) è il primo ad aprire il fuoco sugli agenti con la pistola appena strappata a una guardia. Ma gli agenti reagiscono sparando e uccidendo “solo dopo ripetuti avvertimenti”, conclude Sajjanar che aggiunge: “...tutto quello che posso dire è che la legge ha fatto il suo corso".

A terra assieme a Mohammed ci sono Jollu Naveen, Jollu Shiva e Chennakeshavulu, tutti ventenni. La reazione della madre di Disha è immediata: “Giustizia è stata fatta", dice alla Bbc, mentre i vicini della famiglia festeggiano con i petardi e la gente torna in piazza questa volta per congratularsi con la polizia. Qualcosa però non torna. Lo scontro a fuoco, a 300 metri dal luogo dell’omicidio, lascia molti dubbi e per Kavita Krishnan, segretaria della All India Progressive Women's Association, "questa non è giustizia". Dice ad Al Jazeera che “Questo è un omicidio sotto custodia; la polizia sostiene che i sospetti hanno attaccato… ma la ricostruzione non regge. Gli uomini erano sotto custodia ed erano disarmati”. Non è l’unica ad avere dubbi. "Le uccisioni extragiudiziali non sono una soluzione per prevenire lo stupro", dice Avinash Kumar, direttore esecutivo di Amnesty International India, evidentemente poco convinto dalla versione ufficiale. Che ha dei precedenti.

La polizia in India è stata spesso accusata di omicidi extragiudiziali, chiamati "scontri causali”, dovuti cioè a situazioni non previste e che però sono spesso eseguiti in zone di crisi - come il Kashmir - dove uccidere è anche una rapida soluzione per problemi legati alla sicurezza. Una casualità diffusa anche in altri Paesi: il vicino Bangladesh detiene il record di “scontri casuali” che avvengono durante la traduzione di detenuti da un carcere all’altro.

Quanto alla violenza di genere, anche questo è purtroppo un primato indiano. Nel solo 2017 sono stati registrati oltre 32.500 casi di stupro e un sondaggio della Thomson Reuters Foundation valuta l'India come il Paese più pericoloso del mondo per le donne.

mercoledì 28 agosto 2019

Kashmir, il rischio di un’isteria nucleare

Il 16 agosto scorso, durante una visita del ministro Rajnath Singh a Pokhran nell’anniversario della
morte dell’ex primo ministro Atal Bihari Vajpayee – l’ex premier indiano a capo del Bjp, partito ora al governo con Narendra Modi – il titolare indiano della Difesa ha scritto su Twitter una preoccupante dichiarazione sull’uso del nucleare. Dichiarazione fortemente condannata dalla leadership pakistana, in primis dal ministro degli Esteri di Islamabad Shah Mehmood Qureshi .

Facendo riferimento alla politica nucleare No First Use dell’India, Rajnath Singh ha dichiarato che: “L’India ha aderito rigorosamente a questa dottrina. Ciò che accadrà in futuro dipende dalle circostanze”. Un cambiamento nella politica nucleare indiana in questo senso può intensificare la corsa agli armamenti nell’Asia meridionale a seguito della continua escalation tra i due vicini nucleari, hanno rilevato alcuni giorni dopo diversi osservatori riuniti dal Center for International Strategic Studies di Washington.

Preoccupazione più che legittima dopo quanto avvenuto agli inizi di agosto quando l’India ha revocato lo status speciale per il Kashmir di cui godeva la regione himalayana che, com’è noto, è divisa tra India e Pakistan, due Paesi che si considerano l’un l’altro occupanti. Il Pakistan ha reagito con una serie di misure diplomatiche e commerciali, denunciando l’illegalità della decisione di Narendra Modi e del suo governo ipernazionalista che può contare su una rilevante vittoria alle ultime elezioni vinte dal Baratiya Janata Party. Infine Islamabad sta cercando per quanto possibile di internazionalizzare la questione ritenendo -non a torto – che una modifica dello statu quo possa portare addirittura a un nuovo conflitto.

In particolare il premier Imran Khan ha puntualizzato il fatto che entrambi i Paesi hanno l’arma nucleare e che se si dovesse arrivare a un ennesimo conflitto tra India e Pakistan il caso sarebbe ben più che solo bilaterale. In contrasto con la tesi del Pakistan, Donald Trump ha invece appena rincuorato Modi sul fatto che il Kashmir è una questione bilaterale. Musica per le orecchi di Modi e musica per i giornali indiani (vedi immagine sopra) le parole di Imran Khan diventate immediatamente una “minaccia nucleare” del Pakistan all’India. Un caso di isteria nucleare che mira a relegare Islamabad tra i reietti per far dimenticare quel che avviene in Kashmir: repressione durissima del dissenso e avvio – permesso ora dal nuovo status del Kashmir – di una campagna di induizzazione di una regione a maggioranza musulmana poiché la modifica dello status consente ora a chiunque di acquistare terra in Kashmir prendendovi la residenza.

Per ora il Consiglio di sicurezza, riunitosi su richiesta del Pakistan sulla questione, non ha proferito verbo. Per adesso, fortunatamente le armi tacciono, ma la guerra delle parole e della propaganda è già cominciata e rischia di far da leva sui muscoli sempre tesi dei militari dell’uno e dell’altro Paese, da sempre favorevoli a risolvere il contenzioso con una guerra. Un po’ di calma e sangue freddo non guasterebbero per evitare che il Pakistan – il cui comportamento è stato finora responsabile – non venga trascinato nel tritacarne (attualmente solo mediatico) alimentato da un’India dove, in questo momento, le voci indipendenti, laiche e critiche sono sempre più tenui.

martedì 26 febbraio 2019

India vs Pakistan, la grande paura

E’ difficile dire dove porterà l’escalation di tensione tra India e Pakistan che ieri mattina ha visto l’aviazione di Delhi colpire obiettivi – campi di addestramento guerriglieri - a Balakot, in territorio pachistano.

