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domenica 29 ottobre 2017

Lo spettacolo del dolore

A volte mi dico che se non ci fosse Internazionale la nostra informazione fuori dall'ombelico sarebbe  davvero poca cosa. E, sia ben chiaro, non tanto per esterofilia ma per la scelta che la redazione fa degli argomenti. Direi che non sbaglia un colpo col merito di renderci intellegibile quel che si scrive in altri idiomi. Una delle sue scelte recenti è stata quella di occuparsi dei rohingya, un tema caro a questo blog, tanto che, oltre alle notizie, il settimanale ci ha dato conto anche delle analisi e delle polemiche che ne sono scaturite. La copertina del suo ultimo numero - in edicola questa settimana -  è dedicata a quest'esodo biblico e forzato ed è inutile dire quanto io abbia apprezzato la scelta. Ma vorrei soffermarmi su un particolare e cioè sulle fotografie che riguardano i rohingya (argomento che ho già trattato in passato) e in particolare un servizio di  Kevin Frayer (vincitore del World Press Photo Award per le notizie generali e del World Press Photo Award per la vita quotidiana) di cui anche Internazionale dà conto. Il suo servizio dalla frontiera bangladese  ha fatto il giro del mondo e anche in Italia è stato pubblicato da diversi media online e non (come Il Post o Vanity Fair).

Qui accanto vedete una delle immagini del servizio, forse la più gettonata (che mi fa piacere Internazionale non abbia scelto per la copertina). Vogliamo provare a commentarla? Immaginate di non sapere di cosa si parla: c'è l'acqua, una madre che indica l'infinito o la speranza, un padre col bimbo e una croce sullo sfondo. Un amico, cui l'ho mostrata decontestualizzata, mi ha detto "E' un battesimo!" E' rimasto male sapendo di chi si tratta: gente in fuga da omicidi, stupri, incendi...  La foto in sé può piacere o non piacere (la scelta della luce, il bianco e nero, i ritocchi, il taglio etc) ma una foto difficilmente è "in sé". C'è sempre un contesto a maggior ragione se si tratta di un reportage. Ma come lo si comunica?

 Mario Dondero (il mio grande maestro che sulla fotografia mi ha insegnato tutto) è noto per aver (anche) detto che "fotografare la guerra a colori è immorale". Kevin segue il suo consiglio perché, anche se non dichiarata, quella fatta ai rohingya è proprio una guerra. Ma tra lui e Mario c'è una differenza enorme. In questo reportage di Frayer c'è il dolore, il dramma, la speranza ma raffigurati come in una sorta di grande affresco in cui è più il fotografo a essere il protagonista che non i suoi soggetti. Di Mario Dondero si è detto che era un fotografo "senza uno stile". E' vero, perché il "suo stile" era quello di non apparire. Se guardate le sue foto sulla guerra, vi soffermate sempre sui soggetti non sulla bravura del fotografo. Nei suoi fotogrammi il fotografo proprio non c'è. Come se il fotoreporter fosse solo passato di li e avesse fatto...clic. Nella foto di Frayer c'è prima di tutto Frayer e poi, magari, anche i suoi soggetti. La sua presenza però, la presenza dell'autore, finisce col distrarvi: restate colpiti dalla sua bravura nel catturare le luci, dalla capacità di "scolpire" i volti, dalla forza delle espressioni come se lui avesse messo tutti in posa. Venite colpiti dallo spettacolo. Se poi è uno spettacolo del dolore (e non un battesimo), il dolore arriva dopo. Prima c'è lo spettacolo. Direi che questa è proprio una foto spettacolare. Tanto spettacolare che dolore, guerra, incendi e stupri restano sulla sfondo. Come quella croce che evidentemente non è una croce visto che siamo in territori del Budda o di Maometto.