Visualizzazioni ultimo mese

Cerca nel blog

Translate

Visualizzazione post con etichetta fotografia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fotografia. Mostra tutti i post

sabato 1 settembre 2018

Le false verità dei generali birmani

Mentre oltre 700mila rohingya stazionano da ormai un anno in Bangladesh cacciati dal Myanmar e mentre il governo birmano ha rispedito al mittente il rapporto indipendente dell’Onu che accusa i suoi generali di genocidio e il governo di Aung San Suu Kyi di colpevole silenzio, i funzionari di Tatmadaw – le forze armate - hanno fabbricato la loro versione dei fatti. Una versione così palesemente falsa da sembrare ingenua. Versione diffusa per la verità già in luglio in uno dei pamphlet che l’esercito - “Myanmar Politics and the Tatmadaw: Part I”- ha deciso di utilizzare come materiale di propaganda per spiegare la sua verità sui Rohingya, la minoranza musulmana espulsa dal Paese. Ma un attento esame dell’agenzia Reuters su alcune immagini veicolate nel volume spiega bene come si fabbricano verità su misura: si tratta di tre fotografie, scattate in altri tempi e contesti, che servirebbero a spiegare sia la crudeltà dei rohingya verso i birmani, sia il fatto che si tratta di immigrati bengalesi e non di gente che vive – in molti casi da secoli – nello Stato (oggi) birmano del Rakhine.

La brutalità dei Rohingya sarebbe documentata da uno scatto che si riferirebbe a incidenti avvenuti nel 1940: nella foto si vede un uomo che con un bastone tocca dei corpi di gente uccisa e riversa in un lago. Ma quell’immagine, spiega Reuters, si riferisce alla guerra del 1971 che decretò la fine del Pakistan orientale e la nascita del Bangladesh. La foto mostra un inequivocabile musulmano (col classico lunghi annodato in vita) che tocca i corpi forse di due fedeli buddisti. E qui la fabbrica della menzogna non ha avuto bisogno di ritoccare se non la data. Di ben trent’anni.

Nelle altre due immagini siamo invece a una falsificazione semi dilettantesca: ci sono due scatti in
bianco e nero che mostrano sia una gran massa di persone in movimento sia una nave carica di gente. Le didascalie in divisa sostengono che si tratta della prova fotografica dell’invasione compiuta dai bengalesi che si insinuano in Myanmar provenienti da Ovest. Ma la prima è una foto addirittura di... ruandesi in fuga verso la Tanzania nel 1996 all’epoca del genocidio. La foto originale (a colori) vinse persino un premio. In bianco e nero diventa la prova dell’immigrazione clandestina dei bengalesi. La terza foto è quella di una barca stracolma di rohingya che cercano di fuggire dal Myanmar. E’ uno scatto del 2015 dell’agenzia Getty e documenta una fuga che, nella didascalia dei militari, è invece un arrivo di massa di migranti che “invadono” il Paese delle pagode.

La ricostruzione di una storia riscritta per giustificare i misfatti appare tanto malfatta quanto grande è l’impunità di cui sanno di poter godere i militari birmani che avrebbero potuto almeno cercare delle immagini inedite. Ma questa sfilza di falsità – che anziché far sorridere rendono ancora più amaro il dramma dei Rohingya – non è che l’ultimo atto di una commedia infinita nella quale le autorità birmane, comprese quelle civili, non vogliano si metta il becco. Purtroppo tutto ciò avviene in presenza di un governo civile e democraticamente eletto che non solo non prende posizione ma che, quando la prende, si schiera con Tatmadaw. Così qualche giorno fa, appena dopo l’uscita del dossier Onu che chiede l’istituzione di un tribunale ad hoc che indaghi e giudichi i generali birmani su un caso di genocidio, l’Alto commissario per diritti umani Zeid Raad al-Hussein, parlando di Aung San Suu Kyi, ha detto che la Nobel avrebbe almeno potuto dimettersi. Almeno un atto formale che viene invece compensato dalle foto di rito – quelle si vere – a braccetto con i militari.

