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martedì 2 febbraio 2021

La solitudine della Lady


Quando l’ex capo della diplomazia europea Federica Mogherini affrontò con Aung San Suu Kyi il dossier Rohingya, la minoranza musulmana espulsa dal Myanmar in Bangladesh, si dice che la Lady abbia risposto con una smorfia: “internal matters”, la stessa frase che ha utilizzato oggi la Thailandia per commentare il golpe di Naypyidaw. Non si sa invece cosa abbia risposto al papa, incontrato a san Pietro dopo un colloquio con Gentiloni, in cui il governo italiano era stato zitto sulla questione. Il pontefice invece no. Chi la ha dato retta in Europa è stato solo Viktor Orban, non esattamente un viatico spendibile.
 
Caduta in disgrazia presso governi e opinione pubblica in Occidente, proprio adesso la Nobel birmana avrebbe bisogno invece di un appoggio. Che non le è mancato dalle ambasciate occidentali – che già venerdi scorso avevano pubblicato un inusuale comunicato di sostegno al processo democratico – ma che in queste ore è sicuramente più flebile di quanto non lo sarebbe stato prima della grande crisi rohingya del 2012-2017, su cui pesa un’accusa di genocidio alla Corte di giustizia dell’Onu. La Lady è sola, di nuovo agli arresti domiciliari e in una situazione che, a sentire le voci dei birmani, è di estrema sofferenza per lei come per un popolo che – più di otto persone su dieci – l’ha votata.
 
Se è il momento di fare i conti con le luci e le ombre del suo quinquennato da “de facto premier”, si fa presto a enumerarle. Le ombre sono note: la questione rohingya, un nome che la Lady non ha mai nemmeno voluto pronunciare e il sacrifico di un milione di musulmani – si è detto – per salvare 50 milioni di birmani. Una scommessa persa, come ora si vede, perché in realtà il Myanmar è sempre stato ostaggio degli uomini in divisa: padroni di conglomerati, miniere, società, persino della birra più venduta nel Paese. Sul tavolo del ristorante come nei banchetti delle ambasciate.

Se la Lady è sola, i militari non sono in buona compagnia. Il processo di pace con le entità etniche regionali, vera luce dell’operato della Lady, rischia il collasso e si rischi l'ennesimo isolamento internazionale, che non fa bene né agli affari né a un consenso già al lumicino. C'è l’amicizia di un occhiuto protettore cinese e quella di un amabile zar delle Russie, forse persino quella di un premier indiano (che aveva già ventilato l’espulsione di 40mila rohingya). Ma scontrarsi con l’Occidente non fa bene e persino l’Asean (l’organizzazione regionale del Sudest), sebbene sempre fedele al mantra degli internal matters, storce il naso. Quel pezzo di continente, già in affamo per la guerra commerciale (e di portaerei) tra Cina e Stati Uniti, ha un altro mantra: stabilità. Tatmadaw, come viene chiamato l'esercito,  saprà garantirla?

Se i generali agiscono con intelligenza politica, non useranno le maniere forti né faranno nuovamente della Lady una martire. Se sono furbi, libereranno gli arrestati mettendoli sotto stretta sorveglianza per poi organizzare “libere” elezioni con una Commissione elettorale eterodiretta. Potrebbero persino far tornare Aung San Suu Kyi, dimezzata, sugli scranni del parlamento. Ma con un patto chiaro tra civili e militari su chi comanda davvero in Myanmar. 

giovedì 11 giugno 2020

La nuova sfida di Aung San Suu Kyi

Nel 2015, nelle prime vere elezioni democratiche del Myanmar, la Lega per la democrazia di Aung San Suu Kyi guadagnò una maggioranza schiacciante che poteva garantire alla Lady la presidenza della Repubblica, che viene scelta dal parlamento. Non fu così e nelle elezioni che si preparano per novembre lo scenario sarà molto probabilmente il medesimo perché la Lega è data vincente ma la Costituzione, che lunghe battaglie parlamentari non hanno modificato, impedisce a chi è o è stato sposato con uno straniero di diventare presidente. Nondimeno l’assemblea della Lega, che doveva scegliere i candidati, ha riconfermato Suu Kyi, la “de facto” premier, e U Win Myint, l’attuale presidente. Ci si riprova e si rivincerà anche se i giochi son già fatti da un parlamento bloccato dalla presenza dei militari: La Camera è composta da 440 rappresentanti, di cui 110 nominati di diritto dal comandante in capo dell’esercito o Tatmadaw; la Camera delle nazionalità è composta da 224 rappresentanti, di cui 56 militari nominati sempre da Tatmadaw. Qualsiasi emendamento costituzionale deve passare con più del 75% dei voti il che non è possibile perché un quarto dei seggi è in mano alle divise che bloccano tutte le manovre per rendere più democratica la Repubblica dell’Unione.

Sulle elezioni gravano diversi problemi: non certo quello della minoranza rohingya, espulsa dal Paese e ormai in maggioranza residente in Bangladesh. I loro diritti sono stati difesi talmente tiepidamente dalla Lady e dalla Lega che Tatmadaw ha avuto buon gioco a chiudere il capitolo su cui anche la società civile è quasi totalmente silente. Poi c’è la vicenda Covid-19 che, nonostante il bassissimo numero di contagi e decessi (sei), ha fatto perdere almeno l’1,5% della crescita nel 2020 (era 6,5% nel 2019) anche se la Banca Mondiale si dice ottimista. Ma il semi lockdown prolungato - con misure di sicurezza più lasche ma attive - rischia forse di peggiorare le cose anche se la vittoria sulla pandemia sembra aver fatto scegliere al governo una cautela piuttosto ferrea, specie se comparata al liberi tutti occidentale. Infine c’è la guerra - col suo corollario di battaglie e di sfollati (almeno 245.000) soprattutto negli Stati nordoccidentali Chin e Rakhine – e un processo di pace con le guerriglie autonomiste che procede a piccoli passi (il prossimo incontro sarà a luglio).

