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sabato 11 dicembre 2021

G20 all'Indonesia. La scommessa di Jokowi dipinta di verde

A
ll’inizio di novembre il presidente indonesiano Jokowi volava a Glasgow per la Cop 26 dopo aver appena ricevuto da Mario Draghi il passaggio di consegne dall’Italia all’Indonesia per la presidenza del G20. Formalmente la presidenza indonesiana è scattata in dicembre e per Joko «Jokowi» Widodo, al suo secondo mandato come capo di Stato di uno dei più popolosi Paesi del pianeta, il G20 è una bella scommessa nonostante i grattacapi di casa: dall’emergenza senza fine Covid-19 a una legge «omnibus» di liberalizzazione dell’economia che il presidente ha firmato proprio durante i giorni di Glasgow ma che poi è stata in parte rigettata dalla Corte costituzionale che, il 25 novembre, l’ha rinviata al parlamento dando ai deputati due anni di tempo per emendarla.

Nondimeno, Jokowi si vuole giocare la partita: alla viglia del suo insediamento ufficiale ha promesso una «crescita inclusiva, centrata sulle persone, rispettosa dell’ambiente e sostenibile» come impegno principale dell’Indonesia per la sua leadership nel G20. E ha affermato che il G20 dovrebbe essere il motore per lo sviluppo di un ecosistema che guidi la collaborazione e l’innovazione. Per Jokowi l’Indonesia «vuole che il G20 dia l’esempio e guidi il mondo nella gestione cooperativa dei cambiamenti climatici e dell’ambiente in modo sostenibile eseguendo azioni concrete». Jokowi vorrebbe un G20 catalizzatore di una ripresa verde con una «gestione del cambiamento climatico che dovrebbe essere all’interno di un quadro di sviluppo sostenibile». Ma al di là delle belle parole, quali sono i nodi che il presidente deve affrontare? Cominciamo da casa dove lavoratori e ambientalisti sono sul piede di guerra.

La sua «legge omnibus» che dovrebbe dare una svolta all’economia ha fatto infuriare il sindacato ma anche gli ambientalisti che questa estate avevano già fatto ricorso su una controversa legislazione sulle miniere approvata lo scorso anno e considerata una violazione della protezione ambientale a vantaggio delle compagnie minerarie. Anche la «legge omnibus», superliberista, avrebbe le sue ricadute sull’ambiente in un Paese che è ancora una grande riserva naturale del pianeta. Tutti grattacapi da sistemare se l’Indonesia dovrà dar l’esempio di una svolta verde. Sul piano internazionale le sfide sono tante: la baldanzosa avanzata statunitense in Asia condita dalle schermaglie con la Cina, attore che nella regione ha un certo peso.

E, ancor più vicino a casa, la presidenza dell’Asean, l’associazione di dieci nazioni del Sudest asiatico, passata dal Brunei nelle mani del cambogiano Hun Sen: premier autoritario, fedele alleato dei cinesi ma, soprattutto, aperturista nei confronti della giunta birmana con cui Giacarta è ai ferri corti anche perché i golpisti hanno fatto fallire una prima mediazione indonesiana affidata alla ministra Retno Marsudi.

Ma c’è anche un dossier che Jokowi potrebbe sfruttare meglio di come ha fatto Mario Draghi, inventore del G20 Afghanistan, una buona idea con gambe corte a cominciare dal mancato invito a Pakistan e Iran. Jokowi ha buoni rapporti con tutti i Paesi musulmani, radicali o moderati che siano, e può contare su due organizzazioni islamiche del suo Paese che assieme contano una settantina di milioni di aderenti. L’Indonesia ha già lavorato sul tema «Talebani» e potrebbe farne un dossier forte proponendosi come mediatore nell’intricata vicenda del riconoscimento, delle garanzie sull’aiuto umanitario, nella protezione dei diritti della società civile. Più che il verde in economia, che al momento non è il suo forte, il presidente indonesiano potrebbe puntare sul verde islam, il colore preferito dai musulmani.