 Le versioni dei due Paesi sono contrastanti: l’India dice di aver distrutto basi della guerriglia Jaish-e-Mohammad, il gruppo che ha rivendicato l’attentato a Pulwana, in Kashmir, il 14 febbraio scorso. Un autobomba che ha ucciso oltre 40 uomini delle forze paramilitari indiane. Il Pakistan sostiene che non ci sono stati danni né vittime e che anzi l’aviazione indiana, inseguita dai caccia del Pakistan, ha gettato il suo carico esplosivo nella foresta.

La realtà dei fatti è che comunque – benché Islamabad abbia fatto riferimento solo a una violazione della LoC, la linea di controllo che divide il Kashmir indiano da quello pachistano o Azad Kashmir - non si tratta solo di quello. Non è solo la prima violazione della LoC dalla guerra tra i due Paesi nel 1971 (quando Delhi compì diversi raid in territorio pachistano durante la secessione del Pakistan Orientale poi divenuto Bangladesh): si tratta della prima volta che, da allora, caccia indiani colpiscono un territorio del Pakistan violandone la sovranità. Un atto che, nel linguaggio militare, chiama guerra.

Il Pakistan per ora ha risposto solo con il tono fermo che si addice a chi è stato preso alla sprovvista ma minacciando ritorsioni a tempo debito. Quali? Il Paese con l’arma nucleare, tanto quanto l’India, sa che colpire con un raid aereo l’India sarebbe un passo che potrebbe davvero innescare un conflitto. Un conflitto di cui Islamabad non ha affatto bisogno. I toni, nei giorni scorsi, sono stati quelli di una Paese che non vuole prendere le armi. Imran Khan, il neo premier, ha offerto a Delhi collaborazione nelle indagini sulla strage di Pulwana ma l’India ha rispedito la proposta al mittente. Gruppi come Jaesh-e-Mohammad, che da anni è fuori legge, sono probabilmente appoggiati e sostenuti da una parte dei militari e dell’intelligence, ma sono per Imran Khan e il suo governo un problema. Che continua a lasciare il Pakistan tra i Paesi a rischio: tra i Paesi “paria”, per usare un’espressione indiana... continua su atlanteguerre.it


domenica 2 dicembre 2018

Sorpresa indiana


I fumetti dell’epica tradizionale che andavano a ruba sulle bancarelle, affascinarono anche i primi viaggiatori occidentali che scoprirono negli anni Settanta i diversi tipi di nuvole dell’India. Rievocazioni fumettistiche per l'inserto Asia de il manifesto uscito venerdi col quotidiano

Dopo l’abbuffata di Paperino, NemboKid e Topolino, che ormai aveva perso la sua casta nudità da Grande Depressione per trasformarsi in un detective borghese e azzimato, in Italia – seppur con un certo ritardo – cominciarono ad arrivare dall’America i primi fumetti alternativi: nati in America negli anni Sessanta, i Fabulous Furry Freak Brothers di Gilbert Shelton e Mister Natural del grande Robert Crumb, iniziarono a influenzare il mondo del fumetto italiano allora dominato, oltreché dagli eroi della Walt Disney, traghettati nell’Italia del Dopoguerra da Arnoldo Mondadori, da Tex (Bonelli), Black Macigno e Capitan Miki (EsseGesse) e, solo più tardi, da tavole e sceneggiature più innovative e politicamente corrette come Ken Parker, Corto Maltese o le storie di Manara. Ma negli anni Settanta, durante l’epopea del Viaggio all’Eden nei territori di un’Asia ancora sconosciuta specie nel mondo delle tavole dei fumettari, c’era però anche una simpatica sorpresa ad aspettare i Freak Brothers europei che si erano messi in marcia verso Benares e Kathmandu in scalcinati pulmini Volkswagen o con i mezzi pubblici locali.

sabato 2 settembre 2017

Rohingya, i generali danno i numeri

La pagina fb del generale generale Min Aung Hlaing
capo delle forze armate
Tra i corpi dei 15 rohingya che il colonnello Ariful Islam dice all’agenzia Reuters di aver trovato venerdi sulle rive del fiume Naf, che divide il Myanmar dal Bangladesh, ci sono in maggioranza bambini: sono undici a non avercela fatta. Ma non sono da annoverare tra i 399 che, con agghiacciante precisione numerica, i militari birmani hanno fatto sapere di aver ucciso nella settimana di fuoco che ha seguito il “venerdi nero” scorso, quando secessionisti rohingya hanno attaccato alcuni posti di polizia scatenando una ritorsione dal sapore di pulizia etnica. Non si tratta di una dichiarazione “ufficiale” ma di un post sulla pagina FB di uno dei più importanti generali del Paese. La strage dei rohingya ridotta a qualche “like” o a condivisione sul social più diffuso.

