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domenica 3 marzo 2019

Il mondo salvato dai topolini

Esistono ratti in grado di annusare l’esplosivo di una mina e individuare così gli ordigni inesplosi. Storia di un topo africano e di un ricercatore belga. Una storia scritta per l'inserto green de il manifesto uscita giovedi scorso


Siem Reap (Cambogia) - Se siete tra coloro che temono o detestano i topi, forse dovreste avere a che fare con il Cricetomys Gambianus, un ratto che del criceto ha solo una certa somiglianza fisica perché può arrivare a pesare oltre un chilo con una lunghezza di quasi un metro. E se queste misure vi spaventano ancora di più, allora bisogna sapere che questo topo africano ha una qualità eccezionale che gli permette di salvare – come ha già fatto – centinaia di vite umane. Il criceto del Gambia infatti ha un odorato finissimo in grado di percepire sostanze nascoste anche nel terreno. O dentro il corpo umano. E sì, il nostro eroe è in grado, se ben addestrato, di scovare una mina interrata da anni annusando il terreno e scovando il contenitore che emana odore di esplosivo. E’ persino in grado di capire chi è ammalato di tubercolosi. E’ una storia incredibile che rivolta la percezione che abbiamo in genere dei topi, nemici che tentiamo di uccidere con trappole e veleno, portatori di microbi e virus.

Tutto comincia nel 1995 quando il giovane belga Bart Weetjens si mette a studiare come impiegare i
roditori per trovare le mine antiuomo. Mancano ancora quattro anni alla nascita della Mine Ban Convention di Ottawa che verrà firmata da 133 Paesi tra cui l’Italia. Ma il problema c’è e – bando o non bando – Bart vorrebbe dare il suo contributo. Oltre che un ricercatore è un animalista da quando, all’età di nove anni, gli hanno regalato un criceto. Paradossalmente Bart in gioventù è stato attratto dall’arte della guerra e diventa cadetto all’Accademia in cui resta però solo un anno. La sua biografia non dice cosa è scattato nella sua testa ma da quel momento la sua vita prende un’altra strada. Si laurea in ingegneria ma continua la sua attività preferita: allevare ratti. Poi arriva la svolta rivoluzionaria. All’inizio i donatori sono scettici. Topi contro le mine? Idea balzana. Ma i suoi ex docenti dell'università di Anversa gli danno una mano. Un’altra gliela dà la Sokoine University of Agriculture di Morogoro, in Tanzania. Di lì a poco nasce Apopo, l’organizzazione che è attualmente attiva nello sminamento in diversi Paesi. E con lei i criceti africani diventan degli HeroRATS. Dei roditori “eroici”. Che però non sacrificano la loro vita per l’uomo. Semplicemente, troppo leggeri per saltare sulla mina, si limitano a scovarla in cambio di cibo.

A Siem Reap, nella sede cambogiana di Apopo, vediamo gli HeroRATS in azione. La Cambogia è un Paese dove, tra il 1979 e il 2017, ordigni inesplosi hanno ucciso – dice il Landmine Report - quasi ventimila persone (l’ultima a fine gennaio) e ne hanno ferite 44.962. Il ratto viene legato a un guinzaglio corto che scorre lungo una corda fermata alle due estremità alle caviglie dei suoi datori di lavoro. Delimitata una certa area, preventivamente disboscata dal braccio di una trituratrice vegetale per liberare il campo d’azione, il topo comincia a correre a destra e sinistra, avanti e indietro lungo la corda, annusando finché non sente l’odore dell’esplosivo. A quel punto si ferma e comincia freneticamente a scavare. I suoi addestratori allora lo fermano e, mentre con un segnaposto segnalano l’ordigno, danno al topo da mangiare. E avanti cosi per tre quattro ore al giorno.

Michael Heiman, capo progetto in Cambogia di Apopo, è un ragazzo giovane ma con una solida esperienza come sminatore. E’ compiaciuto del nostro stupore ma la prima cosa che fa è smorzare l'entusiasmo: “Purtroppo, anche se gli HeroRATS fanno un enorme lavoro, non sono adatti a tutte le situazioni. Non c’è una soluzione unica per le mine e i topi hanno limiti che conosciamo bene: lavorano solo all’alba perché sono animali notturni. E lavorano bene solo su terreni pianeggianti dove l’impatto del vento è minore e dunque è minore la possibilità che il loro olfatto sia distratto. Ma sono un’enorme risorsa se paragonati a un metal detector”. La natura sorpassa la tecnologia. “Il metal detector individua i metalli… tutti i metalli – spiega Michael – il ratto invece individua solo ciò che contiene esplosivo. Ci mette dunque la metà del tempo”. Senza contare che le mine possono anche essere di materiale plastico o persino contenute nel ferro o nel legno... In molti casi si sono usate le capre: saltavano in aria salvando vite umane ma sacrificando la propria. I cani si usano ancora: è raro che si facciano male perché allungano il muso verso la fonte dell’odore senza calpestarla. Ma un cane potrebbe scappare spaventato da qualcosa e magari finire su un ordigno. Il topo no.