La campagna elettorale non è ancora entrata nel vivo e del resto la condizione Covid-19 non la favorisce ma si nota un grande attivismo su Facebook che conta in Myanmar 22 milioni di iscritti contro i 7 all’epoca delle elezioni 2015. Aung San suu Kyi ha riacceso il suo sito in aprile per far campagna soprattutto contro il virus e adesso è la volta di Tatmadaw: nel 2018 Facebook aveva chiuso 18 account e diverse pagine associate a Tatmadaw o agli alti gradi militari sostenendo che incitavano all’odio ma in realtà la decisione era arrivata dopo che una missione delle Nazioni Unite aveva pubblicato un rapporto che accusava Tatmadaw di possibile genocidio e crimini di guerra nel Rakhine dopo l’ultimo esodo di rohingya del 2017. Ora Tatmadaw ci riprova.

lunedì 9 marzo 2020

Le difficili settimane di Aung San Suu Kyi

La settimana scorsa nel parlamento birmano c’è stata una dura battaglia per l’approvazione di una serie di emendamenti alla Costituzione voluti dalla Lega nazionale per la democrazia (Nld), il partito di Auyng San Suu Kyi che ha vinto le ultime elezioni. Ma prima o poi, forse anche questa settimana, si potrebbe decidere di votarli  e l’esito, nonostante la Lega abbia la maggioranza dei seggi (255 su 440), non è affatto scontato.

Il principale ostacolo alla riforma costituzionale è un diritto di fatto di veto esercitato dai militari ai quali la Costituzione riserva il 25 percento dei seggi del Parlamento. Ai sensi dell’articolo 436 della Costituzione (riformata anni fa dai militari), le modifiche proposte allo statuto richiedono l’approvazione di oltre il 75 percento dei legislatori, il che significa che nessun cambiamento è possibile senza l’approvazione dei militari che contano su 110 seggi di diritto e dunque sul 25% degli scranni.

La Lega ha il 58 percento dei seggi in Parlamento, i partiti delle minoranze – che sarebbero favorevoli – etniche l’11 percento. Ma oltre al 25% costituzionale i militari possono contare sui 30 voti del Partito dell’unità, solidarietà e sviluppo (Usdp, una loro emanazione) che aggiunge un altro 5%. La Lega vorrebbe modificare il requisito per l’approvazione di un emendamento della Carta  con i due terzi dei rappresentanti eletti, esclusi quindi quelli nominati militari.Inoltre  vorrebbe ridurre gradualmente la quota di seggi militari: dal 25 al 15 percento dopo le prossime elezioni in agenda quest’anno. Al 10 percento dopo il 2025 e al 5 percento dopo il 2030. Ma non è l’unico punto...

segue su atlanteguerre

mercoledì 14 novembre 2018

Aung San Suu Kyi sempre più isolata (aggiornato)

Per Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace e de facto premier birmana, quello di ieri è stato forse uno dei suoi giorni peggiori. Ieri infatti le hanno chiuso la porta in faccia  un primo ministro, un Alto commissariato Onu e Amnesty International. Proprio la più famosa organizzazione di difesa dei diritti umani e della libertà di espressione – che per anni ha battagliato per farla uscire dagli arresti domiciliari – ha deciso di revocarle il premio “Ambasciatore della coscienza”, conferitole nel 2009. Un quarto schiaffo è arrivato oggi dal vice presidente americano Mike Pence che le ha detto, a margine del summit internazionale in corso a Singapore, che la sua condotta sulla questione rohingya  "non è scusabile". Pence ha chiesto anche che i due giornalisti della Reuters vengano perdonati.

venerdì 14 settembre 2018

Aung San Suu Kyi. Un'altra occasione perduta

La questione rohingya? Avremmo potuto gestirla meglio. I due reporter della Reuters condannati a sette anni di galera perché investigavano su una fossa comune nei villaggi della minoranza musulmana? Verdetto corretto perché i reporter hanno violato la legge. Aung San Suu Kyi, la Nobel de facto premier del Myanmar, perde un’altra occasione non solo per condannare i misfatti del “suo” esercito – che l’Onu vorrebbe inquisito per genocidio – ma per difenderne l’operato, così come quello della corte birmana che dieci giorni fa ha condannato Wa Lone e Kyaw Soe Oo per aver avuto tra le mani “documenti segreti” – consegnati in un appuntamento trappola con un finto poliziotto pentito - che potevano mettere a repentaglio la sicurezza dello Stato. Lo scenario questa volta è Hanoi, dove si svolge il World Economic Forum dell’Asean, l’associazione regionale del Sudest asiatico. E’ un palcoscenico amico e Suu Kyi lo sa: nell’Asean vige l’imperativo della “non ingerenza” e dunque, a parte le antipatie delle musulmane Malaysia e Indonesia, nessuno la tira per l’elegante giacchetta che è ormai rimasta la sua unica cifra.

