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lunedì 16 gennaio 2012

LA PIPI DEL SOLDATO E IL PROCESSO DI PACE

Il video postato sulla Rete che mostra alcuni marine americani offendere il corpo senza vita di guerriglieri afgani urinandoci sopra, ha sollevato una marea di reazioni – dal Pentagono al Corpo dei marine, da Karzai alle decine di editoriali sui quotidiani - forse persino spropositate rispetto a un episodio chiaramente marginale. Ma lo spettro di Abu Ghraib da una parte, l'effetto in Afghanistan sul già eroso consenso popolare alla missione internazionale e soprattutto l'intralcio che il video rappresenta mentre si cercano di annodare i delicati fili di un negoziato con la guerriglia, hanno fatto reagire con fermezza e rapidità le autorità statunitensi. Che hanno immediatamente individuato la brigata e i responsabili della prodezza videoregistrata. In realtà, e per quei paradossi tipici della storia, il video, anziché essere l'ennesimo colpo alla credibilità degli Usa, potrebbe rivelarsi persino un atout per il negoziato di pace.

Appena diffuso, il corto ha scatenato reazioni durissime ma non tra i talebani, il soggetto che più avrebbe potuto approfittarne per motivi propagandistici. Anzi. I talebani, che lo hanno qualificato come un caso di ordinaria barbarie tipica di una forza occupante, han fatto sapere che il caso non comprometterà gli sforzi per andare avanti col negoziato i cui problemi son ben altri. La razione statunitense e occidentale ha invece mostrato che né gli americani né gli alleati intendono più tollerare – come finora avvenuto - episodi del genere, di cui la guerra in Afghanistan (con fatti i assai più gravi) è stata in questi anni corredata (esecuzioni extragiudiziarie, interrogatori con tortura, vari video di militari in pose più da banditi che da soldati). I problemi del processo di pace, insomma, sono in realtà ben altri. E non sarà l'urina dei marine a renderli più complicati. Semmai il contrario.

Il vero nodo del problema


Il vero nodo del negoziato, condotto sotto traccia dagli americani da oltre due anni e materializzatosi negli ultimi mesi, risiede nella gestione del negoziato stesso, finora condotto su binari quasi divergenti: da una parte quello gestito dal governo Karzai, dall'altro quello messo in piedi dagli americani (con l'aiuto dei tedeschi e dei partner nel Golfo tra cui il Qatar, dove i talebani potrebbero aprire un ufficio di rappresentanza). Il primo binario si è rivelato così sterile che la guerriglia ha persino levato di mezzo il mediatore scelto dal governo per intavolare i negoziati (l'ex presidente Rabbani). Il secondo - incontri segreti e diretti tra funzionari americani e guerriglia - ha invece portato alla scelta di Doha come residenza dell'ufficio politico talebano. Un passo avanti assai mal digerito a Kabul che si è sentita esclusa da un negoziato che Karzai ha sempre chiarito (sostenuto ipocritamente dal coro unanime della comunità internazionale) avrebbe dovuto essere “solo tra afgani”.

La durissima e legittima reazione di Karzai alle prime indiscrezioni sull'ufficio in Qatar (il richiamo a Kabul dell'ambasciatore), ha complicato il quadro dei rapporti con gli americani assai più dell'urina dei marine. Tanto che la Casa bianca ha dovuto correre ai ripari spedendo in Afghanistan, per mediare e raffreddare gli animi, l'inviato speciale per l'AfPak, Marc Grossman, il tessitore dei colloqui coi talebani. All'irritazione afgana per l'esclusione han per altro fatto seguito, seppur tardivamente, quelle di alcune personalità alleate che hanno voluto chiarire come la comunità internazionale debba restare, nella forma e nella sostanza, un alleato affidabile. Basta leggere le dichiarazioni del rappresentante civile della Nato a Kabul, il britannico Simon Gass, per capire come si stia cercando di riallineare i birilli: Gass ha appena detto che un negoziato guidato da stranieri semplicemente “non porterebbe ai risultati che gli afgani si aspettano”.

La parte dell'Italia

Adesso tutto il gioco si sposta ad Arg, il palazzo presidenziale di Kabul. Grossman dovrà convincere Karzai che d'ora in poi si farà tutto in accordo con lui anche se i talebani, poco interessati a discutere col presidente, hanno appena fatto sapere che il negoziato in sé non significa un riconoscimento automatico del governo di Kabul. Grossman non sarà solo. Anche gli altri inviati speciali per la regione avranno il loro da fare. Nel nostro caso, la grana tocca a Francesco Talò nella foto), l'inviato speciale della Farnesina nominato all'inizio dell'estate scorsa in sostituzione di Gabriele Checchia (dopo soli sei mesi di mandato). Talò si trova a gestire coi suoi colleghi un momento difficile e delicato e, come Grossman, è in partenza per Kabul dove tra l'altro sta per subentrare all'uscente ambasciatore Claudio Glaentzer l'ex console generale a Gerusalemme Luciano Pezzotti che lascia la città a fine mese. Uno che nelle situazioni complesse è abituato a vivere.