domenica 29 ottobre 2017

Lo spettacolo del dolore

A volte mi dico che se non ci fosse Internazionale la nostra informazione fuori dall'ombelico sarebbe  davvero poca cosa. E, sia ben chiaro, non tanto per esterofilia ma per la scelta che la redazione fa degli argomenti. Direi che non sbaglia un colpo col merito di renderci intellegibile quel che si scrive in altri idiomi. Una delle sue scelte recenti è stata quella di occuparsi dei rohingya, un tema caro a questo blog, tanto che, oltre alle notizie, il settimanale ci ha dato conto anche delle analisi e delle polemiche che ne sono scaturite. La copertina del suo ultimo numero - in edicola questa settimana -  è dedicata a quest'esodo biblico e forzato ed è inutile dire quanto io abbia apprezzato la scelta. Ma vorrei soffermarmi su un particolare e cioè sulle fotografie che riguardano i rohingya (argomento che ho già trattato in passato) e in particolare un servizio di  Kevin Frayer (vincitore del World Press Photo Award per le notizie generali e del World Press Photo Award per la vita quotidiana) di cui anche Internazionale dà conto. Il suo servizio dalla frontiera bangladese  ha fatto il giro del mondo e anche in Italia è stato pubblicato da diversi media online e non (come Il Post o Vanity Fair).

Qui accanto vedete una delle immagini del servizio, forse la più gettonata (che mi fa piacere Internazionale non abbia scelto per la copertina). Vogliamo provare a commentarla? Immaginate di non sapere di cosa si parla: c'è l'acqua, una madre che indica l'infinito o la speranza, un padre col bimbo e una croce sullo sfondo. Un amico, cui l'ho mostrata decontestualizzata, mi ha detto "E' un battesimo!" E' rimasto male sapendo di chi si tratta: gente in fuga da omicidi, stupri, incendi...  La foto in sé può piacere o non piacere (la scelta della luce, il bianco e nero, i ritocchi, il taglio etc) ma una foto difficilmente è "in sé". C'è sempre un contesto a maggior ragione se si tratta di un reportage. Ma come lo si comunica?

 Mario Dondero (il mio grande maestro che sulla fotografia mi ha insegnato tutto) è noto per aver (anche) detto che "fotografare la guerra a colori è immorale". Kevin segue il suo consiglio perché, anche se non dichiarata, quella fatta ai rohingya è proprio una guerra. Ma tra lui e Mario c'è una differenza enorme. In questo reportage di Frayer c'è il dolore, il dramma, la speranza ma raffigurati come in una sorta di grande affresco in cui è più il fotografo a essere il protagonista che non i suoi soggetti. Di Mario Dondero si è detto che era un fotografo "senza uno stile". E' vero, perché il "suo stile" era quello di non apparire. Se guardate le sue foto sulla guerra, vi soffermate sempre sui soggetti non sulla bravura del fotografo. Nei suoi fotogrammi il fotografo proprio non c'è. Come se il fotoreporter fosse solo passato di li e avesse fatto...clic. Nella foto di Frayer c'è prima di tutto Frayer e poi, magari, anche i suoi soggetti. La sua presenza però, la presenza dell'autore, finisce col distrarvi: restate colpiti dalla sua bravura nel catturare le luci, dalla capacità di "scolpire" i volti, dalla forza delle espressioni come se lui avesse messo tutti in posa. Venite colpiti dallo spettacolo. Se poi è uno spettacolo del dolore (e non un battesimo), il dolore arriva dopo. Prima c'è lo spettacolo. Direi che questa è proprio una foto spettacolare. Tanto spettacolare che dolore, guerra, incendi e stupri restano sulla sfondo. Come quella croce che evidentemente non è una croce visto che siamo in territori del Budda o di Maometto.

giovedì 23 febbraio 2017

Logiche di mercato: scatti con velo cercasi

Spesso si pensa che non ci sia nulla di più vero di una fotografia, lo scatto che immortala un momento e che fa della cronaca realtà. Più della parola scritta, che immagini tutt'al più  suggerisce, e meglio della televisione che ormai, lo sanno anche i bambini, è quanto di più artefatto esista. Ho fatto questa prima riflessione in Bangladesh sul confine birmano. Mi aveva colpito l'immenso numero di donne velate che affollano le campagna bangladese ma, arrivato ai campi profughi dei rohyngya, immaginavo di vederne senza velo perché tutte le foto che avevo guardato  le dipingevano così, come mostra l'immagine postata sopra a sinistra. Donne svelate però non ne vedo nemmeno nel centro sanitario di Msf. Chiedo lumi: come posso riconoscere una donna o un uomo  rohingya? In nessun modo, mi risponde uno del team. Nemmeno noi del Bangladesh, mi dice, le distinguiamo poiché sono del tutto simili a noialtri. Dal che discendono due cose: la prima è l'affinità strettissima tra le due comunità divise, solo per convenzione, da una frontiera. La seconda è che le donne son velate. Come le loro colleghe del Bangladesh.