La notizia fa rapidamente il giro del mondo soprattutto per la vicenda dei due giornalisti che hanno,
dice la Nobel, “violato l’Official Secrets Act”, una legge che prevede fino a 14 anni di pena. Insomma, giudicati non in quanto giornalisti – ribadisce Suu Kyi – ma semplicemente perché hanno violato la legge. E in fondo, deve aver pensato la Nobel dopo tutte le reazioni suscitate nei Paesi occidentali - oggi ex amici -, la corte è stata addirittura magnanima comminando solo la metà della pena. Anche se, a rigor di logica giudiziaria, non avrebbero neppure commesso il fatto visto che si era trattato di un trappolone e i due giornalisti non hanno avuto il tempo nemmeno di leggere una sola riga dei documenti consegnati. Ma ciò che forse più colpisce è il tono che Suu Kyi utilizza sull’intera vicenda della minoranza musulmana e indocumentata del Myanmar, espulsa nel giro di un paio di mesi nel numero di oltre 700mila profughi che si lasciano alle spalle violenze, incendi e stupri. "Ci sono naturalmente cose – dice la Nobel – per cui noi, col senno di poi, potremmo pensare che la situazione avrebbe potuto essere gestita meglio”. “Ma crediamo – aggiunge subito dopo - che per motivi di stabilità e sicurezza di lungo periodo dovevamo essere imparziali da tutti i lati ... noi non possiamo scegliere chi deve essere protetto dallo stato di diritto ". Per dire, in sostanza, che poiché nello stato del Rakhine vivono anche altre minoranze etnico-religiose, sarebbe apparso parziale proteggere “solo” i Rohingya. Gli unici a essere espulsi. Più che imbarazzante.

Se c’è chi si indigna, c’è anche chi sorride. Non tanto il silenzio assenso dell’Asean ma il grande Impero di Mezzo in primis. E poi Mosca che, con Pechino, annacqua tutto quanto si discute in proposito al Consiglio di sicurezza. Con loro anche la democrazia più popolosa del pianeta che ha capitale a Delhi e ha già minacciato di espellere dall’Unione 40mila rohingya.

martedì 28 agosto 2018

Myanmar, la parola "genocidio"

Genocidio. I vertici militari del Myanmar devono essere indagati e perseguiti per genocidio in seguito agli atti commessi negli Stati birmani di Rakhine, Kachin e Shan. Lo dice un in rapporto ad hoc stilato da una commissione indipendente incaricata dalla Consiglio per i diritti umani dell’Onu con sede a Ginevra. E questa volta non ci sono giri di parole: siamo oltre la violenza, la brutalità, l’apartheid, la pulizia etnica. Questa volta è “genocidio” e cioè un piano per la sistematica distruzione di una comunità che si accoppia ad altre due parole dal suono sinistro: “sterminio” e “deportazione”. L’oggetto dell’indagine, condotta da Marzuki Darusman, ex procuratore generale indonesiano, coadiuvato da due esperti di questioni di genere (Radhika Coomaraswamy) e dell’infanzia (Christopher Sidoti), sono le popolazioni rohingya, kachin e shan: tre comunità cui i militari birmani hanno dichiarato guerra. La più nota è la vicenda dei Rohingya, minoranza musulmana che, al contrario di Kachin e Shan, non ha nemmeno diritto alla riconoscimento della cittadinanza birmana e che è stata bollata come una comunità di immigrati bangladesi. Vessati al punto da soffrire in soli 12 mesi la morte di più di 6mila persone (così dice Medici senza frontiere) e la fuga forzata in Bangladesh di oltre 700mila. Condanne e sdegno sono noti da tempo e la parola genocidio era già stata usata ma non in forma così forte e argomentata. Tanto argomentata che il rapporto – che sarà ufficialmente presentato a Ginevra il 18 settembre – chiede alla Corte penale internazionale dell’Aja (Icc) di aprire un fascicolo contro il capo dell’esercito birmano, generalissimo Min Aung Hlaing, e cinque altri alti gradi di cui si fanno nomi e cognomi, accompagnati da una lista di imputati di minor rango che la Commissione consegnerà alla Corte.

Al tribunale con sede all’Aja non aspettano altro: solo alcuni giorni fa il Myanmar aveva vietato alla procuratrice generale Fatou Bensouda il diritto di poter investigare i crimini sui Rohingya perché i birmani non hanno mai sottoscritto l’accordo che ha creato l’ Icc a Roma nel 1998. Ma ora il rapporto consiglia di istituire un Tribunale ad hoc che non ha bisogno di un sì dalla capitale birmana. Certo, i generali potranno non presentarsi alla sbarra. Ma se condannati in contumacia non potranno mai più varcare una frontiera dove l’Interpol abbia mandato per arrestarli. Un’ombra che si allunga persino sulla Nobel Aung San Suu Kyi.

L'Alto Commissario Onu
Al Hussein. Sopra: Hlaing
Non è lei, la de facto premier del Paese, ad aver perpetrato gli omicidi di massa, le violenze sessuali pubbliche e ripetute, gli abusi sui minori, gli incendi dei campi e dei villaggi in quello che il rapporto chiama un “piano di distruzione” architettato con precisione e determinazione. Certo non è stata lei a dire, come ha fatto il generale Hlaing, che andava “terminato il lavoro incompiuto” per risolvere “il problema sopportato troppo a lungo dei bengalesi (i rohingya)”. Ma lei e il suo governo, al netto dell’impunità e dell’autonomia che la Costituzione birmana riconosce a Tatmadaw (le Forze armate), sono rimasti zitti: un’ “omissione” che non ha fatto valere quantomeno l’autorità morale che poteva tentare almeno di arginare o prevenire quegli eventi. La condanna è grave perché attiene a un’inazione ingiustificata anche se il documento sembra riconoscerle attenuanti che non esonerano però né lei né il suo governo dalle responsabilità. Il rapporto chiede dunque al Consiglio della Commissione Onu di farsi portavoce dell’esigenza che ora agisca la comunità internazionale con le armi che ha: il tribunale dell’Aja. Che potrebbe dunque chiamare alla sbarra anche la Nobel la cui immagine di eroina dei diritti umani si è stinta con l’andare degli eventi fino a restituire quella di chi è colpevole di aver avallato l’opera dei militari.

