Se come sostiene una recente pubblicazione di Arel – il centro studi fondato da Nino Andreatta – il Vietnam è “un laboratorio di successo” dove testare quel che resta della vivacità imprenditoriale italiana, il viaggio di Conte potrebbe essere una delle poche scelte sensate di un’amministrazione ormai nota solo per i litigi, la disumanità e i voltafaccia. I dati lo confermano: le nostre esportazioni in Vietnam hanno registrato nel 2018, stima la Farnesina, un aumento dell’11,16%, per un totale di 1,3 miliardi di euro il che fa del Belpaese il secondo esportatore europeo dopo la Germania. Le oltre 100 aziende italiane hanno investito lì quasi 350 milioni di euro con una novantina di progetti specie nel settore manifatturiero ma anche in quello dei macchinari, delle infrastrutture e (udite udite) delle energie rinnovabili. Il Vietnam ha diversi vantaggi: una legislazione per l’estero con scarsi lacciuoli, sconti per chi investe e una manodopera a basso costo che ha tra l’altro la grande qualità di non protestare. E’ un piccolo paradiso dove scalpitano giapponesi e tedeschi ma soprattutto i vecchi storici nemici: Stati Uniti e Cina. I vietnamiti (come cinesi e americani) sono pragmatici e la memorie delle guerre (con gli uni e con gli altri) è roba che si può dimenticare in un Paese per forza giovane dove l’eredità della “Guerra americana”, come la chiamano qui, si vede non solo nel lascito di diossina dell’agente Orange ma anche in una popolazione giovane (un terzo dei suoi 90 milioni è sotto i trent’anni) che con la nascita delle riforme del libero mercato iniziate nel 1986 (Doi Moi) ha tradotto in vietnamita il capitalismo autoritario inaugurato da Deng con lo sdoganamento della possibilità – gloriosa – di arricchirsi.
L’Italia ha sempre capito con un po’ di ritardo che il secolo dell’Asia era già iniziato da un pezzo, che la lontananza geografica si sarebbe sempre più
ridotta e che quegli animaletti gialli e straccioni sarebbero diventate tigri pimpanti. Abbiamo un’ambasciata ad Hanoi e a Bangkok. Non a Phnom Penh e Vientiane. Ma il povero Conte, con la controversa firma degli accordi con Pechino e ora col suo viaggio vietnamita, ha invece centrato uno dei pochi obiettivi di un governo che sarà ricordato soprattutto per i numerosi buchi nell’acqua. Sfrutta con saggezza le poche scelte intelligenti di politica asiatica tra cui il riconoscimento del Vietnam del Nord nel 1973 (col solo voto contrario – guarda guarda – del Movimento sociale italiano), dopo gli accordi di Parigi ma due anni prima della vera e propria fine della guerra. Un gesto apprezzato (spinto da comunisti e socialisti) perché fino ad allora parlavamo solo col governo golpista di Saigon.
Quell’apertura – che si riflette ancora oggi sui rapporti tra i due Paesi – aveva anche altri precedenti: le imponenti manifestazioni a sostegno del Vietnam (i cui striscioni campeggiano nel museo della guerra di Città Ho Chi Minh) e quel che fecero i camalli genovesi che – lo ricordava il manifesto qualche giorno fa – bloccarono l’attracco delle navi americane e, ancora, ne inviarono una – l’ "Australe" - carica di viveri e medicinali al porto vietnamita di Hai Phong. Certe cose non si dimenticano.
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venerdì 7 giugno 2019
martedì 3 giugno 2014
Una lettera aperta sull'Afghanistan per il ministro Mogherini
La lettera pubblicata oggi su il manifesto dall'associazione “Afgana”
![]() |
| Cinque domande alla titolare degli Esteri per capire se il governo intende cambiare passo |
Fin
qui, in Afghanistan la componente civile del sostegno internazionale
è stata subalterna a quella militare, che ha prevalso in termini di
risorse impiegate e di obiettivi programmatici. Nonostante le ingenti
risorse dedicate, lo strumento militare si è rivelato inefficace,
perfino controproducente, nel proteggere la popolazione, sconfiggere
i gruppi di opposizione armata, consolidare un governo democratico.