Myanmar, India, Cina e Bangladesh
 Il bilancio ufficiale era 108 morti e sembrava già tanto così come i 3mila scappati oltre confine. Ma da ieri le cifre sono ben altre: 400 i morti dunque tra cui, dicono i militari, 29 “terroristi”. E poi ben 38mila profughi – la cifra aumenta di ora in ora - che si aggiungono agli 87mila già arrivati in Bangladesh dopo il pogrom dell’ottobre 2016 (nel precedente, nel 2012, i morti erano stati 200 con oltre 100mila sfollati interni). I dati li fornisce l’Onu che fino a due giorni fa ne aveva contati “solo” 3mila. Ma non è ben chiaro dove questa gente si trovi: secondo fonti locali almeno 20mila sono ancora intrappolati nella terra di nessuno tra i due Paesi e le guardie di frontiera bangladesi tengono il piè fermo. Molti fanno la fine di quelli trovati dal colonnello Ariful se non riescono ad attraversare il fiume – a nuoto o con barche dov’è più largo – mentre altri aspettano il momento buono, quando si può sfuggire alle guardie di frontiera. Quel che è certo è che indietro non si può tornare. I rapporti tra i due vicini sono tesi: Dacca ha protestato per ripetute violazioni dello spazio aereo da parte di elicotteri birmani in quella che sembra, una volta per tutte, una sorta di soluzione finale per chiudere il capitolo rohingya, minoranza musulmana che, prima del 2012, contava circa un milione di persone. Adesso, di questa comunità cui è negata la cittadinanza in Myanmar, non è chiaro in quanti siano rimasti in quello che loro considerano, forse obtorto collo, il proprio Paese mentre per il governo non si tratta che di immigrati bangladesi.

martedì 29 agosto 2017

Rohingya, fuga senza fine

 Sembra che si chiami Francesco Bergoglio l’ultima speranza dei Rohingya, minoranza musulmana in fuga dal suo Paese e ora respinta sia dal Bangladesh che ha chiuso le frontiere sia dall’India che ne minaccia l’espulsione. Ma il pontefice, che dopo aver ricordato all’Angelus la tragedia birmana e fatto sapere a sorpresa ieri mattina che andrà in Myanmar e in Bangladesh, inizierà il suo viaggio solo il 27 novembre: mancano tre mesi, un tempo sufficiente a ridurre al minimo questa minoranza ormai così vessata e strangolata dalla violenza che ormai i suoi numeri in Myanmar sono ridotti al lumicino.

sabato 3 dicembre 2016

Benazir, la signora del Sindh

Il 2 dicembre 1988 Benezir Bhutto diventa la prima donna a capo di un governo in un Paese musulmano. Icona? Eroina, Figura controversa? Cosa resta della sua eredità ? Un profilo andato in onda ieri a Wikiradio

Il suono delle sirene. Le grida della gente. Polizia, ambulanze, soldati. Gente straziata dalle esplosioni che il 27 dicembre del 2007, dopo che un cecchino le ha sparato, esplodono accanto all’auto blindata d Benazir Bhutto, della donna due volte premier del Pakistan e che forse potrebbe vincere le elezioni che si devono svolgere all’inizio dell’anno.

La sua storia, la storia dell’erede di una dinastia che ha già dato un primo ministro al Pakistan e che governa un grande partito popolare, finisce quel giorno. E bisogna allora andare a un altro dicembre, quasi vent’anni prima, quando Benazir Bhutto entra nella politica pachistana e la sconvolge. E’ la prima donna premier in un Paese musulmano ed è la prima donna a capo di un governo civile in un Paese che ha una lunga storia di dittature militari. Il 2 dicembre del 1988, Benazir, a capo di un partito importante ed erede del messaggio politico di suo padre Zulfikar, riempie le pagine dei giornali e inonda le televisioni di tutto il mondo.

E’ un caso politico straordinario, è bellissima e ha un carattere d’acciaio. Dirà di sé: Ho sempre avuto fiducia in me stessa e ho sempre pensato che sarei diventata primo ministro se lo avessi voluto. All’epoca ha solo 35 anni che manifesta con una voce suadente e gentile in un ottimo inglese imparato ad Harvard e a Oxford



Il video dell'assassionio di Benazir di Global Daily News

mercoledì 2 novembre 2016

Rohyniga, un mese di silenzio

La situazione che ormai da un mese ha fatto un inferno del confine birmano bangladese, dove vive la minoranza musulmana dei Rohyngia, sta letteralmente esplodendo nelle mani di Aug san Suu Kyi, la Nobel birmana che è formalmente una consulente del governo e ministro degli Esteri ma de facto la protagonista della politica civile in un Paese che sta facendo i conti con la difficile transizione da regime militare a nuovo modello di democrazia asiatica. In Giappone in questi giorni e appena tornata da un viaggio in India (e, prima, da un incontro con Barack Obama), la donna diventata famosa per il suo coraggio nella difesa dei diritti viene adesso accusata di un eccessivo attivismo diplomatico, volto a trovare finanziamenti per il suo Paese, che sembra però allontanarla dai problemi interni: più o meno sottovoce c’è chi la accusa – sul dossier Rohyngia - di girarsi dall’altra parte o, peggio, di sostenere la linea dei militari con cui il suo partito, la Lega per la democrazia, condivide il potere in una difficile convivenza.
Proprio durante il suo viaggio americano Suu Kyi aveva detto al Washington Post che la situazione nello stato di Rakhine «richiedeva tempo», ma ormai le operazioni militari in quest’area del Paese hanno praticamente sigillato la zona da un mese, impedendo non solo aiuti umanitari agli sfollati Rohyngia (già vittime di pogrom anti musulmani in passato) ma vietando a giornalisti o attivisti di monitorare quanto accade. All’agenzia Reuters, diversi testimoni hanno confermato violenze e intimidazioni, stupri e minacce. Tutto è cominciato quando un gruppo islamista ha attaccato il 9 ottobre una postazione militare. Da quel momento si è scatenata una repressione furiosa per dare la caccia agli islamisti ma con diverse decine di morti, arresti e patenti violazioni. Suu Kyi ha inizialmente sostenuto la tesi dei militari e cioè quella di una giusta reazione contro le incursioni oltre frontiera di jihadisti allenati all’estero, ma poi – mentre scarse ma puntuali notizie denunciavano l’aggravarsi della situazione – si è chiusa in un pesante silenzio.