Darusman e i suoi collaboratori non hanno mai messo piede in Myanmar. Ci hanno provato ma l’attesa ha partorito un topolino. Il lavoro però non è mancato, coadiuvato da altre indagini indipendenti che certo son servite a chiarire il quadro (l’ultima è la denuncia di Human Rights Watch sulle torture che subiscono i pochi profughi rientrati dal Bangladesh). Sono 875 le testimonianza dirette che documentano il pano dei militari: gli stupri, le fosse comuni e l’accaparramento delle terre. Una sola frase viene riportata dalla sintesi del rapporto che ieri Darusman ha reso pubblico a Ginevra. Quella di una donna che ha raccontato di essere stata fortunata: “Sono stata violentata solo da tre uomini”.

mercoledì 29 novembre 2017

La parola rohingya

Il papa e la Nobel in una foto tratta dal sito
dellaa Radio Vaticana. Il Consiglio cittadino
della città di Oxford ha appena
 ritirato a Suu Kyi un riconoscimento
Rohingya. Alla fine la parola proibita Francesco Bergoglio non la pronuncia. O perlomeno non la pronuncia in pubblico. Nella sua seconda giornata birmana papa Francesco, che ha incontrato il giorno prima per soli 15 minuti il generale più anziano e più alto in grado del Paese, viene ricevuto dalla Nobel Aung San Suu Kyi per ben 45. Colloquio privato e, con ogni probabilità, non troppo cerimoniale in cui il pontefice deve aver fatto riferimento al dramma della comunità rohingya per cui ha speso in passato parole forti, affacciato alla finestra del suo studio che dà su Piazza San Pietro. L’uomo che ha chiamato i rohingya “fratelli e sorelle” e che, dicevano allora fonti confidenziali, aveva già affrontato la vicenda con la Nobel in occasione della sua visita a Roma l’estate scorsa (quando Vaticano e Myanmar hanno riallacciato le relazioni diplomatiche), nel suo discorso pubblico ha sottolineato alcuni punti importanti, ribaditi anche nell’incontro con i responsabili religiosi. Il papa ha auspicato la costruzione di un “ordine sociale giusto, riconciliato e inclusivo” e ha ricordato (sono ormai pochi a farlo) l’importanza del ruolo dell’Onu. Ma soprattutto ha detto che: “Il futuro del Myanmar dev’essere la pace, una pace fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni membro della società, sul rispetto di ogni gruppo etnico e della sua identità, sul rispetto dello stato di diritto e di un ordine democratico che consenta a ciascun individuo e ad ogni gruppo – nessuno escluso – di offrire il suo legittimo contri buto al bene comune”. Il discorso è chiaro e lo è, soprattutto, quell’inciso (nessuno escluso) che equivale, seppur in linguaggio diplomatico, a pronunciare la parola “rohingya”. “Le differenze religiose – aggiunge il pontefice – non devono essere fonte di divisione e di diffidenza ma piuttosto una forza per l’unità, per il perdono, per la tolleranza.”. E’ un concetto che riprende anche con gli esponenti delle varie comunità religiose cui parla di un “coro delle differenze” dove la diversità diventa una ricchezza. Nel gruppo ci sono anche tre leader musulmani.

venerdì 24 novembre 2017

Accordo sui rohingya

La firma del protocollo in una foto del DailyStar di Dacca
Bangladesh e Myanmar firmano un protocollo per il rientro della minoranza. Ma senza una data. Il controesodo dovrebbe iniziare entro la fine di gennaio

C’è un accordo tra Bangladesh e Myanmar per il rientro dei rohingya scacciati dal Paese delle mille pagode e dell’infinita compassione. C’è un accordo che per ora è un pezzo di carta e che non ha nemmeno una data certa entro la quale dovrebbe ricomporsi l’esodo più massiccio della Storia recente da un Paese non in conflitto.

Il confine col Bangladesh sul fiume Naf
e gli incendi rilevati dal satellite nel Rakhine
L’accordo è stato firmato ieri mattina nell’ufficio della Nobel Aung San Suu Kyi, sotto pressione da mesi: da quando a fine agosto è iniziato l’esodo forzato che ha catapultato in Bangladesh oltre 600mila rohingya, la minoranza musulmana senza diritti che in Myanmar non ha nemmeno quello di chiamarsi così. I “senza nome”, ammassati in campi che sono in condizioni spaventose – come finalmente si comincia a documentare con una certa costanza – dovrebbero cominciare a rientrare -prevede il protocollo siglato dalla Nobel e dal ministro degli Esteri di Dacca Mahmood Ali – entro due mesi. Per il Bangladesh è una vittoria e ieri la premier Sheikh Hasina ha rinnovato il suo invito a Naypyidaw a far si che i rohingya tornino a casa. Ai 625 mila arrivati da agosto ne vanno infatti aggiunti forse un altro mezzo milione che, nei decenni, hanno scelto la via che passa dal fiume Naf e che porta in Bangladesh.

lunedì 16 ottobre 2017

Un'agenzia birmana per aiutare i rohingya: buona idea o foglia di fico?