Il piccolo animaletto è un lavoratore serio: “Ma attenzione: è ammaestrato, non addomesticato. Ecco una differenza importante col cane che si affeziona al “suo” sminatore. Il topo no. Va con chi gli dà da mangiare. E costa assai meno: circa 8 dollari al mese in vegetali. Ma, ripeto, non tutte le condizioni si prestano al suo impiego”.

Apopo: bilancio di un anno
Apopo in Cambogia lavora in copia con il Cambodian Mine Action Centre (CMAC), l’organismo nazionale più importante del Paese. Apopo non è ovviamente l’unica organizzazione presente in Cambogia, ma è l’unica a usare i ratti. Vive soprattutto di sovvenzioni private e solo in parte di denaro pubblico. Una gara dunque per sopravvivere. Con molta concorrenza: “La Cambogia, come il Laos o il Vietnam, restano Paesi ad altro rischio. Purtroppo però la guerra si sposta creando nuove emergenze. E il denaro tende ad andare comprensibilmente verso queste nuove necessità”. Siria, Irak, Afghanistan... Sempre meno attenzione per la Cambogia e per l’Africa è ancora peggio.

Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna italiana contro le mine, conferma che, nel nostro Paese, la spesa pubblica per lo sminamento è tornata a livelli costanti (sopra i 3 mln annui) ma che non bisogna dimenticare le vittime: “In generale i fondi per la bonifica sono cresciuti - al crescere comunque di conflitti e guerre asimmetriche - ma sono anche cresciute le vittime. Esiste ancora un problema di sostegno ai disabili, sia nel contesto post emergenziale (protesi e fisioterapia) sia per il reinserimento socio economico dei sopravvissuti”. Gente che non dovrebbe aspettare. Già lo fanno le mine, dormienti anche per decenni prima di sferrare l’attacco mortale per cui son state progettate.

giovedì 7 settembre 2017

Rohingya? Una montagna di bugie dice Suu Kyi

Mentre Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace e ministro degli Esteri del Myanmar, liquida la questione rohingya come un "enorme iceberg di disinformazione", fonti del governo di Dacca citate dalla stampa locale accusano i soldati birmani di aver disseminato mine antiuomo lungo il confine col Bangladesh per impedire ai profughi di far ritorno nel “loro” Paese. Il governo di Dacca ha consegnato ieri pomeriggio una protesta formale ai diplomatici di Naypyidaw e, anche se nelle note ufficiali non si fa menzione di ordigni, nell'incontro al ministero degli Esteri della capitale bangladese la questione sarebbe stata affrontata. Se la notizia fosse confermata (cioè causando vittime) sarebbe di estrema gravità proprio nel momento in cui le prime reazioni alla persecuzione della minoranza musulmana del Myanamr cominciano sempre di più a travalicare i confini nazionali dei due Stati coinvolti: il Myanmar che caccia e il Bangladesh che accoglie. Il flusso dei profughi si sarebbe attestato a oltre 10mila unità al giorno e, secondo le Nazioni unite, martedi scorso il bilancio sarebbe già stato di 125mila. Non è però chiaro quanti riescano di fatto a passare il fiume Naf che divide come frontiera i due Paesi: molti sarebbero infatti imprigionati nello no man's land tra i due Stati asiatici.

martedì 18 dicembre 2012

TUTTE LE MINE D'AFGHANISTAN

 Undici bambine fra i 9 e gli 11 anni sono state uccise ieri nella provincia orientale di Nangarhar dallo scoppio di una mina anti-carro, colpita accidentalmente da una delle vittime con una scure mentre il gruppetto di ragazzine era intento a raccogliere legna da ardere.

In dicembre, il governo afgano ha chiesto un’estensione del programma di sminamento. Nel 2004, l’indagine sull’impatto della persistenza di mine antiuomo e Uxo stimava a rischio quasi 2mila comunità del Paese. Nel 2001, il momento più pericoloso per gli afgani, 2mila persone erano state uccise da questi ordigni (molti furono lanciati durante l’attacco ai talebani, i famosi “pappagalli verdi”) . Dal 2003 le cose sono andate migliorando (“solo” 409 casi nel 2011 ) e già 1200 kmq erano stati sminati ma la speranza di sminare tutto il territorio entro 10 anni si rivelava un miraggio. Ancora oggi oltre mezzo milione di afgani vive a 500 metri da campi ancora minati e ci vorrebbero ancora oltre 600 milioni di dollari per completare i piani di sminamento che però conoscono un continuo decremento di finanziamenti. La sezione italiana della Campagna contro le mine (quella che ha levato gli ordigni antiuomo dai nostri magazzini bellici e che si è battuta contro le cluster bomb) è soddisfatta per essere riuscita a riottenere finanziamenti che erano stati tagliati in passato e adesso sta lavorando su due progetti di legge per evitare finanziamenti bancari in quella direzione:


Dal 2009, 137 banche e istituzioni finanziarie di 16 Paesi hanno investito più di 43 miliardi di dollari in aziende che producono cluster bombs. Di queste istituzioni finanziarie, 27 provengono da Paesi che sono membri della Convenzione sulle munizioni cluster (Ccm), tra cui il nostro Paese. Per far si che anche il solo sostegno finanziario alla produzione, detenzione e commercio delle mine a grappolo sia una pratica da sanzionare penalmente ci sono due disegni di legge presentati in Parlamento.