Ed ecco (foto a destra) che vedo pubblicata un'immagine di rohingya col velo. La prima! E perché ? L'articolo che la ospita è dedicato all'estremismo radicale islamico tra i rohingya del Myanmar e dunque il velo è di rigore. In poche parole, se serve svelata (commuove di più, appare più simile a noi) eccola senza velo. Se serve invece a farci paura (anche li, tra quei poveretti, c'è la terribile spada vendicatrice dell'islam) eccola velata. E con tanto di niqab (diffusissimo per latro nelle campagne del  Bangladesh che ho visto).

Dove sta la verità? Non lo so ma non certo negli scatti che ho visto. O meglio, è una verità parziale, tanto quanto quello che scrivo io. E segue la logica di mercato. Come per altro faccio anch'io cannando in pieno, visto che ho i miei pezzi nel cassetto: a gran parte della stampa del mio Paese non interessano. Forse però con una bella immagine di donna col niqab e un articolo un tantino allarmista... chissà. Scatti con velo cercasi.


venerdì 18 dicembre 2015

Mario Dondero, il mio ricordo e la fotografia

No, non era la fotografia e la capacità di scatto, la qualità più grande di Mario Dondero. Non so se sia il più grande fotografo italiano del secolo, se sia un maestro dell'arte fotografica europea. Non lo so perché di fotografia (questo l'ho imparato stando vicino a Mario e a Monika Bulaj) non capisco nulla: è un 'arte complessa e piena di sfaccettature. E dunque non era per le sue foto che ho amato Mario. La qualità principale era la sua umanità che, come tutti han detto, si rifletteva nelle sue immagini. Ma cos'è l'umanità al di là della simpatia, del fascino, del saper stare in mezzo alla gente? Mario era certo un gran corteggiatore, un uomo raffinato ed educato nei rapporti con le persone. Uno capace di attaccar bottone con tutti perché di tutti era curioso. Ma la sua altra grande qualità era avere la schiena dritta. Esser simpatico e affabile non basta se non c'è dietro anche un'elaborazione intellettuale della tua umanità che, per Mario, era impegno sociale e politico. Al contempo quest'uomo di saldi, saldissimi principi, era molto libertario. Perdonava ad altri ciò che a lui non si sarebbe mai perdonato. Non faceva compromessi. Capperi, questo coniugare umanità e schiena dritta mi pare la sua qualità essenziale, quella per cui lo ricordo. E poi, certo, anche quella capacità di viaggiare, di perdersi via nel vento delle cose e delle passioni che fanno deviare dalla strada maestra. Infine era fotografo, storico della fotografia, interprete curioso dei cambiamenti («sono un partigiano dell'analogico ma sono affascinato dalle nuove possibilità del video...»). Ma non mi mancheranno le sue foto. Mancherà lui, una persona la cui cifra umana mi sembra irraggiungibile e un modello cui attenersi.

Mario d'Oltralpe

Qui da Franceinter  un articolo dedicato a lui e a una piece teatrale in Francia costruita a partire da una sua famosissima fotografia. Ci sono anche diverse sue immagini

Questo video anche: Mario Dondero, tentative d'interview par Michel Puech



Qui un'intervista a Mario registrata il 23 settembre 2014, a Bologna a presentare Lo scatto umano.  Mario fa un riassunto perfetto del libro. Un bel regalo di Radio Città del Capo e di  Piero Santi (il conduttore).  C'è tutto: gli esordi, gli ungheresi e, naturalmente, Robert Capa. Era il suo  mito. Il mio, ca va sans dire, è Mario Dondero

Domani su Pagina99 il ricordo  di Monika e mio di Mario

lunedì 15 settembre 2014

La guerra fotografata da chi la vinse sul terreno. Ma non sui (nostri) giornali


Il tema guerra e fotografia è sempre molto interessante. Un buon argomento per riflettere come si racconta un conflitto, il più delle volte da una parte sola. Ecco allora che al Festival di Perpignano Visapourlimage (a destra un'immagine dell'incontro terminato ieri nella città del Sud della Francia che da anni osita la kermesse) hanno offerto una buona occasione per vedere la guerra del Vietnam con l'occhio dei vietnamiti: i vincitori che però di spazio sul giornale dei vinti ne trovarono davvero poco. Ma una quarantina d'anni dopo...