Il fallimento del paradigma adottato in Afghanistan - dove i Talebani
rimangono una forza tutt’altro che residuale e la percentuale delle
vittime civili continua a crescere - dimostra l’anacronismo
e la disfunzionalità dell’equazione che in politica internazionale
associa realismo e militarismo, l’idea cioè che la sicurezza e la
stabilità possano essere garantite e perseguite affidandosi alle
armi. La transizione afgana offre alla comunità internazionale
l’occasione di archiviare tale paradigma, in favore di uno
completamente diverso, fondato sulla cooperazione, la diplomazia, il
multilateralismo, la faticosa ricerca del dialogo e della
riconciliazione. Un paradigma che non veda più la politica estera
schiacciata o subalterna alla politica della difesa e che non riduca
più la politica della difesa alla semplice questione della
“sicurezza”. A partire dalla piena attuazione dell’articolo 11
della Costituzione e dal legame che esso stabilisce tra vocazione
pacifista e vocazione internazionalista del nostro paese, il governo
italiano potrebbe farsi promotore in Europa di questo nuovo
paradigma, evitando che la comunità internazionale ripeta i suoi
errori o che abdichi alle proprie responsabilità in un momento così
delicato per le sorti dell’Afghanistan.
Alla
luce di questi elementi di discussione, ci rivolgiamo al ministro
degli Esteri, Federica Mogherini – che nel corso degli anni, da
deputato, ha dimostrato sincero interesse per gli sforzi compiuti in
ambito civile in Afghanistan – per sapere: 1) quale sia la
strategia del governo italiano per l’Afghanistan nella fase
successiva al compimento della missione Isaf; 2) se il governo
italiano intenda favorire una posizione comune sull’Afghanistan in
sede europea e un maggior protagonismo delle Nazioni Unite; 3) quali
iniziative intenda assumere il governo italiano per favorire il
processo di pace e riconciliazione; 4) quali iniziative intenda
assumere il governo per favorire la società civile afgana; 5) quali
iniziative intenda assumere il governo per sostenere le attività
svolte dalle Ong italiane che operano in Afghanistan.
martedì 8 aprile 2014
Diplomazia e garantismo. Prudenza e rigore. Cosa mi fa pensare il caso Bosio
Nell'estate
del 1974 offrii una cena a un bambino di strada di Kathmandu. Avevo
20 anni e lui forse 12 o 13. Era coperto di stracci e aveva commosso
la mia anima di giovane viaggiatore solidale. Mangiò “a quattro palmenti”, come
avrebbe detto mia madre, e alla fine del pasto mi seguì sin sulla
soglia dell'albergo. Voleva dormire lì, con me, al riparo almeno
per una notte, forse due. Stavo per cedere a quella richiesta
straziante, convinto che almeno per due giorni la sua vita sarebbe
stata diversa, si sarebbe lavato, gli avrei comprato dei vestiti. Ma
gli amici che erano con me mi convinsero del contrario. Non c'erano
allora leggi contro la porno pedofilia ma valeva la regola del buon
senso: "Se lo ospiti una notte come potrai cacciarlo il giorno dopo? E
cosa avrai risolto se non di alimentare il suo odio per noi casta
turistica? Il pranzo va bene, la notte in albergo no". Col pianto nel
cuore salutai il ragazzo. Credo ancora di ricordare i suoi occhi
brillanti su quel faccino lercio e sbavato dal muco. Stette lì
sull'uscio per qualche ora e poi sparì nella notte incipiente.
Ecco
perché resto prudente sul caso dell'ambasciatore Daniele Bosio.
Resto garantista finché un tribunale, con tutti i limiti della
giustizia, non avrà accertato. Spero che Bosio sia assistito con
cura ma che le accuse, se provate, gli valgano una severa punizione.
Son cose delicate. Ma la questione è un'altra.
mercoledì 13 novembre 2013
SOLDI SUL TIFONE E POLEMICHE SUI MORTI
Le Nazioni unite, che hanno comunque già iniziato a operare da giorni attraverso il Programma alimentare mondiale (Wfp) e Ocha (il braccio umanitario del segretariato), hanno lanciato un appello con la richiesta di 301 milioni di dollari (circa 200 milioni di euro). Il governo rivede al ribasso il bilancio delle vittime
La macchina dei soccorsi si è messa in moto. Un atto dovuto dopo la dichiarazione di stato di calamità nazionale dichiarato dal governo filippino per far fronte al disastro umanitario provocato dal supertifone Hayan, o “Yolanda” come lo chiamano a Manila. Le Nazioni unite, che hanno comunque già iniziato a operare da giorni attraverso il Programma alimentare mondiale (Wfp) e Ocha (il braccio umanitario del segretariato), hanno lanciato un appello con la richiesta di 301 milioni di dollari (circa 200 milioni di euro). Una richiesta che viene diretta in forma ufficiale e formale a tutti i governi del mondo che, a loro volta, oltre a utilizzare il canale Nazioni unite, finanziano le proprie Ong o agiscono con la cooperazione nazionale.