domenica 25 settembre 2016

Hei, c'è un cane che ha morso un uomo

Ci sono notizie di serie A e notizie ritenute di serie B che non leggeremo mai anche se riguardano milioni di lavoratori indiani nello sciopero quantitativamente più grande del mondo. Milioni di bambini in fuga. Milioni di afgani sfollati. Milioni di risarcimenti che non arrivano. Oscurati dall’arrivo sul mercato del nuovo iPhone o dalla somiglianza con una star

Dice un vecchio adagio che se un cane morde un uomo non è una notizia ma solo un fatto logico e abitudinario. Se invece un uomo morde un cane allora c’è quell'elemento di “notiziabilità” che le fa meritare un titolo. Anche in prima pagina. Ma non è vero. Se, come dicono i manuali di giornalismo, una notizia è tale se è una novità, se è importante per il grande pubblico, curiosa, stimolante e numericamente consistente, allora c’è qualcosa che non va nell’informazione mainstream. Forse è sempre stato così, perché dietro alla pubblicazione di una “notizia”, c’è sempre una scelta umana, ma oggi può bastare la nascita dell'ultimo telefonino per oscurare 150 milioni di indiani in sciopero o la somiglianza con Angiolina Jolie per far apparire la giovane curda Asia Ramazan Antar la clone di una star e non una combattente che ha sacrificato la vita per difendere la sua gente. Moralismo? No, solo senso della realtà e… della notizia. Facciamo qualche esempio. Esempi che hanno – non sempre – scatenato di recente sane e furiose reazioni in Rete, nel mondo virtuale dove girano valanghe di bufale ma anche un’attenzione critica che prima non aveva canali per esprimersi....  (segue)

venerdì 23 settembre 2016

India e Pakistan: guerra di parole all'Onu

L’Assemblea generale dell’Onu si è trasformata nella tribuna di violente accuse tra India e Pakistan, definito ieri da Delhi uno «stato terrorista». E se Islamabad, nel discorso del suo premier Nawaz Sharif, aveva usato toni morbidi, lo stesso Nawaz Sharif aveva appena recapitato a Ban ki-moon un dossier sulle violazioni indiane in Kashmir, prontamente sostenuto dai rappresentanti dell’Organizzazione della conferenza islamica. Islamabad intanto - benché la cosa fosse in agenda - ha  chiuso ieri lo spazio areo nelle zone vicine al conteso territorio del Kashmir dove aveva previsto esercitazioni aree che, dice la stampa locale, hanno aumentato il sospetto che le forze armate pachistane si stiano preparando a una possibile escalation militare tra i due Paesi. La tensione è alta e, se la cornice è antica da quando i pachistani invasero il Kashmir il cui maraja indu aveva deciso di stare con l’India nonostante una popolazione largamente musulmana, lo sfondo attuale è l’attacco che il 18 settembre, ha visto morire diciotto soldati indiani nella base kashmira di Uri. Lo stato di allerta è diffuso e in alcune zone è stato innalzato (in Maharashtra ad esempio, dove gli indiani hanno denunciato strane manovre vicino a una base della marina). Inutile dire che le frontiere – terreno di scontri continui anche fuori dalla regione kashmira - sono ultra presidiate. Senza contare che è in ballo anche un possibile boicottaggio del meeting della Saarc che si dovrebbe tenere in novembre a Islamabad*.

martedì 16 agosto 2016

Asia: il continente più nucleare

Un paio di anni fa l'artista giapponese Isao Hashimoto ha fatto una mappatura visuale delle 2053 esplosioni nucleari avvenute tra il 1945 e il 1998, di quella che comunemente chiamiamo “corsa agli armamenti”, in questo caso “tecnologicamente avanzati”. Fino al 1949 sono solo gli americani poi cominciano i sovietici. Nel 1952 arriva il Regno Unito. Nel 1960 entra in campo Parigi mentre Londra ha già testato 21 esplosioni, l’Urss 83 e gli Stati Uniti 196. Solo 4 anni dopo, nel gennaio del 1964, il punteggio è: Francia 9, GB 23, Urss 221, Usa 349. Ma nel 1964 si registra anche il primo test cinese. Nel 1974 il primo indiano. Nel 1998 arriva anche il Pakistan. L’esperimento visuale di Hashimoto si conclude con questo bilancio: Stati Uniti 1032; Russia (rimasta al palo dopo la caduta del muro) 715; Francia 210; GB e Cina 45; India 4; Pakistan 2 (in realtà nel 1998 furono ben di più i test dei due Paesi asiatici). L’artista si ferma qui. I bombaroli no (il grafico visuale su può vedere su Youtube: lo riproduco qui sotto).