Ci sono molte foto (qui a destra ne vedete una di Duong Thanh Phong recuperata in rete) ma pochissime sono apparse sui nostri giornali con qualche rara eccezione che i più vecchi tra i miei lettori ricorderanno. Il sito del Nyt consente di vedere una galleria di 17 immagini tutte piuttosto notevoli. La guerra dalla parte di chi ha vinto. Sul terreno militare, non su quello mediatico.Una rivincita ottenuta a mezzo secolo di distanza

*Segnalo qui un bell'articolo in merito di Mario Portanova

giovedì 26 giugno 2014

Il foto giornalismo visto da Mario Dondero

Uscito in libreria il 19 luglio, “Lo scatto umano” è una breve storia del fotogiornalismo dalle origini a oggi raccontata dal fotogiornalista italiano per eccellenza. Travolti dalle vicende afgane non ne abbiamo dato notizia. Ecco una sintesi del lavoro

Raccontato con passione da uno dei grandi protagonisti della fotografia italiana ed europea in una conversazione che attraversa i ricordi di sessant'anni di vita professionale con la Leica al collo, questa breve storia del fotogiornalismo non è un manuale per amanti del genere ma un percorso tra la storia, la geografia e soprattutto le emozioni che hanno attraversato l'editoria dalla fine della prima guerra mondiale ai nostri giorni. Attraverso una chiave di lettura molto originale, che si dipana da Budapest sino a New York, passando per Londra e Parigi ma senza dimenticare Mosca o Praga, Mario Dondero ricorda episodi in cui si muovono personaggi notissimi al grande pubblico e altri totalmente ignoti o ignorati che, seppur in modo diverso, hanno fotografato, stampato, commentato i grandi eventi del XX secolo, dal Crollo del Muro alla guerra in Irak passando per la Grande depressione americana o il maggio francese. Il racconto di Dondero, sottile e ironico com'è nel personaggio, ma fortemente analitico appassionato e critico come sono i suoi scatti, riempie un vuoto editoriale e spiega, dopo tanti libri di immagini, cosa c'è dietro quegli scatti, cosa impongono le ferree regole del mercato, la sensibilità di uomini e donne che alla fotografia hanno dedicato l'esistenza tanto da perderla magari inciampando su una mina per documentare quello che a casa abbiamo potuto sapere grazie all'impegno civile e alla passione di tanti fotogiornalisti. L'idea del volume è nata dopo un fortunato ciclo di trasmissioni condotto dagli autori per Radio3 dal titolo “Fotoreporter”. Il testo è corredato anche dalle stampe di alcune delle immagini più importanti della vita professionale di Dondero tra cui quella famosissima che documenta il “Nouveau Roman” .


Mario Dondero con Emanuele Giordana
Lo scatto umano
Laterza


martedì 1 aprile 2014

Sbatti il bimbo in prima pagina

Si chiama carta di Treviso e fu firmata – e in seguito emendata – dal sindacato e dall'Ordine dei giornalisti con Telefono Azzurro a tutela dell'infanzia. Da allora ci siamo abituati a minorenni coi volti oscurati, sia che picchino un compagno di classe, sia che siano le vittime della furia dei loro coetanei. Brutte foto ma è giusto così. Non per tutti però.

La regola infatti sembra valere solo per i nostri figli. Un servizio della Reuters del 28 marzo scorso, che gira vorticosamente su facebook, sceglie di mettere i volti e le ferite di alcuni bambini afgani in bella mostra: c'è anche il povero Abuzar, l'unico membro che si è salvato dalla strage che ha annientato la sua famiglia (il babbo era un giornalista afgano), trucidata al Serena Hotel di Kabul da un raid talebano. Il poverino, che è così piccino da portare ancora il pannolino, è accudito dalla nonna nel suo letto di ospedale e diventa il piatto forte di un servizio sulla violenza dei talebani. Se fosse il figlio di uno di noi avremmo lo stesso ritratto in prima pagina o il magico scatto avrebbe il viso oscurato dai picsel che hanno il compito di difendere la privacy dei più piccini? Chissà, forse il fotoreporter ha fatto firmare alla nonna una liberatoria.

venerdì 1 novembre 2013

PARIS/PHOTO, UN SALONE DUE SORPRESE

Fabio Podavini ha vinto il 3° premio nell'esposizione di fotografia La Quatrième Image, diretta da Raed Bawayah, che si tiene in questi giorni a Parigi*. Non è l'unica sorpresa del Salone che è una sorpresa in sé. Fabio comunque ha del talento da vendere: romano di nascita e di residenza, ha già vinto diversi premi e vale la pena di guardare le sue immagini che appartengono alla scelta di dedicarsi al reportage. Quello che ha vinto il 3° premio (e che a mio modestissimo avviso meritava il 1°) parla, come si dice, da solo. Non c'è bisogno di didascalie e nemmeno di conoscere la storia. Viene raccontata nelle immagini esposte in tutta la sua complessità. Il dramma, l'amore, la tenerezza di due persone anziane in una sequenza b/n che ha tante letture sovrapposte e un filo conduttore narrativo chiaro e lineare. Arriva dritta all'anima ma, soprattutto, ha una capacità di racconto molto efficace. Il Salone ha considerato nella valutazione dei premi non solo il fotoreportage, ma per noi che abbiamo questa passione, l'esposizione è stata un modo di fare tante scoperte: da Podavini allo spagnolo JM Lopez, dal giapponese Ikuru Kuwajima al libanese Marwan Tahtah, lo svizzero Christian Bobst, il palestinese Mohammed Eman o l'italiano Lorenzo Tugnoli (di cui abbiamo già avuto occasione di parlare e che ha un libro sul'Afghanistan in uscita) e altri (ad esempio l'ottimo ritrattista russo Oleg Videnin).