Per ora si sono già mossi gli Stati uniti (che more solito hanno affidato il compito ai militari dell'aviazione e della portaerei George Washington accompagnata da altre navi), la Gran Bretagna con la Daring (un “destroyer” per usare il gergo della marina reale), mentre altri Paesi hanno messo sul piatto (“pledge” è il termine rituale, la promessa) diversi milioni: dieci il Giappone, nove l'Australia, uno la Nuova Zelanda, Paesi che in quei mari hanno interessi non solo umanitari. Eppoi le “charities”: Ong, fondazioni, associazioni umanitarie. In Italia in prima linea c'è “Agire”, che ne raccoglie diverse, nel Regno Unito “Dec”, un consorzio di 14 organismi tra cui Oxfam e Charitas Gb.
Proprio il capo di “Dec”, Salah Saeed, ha comparato il dramma filippino al disastro dello tsunami. E i paralleli saranno probabilmente tanti perché anche oggi, come allora, la solidarietà umanitaria si intreccia con la geopolitica degli aiuti che i governi fanno guardando alle alleanze. C'è da scommettere che anche la Cina si farà avanti. Quanto al nostro governo, la Farnesina fa sapere di avere messo a disposizione un milione di euro suddivisi tra Wfp, Croce rossa e aiuto diretto (un aereo con viveri, medicinali e attrezzature per l'emergenza).
La situazione comunque è grave, gravissima e per ora non è il caso di cercare il pelo nell'uovo. Benché il National Disaster Risk Reduction and Management Council (ndrrmc.gov.ph), l'agenzia filippina per la riduzione del rischio che sul suo sito pubblica costantemente gli aggiornamenti, i morti accertati risultino “solo” circa 1800, con quasi 3mila feriti e...82 dispersi, il bilancio di 10mila vittime e forse più continua a girare anche se il presidente Aquino smentisce e azzarda un bilancio di 2.500 persone, comunque gravissimo. Nessuno invece smentisce i 600mila dispersi di cui si parla da giorni e che probabilmente sono già morti. Per altro, il numero delle persone colpite dal tifone, che all'inizio le Nazioni unite avevano fissato a 4,5 milioni, è salito prima a nove e poi a undici, ossia più del 10% della popolazione che abita le 7mila isole dell'arcipelago di un Paese così insularmente frammentato che per fare una vera stima del danno occorreranno mesi, non giorni. Alcuni luoghi restano infatti inaccessibili.
L'Onu conferma anche un'altra cifra spaventosa e destinata a salire: quella di 670mila sfollati, gente in fuga da case devastate, campagne allagate, edifici distrutti. E mentre Valerie Amos, la sottosegretaria Onu per gli affari umanitari e l'emergenza, è già arrivata a Manila, Ban-ki-moon la situazione la descrive con una parola: "heartbreaking", strazio. L'Onu è intervenuta rapidamente mettendo a disposizione subito, dal suo portafoglio, 25 milioni di dollari.
Col tempo continua ad aumentare anche la consapevolezza su quante isole ha veramente investito con la sua violenza il tifone. Si era detto “alcune”, poi cinque, adesso almeno sei in forma grave. Nessuno si aspettava questa intensità: onde alte 15 metri provocate dal turbinio di una enorme massa d'aria e acqua che corre a 250 km all'ora con picchi di 275. Perché? E' una domanda – quella sulla natura che sceglie nuove strade - che non può che rimbalzare sulla conferenza internazionale di Varsavia, dove si deve decidere il superamento del Protocollo di Kyoto ma da dove per ora esce solo la promessa di far presto o il gesto eclatante dell'inviato filippino che decreta che digiunerà per tutta la durata del summit. E' già stato imitato da altri, soprattutto giovani attivisti ecologisti che non si aspettano molto dal consesso internazionale.