Continente atomico

Non solo gran parte delle esplosioni avvengono in Asia ma l’Asia è anche il continente che ospita il maggior numero di Paesi con l’arma nucleare. Se si escludono Usa, Gran Bretagna e Francia, nel Consiglio di sicurezza siedono gli altri due Paesi con la bomba “ufficiale”: Cina, che è Asia a tutti gli effetti, e Russia, la cui gran parte del territorio sta nel continente asiatico. Tutti gli altri Paesi con la bomba, più o meno nascosta, sono asiatici. Da Ovest a Est: Israele, Pakistan, India, Corea del Nord (pur se sul suo arsenale c’è un punto interrogativo). Anche molte velleità nucleari stanno in Asia, sebbene non si siano mai trasformate in una bomba: dall’Iran all’Arabia saudita. Se si escludono il Sudafrica, l’Egitto, la Libia o il Brasile in cui è serpeggiato il desiderio di aver l’arma nucleare - e se si escludono le velleità non dichiarate che devono aver attraversato un po’ tutti i Paesi - si può affermare a buon diritto che l’Asia è il continente più nucleare. Con che rischi?

martedì 14 giugno 2016

Nucleare: guerra diplomatica tra India e Pakistan per un posto nel Nsg

Il Gruppo raccoglie 51 Paesi (in rosso)  tra cui l'Italia
clicca per ingrandire
C’è un nuovo conflitto, per fortuna solo diplomatico e a colpi di lettere e non di missili, che oppone per l’ennesima volta India e Pakistan. C’entra il nucleare, la bomba, i sistemi di difesa a tecnologia nucleare e, ovviamente, le grandi potenze che, a colpi di veto – chi per una parte chi per l’altra – attizzano una brace mai spenta tra le due cugine uscite dal sanguinoso parto gemellare del 1947 quando venne diviso il Raj britannico.

L’oggetto del contendere si chiama Nuclear Suppliers Group (Nsg), che è un gruppo di Paesi che hanno a che vedere con materiali e tecnologie legate al nucleare (ne fa parte anche l’Italia) che cercano di impedirne la proliferazione controllando l'esportazione di materiali, attrezzature e tecnologie che possano essere utilizzate per fabbricare armi letali. Il Nsg è stato fondato in risposta al test nucleare indiano del maggio 1974 e il primo incontro del gruppo è avvenuto nel mese di novembre del 1975. Ora, a distanza di quarant’anni, gli Stati Uniti, che con l’India hanno da dieci anni un accordo sul nucleare civile che fece all’epoca imbestialire i pachistani, appoggiano la candidatura di Delhi che vuole entrare a far parte del consesso formato da 51 Paesi. Islamabad si è inalberata chiedendo a Washington, con cui è alleata nella guerra al terrore, di appoggiare anche la sua di candidatura: la guerra in conto terzi ha visto gli Usa fare melina e i cinesi, sponsor del Pakistan, porre il veto sulla candidatura indiana.

Bocce ferme? Si, ma tensione alta e non si vede perché entrambi i Paesi non possano entrare nel gruppo, un modo per favorire la distensione. Il Pakistan, che di solito fa la parte del paria o dello Stato semi fallito, questa volta sembra aver tutte le ragioni. E, a ben vedere, il Paese dei puri – reo di aver sviluppato, come l’India, l’atomica a scopi bellici e fuori dal Trattato di non proliferazione nucleare (Npt) – avance distensive ne ha già fatte: in passato Islamabad ha mandato a Delhi sei proposte per un accordo bilaterale di non proliferazione – dall'adesione di entrambe le nazioni al Npt alla formazione di una South Asia Zero-Missile Zone – che gli indiani hanno finora sempre rigettato. Sarebbe interessante sapere quel è la poszione dell’Italia se la vicenda marò (siamo buoni amici di entrambi i Paesi) non ostacola. L’ingresso di entrambi nel Nsg sarebbe infatti una buona notizia per tutti.

sabato 28 maggio 2016

India e Pakistan. Paura della bomba.

La firma del presidente Bush suggella, nel dicembre del 2006, l'accordo di cooperazione sul nucleare civile tra Stati Uniti e India. E’ un accordo che consente al governo indiano di acquistare reattori e combustibile nucleare e di adoperare know how americano in fatto di tecnologie avanzate. L’iter ha richiesto diversi mesi ma alla fine Delhi e Washington si dicono soddisfatte. E’ una capitolo centrale della politica asiatica in tema di armamento nucleare, in un continente dove l’atomica fa parte del patrimonio militare cinese e russo ma il nucleare “illegale”, ossia fuori dal Trattato di non proliferazione nucleare (Npt), conta almeno quattro Paesi (India, Pakistan, Corea del Nord e Israele). Per India e Pakistan la bomba è comunque una realtà dichiarata e rivendicata in un equilibrio precario che, con l’accordo del 2006, assiste a un’accelerazione. Pechino e Islamabad hanno seguito l’iter dell’accordo con apprensione: i pachistani soprattutto. L’equilibrio del terrore, garantito dal possesso dell’atomica, è sempre stato il filo rosso sul quale si è giocata la partita tra India e Pakistan, gemelli separati nel 1947 dalla Partition dell’India britannica. E Islamabad si sente sempre un passo indietro.

Le tensioni tra i due Paesi, al di là delle guerre (1947-1965-1971) o degli “incidenti” (Kargil 1999), non sono mai mancate neppure in tempo di pace. Una pace armata. Nel 1986 ad esempio, l’Operation Brasstacks, condotta dall’India in Rajastan al confine occidentale col Pakistan, mette immediatamente Islamabad in allarme: Delhi del resto, in quelle che ha annunciato come normali “esercitazioni”, ha schierato 600mila uomini e tutto il dispositivo della marina e dell'aeronautica. Una sorta di prova generale in caso di attacco al Pakistan. A Islamabad fanno i conti. Delhi può colpire le centrali pachistane in 3 minuti, i pachistani in 8. La tensione è alle stelle. Non è la prima volta. Non sarà l’ultima. Nel 1998, sui due fronti, si assiste a una dimostrazione di forza: cinque esplosioni nucleari in India l’11 maggio seguite da altrettante in Pakistan il 28 e da una sesta il 30. Il confronto fortunatamente rientrerà, scongiurando uno scontro tra i due colossi nucleari, ma l’episodio segna indelebilmente i rapporti tra i due Paesi che, nel 2001 con l’attacco al parlamento indiano, e nel 2008, dopo gli attentati nel cuore di Bombay, tornano a farsi bollenti: la guerra, fortunatamente solo diplomatica, agita più o meno apertamente lo spauracchio del first strike nucleare. Soprattutto nel 2001 lo spettro di un conflitto con la possibilità dell’uso di testate nucleari (circa un centinaio a testa), diventerà una possibilità reale per mesi e sarà la diplomazia internazionale a raffreddare gli animi di due Paesi retti allora da governi forti (il dittatore militare Musharraf in Pakistan) e molto nazionalisti (il Bjp al governo di Delhi). Da allora la tensione si è allentata ma il processo di riconciliazione tra i due Paesi continua ad essere in alto mare mentre non rallenta la corsa agli armamenti, un pericolo che, soprattutto gli Stati Uniti, ma anche la Russia, vorrebbero scongiurare.