Ma dicevamo di una seconda sorpresa, un vero spunto da cui imparare. Il Salone offre l'occasione a 12 fotografi selezionati dalla giuria (dove figura Jean-François Leroy, l'ideatore del Festival di fotogiornalismo di Perpignan Visa pour l'image) di venire a Parigi a esporre e vendere gratuitamente. Degli oltre 40 stand, una dozzina dunque sono la possibilità per un fotogiornalista di farsi conoscere ma soprattutto (molti sono già noti) di vendere le proprie foto e farsi così un piccolo gruzzolo da reinvestire in nuovi racconti (o anche negli ottimi ristoranti locali). Immaginate una cosa simile in Italia dove paghiamo anche l'aria? E la mostra è gratuita, nemmeno un euro per entrare, di modo che pare che passino di qui circa 25tmila persone. Ottima idea da cui prendere spunto per aiutare i tanti bravi fotografi che di questi tempi, con l'editoria in affanno, faticano parecchio. Que vive la France!, una buona soluzione tutta da copiare


La Quatrième Image
L’Espace des Blancs-Manteaux
48 rue Vieille du Temple, 75004 Paris. 
Fino al 5 novembre


*organizzata dall'associazione Images Humaines a L'Espace des Blancs-Manteaux nel cuore del Marais

Le foto in pagina: in alto Raed Bawayah fotografato da Luis Faustino. Sotto, studentesse afgane in uno scatto di Monika Bulaj, lei pure in espossizione a Parigi

venerdì 4 ottobre 2013

LA LUCE NASCOSTA DELL'AFGHANISTAN (la biblioteca di Amanullah)


Dopo anni di peregrinazioni ed esplorazioni solitarie, munita di una Leica e di un taccuino, Monika Bulaj racconta in un libro il suo viaggio nella terra degli afgani, alla ricerca dell’anima di un popolo devastato da anni di occupazione militare e di guerra. Dal confine iraniano a quello cinese, spostandosi a bordo di bus, taxi, camion, a dorso di cavalli e yak, la fotoreporter ha vissuto a stretto contatto con gli abitanti di questi territori, ha diviso con loro il cibo, il sonno, la fatica, la fame, il freddo, i sussurri, le risa, la paura.Le straordinarie fotografie, accompagnate da appunti di viaggio e riflessioni, contraddicono molti cliché, svelano un mondo inatteso e complesso che l’Occidente perlopiù ignora: l’Afghanistan non è solo un paese oscurantista, ma è anche una terra di poeti, culla del sufismo, di un Islam tollerante, che lascia spazio a una società dignitosa, rispettosa di riti e tradizioni. In un territorio vastissimo, dove si alternano realtà urbane a deserti dai colori abbaglianti, cieli sconfinati e montagne innevate, Monika Bulaj, trova la nur, la luce nascosta dell’Afghanistan. (presentazione dell'editore)

NUR
La luce nascosta dell'Afghanistan
Monika Bulaj
Electa editore

lunedì 28 marzo 2011

LA FOTOGRAFIA VISTA DA MARIO

Fotoreporter: un reportage radiofonico sul reportage fotografico. Dal 26 marzo sulle frequenze di RaiRadio3 alle 10.50. Regia di Cettina Flaccavento

Quando nasce il fotoreportage in Italia? Quando la fotografia, patrimonio di rotocalchi con gli scatti delle dive del cinema, diventa racconto per immagini della realtà del nostro Paese? Qual è il confine tra la realtà e l'immagine, fin dove arriva l'etica e la deontologia di un fotografo, cosa sono gli stili fotografici, che relazione c'è tra arte, cronaca e mercato?

Sono le domande che ci facciamo con Mario Dondero, raccontando questa grande avventura anche attraverso la storia personale di un fotoreporter coi fiocchi.

Ascolta le puntate dal sito di Passioni su Radio3


Nella foto di Mario Boccia, Dondero e Giordana negli studi di Via Asiago 3. Al centro il fotografo Romano Martinis