Visualizzazioni ultimo mese

Cerca nel blog

Translate

Visualizzazione post con etichetta sciopero. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sciopero. Mostra tutti i post

domenica 25 settembre 2016

Hei, c'è un cane che ha morso un uomo

Ci sono notizie di serie A e notizie ritenute di serie B che non leggeremo mai anche se riguardano milioni di lavoratori indiani nello sciopero quantitativamente più grande del mondo. Milioni di bambini in fuga. Milioni di afgani sfollati. Milioni di risarcimenti che non arrivano. Oscurati dall’arrivo sul mercato del nuovo iPhone o dalla somiglianza con una star

Dice un vecchio adagio che se un cane morde un uomo non è una notizia ma solo un fatto logico e abitudinario. Se invece un uomo morde un cane allora c’è quell'elemento di “notiziabilità” che le fa meritare un titolo. Anche in prima pagina. Ma non è vero. Se, come dicono i manuali di giornalismo, una notizia è tale se è una novità, se è importante per il grande pubblico, curiosa, stimolante e numericamente consistente, allora c’è qualcosa che non va nell’informazione mainstream. Forse è sempre stato così, perché dietro alla pubblicazione di una “notizia”, c’è sempre una scelta umana, ma oggi può bastare la nascita dell'ultimo telefonino per oscurare 150 milioni di indiani in sciopero o la somiglianza con Angiolina Jolie per far apparire la giovane curda Asia Ramazan Antar la clone di una star e non una combattente che ha sacrificato la vita per difendere la sua gente. Moralismo? No, solo senso della realtà e… della notizia. Facciamo qualche esempio. Esempi che hanno – non sempre – scatenato di recente sane e furiose reazioni in Rete, nel mondo virtuale dove girano valanghe di bufale ma anche un’attenzione critica che prima non aveva canali per esprimersi....  (segue)

venerdì 16 luglio 2010

BAVAGLIO AFGANO

L'Afghanistan come l'Italia, Kabul come Roma? A meno di dieci giorni dalla “giornata del silenzio” che ha attraversato quotidiani, Tv, radio e siti internet italiani contro il ddl Alfano, adesso i giornalisti afgani stanno per muoversi nella stessa direzione. Per un'intera giornata, spalleggiati da un consistente gruppo di associazioni della società civile, i quotidiani afgani rischiano di uscire con le pagine bianche mentre a radio e Tv spetterebbe oscurare le notizie in voce e i servizi filmati nelle ore tradizionali del notiziario. Con un messaggio che, grosso modo, suona così: “Senza una legge sull'informazione non avrete l'informazione di cui avete bisogno”.
La corsa a un'edizione afgana della giornata del silenzio è già cominciata e oggi pomeriggio a Kabul dovrebbero essere definite modalità, tempi e date di una campagna di stampa che si preannuncia una novità assoluta in Afghanistan.

Sembrano divertiti i giornalisti afgani che, in una delle riunioni preliminari di questi giorni, accolgono il collega italiano con la simpatia per chi combatte una battaglia comune: perché fin qui sono arrivati gli echi dei post it, dei siti listati a lutto, delle pagine bianche che hanno costellato l'italica opposizione alla legge bavaglio. Qua però, la lotta che, come avviene da noi, avrà nel black out dei media solo l'inizio di una lunga campagna, non è contro una legge ma per averne una. In Afghanistan l'accesso all'informazione pubblica è infatti praticamente inesistente. Il che non riguarda solo la legge sui servizi segreti, così segreta, come i servizi stessi, che non si può sapere cosa reciti: qui è un segreto il catasto, gli archivi, la documentazione di base. Non parliamo poi di poter visionare il decreto che, ad esempio, ha appena regolato il trasferimento delle competenze ai cinesi per gli sfruttamenti minerari. Ce n'è dunque per tutti: dal giornalista d'inchiesta al comune cittadino che vorrebbe sapere qualcosa del suo certificato di proprietà fondiaria, uno dei drammi dell'odierno Afghanistan dove la guerra ha dato una mano a distruggere il fragile catasto messo in piedi a suo tempo dall'ultimo re, Zaher Shah.