Il programma nucleare pachistano inizia nel 1972 quando al potere c’è Zulfikar Ali Bhutto, il padre di Benazir e l’uomo che il generale-dittatore Zia ul Haq farà impiccare. Bhutto è un civile, modernista e di idee socialiste, ma teme la supremazia militare dell’India, il vicino che è grande quattro volte più del Pakistan e il cui programma nucleare è iniziato nel 1967. Bhutto darà l’incarico di preparare la bomba a Munir Ahmad Khan, a capo della Pakistan Atomic Energy Commission dal 1972 al 1991 e che aveva già coperto un posto di rilievo nell’International Atomic Energy Agency (Aiea). Il premier pachistano la vuole entro quattro anni, impresa che però riuscirà solo ad Abdul Qadeer Khan – il padre del Progetto Kahuta e dell’atomica pachistana – nel 1984, due anni prima – non a caso – dell’operazione Brasstacks. Attualmente la preoccupazione pachistana è legata all’attesa che l’India sviluppi definitivamente il suo primo sottomarino nucleare il che ha già portato il Paese dei puri a lavorare su un simile progetto. Non è un mistero che la tecnologia che riguarda il nucleare provenga in buona parte dalla Cina, la principale alleata del Pakistan nel quadrante, anche se Pechino ha sempre smentito.

mercoledì 30 marzo 2016

Il Gandhi della frontiera

Musulmano, pashtun, non violento e pacifista. Profilo del leader delle 100mila “camice rosse” disarmate che volevano l'indipendenza del Raj britannico e la redistribuzione delle terre. Senza sparare un colpo e senza dividere l'India. Un simbolo allora nel mirino della polizia coloniale e adesso dei talebani

Negli anni Quaranta non a tutti era piaciuta la decisione dell'Indian National Congress di accettare il piano di Londra che divideva in due il Raj britannico. Un colosso che, nel 1947, si sarebbe risvegliato da un parto gemellare che faceva della Perla d'oriente della corona i due stati liberi di India e Pakistan. A Ovest del Raj, un signore alto e risoluto che era stato come Gandhi e forse più di Gandhi, contrario alla Partition, la commentò così rivolgendosi all'Inc che non lo aveva nemmeno consultato: «Ci avete gettato in pasto ai lupi». Chi erano i lupi? Tanti e di diversa forma. Ieri come oggi.

Abdul Ghaffar Khan era un leader politico della Provincia più occidentale dell'Impero, al confine con l'Afghanistan. Era un musulmano convinto e convinto che l'islam fosse una religione di pace. Ed era un pukthun, membro di una comunità di milioni di uomini, dediti all'agricoltura e alla pastorizia, che il righello coloniale di Sir Mortimer Durand, delegato dal viceré del Raj, aveva diviso in due nel 1893: i pathan in quello che sarebbe poi diventato nel 1947 il Pakistan e i pashtun, come vengono chiamati in Afghanistan.

Pukhtun, pathan, pashtun

La storia delle due comunità, legate da vincoli di parentela o da antichi codici etici e di convivenza, era stata dunque definitivamente separata alla fine dell'Ottocento anche se ha conservato un'unità di fondo che dura ancora oggi. E che spiega in parte perché la “guerra afgana” si combatta in realtà soprattutto a cavallo della Durand Line e nelle zone limitrofe. C'è molto dunque che lega il passato al presente. E c'è un episodio recente che richiama quella storia lontana e Abdul Ghaffar Khan, uno dei suoi principali protagonisti.
Il 20 gennaio di quest'anno, un gruppo di guerriglieri talebani (talebani pachistani da non confondere coi gemelli oltre frontiera) fa irruzione nell'università Bacha Khan di Charsadda nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa. Fa strage di studenti e insegnanti mentre corpo docente e allievi stanno proprio commemorando la morte di Bacha Khan che altri non è se non Abdul Ghaffar, nato nel 1890 e deceduto il 20 gennaio del 1988 in piena guerra afgana (quella contro l'Urss). Il suo profilo è tale che – dicono le cronache – quel giorno le armi tacciono. Sia nelle file mujahedin, sia tra i soldati dell'Armata rossa. Ma il giorno della strage di Charsadda sono pochi a mettere in relazione l'assalto con la cerimonia. Eppure la scelta appare evidente. Perché? Chi era Bacha Khan o Badshah Khan, detto anche il Gandhi della Frontiera?

martedì 5 gennaio 2016

La giornata nera di Narendra Modi e Nawaz Sharif (aggiornato)

Quella di ieri è stata sicuramente la peggior giornata del 2016 per il premier indiano Narendra Modi. Un sisma nella zona orientale del Paese e, a Ovest, l'attacco a un consolato indiano a Mazar, in Afghanistan, che al calar del sole non era ancora terminato (ci sono volute 25 ore per chiudere le partita). Ma al calar del sole non era nemmeno terminato il terzo giorno di battaglia tra un manipolo di guerriglieri e una delle maggiori potenze militari del pianeta. Alle tre del mattino di sabato, dopo aver sequestrato alcune persone, almeno sei guerriglieri che fanno capo all'Ujc (il “cartello” kshmiro Consiglio unito del jihad) e a una fantomatica “Highway Squad”, di cui finora non si era avuto notizia, sono riusciti a penetrare in una base dell'aviazione indiana che sorveglia il confine pachistano - a qualche decina di chilometri in linea d'aria – e l'area del Kashmir, ferita mai rimarginatasi dopo la Partition del 1947 che ha diviso il Raj britannico tra India e Pakistan con tutte le malattie che ne sono derivate.