(Anche su Il Fatto Online)

venerdì 3 luglio 2009

OBAMA, LA STAMPA E IL SILENZIO DEGLI EUROPEI

A giudicare da quanto appare in questi ultimi giorni sulla stampa americana a proposito della nuova strategia afgana di Obama, sembra che l'Amministrazione abbia scelto l'offensiva mediatica e impartito seri ordini di scuderia, soprattutto ai militari, per delineare quella che appare ancora come una nebulosa. E dopo che ieri mattina un articolo del Washington Post, dal titolo (Key in Afghanistan: Economy, Not Military) e dalla firma inequivocabili (nientemeno che Bob Woodward), è sembrato abbastanza chiaro come, forse stanco di essere frainteso, il presidente abbia deciso di far filtrare sulla stampa ciò che pensa. Per mettere un punto fermo, senza dover proprio pronunciare direttamente le parole, sull'andirivieni di notizie che interpretano il suo nuovo corso.

Uno dei dubbi infatti riguarda soprattutto la strategia militare: Obama ha dato il via libera a 17mila marine più altri 4mila istruttori (non combattenti), ma da mesi, sulla stampa vicina ai conservatori, sono continuate le indiscrezioni su un possibile aumento dei soldati. Addirittura 100mila in totale, quanti ne aveva Mosca ai tempi dell'occupazione sovietica. Woodward racconta un retroscena del viaggio in Asia del consigliere per la sicurezza James Jones. La chiave di tutto, racconta l'uomo che incastrò Richard Nixon, è in una riunione a Camp Leatherneck, nell'Helmand, dove l'emissario di Obama incontra il generale dei marine Lawrence D. Nicholson (che ne comanda 9mila) subito dopo aver visto a Kabul il generale Stanley McChrystal, comandante in capo delle truppe Usa e Nato nel paese. Il presidente – dice Jones ai due - non aumenterà le truppe: la chiave di volta è l'economia e un maggior impegno degli afgani, a cominciare dall'esercito. Perdete ogni speranza, la guerra non si vincerà con le pallottole.
La risposta però non è mancata: e in un'intervista al Los Angeles Times, l'Ammiraglio Mullen, capo di stato maggiore delle forze armate statunitensi, ha voluto dir la sua dopo l'articolo uscito sul Post a firma di Bob Woodward (ne abbiamo riferito ieri), in cui un inviato di Obama aveva detto proprio a Nicholson che il presidente non avrebbe mollato un soldato in più. Mullen ha invece controbattuto che non esiste alcun veto e che i suoi uomini sul campo stanno facendo i conti su quel che servirà. Una sorta di rettifica in piena regola dopo il pezzo del re del giornalismo americano che riferiva di un colloquio tra Nicholson e il consigliere per la sicurezza del presidente James Jones in missione speciale in Afghanistan.

Però. Nelle stesse ore James Stavridis, il capo operativo fresco di nomina delle forze americane in Europa e del Comando supremo alleato della Nato (ha sostituito il meno malleabile generale John Craddock, maniaco dell'aumento delle truppe) fa una chiacchierata con i giornalisti. Dice l'ammiraglio Stavridis che contro i talebani, più delle armi servono strade, scuole e fabbriche. E a breve giro di intervista interviene, rispondendo alle domande di Radio Free Europe, anche il generale McChrystal. Mc Chrystal, che non è proprio considerato un angioletto, lavora su due tesi: accrescere e sviluppare un buon governo (una good governance afgana), proteggere i civili. Su quest'ultimo punto era già intervenuto più volte e va ormai ripetendo che gli Stati uniti hanno preso a cuore il problema delle vittime civili e che non sono in Afghanistan per uccidere ma per garantire sicurezza (una rapporto Onu dice però che nel 2009 le vittime civili sono aumentate del 24%!). Pare che una direttiva sia già stata impartita ai bombardieri perché riducano le loro attività e i “danni collaterali”. Dossier sensibile dopo la strage di Bala Bolok in maggio (140 morti secondo i locali), assurdo raid a tappeto che ha raso al suolo due villaggi... proprio mentre Obama riceveva alla Casa bianca i presidenti afgano e pachistano. Una mossa che il presidente non deve aver digerito.

Quanto a Holbrooke, l'inviato speciale di Obama per la regione, qualche giorno fa ha detto che Washington vuole chiudere con le radicazioni dell'oppio (care a Londra) e cambiare passo. E infatti, durante questa settimana è partita una grossa operazione nell'Helmand, a caccia di narcotalebani: sarebbe la più vasta operazione aviotrasportata mai compiuta dalle truppe d'assalto dopo la guerra nel Vietnam


Il bizzarro di tutto ciò è che non una parola di quanto filtra sulla stampa Usa è stato detto chiaramente al summit del G8 di Trieste. Multilateralismo si, ma forse Obama si fida più dei giornali di casa che non dei ministri europei. Chissà che dopo queste uscite non prendano il coraggio di dire quel che pensano veramente della guerra.

Nelle immagini: dall'alto in basso, Woodward, Stravridis, la bandiera dei marines