In queste ore, e sfruttando abilmente la presenza della stampa estera (in questo momento nutrita schiera per via della Conferenza dei donatori che si svolge martedi a Kabul), si fa la conta. L'altro ieri mattina è arrivata l'adesione di Tolo Tv, il colosso mediatico cui il New Yorker ha appena dedicato un servizio chilometrico. Ci sono già Saba, Outlook, Killid Group, Internews, Afghan Melli, per citare alcune tra le testate, in dari pashto o inglese, che già hanno aderito. Con gli altri è passa parola, telefonate, e-mail, riunioni. Ma non ci sono solo agenzie, Tv, quotidiani e radio. La pattuglia della società civile è consistente: Afghan Women's Network e Women lawyer association – per citarne alcune – Integrity Watch Afghanistan, il Forum della società civile Acsf (che tiene un incontro pubblico in questi giorni). Per ora non c'è stranamente Acbar (le rete di Ong afgane e internazionali) mentre è invece tra i promotori la Cshrn, network che si occupa di diritti umani e che dal 2006 sta lavorando a un disegno di legge che giornali e cittadini vorrebbero discusso in parlamento. Il draft della legge sta già circolando e dovrebbe essere ultimato per metà marzo 2011. C'è tempo dunque perché il parlamento decida di accoglierlo e discuterlo. Ma c'è anche tempo per fare pressione per dotare l'Afghanistan di una legislazione adeguata sull'accesso all'informazione.

Chissà che Kabul non finisca per dare una lezione a Roma.

domenica 11 luglio 2010

SE A SCIOPERARE E' L'AMBASCIATORE



Tra il dire e il fare di solito c'è di mezzo il mare. Ma questa volta, tra dire "sciopero" e fare "sciopero" c'è di mezzo il Mae, ossia il ministero degli Affari esteri dove questa protesta, specie se c'entrano i diplomatici e non i funzionari dell'area amministrativa, è davvero inusuale. Il governo Berlusconi raggiungerà così un nuovo primato: far mettere le braccia conserte anche alle feluche, ai nostri rappresentanti ufficiali all'estero.

Il 26 luglio infatti i diplomatici sciopereranno contro la manovra economica, della quale, scrive in una nota il sindacato dei diplomatici (Sndmae), "non possono accettare quei tagli, alle risorse ed al funzionamento della loro carriera di servitori del Paese, che di fatto preludono allo smantellamento della Farnesina". Parole, verrebbe da chiosare, tutt'altro che diplomatiche. In realtà, soprattutto all'estero, sarà uno "sciopero bianco" ma l'effetto di immagine non sarà meno forte; e anche se a Kabul o a Washington la nostra ambasciata resterà in funzione, tutti sapranno che lo è solo per senso di responsabilità.

Le feluche se la pigliano proprio con l'ultima uscita estera del premier e scrivono: “Il punto percentuale di Pil che il Presidente Berlusconi ha legittimamente rivendicato al termine della sua ultima missione nelle Americhe vuol dire più crescita e speranza per i giovani, le famiglie, le imprese. Quel punto di Pil, come tanti altri risultati quotidiani della proiezione economica, oltre che politica e culturale, dell'Italia nel mondo, non sarebbe, tuttavia, stato mai raccolto senza il lavoro assiduo, determinato, spesso testardo, senza il lavoro da professionisti dei nostri diplomatici". Insomma una rivendicazione in piena regola dei propri meriti che la Finanziaria non vuol tenere in conto. Non dunque mera rivalsa contro i tagli economici alle carriere.

Per Berlusconi e Tremonti si apre dunque anche il fronte Farnesina. Che ne penserà Bossi?

Qualche diplomatico ricorda malignamente che le Regioni italiane aprono rappresentanze un po' ovunque. Ma visto come stanno le cose sembra una guerra tra poveri. Una guerra di rivendicazioni che sembra ormai attraversare tutta la società e le professionalità del Belpaese. Si potrebbe suggerire al premier di chiudere direttamente tutte le nostre legazioni all'estero. Così si eviterebbe all'Italia di fare, tra scioperi e lamentele persino di ambasciatori disfattisti, l'ennesima brutta figura.