Se a Manila si conterà per settimane o mesi, i danni del tifone in Vietnam e in Cina sono in parte già noti. Benché Hayan sia arrivato sul continente già privo di forza e declassato di rango, e benché Vietnam e Cina avessero avuto il tempo di attrezzarsi, il bilancio ufficiale racconta di vittime anche lì: in Vietnam ci sono stati 13 morti, molti altri invece in Cina da cui però non ci sono ancora dati definivi.
Questo articolo è uscito oggi su il manifesto
Mappe e immagini dal sito Reliefweb
La macchina dei soccorsi si è messa in moto. Un atto dovuto dopo la dichiarazione di stato di calamità nazionale dichiarato dal governo filippino per far fronte al disastro umanitario provocato dal supertifone Hayan, o “Yolanda” come lo chiamano a Manila. Le Nazioni unite, che hanno comunque già iniziato a operare da giorni attraverso il Programma alimentare mondiale (Wfp) e Ocha (il braccio umanitario del segretariato), hanno lanciato un appello con la richiesta di 301 milioni di dollari (circa 200 milioni di euro). Una richiesta che viene diretta in forma ufficiale e formale a tutti i governi del mondo che, a loro volta, oltre a utilizzare il canale Nazioni unite, finanziano le proprie Ong o agiscono con la cooperazione nazionale.
Per ora si sono già mossi gli Stati uniti (che more solito hanno affidato il compito ai militari dell'aviazione e della portaerei George Washington accompagnata da altre navi), la Gran Bretagna con la Daring (un “destroyer” per usare il gergo della marina reale), mentre altri Paesi hanno messo sul piatto (“pledge” è il termine rituale, la promessa) diversi milioni: dieci il Giappone, nove l'Australia, uno la Nuova Zelanda, Paesi che in quei mari hanno interessi non solo umanitari. Eppoi le “charities”: Ong, fondazioni, associazioni umanitarie. In Italia in prima linea c'è “Agire”, che ne raccoglie diverse, nel Regno Unito “Dec”, un consorzio di 14 organismi tra cui Oxfam e Charitas Gb.
Proprio il capo di “Dec”, Salah Saeed, ha comparato il dramma filippino al disastro dello tsunami. E i paralleli saranno probabilmente tanti perché anche oggi, come allora, la solidarietà umanitaria si intreccia con la geopolitica degli aiuti che i governi fanno guardando alle alleanze. C'è da scommettere che anche la Cina si farà avanti. Quanto al nostro governo, la Farnesina fa sapere di avere messo a disposizione un milione di euro suddivisi tra Wfp, Croce rossa e aiuto diretto (un aereo con viveri, medicinali e attrezzature per l'emergenza).
La situazione comunque è grave, gravissima e per ora non è il caso di cercare il pelo nell'uovo. Benché il National Disaster Risk Reduction and Management Council (ndrrmc.gov.ph), l'agenzia filippina per la riduzione del rischio che sul suo sito pubblica costantemente gli aggiornamenti, i morti accertati risultino “solo” circa 1800, con quasi 3mila feriti e...82 dispersi, il bilancio di 10mila vittime e forse più continua a girare anche se il presidente Aquino smentisce e azzarda un bilancio di 2.500 persone, comunque gravissimo. Nessuno invece smentisce i 600mila dispersi di cui si parla da giorni e che probabilmente sono già morti. Per altro, il numero delle persone colpite dal tifone, che all'inizio le Nazioni unite avevano fissato a 4,5 milioni, è salito prima a nove e poi a undici, ossia più del 10% della popolazione che abita le 7mila isole dell'arcipelago di un Paese così insularmente frammentato che per fare una vera stima del danno occorreranno mesi, non giorni. Alcuni luoghi restano infatti inaccessibili.
L'Onu conferma anche un'altra cifra spaventosa e destinata a salire: quella di 670mila sfollati, gente in fuga da case devastate, campagne allagate, edifici distrutti. E mentre Valerie Amos, la sottosegretaria Onu per gli affari umanitari e l'emergenza, è già arrivata a Manila, Ban-ki-moon la situazione la descrive con una parola: "heartbreaking", strazio. L'Onu è intervenuta rapidamente mettendo a disposizione subito, dal suo portafoglio, 25 milioni di dollari.