Devo alla collega Francesca Lancini di Lifegate* una notizia che mi era sfuggita: il Guadian ha reso noto che Aung San Suu Kyi intende creare una agenzia civile, cioè senza aiuto dei militari, che si occupi di alleviare la condizione dei rohingya in accordo con le agenzie umanitarie internazionali. Una buona scelta o una foglia di fico? Un fatto è certo: se Aung San Suu Kyi tira troppo la corda, i militari usciranno dalle caserme e per lei e qualche decina di milioni di birmani scatteranno le manette. Bisogna essere prudenti e questo prezioso articolo di Irrawaddy spiega bene perché: i militari possono, per Costituzione, esautorare un governo civile e dichiarare lo stato di emergenza nazionale. Non è però cosi facile così come non è stato possibile dichiararlo nel Rakhine dove l'esercito voleva lo stato di emergenza e Suu Kyi si è opposta. Ma bisogna purtroppo farsi altre domande: cosa può fare questa agenzia umanitaria birmana? Per aiutare chi e dove? Aiutare gli oltre 530mila rohingya ormai in Bangladesh o quel mezzo milione che ancora non è stato cacciato e vive presumibilmente nella paura? Palliativi.

Penso che quanto Suu Kyi sta facendo sia qualcosa che si può comprendere anche se tutto ciò non giustifica il suo operato. Sono contrario alla campagna per la restituzione del Nobel e sono contrario alle sue dimissioni ma penso che il suo comportamento vada censurato anche se ci sono diversi motivi che rendono comprensibile il suo modo di agire. Si può comprendere ma non si può giustificare. Quello dei rohingya è l'esodo più imponente da un Paese non in conflitto che la storia recente ricordi. Circondato da un assordante silenzio rotto solo dal dolore degli uomini e donne invisibili che attraversano, ormai da un anno, la frontiera maledetta sul fiume Naf.

* A questo link un articolo ben documentato di Francesca sul land grabbing in Myanmar

mercoledì 20 settembre 2017

Fantasmi birmani

Dopo un’attesa durata settimane la Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, sotto i riflettori della cronaca per l’esodo forzato di oltre 400mila rohingya, ha preso la parola e affrontato la questione. Sotto gli occhi delle telecamere e dei parlamentari e militari del Myanmar nel quale conta più di un nemico. L’attesa non è stata tradita e la leader de facto del governo birmano ha affrontato la questione con un lungo discorso, per certi versi anche coraggioso, ma che in sostanza ha difeso l’operato dell’esercito e messo davanti a tutto la stabilità del suo Paese. Un Paese sempre minacciato dal rischio di un golpe militare che non sarebbe nemmeno tale visto che la Costituzione lo prevede in caso la sicurezza nazionale sia compromessa. Suu Kyi dice che il suo governo non teme il "controllo internazionale" sulla gestione della crisi e ha dichiarato di sentirsi profondamente colpita per la sofferenza di "tutte le persone" imprigionate nel conflitto; che il Myanmar è comunque "impegnato in una soluzione sostenibile ... per tutte le comunità". Ha infine detto che non ci sono state “operazioni di pulizia”, la terribile accusa che è piovuta dall’Onu quando il Myanmar è stato appunto accusato di pulizia etnica.

Poche ore dopo il suo discorso, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra – da cui l’accusa è piovuta - ha chiesto l'accesso completo alla regione in modo da poter indagare la situazione "con i propri occhi". Il suo messaggio al parlamento (con un discorso in inglese) è stato giudicato insufficiente da Amnesty International, che ha lamentato l’assenza di un riferimento diretto ed esplicito al ruolo dell’esercito nelle violenze nel Paese. Human Rights Watch dal canto suo continua invece a testimoniare il contrario di quanto il governo vorrebbe far credere (Suu Kyi ha detto che la maggior parte del Rakhine è in pace) perché, stando all’organizzazione, ci sono ancora “colonne di fumo che si levano dallo Stato del Rakhine”.

Ma l’aspetto forse più inquietante del discorso della Nobel è che non ha mai usato il termine “rohingya”, il nome della comunità che in Myanmar è un tabù perché la minoranza musulmana perseguitata (e ormai ridotta al lumicino dopo l’ennesimo esodo in Bangladesh) viene considerata solo una popolazione di immigrati illegali dal Bengala.



Il video integrale del discorso della Nobel ripreso da Al Jazeera


Vero è che il discorso pubblico richiedeva coraggio in un Paese dove il neo governo civile e democratico è sotto il tiro incrociato dei partiti di opposizione ma soprattutto dei militari. Ci voleva dunque coraggio a citare la missione affidata mesi fa a Kofi Annan che ha chiesto al Myanmar nel suo rapporto di rivedere la legge sulla cittadinanza che vieta ai rohingya di essere “birmani”. Un rapporto che il capo dell’esercito ha rigettato considerandolo “parziale” e per il quale Suu Kyi è stata accusata di avallare chi rema contro la stabilità del Paese. L’equilibrio è difficile: il ministro degli Esteri britannico, Boris Johnson, nel ribadire la posizione del suo Paese, lo ha messo in luce: “Non possiamo assistere al ritorno di un regime militare” ed è dunque “vitale che Aung San Suu Kyi e il governo civile dicano chiaramente che questi abusi devono finire”. Una sorta di contraddizione in termini che rivela quanto la faglia sia sottile.