Sabato pomeriggio, il governo aveva annunciato una fatidica “missione compiuta” ma prima che ieri scoccassero le sei di sera, lo stesso ministro dell'Interno che aveva dato per chiusa la partita di Pathankot, dove ha sede la base, doveva ammettere di aver detto sabato una bestiata, dettata forse dalla fretta e dall'imbarazzo di aver faticato – allora – 12 ore per averla vinta. Salvo scoprire che alcuni sabotatori erano ancora all'interno della base e ancora non è chiaro se la partita sia davvero chiusa (i guerriglieri morti sono sei e oggi la cosa può dirsi definitivamente finita). Dalla vicenda afgana, che riguarda comunque un problema di sicurezza dell'apparato consolare, alla brutta storia di Pathankot, per il decisionista Modi son ore dure. E non solo per la morte di sette “jawan”, come in gergo sono chiamati i militari. Ma perché la vicenda di Pathankot è piena di buchi e soprattutto, dice qualcuno, quei buchi si devono proprio a un uomo che ha accentrato poteri e decisioni. Scelte che, in casi come questo, fan venire al pettine più di un nodo.

Oltre alla bagarre interna, al problema di mettere in sicurezza una base militare molto ampia e l'apparato diplomatico all'estero, c'è poi la questione tutta politica dei rapporti col Pakistan. Pathankot e Mazar sono strettamente legati: che siano talebani in un caso (non c'è ancora una rivendicazione) e mujahedin kashmiri nell'altro, la fobia per il Pakistan non può che aumentare. E benché il comunicato dell'Ujc prenda le distanze da Islamabad sostenendo che i guerriglieri stanno agendo in autonomia per la secessione del Kashmir, tutto ciò non può che suonare alle orecchie dei falchi indiani come l'ennesima provocazione di un Pakistan percepito più come il vero grande nemico che non come il gemello con cui è bene riconciliarsi. Riconciliazione difficile e appena iniziata col viaggio di Modi in Pakistan nel dicembre scorso e ora a rischio. E' pur vero che Islamabad ha condannato l'attacco di Pathankot e che Delhi ha fatto sapere che un attentato non basta a far deragliare il dialogo, ma è anche vero che gli attentati adesso sono due, uno dei quali ha impegnato i soldati indiani per giorni. Delhi ha intanto reso noto che, del possibile incontro dei ministri degli Esteri – passo fondamentale per dar luce verde al dialogo tra i due colossi –, se ne riparlerà a operazione veramente conclusa, quando su Pathankot (e indagini correlate) sarà scritta la parola fine.

Per Islamabad l'imbarazzo non è meno grande e in un momento difficile nei rapporti internazionali. Uno dei suoi alleati per eccellenza, la retriva e ricca monarchia dei Saud - che non ha mai mancato di dare il suo sostanziale appoggio al governo pachistano e alle varie bande jihadiste del Paese - sta scaldando i motori contro Teheran. L'ultima avventura cui Islamabad vorrebbe partecipare: il Pakistan aveva già irritato i Saud quando, all'inizio della guerra nello Yemen, aveva risposto con una certa freddezza alla chiamata di Riad, limitandosi a frasi di rito ma rifiutando di inviare soldati. Poi, quando i Saud si sono inventati la coalizione islamica anti terrorismo, il Pakistan ha addirittura fatto sapere di non essere stato consultato. Mentre cerca di evitare una guerra a oriente Riad glene propone una a occidente. Anche qui son nodi al pettine.

aggiornato alle 14 del 5 dicembre

domenica 3 gennaio 2016

Attentato al dialogo tra India e Pakistan (aggiornato)

Pathankot, venti chilometri dal confine pachistano, venti dal confine col Kashmir. E' qui che si trova una base aerea che ospita i caccia indiani che controllano le due aree per Delhi più sensibili nel subcontinente indiano. Ed è qui che ieri all'alba, verso le 3.30 ora locale, cinque guerriglieri travestiti da soldati, forse del gruppo estremista pachistano Jaish-e-Mohammad, hanno messo a rischio il neonato dialogo tra India e Pakistan assaltando la base dell'Indian Air Force. Aver ragione di loro non è stato facile e ha richiesto più di mezza giornata. Poi, alle 7.45 di ieri sera, il ministro dell'Interno Rajnath Singh ha confermato che tutti e cinque gli assalitori erano stati uccisi. Con loro tre soldati (quattro ieri secondo la stampa pachistana che confermava anche tre vittime civili.  Stamane il bilancio sarebbe salito a sette militari indiani uccisi). Operazione conclusa (in realtà per niente: il 4 la crisi entrava nel suo terzo giorno).