Col tempo continua ad aumentare anche la consapevolezza su quante isole ha veramente investito con la sua violenza il tifone. Si era detto “alcune”, poi cinque, adesso almeno sei in forma grave. Nessuno si aspettava questa intensità: onde alte 15 metri provocate dal turbinio di una enorme massa d'aria e acqua che corre a 250 km all'ora con picchi di 275. Perché? E' una domanda – quella sulla natura che sceglie nuove strade - che non può che rimbalzare sulla conferenza internazionale di Varsavia, dove si deve decidere il superamento del Protocollo di Kyoto ma da dove per ora esce solo la promessa di far presto o il gesto eclatante dell'inviato filippino che decreta che digiunerà per tutta la durata del summit. E' già stato imitato da altri, soprattutto giovani attivisti ecologisti che non si aspettano molto dal consesso internazionale.
Se a Manila si conterà per settimane o mesi, i danni del tifone in Vietnam e in Cina sono in parte già noti. Benché Hayan sia arrivato sul continente già privo di forza e declassato di rango, e benché Vietnam e Cina avessero avuto il tempo di attrezzarsi, il bilancio ufficiale racconta di vittime anche lì: in Vietnam ci sono stati 13 morti, molti altri invece in Cina da cui però non ci sono ancora dati definivi.
Questo articolo è uscito oggi su il manifesto
Mappe e immagini dal sito Reliefweb
giovedì 23 febbraio 2012
ORGOGLIO DI FELUCA
Su poco meno di un migliaio di diplomatici, tante sono le feluche della Farnesina, 630 fanno parte del Sndmae, il sindacato di categoria della diplomazia al ministero degli Esteri. Casta nella casta per alcuni, espressIone ultracorporativa per altri, baluardo di sani principi per i suoi aderenti, il Sndmae (impronunciabile acronimo che sta per Sindacato nazionale dipendenti del ministero degli Esteri o “Mae”) ha oggi un nuovo segretario, Enrico De Agostini, che ha tutta l'aria di uno che non le manda a dire. Ieri mattina, all'Assemblea annuale dei membri del sindacato, che contende alla Cgil il primato degli iscritti al ministero (la Cgil ne conta pochi tra le feluche ma molti tra il personale), De Agostini se l'è vista direttamente col ministro. Che la congiuntura vuole sia praticamente un suo pari grado. Un diplomatico, benché più avanti nel cursus honorum, fino a ieri in servizio e oggi ministro protempore nello stesso dicastero dove, sino a tre mesi fa, era soltanto un ambasciatore come tanti.Offese da come buona parte della stampa ha trattato, senza distinzioni, il corpo diplomatico dopo il caso Vattani-Casa Pound (l'ambasciatore presso la Santa Sede Francesco Greco non ha avuto remore a citare alcuni pezzi caustici di “Repubblica”), le feluche rappresentate da De Agostini non se la sentono di passare per i formali e silenti maggiordomi di governi che, negli ultimi anni, hanno ridotto il bilancio del ministero a uno «stato disastroso effetto di tagli rovinosi» con una riduzione di bilancio di quasi 5 punti percentuali. Al punto che, spiega De Agostini, «il 'core business' del ministero, ossia le missioni all'estero, sono ormai state ridotte della metà». Con scelte molto opinabili: «L'Italia è costretta a disertare riunioni importanti a Bruxelles o a New York ma si sono spesi 6,5 milioni di euro per l'esposizione internazionale di Yeosu (Expo 2012 in Corea) o per la nostra partecipazione alla fiera...orticola di Venlo, in Olanda. Mi chiedo il senso di quei sei milioni a fronte di appena un milione destinato alle missioni della diplomazia italiana, tenuto conto che l'80% lo utilizzano i vertici (ministro, sottosegretari) e solo 200mila euro i funzionari in trasferta. Che oggi viaggiano anche low cost anticipando di tasca propria».
Nella sua relazione al ministro e ai membri, De Agostini ha fatto riferimento anche alle zone d'ombra (clientele e gruppi di pressione) che completano il quadro, chiedendo a Terzi un'operazione «trasparenza» sulle nomine gli “incarichi romani”, non sempre affidati al più competente. Il Sndmae chiede a Terzi anche un “piano industriale” chiaro sugli investimenti: sull'eccesso di istituti di cultura, sulla confusa dicotomia creatasi col nuovo dicastero della Cooperazione affidato a Riccardi (mentre il governo ha appena tagliato, alla Cooperazione del Mae circa 7 milioni di euro da destinare al piano carceri)sui risparmi da fare nella rete consolare: «Che senso ha – si si è chiesto De Agostini – mantenere un consolato a San Gallo e decidere invece che in Turkmenistan non ci vuole una sede diplomatica italiana»?