L’anno scorso, all’Assemblea generale delle Nazioni unite, la leader birmana aveva promesso di difendere i diritti delle minoranze e promesso anche impegno contro pregiudizi e intolleranza. Ma quest’anno, anche se il Myanmar non teme il “controllo internazionale”, la Nobel a New York non c’è. Per evitare imbarazzi e, alla fine, tener buoni i militari.


giovedì 7 settembre 2017

Rohingya? Una montagna di bugie dice Suu Kyi

Mentre Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace e ministro degli Esteri del Myanmar, liquida la questione rohingya come un "enorme iceberg di disinformazione", fonti del governo di Dacca citate dalla stampa locale accusano i soldati birmani di aver disseminato mine antiuomo lungo il confine col Bangladesh per impedire ai profughi di far ritorno nel “loro” Paese. Il governo di Dacca ha consegnato ieri pomeriggio una protesta formale ai diplomatici di Naypyidaw e, anche se nelle note ufficiali non si fa menzione di ordigni, nell'incontro al ministero degli Esteri della capitale bangladese la questione sarebbe stata affrontata. Se la notizia fosse confermata (cioè causando vittime) sarebbe di estrema gravità proprio nel momento in cui le prime reazioni alla persecuzione della minoranza musulmana del Myanamr cominciano sempre di più a travalicare i confini nazionali dei due Stati coinvolti: il Myanmar che caccia e il Bangladesh che accoglie. Il flusso dei profughi si sarebbe attestato a oltre 10mila unità al giorno e, secondo le Nazioni unite, martedi scorso il bilancio sarebbe già stato di 125mila. Non è però chiaro quanti riescano di fatto a passare il fiume Naf che divide come frontiera i due Paesi: molti sarebbero infatti imprigionati nello no man's land tra i due Stati asiatici.

martedì 29 agosto 2017

Rohingya, fuga senza fine

 Sembra che si chiami Francesco Bergoglio l’ultima speranza dei Rohingya, minoranza musulmana in fuga dal suo Paese e ora respinta sia dal Bangladesh che ha chiuso le frontiere sia dall’India che ne minaccia l’espulsione. Ma il pontefice, che dopo aver ricordato all’Angelus la tragedia birmana e fatto sapere a sorpresa ieri mattina che andrà in Myanmar e in Bangladesh, inizierà il suo viaggio solo il 27 novembre: mancano tre mesi, un tempo sufficiente a ridurre al minimo questa minoranza ormai così vessata e strangolata dalla violenza che ormai i suoi numeri in Myanmar sono ridotti al lumicino.

sabato 26 agosto 2017

Nuove violenze nel Rakhine birmano

Nelle prime ore della giornata di ieri un attacco congiunto su una trentina di obiettivi militari nella Birmania occidentale ha scatenato l’ennesima ondata di violenza nello Stato del Rakhine. La regione è sede anche della minoranza musulmana dei Rohingya nel Paese a maggioranza buddista dove la Lega per la democrazia di Aung San Suu Kyi è al governo ma sotto la spada di Damocle di un ancora forte potere militare. L’attacco coordinato è avvenuto nelle aree di Maungdaw, Buthidaung e Rathedaung dopo un’escalation di violenze seguite, nelle ultime settimane, a un ennesimo invio di soldati nella regione che avrebbe spinto alla fuga verso il Bangladesh migliaia di Rohingya, andati a ingrossare le fila di una massa di profughi che da ottobre scorso conta nel Paese vicino già oltre 80mila nuovi rifugiati. Nello stesso periodo di sarebbero verificate nel Rakihine violenze anche contro monaci buddisti, molti dei quali poi evacuati.

Gli scontri di ieri, rivendicati da una sigla nazionalista rohingya - Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa) che ha dato notizia delle azioni via twitter – si sarebbero conclusi con un bilancio – secondo fonti governative - di oltre 80 morti: dieci poliziotti, un soldato, undici agenti della sicurezza, un ufficiale dell’immigrazione e 59 sospetti militanti dei circa 150 che, dalla una del mattino, avrebbero scatenato l’attacco. Le Nazioni Unite hanno chiesto alle parti di astenersi da nuove violenze, ormai cicliche nello Stato di Rakhine.

venerdì 7 aprile 2017

“I rohingya possono tornare”

Per la prima volta la Nobel birmana si difende ma prende posizione: “Non è pulizia etnica. Se
rientrano sono i benvenuti”

Nella prima dichiarazione pubblica da che il dramma dei rohingya birmani si è trasformato in un
esodo di massa verso il Bangladesh dopo gli incidenti alla frontiera nell’ottobre scorso, Aung San Suu Kyi, in un’intervista alla Bbc, nega la “pulizia etnica” e non prende posizione sulla campagna militare ma sostiene però che il suo Paese è pronto ad accogliere chi vorrà tornare e che gli sarà garantita la sicurezza necessaria. “Chi torna è il benvenuto”, dice la signora in giallo, che questa volta sfoggia un elegante abito verde (il colore dell’islam per paradosso): riceve il giornalista della Bbc Fergal Keane con cui affronta le difficoltà della transizione, il processo di pace e, dopo qualche minuto, le vicenda rohingya. Suu Kyi si difende dall’accusa di aver taciuto sostenendo al contrario di aver preso misure incaricando Kofi Annan di una missione specifica e di avere, col suo governo, iniziato un percorso di verifica sulla cittadinanza. Nega che si possa usare il termine “pulizia etnica” (che lo stesso Annan si è rifiutato di utilizzare) e, non condannandoli, la Nobel finisce per giustificare l’operato dei militari (accusati di stupri, violenze, uccisioni e incendi di villaggi) ma, in più di un passaggio, torna sul concetto di cittadinanza. Non dice direttamente che spetti ai rohingya ma insistere su questo punto diventa rilevante: qualche giorno fa infatti, i militari hanno preso posizione proprio sul tasto più controverso: la nazionalità dei musulmani rohingya in Myanamr.