Nawaz Sharif: condanna immediata
Attacchi della guerriglia prokashmira non sono inusuali in India (il JeM è un gruppo nato proprio per riunificare sotto la bandiera di Islamabad il Kashmir ora diviso tra le due nazioni) e nel luglio scorso sette uomini erano stati uccisi in un attacco simile in una stazione di polizia del vicino distretto di Gurdaspur. Ma questa volta in ballo c'era una posta ben più grossa che non una semplice azione di disturbo e non solo per l'importanza strategico militare della base. Solo qualche giorno fa, il 25 dicembre, il premier indiano Narendra Modi ha fatto una visita “a sorpresa” in Pakistan, atterrando a Lahore dopo un viaggio in Russia e in Afghanistan. Non una visita qualunque ma la prima di un premier indiano in oltre dieci anni. E Nawaz Sharif l'ha ricevuto col tappeto rosso. La visita “a sorpresa” era evidentemente preparata da tempo ma in discreto silenzio benché ci fossero stati alcuni segnali (Nawaz Sharif era stato in India per l'insediamento di Modi e recentemente è stato siglato un accordo importante che regola questioni logistiche tra i due Paesi). Ma è anche vero che, oltre alla mai risolta questione del Kashmir, i pachistani sono infastiditi dall'influenza che Delhi ha guadagnato a Kabul e da accordi con gli Stati Uniti che permettono all'India vantaggi sul piano del nucleare; gli indiani accusano il Pakistan di terrorismo di Stato e, negli ultimi tre anni, sono ricominciati gli incidenti alla frontiera: meno noti degli attentati terroristici o delle dispute sulla Loc (la linea di controllo in Kashmir tra India e Pakistan) hanno continuato a ripetersi con vittime dalle due parti, anche tra i civili. Dunque la visita ha acquistato una rilevanza quasi impensabile e forse la “sorpresa” era per evitare che i falchi dalle due parti della frontiera potessero intralciare l'ennesimo tentativo di riavvicinamento (purtroppo non il primo e al netto di almeno quattro conflitti maggiori e diversi incidenti minori tra i due Paesi che hanno spesso tirato l'acqua al mulino di una nuova guerra).

Questa volta però le reazioni immediate di Islamabad e Delhi fanno ben sperare. Nel pomeriggio di ieri – e in perfetta sintonia temporale - il Bjp, il partito di Modi, ha fatto sapere che il dialogo appena avviato non può certo essere messo in crisi da un attentato e ha anzi accusato chi nel Congresso intende politicizzare l'incidente di Pathankot. Contemporaneamente arrivava un comunicato ufficiale di Islamabad, che univa alle condoglianze per le vittime una dura condanna dell'accaduto. La preoccupazione è dunque dalle due parti ed è condivisa da chi guarda con attenzione ai rapporti tra i due colossi nucleari. Come il vice segretario di Stato americano Antony Blinken che ha confidato a The Indian Express i timori di un possibile conflitto non intenzionale ma innescato da incidenti come quello di Pathankot. La corda resta tesa ma non si è spezzata.

aggiornato alle 11 del 3/1

mercoledì 11 febbraio 2015

La rivincita di Kejri, lo schiaffo al Bjp, la sonora sconfitta del Congresso

I risultati finali della tornata elettorale per l'amministrazione del territorio della capitale sono andati assai più in là delle già rosee previsioni degli exit pool. Il responso finale delle urne di New Delhi da’ infatti una maggioranza blindata all'Aam Aadmi Party (Aap) di Arvind “Kejri” Kejriwal che, dopo un anno di amministrazione controllata, guadagna il governo della capitale. Ma la vera notizia è un altra: se è stupefacente che l'Aap abbia guadagnato la quasi totalità dei 70 seggi dell'Assemblea della capitale (67, ne aveva 28), il Bharatiya Janata Party (Bjp) – il partito nazionalista e identitario del premier Narendra Modi uscito vittorioso dalle politiche dall'anno scorso – riceve uno schiaffo elettorale che segna in modo inequivocabile una battuta d'arresto della sua affermazione nel Paese, che potrebbe avere ripercussioni su altre elezioni in altri Stati: passa da 31 a 3 seggi. Ma fa una fine ancora peggiore il Partito del Congresso (Indian National Congress) di Sonia Gandhi che, almeno a Delhi, sparisce completamente dalla scena politica (nessun seggio, ne aveva 8).

domenica 8 febbraio 2015

Delhi exit pools: Kejriwal ancora vittoriso. La lezione del "Grillo" indiano

Anche questa volta l'Aam Aadmi Party di Arvind Kerjwal ce l'avrebbe fatta nelle elezioni per il rinnovo dell'Assemblea della capitale, il mini stato dall'Unione senza governo da un anno esatto (Kerjiwal si dimise il 14 febbraio 2014). I dati messi assieme da diverse fonti e riportati da The Hindu dicono che gli exit pools delle elezioni di sabato attribuirebbero tra 39 e 48 seggi al partito anti corruzione (Aam) sui 70 in palio, seguito dal partito del premier Narendra Modi (Bjp) che nelle scorse elezioni (2013) era invece arrivato con un ottima posizione ma non tale da permettergli di formare  il governo della città-stato. Il Congresso, già decimato nella passata tornata (ma col cui contributo Kejriwal aveva potuto avere la maggioranza e fare un governo) esce a pezzi. Altissima l-affluenza al 67%.

venerdì 10 ottobre 2014

Brava Malala


Malala urges India, Pakistan to settle disputes... di dawn-news

Dopo aver vinto il Nobel per la pace, l'attivista pachistana Malala Yusafzai fa un discorso politico sulla tensione del momento alla frontiera tra i due Paesi vicini e invita Narendra Modi e Nawaz Sharif a venire entrambi alla consegna del Nobel in dicembre (vinto ex aequo con l'indiano Kailash Satyarthi).