Terzi ha incassato. Non può non essere attento alle rimostranze dei “suoi”, ma deve applicare l'austero rigore del governo anche alle stanze della “Casa” dei diplomatici sul Lungotevere. Dà atto che alla Farnesina «c'è una grande squadra all'altezza del suo compito» e che cercherà di far fronte alla riduzione della «massa critica» della rete consolare all'estero «intesa come servizio ai cittadini e promozione del Paese». Dice che eviterà il «disinvestimento» e promette maggior attenzione alla formazione, ai giovani e alle donne. «Negli ultimi concorsi un terzo dei vincitori sono donne e 69 donne hanno oggi nel ministero incarichi di rango». Insomma la “fine del panciotto” (per citare una delle tante infelici frasi di Berlusconi che, da ministro degli Esteri a interim, voleva fare dei diplomatici degli audaci piazzisti porta a porta) non è dietro l'angolo, nel senso che l'Italia non rinuncerà ai diplomatici. Qualcosa però dovrà cambiare, il negoziato è aperto.Ma forse, questa volta, i diplomatici possono giocare in “Casa”.
domenica 11 luglio 2010
SE A SCIOPERARE E' L'AMBASCIATORE

Tra il dire e il fare di solito c'è di mezzo il mare. Ma questa volta, tra dire "sciopero" e fare "sciopero" c'è di mezzo il Mae, ossia il ministero degli Affari esteri dove questa protesta, specie se c'entrano i diplomatici e non i funzionari dell'area amministrativa, è davvero inusuale. Il governo Berlusconi raggiungerà così un nuovo primato: far mettere le braccia conserte anche alle feluche, ai nostri rappresentanti ufficiali all'estero.
Il 26 luglio infatti i diplomatici sciopereranno contro la manovra economica, della quale, scrive in una nota il sindacato dei diplomatici (Sndmae), "non possono accettare quei tagli, alle risorse ed al funzionamento della loro carriera di servitori del Paese, che di fatto preludono allo smantellamento della Farnesina". Parole, verrebbe da chiosare, tutt'altro che diplomatiche. In realtà, soprattutto all'estero, sarà uno "sciopero bianco" ma l'effetto di immagine non sarà meno forte; e anche se a Kabul o a Washington la nostra ambasciata resterà in funzione, tutti sapranno che lo è solo per senso di responsabilità.
Le feluche se la pigliano proprio con l'ultima uscita estera del premier e scrivono: “Il punto percentuale di Pil che il Presidente Berlusconi ha legittimamente rivendicato al termine della sua ultima missione nelle Americhe vuol dire più crescita e speranza per i giovani, le famiglie, le imprese. Quel punto di Pil, come tanti altri risultati quotidiani della proiezione economica, oltre che politica e culturale, dell'Italia nel mondo, non sarebbe, tuttavia, stato mai raccolto senza il lavoro assiduo, determinato, spesso testardo, senza il lavoro da professionisti dei nostri diplomatici". Insomma una rivendicazione in piena regola dei propri meriti che la Finanziaria non vuol tenere in conto. Non dunque mera rivalsa contro i tagli economici alle carriere.
Per Berlusconi e Tremonti si apre dunque anche il fronte Farnesina. Che ne penserà Bossi?
Qualche diplomatico ricorda malignamente che le Regioni italiane aprono rappresentanze un po' ovunque. Ma visto come stanno le cose sembra una guerra tra poveri. Una guerra di rivendicazioni che sembra ormai attraversare tutta la società e le professionalità del Belpaese. Si potrebbe suggerire al premier di chiudere direttamente tutte le nostre legazioni all'estero. Così si eviterebbe all'Italia di fare, tra scioperi e lamentele persino di ambasciatori disfattisti, l'ennesima brutta figura.