Dopo che la missione di Kofi Annan, voluta da Aung San Suu Kyi per metter fine alle polemiche sull'espulsione dei rohingya, è stata resa pubblica con la richiesta di svuotare i campi profughi nello stato del Rakhine, un'indispettita casta militare che, benché al governo ci siano i civili pare aver sempre l'ultima parola, ha detto la sua. In risposta al rapporto dell'ex segretario generale il capo dell'esercito birmano, generale Min Aung Hlaing, ha sottolineato con parole chiare che i rohingya in Myanmar non ci sono e che quelli che ci sono, restano degli “immigrati bangladesi” senza diritto di cittadinanza birmana. E' la parola fine cui segue il silenzio di sempre a cominciare dalla leadership civile nel Paese, oppressa dal timore di un colpo di coda degli uomini in divisa. Nonostante le prese di posizione forti alle Nazioni Unite (il rapporto di Annan è piuttosto blando ma le denunce dell'Onu non sono mancate specie dalla Commissione diritti umani e dall’Unhcr), le parole del generale sembrano chiudere il capitolo in modo definitivo. Ma ecco che, a distanza di una settimana Suu Kyi puntualizza. Lo fa in punta di coltello, attenta a non dire una parola di troppo ma sottolinea il ruolo del governo civile e, seppur senza attaccarli direttamente, risponde ai militari. Si difende ma apre: "Pulizia etnica – dice - è una parola troppo forte… è una questione di persone su diversi lati dello spartiacque e questo divario stiamo cercando di chiuderlo... saremo felici se faranno ritorno”. C’è da capire se da cittadini o no.

domenica 8 gennaio 2017

Quel silenzio color zafferano

Fece scalpore anni fa un articolo su Aung San Suu Kyi, allora icona della resistenza ai militari, uscito sull’autorevole e paludato Journal de Geneve. Il quotidiano della città svizzera tagliava a fette la Signora in giallo, rea di esser la figlia di un'élite che, come altrove nel mondo, poteva educare i suoi pargoli nelle università britanniche per poi farli giocare alla rivoluzione. Ma Aung San, non ancora Nobel per la pace e con un futuro di perenni arresti domiciliari, era si figlia dell’élite (suo padre era stato l’eroe della resistenza antigiapponese) ma alla rivoluzione proprio non giocava. Nel 1988, i militari birmani al potere dal 1962, ancorché richiamandosi a un vago principio socialista, avevano annegato nel sangue l’ennesima rivolta e Aung San iniziava a essere molto di più che la semplice icona di una resistenza al regime. La donna aveva coraggio da vendere e una volontà di ferro mascherati da un sorriso disarmante. Nobel dal 1991, li doveva dimostrare nel 1999 quando il marito inglese giaceva moribondo in un letto europeo. I militari le diedero il permesso di espatriare per l’ultimo saluto ma lei rifiutò. Sapeva che uscire significava mai più rientrare.
A trent’anni di distanza Aung San, per anni beniamina di ogni amante della libertà e dei diritti, è ancora nel mirino. Davanti al dramma di una minoranza bistrattata nel Paese di cui è alla guida (non è premier ma è come se lo fosse) è rimasta zitta. Non una parola o meglio qualche farfugliamento sbrigativo. Tutti le hanno dato addosso e, certamente, con motivo. Perché tace? Calcolo politico? Odio atavico per i musulmani? Condivisione del peggior istinto di alcuni monaci (tra cui il noto Ashin Wirathu)?

Ashin Wirathu monaco
Un funzionario della diplomazia italiana allarga le braccia: «Fa quello che può, perché dall’altra parte c’è il rischio di un colpo di Stato». Non solo dunque uno scontro con potere politico ancora fortissimo ma il rischio di un colpo di coda sempre in agguato. Un segnale, e i soldatini uscirebbero dalle caserme. Quando nel 2015 la sua lega per la democrazia vince le elezioni si apre inevitabilmente una transizione difficile, caratterizzata da una coabitazione forzata da leggi che garantiscono ai militari un quarto dei parlamentari e da un braccio di ferro che imporrà per gli uomini in mimetica Interni, Difesa e Frontiere, tre ministeri chiave per gestire un Paese ormai in mano ai civili.

sabato 10 dicembre 2016

Quando il silenzio non è d'oro

Lo Stato di Rakhine al confine occidentale
Una situazione insostenibile con oltre 20mila profughi ammassati in Bangladesh. Denunce ripetute di
violenze e omicidi a danni di civili in un clima di caccia all’uomo. E divieto per le organizzazioni umanitarie di rifornire i campi profughi allestiti nello Stato occidentale birmano del Rakhine (Arakan). E’ la storia che da ottobre avvolge l’ennesima epopea dei Rohingya e su cui grava il silenzio della paladina dei diritti per eccellenza: Aung San Suu Kyi.

Vijay Nambiar, consigliere del segretario generale dell’Onu per il Myanmar, l’ha invitata ieri a recarsi di persona a Maungdaw e Buthidaung, le due zone calde del Nordest del Rakhine, lo Stato dove vive la minoranza dei Rohingya da diversi mesi sotto il tallone di ferro dell’esercito birmano. E’ solo l’ultima delle voci che tentano quella che appare ormai come un’impossibile mediazione tra le legittime ragioni della minoranza musulmana nel Paese buddista per eccellenza, le aspirazioni democratiche del primo governo civile del Paese e la tradizione della casta militare che di fatto continua a decidere in tema di sicurezza e repressione.

