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lunedì 19 luglio 2010

APETTANDO LA CONFERENZA


Il soldato afgano delle forze speciali non ha nulla da invidiare a un militare della Nato: mitragliatore e cartucciera, scarponi da montagna, ginocchiere e giubbotto antiproiettile. L'elmetto ben calcato in testa e lo sguardo torvo, ci apostrofa rudemente in dari: “Che fate per strada? Non sapete che ci sono i talebani”?

L'invito ad affrettare il passo è perentorio e non è difficile metterlo in pratica perché, in questa capitale asiatica di almeno quattro milioni di abitanti - oltre la metà dei quali forse profuga da trent'anni di guerre - per strada non c'è nessuno. Dalla rotonda di Massud a quella di Wazir Akbar Khan, forse quattrocento metri di strada, contiamo solo decine di poliziotti, soldati in assetto di guerra, forze speciali di esercito e polizia, 007. Girano soltanto dei ragazzini in bicicletta e una famiglia allargata che chissà dove va. Attraversa leggera un'infinita sequenza di geep e gipponi, pick up corrazzati, torrette girevoli, suv coi vetri oscurati che sgommano senza necessità. I nuovi blindati americani che adesso hanno le insegne dell'Ana, l'esercito nazionale afgano, ma che sono in tutto e per tutto identici a quelli usati dai militari stellestrisce, sono arrivati in città due giorni fa e presidiano l'intero centro avvolto, da ieri, in un'atmosfera surreale: a protezione di una città fantasma o di 50 ministri e 20 sottosegretari che stamattina arriveranno per la prima Conferenza internazionale che si tiene a Kabul? Proteggono gli afgani o il più grande raduno di diplomatici che si sia mai tenuto nella capitale dell'Afghanistan dalla morte di re Zhaer Shah?

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mercoledì 25 novembre 2009

ASPETTANDO OBAMA

Sembra che il presidente Obama parlerà dopo il giorno del ringraziamento, tradizionalmente il quarto giovedi di novembre. Ma vista da Kabul, in un quadro terribilmente sfilacciato, l'attesa del pronunciamento di Obama sembra interessare sopratutto noi e il dibattito interno americano ed è chiaro che 20 o 30mila non farà alcuna differenza. La decisione sui numeri sembra eludere il vero problema: qual è la nuova strategia della comunità internazionale o, meglio degli americani? Che fine ha fatto il “civilian surge”? Karzai, che nel giorno dell'insediamento ha evidentemente fatto un discorso in qualche modo concordato, ha messo pace e riconciliazione al primo posto. E queste due parole circolano ormai nei corridoi della diplomazia internazionale. Ma appaiono vuote senza una strategia precisa. La tattica del “buon talebano” opposto al cattivo non sembra sufficiente mentre, nella percezione degli afgani, una recente ricerca dice che il 70% ritiene che siano povertà e disoccupazione le vere cause del conflitto.

Secondo stime ufficiose, la Comunità internazionale ha speso in Afghanistan dal 2001 circa 100 mld di dollari, il 60% dei quali per alimentare la macchina bellica. Del restante 40 un altro 10% è stato speso in “security”. Il governo sta inoltre tentando un riordino delle forze di sicurezza private ormai dilaganti ma sembra davvero uno sforzo impossibile.

lunedì 21 settembre 2009

LA LIBERA INFORMAZIONE, IL CORDOGLIO E LA GUERRA


Sono convinto che in Italia ci sia un serio problema che riguarda l'informazione: scarsa e approssimativa, superficiale e, soprattutto, fortemente condizionata. Ecco perché io sono andato lo stesso in piazza il 19. Eravamo in 4 a Piazza del Popolo e poi ho saputo che in realtà il concentramento era a Piazza Navona dove c'erano forse una ventina di persone. Un flop ma tant'è, non avevo proprio digerito che la Fnsi avesse rimandato la manifestazione. Che c'entra la libertà di stampa col cordoglio? Io, che perosnalmente odio la grancassa attorno ai quaei poveri sei soldati, posso capire i funerali di stato ma credo che rendere omaggio a quelle persone, da giornalista, lo possa fare solo scrivendo la verità.

Quei sei soldati (e con loro diverse vittime civili afgane) sono morti perché? C'è bisogno di più informazione semmai, non di un rinvio. Ma c'è anche un'altra questione
Una volta in piazza ho saputo che tra gli autoconvocati qualcuno aveva unito i temi del 19(la libera informazione) con la pace o meglio il ritiro dall'Afghanistan. Non mi è affatto piaciuto. Ma che c'entra la libertà di stampa col ritiro? Ognuno, ben informato, decide quel che vuole e inoltre io non sono affatto per il ritiro e spiego in due parole perché: uno non va a casa d'altri, spaccando tutti i piatti ma dicendo che in realtà era andato li a preparare la cena. E non è che poi si mangia le quatto patatine che aveva portato e infine dice "bhe, visto che non c'è nulla da mangiare vi saluto e vado al ristorante" senza manco scopare in terra....E no. Troppo facile, troppo comodo. Le risposte di pancia non mi piacciono

Mischiare la guerra e il ritiro con i temi del 19 è sbagliato tanto quanto fare la grancassa melliflua del cordoglio unanime e stucchevole attorno a quei sei poveri soldati. Io a modo mio ho pensato a loro. Magari qualcuno l'ho anche conosciuto e, chissà, son stato vicino di posto con lui su un C 130. A sentire certi commenti disinformati di qualche cordoglista che ignora se l'Afghanistan ha o meno lo sbocco al mare, mi vien da pensare che davvero c'è bisogno di migliore informazione. Di informazione non teleguidata da chi alla fine sfrutta la morte di sei soldati per far grancassa. Il silenzio è la forma di maggior rispetto per i morti. E i militari lo sanno benissimo come per altro aveva detto uno di quei sei ragazzialla propria moglie: "S torno voglio solo te e Simone..."
Invece Simone l'hanno sbattuto in prima pagina con il baschetto rosso. Ma nessuno riuscirà davvero a spiegargli perché suo padre è andato a morire in quel paese lontano. Nessuno è interessato a farlo. Ecco perché tornerà in piazza il 3 ottobre

In questa foto scattate da Paola Roli le prove: in alto i 4 di piazza del Popolo (tra cui la fotografa) più il mio cane che non diserta mai le battaglie civili. Sotto, gli autoconovcati di piazza Navona