giovedì 8 luglio 2010
SCIOPERO DIPLOMATICO
Licenziamenti e prepensionamenti in arrivo, blocco di assunzioni e carriere, emendamenti ad hoc che tagliano scatti e progressioni economiche. La mannaia della Finanziaria si abbatte anche sulla casa della diplomazia italiana che però non è propensa mandar giù. I due principali sindacati del ministero degli Esteri minacciano di incrociare le braccia, si tratti di un ambasciatore di carriera, di un amministrativo o di un tecnico di cooperazione, questi ultimi con la prospettiva di 60 futuri licenziamenti. Certo, uno sciopero delle feluche farebbe davvero scalpore ma è quanto ha minacciato in una lettera a Berlusconi il Sndmae, il sindacato dei diplomatici (circa un migliaio) che ha messo nero su bianco di essere pronto ormai a “giungere alla misura estrema, e per noi inusuale, dello sciopero, cui la Carriera, in servizio a Roma ed all'estero, aderirebbe con grande convinzione”. Ma anche la cosiddetta “area funzionale”, ossia i non diplomatici, sono sul piede di guerra. Ieri hanno scritto al loro ministro, Franco Frattini, minacciando lo stato di agitazione “una misura per cui, se non avremo soddisfazione – conferma un aderente alla Cgil – alla Farnesina ne vedremo delle belle”. I tecnici dell'Utl, l'Unità tecnica locale che si occupa della cooperazione allo sviluppo, non sono meno in subbuglio. Vessati da contratti annuali che vengono rinnovati discrezionalmente, diminuiti al lumicino negli anni e con sempre meno denaro da amministrare, rischiano un futuro da paralisi completa se i sessanta licenziamenti, per ora rinviati di un anno, dovessero diventare realtà.
La novità è che il fronte, anche se con motivazioni diverse a seconda dei segmenti, appare sufficientemente compatto a decidere un blocco totale del lavoro della nostra diplomazia. “Il governo se l'è presa con magistrati e giornalisti e adesso tocca a noi – sibila un diplomatico di lungo corso – senza che si renda conto che risparmiare sulla nostra pelle significa abolire i servizi agli italiani all'estero, anche quelli utilizzati da chi va in vacanza e che si accorge, magari solo in quel caso, che un'ambasciata o un consolato sono un risorsa di cui non si può fare a meno”.
Ma il blocco dell'attività, sia sciopero o agitazione a singhiozzo, paralizzerebbe anche la macchina che sta a Roma e che governa quasi 5mila persone di cui 3800 nell'area funzionale: un comparto – spiega una sindacalista della Cgil – che di questo passo si vedrà ridotto della metà nel giro di qualche anno”. L'amministrazione intanto ha bloccato un aumento di 40 euro lorde per metà di questi funzionari e anche il contratto è fermo, congelato dalla stretta imposta dal governo. Senza che possa dunque essere applicato.
I diplomatici invece ce l'hanno con un articolo della Finanziaria che stabilisce che le progressioni di carriera abbiano, per tre anni, efficacia esclusivamente giuridica. Sei bravo e ti do la medaglia, ma non un euro in più. Anche le feluche piangono insomma. Ma questa volta non vogliono limitarsi ad asciugarsi le lacrime con la pochette.
giovedì 8 ottobre 2009
LA FIRMA DA 70 MILIONI DI EURO

Una firma ai piani alti della Farnesina sta bloccando 70 milioni di euro. Manca la persona che, vergando il suo nome sull'ordine di finanziamento, permetta alla ragioneria di erogare i già magri fondi a disposizione della Direzione generale per la cooperazione (Dgcs). Fondi che, tra il bilancio del 2009 e i “residui” passati, variano tra i 60 e i 70 milioni. Una boccata di ossigeno necessaria perché i progetti finanziati all'estero dalla Farnesina alle Organizzazioni non governativa (Ong) vadano avanti.
La questione è nata con la nomina a console di Lione della signora Laura Bottà che fino a settembre era a capo dell'Ufficio VII . Ma al suo posto non è arrivato nessuno. Le Ong temono che la cosa si trascini per mesi e che il 2009 si apra con una montagna di carte inevase e nessun nuovo capo ufficio. Possibile che la fiammeggiante neo direttrice generale, Elisabetta Belloni, non abbia protestato? “Basterebbe un cenno del ministro o anche del segretario generale – dicono le Ong – e la cosa si risolverebbe. Basta aver voglia di farlo. Attenzione che non registriamo”. Preoccupazione legittima visto che l'Italia è il fanalino di coda della Ue nella cooperazione, scesa con la finanziaria 2009 a 326 milioni di euro, con un taglio di 522.
Leggi tutto su Lettera22
giovedì 30 ottobre 2008
LA FARNESINA PARLA ARABO

Novità interessante sul sito del ministero degli esteri italiano. E' stata aggiunta la lingua araba tra quelle in cui è possibile consultare le notizie e le informazioni. Una buona iniziativa: ora lo strumento c'è. Occorre vedere quali contenuti si metteranno, e quali saranno le reazioni dei paesi arabi.
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