mercoledì 2 novembre 2016

Rohyniga, un mese di silenzio

La situazione che ormai da un mese ha fatto un inferno del confine birmano bangladese, dove vive la minoranza musulmana dei Rohyngia, sta letteralmente esplodendo nelle mani di Aug san Suu Kyi, la Nobel birmana che è formalmente una consulente del governo e ministro degli Esteri ma de facto la protagonista della politica civile in un Paese che sta facendo i conti con la difficile transizione da regime militare a nuovo modello di democrazia asiatica. In Giappone in questi giorni e appena tornata da un viaggio in India (e, prima, da un incontro con Barack Obama), la donna diventata famosa per il suo coraggio nella difesa dei diritti viene adesso accusata di un eccessivo attivismo diplomatico, volto a trovare finanziamenti per il suo Paese, che sembra però allontanarla dai problemi interni: più o meno sottovoce c’è chi la accusa – sul dossier Rohyngia - di girarsi dall’altra parte o, peggio, di sostenere la linea dei militari con cui il suo partito, la Lega per la democrazia, condivide il potere in una difficile convivenza.
Proprio durante il suo viaggio americano Suu Kyi aveva detto al Washington Post che la situazione nello stato di Rakhine «richiedeva tempo», ma ormai le operazioni militari in quest’area del Paese hanno praticamente sigillato la zona da un mese, impedendo non solo aiuti umanitari agli sfollati Rohyngia (già vittime di pogrom anti musulmani in passato) ma vietando a giornalisti o attivisti di monitorare quanto accade. All’agenzia Reuters, diversi testimoni hanno confermato violenze e intimidazioni, stupri e minacce. Tutto è cominciato quando un gruppo islamista ha attaccato il 9 ottobre una postazione militare. Da quel momento si è scatenata una repressione furiosa per dare la caccia agli islamisti ma con diverse decine di morti, arresti e patenti violazioni. Suu Kyi ha inizialmente sostenuto la tesi dei militari e cioè quella di una giusta reazione contro le incursioni oltre frontiera di jihadisti allenati all’estero, ma poi – mentre scarse ma puntuali notizie denunciavano l’aggravarsi della situazione – si è chiusa in un pesante silenzio.

venerdì 21 ottobre 2016

Rohyngia nel mirino: niente cibo per i musulmani birmani

Anche la Nobel discrimina la minoranza
musulmana del Myanmar
Non c'è pace per i Rohyngia del Myanmar. La piccola comunità (un milione di persone) - che lo Stato a maggioranza buddista ha deciso di chiamare non col loro nome ma definendoli solo "gente che professa l'islam" - è oggetto di una nuova discriminazione da quando l'esercito ha circondato un'area dove si nasconderebbe un gruppo islamico armato ma impedendo di fatto alle agenzie umanitarie di prestare soccorso e aiuti alimenti ad almeno 80mila persone, sfollate dopo gli incidenti settari del 2012.

L'escalation contro la comunità, che non ha diritto di cittadinanza e rappresentanza in parlamento e verso la quale anche la Nobel Aung San Suu Kyi non dimostra alcuna attenzione, data dalle recenti azioni di Aqa Mul Mujahidin, un gruppo armato di circa 400 combattenti che si è già scontrato con le forze di sicurezza che ora gli danno la caccia nel Nord dello Stato di Rakhine, al confine col Bangladesh. L’organizzazione che secondo il governo sarebbe legata al Rohingya Solidarity Organization – gruppo armato smantellato - sarebbe guidata dal 45enne Havistoohar, di un villaggio dell’area di Maungdaw, che sarebbe stato in Pakistan con i talebani e riceverebbe finanziamenti dal Medio Oriente.

giovedì 1 settembre 2016

La posta in gioco a Naypyidaw

Centinaia di delegati delle minoranze etniche e dei gruppi armati in lotta da sempre col governo centrale birmano hanno partecipato ieri all’apertura della 21ma Conferenza di Panglong, dal nome della città dove nel 1947 si celebrò il primo incontro. Che dal ‘47 se ne siano tenuti solo una ventina la dice lunga sulla distanza tra il centro e la periferia ma il fatto che la Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, ora al governo del Paese, sia riuscita in pochi mesi dalla sua vittoria elettorale in novembre a convocarla – pur suscitando qualche polemica tra chi l’ha vissuta ancora come un'imposizione dal centro – la dice lunga sulla volontà di sistemare le cose in un Paese con 135 gruppi etnici riconosciuti per legge e oltre una ventina di gruppi armati secessionisti di cui 17 partecipano agli incontri nella capitale.

Nel febbraio del 1947 a Panglong – nello Stato Shan, 700 chilometri a Nord di Ranggon - ci provò per la prima volta il padre di Aung San Suu Kyi, il generale Aung San: sul piatto c’era l’indipendenza dagli inglesi. E il patto siglato a Panglong era che, in cambio di un'alleanza anti britannica, il nuovo corso post coloniale avrebbe riconosciuto agli alleati sia una base legale sia la possibilità di secedere. Ma dopo l’indipendenza dal Regno unito nel 1948, e con Aung San già assassinato dai sicari dei suoi avversari politici nel luglio del ‘47, il patto fu tradito. Il pugno divenne anzi assai duro con un potere militare diventato la cornice istituzionale del Paese.

mercoledì 16 marzo 2016

Un "presidente civile" per Myanmar

Il primo giorno del prossimo mese di aprile il Myanmar avrà, dopo più di cinquant'anni di regime militare, un presidente in abiti civili. Si chiama Htin Kyaw, ha settant'anni, gode della stima di molti birmani e – quel che fa la differenza – della piena fiducia di Aung San Suu Kyi, la vera vincitrice di questa vicenda che si trascina da anni attraverso arresti domiciliari per lei e una persecuzione mirata degli uomini e delle donne del suo partito, la Lega nazionale per la democrazia (Lnd). La gestazione di questa elezione è stata lunga e, si può ben dire, sofferta. Comincia nel novembre scorso (ben prima in realtà) quando la Lega fa il pieno alle elezioni parlamentari. Un successo a valanga, senza brogli e intimidazioni. Con qualche ombra ma, in sostanza, col marchio della trasparenza e della legalità sul voto popolare. La maggioranza in parlamento può dunque permettersi di non temere più la presenza dei militari che hanno comunque il 25% dei seggi garantiti e un indiretto potere di veto sul cambiamento della Costituzione, che si può modificare solo col 75% del voto parlamentare.