venerdì 21 maggio 2021

Tutti a casa: lasciamo l'Afghanistan al suo destino


T
utti a casa dall’Afghanistan ma non solo i soldati. Via anche i civili il prima possibile da un Paese che evidentemente non dà garanzie. E’ il messaggio che l’Italia sta dando in questi giorni ai connazionali che lavorano in Afghanistan: se ci abitate andate a casa, se dovete tornarci evitate. Un invito che appare abbastanza stridente con quanto dichiarato dal capo della Farnesina a metà aprile mentre commentava il ritiro “epocale” dei soldati: "Non abbandoneremo mai il popolo afgano – aveva detto il ministro Di Maio - che continueremo ad aiutare anche di più con progetti di cooperazione allo sviluppo, il sostegno alle imprese, alla società civile, alla tutela dei diritti umani". Parole al vento se poi la nostra ambasciata – in più di una lettera che abbiamo
 potuto vedere – spiega agli italiani che lavorano in Afghanistan che la nostra legazione sta “contattando i connazionali per invitarli a lasciare il Paese entro il primo maggio, nell’aspettativa di una ulteriore compromissione di sicurezza a Kabul e nel Paese”. Una valutazione a tinte fosche “condivisa anche da altre ambasciate” per cui “l’invito è a non fare ritorno in Afghanistan almeno temporaneamente”.

La valutazione su quella che viene ritenuta una nuova stagione di violenza, pur restando una considerazione del tutto opinabile che non sembra tener conto delle capacità dell’esercito e dell’esecutivo afgano, può ovviamente spingere un’ambasciata a mettere in guardia i propri cittadini. Ma invitarli ad andarsene e a non tornare proprio nel momento in cui il Paese ne ha più bisogno sembra davvero dimostrare che quanto si dice ufficialmente non è che un vocabolario di rito. Tanto più che questo messaggio è stato recapitato anche a membri di organizzazioni internazionali che hanno sia sistemi di sicurezza propri sia l’autonomia decisionale su cosa consigliare ai propri funzionari.

Quanto al futuro del Paese, l’Italia sembra associarsi al plotone di analisti-cassandra secondo cui il ritiro dei soldati – dimostratisi incapaci in 20 anni di garantire la sicurezza in Afghanistan – si tradurrà automaticamente in un aumento della violenza. Sembrano dimenticare, e con loro l’ambasciata italiana, che il ritiro delle truppe leva il nodo principale della guerra visto che questa si combatte soprattutto contro l’occupazione straniera, fatto che ha trasformato un manipolo di islamisti radicali in una formazione partigiana. Senza più un esercito straniero da combattere, i Talebani restano senza argomenti senza contare che l'esercito della repubblica è in grado di sbarrargli la strada, ammesso e non concesso che vogliano farlo, nella conquista delle città. Il caos da temere non riguarda tanto i Talebani ma il vuoto che si creerà in un Paese finora assistito in ogni settore dagli occidentali. Se “non abbandoneremo gli afgani” come dice Di Maio, quel vuoto può essere riempito da un forte impegno civile a favore di sanità, istruzione, diritti e posti di lavoro. Se invece il futuro è il tutti a casa consigliato dai suoi emissari a Kabul il destino degli afgani appare già segnato.

Questo articolo è uscito anche su ilmanifesto e Lettera22

lunedì 18 gennaio 2021

Looking for Angus Fraser


CHI L'HA VISTO? Questo gentiluomo irlandese si chiama Angus Fraser. Ho perso le sue tracce e chiedo aiuto. Nel 2000 lavorava a Peshawar per il World Food Programme e fu grazie a lui se potei andare nell'Afghanistan dell'emirato talebano con una delegazione del Wfp capeggiata da Tarek el-Guindi e cui fu ammesso grazie ai buoni auspici di Laura Boldrini, allora portavoce dell'organizzazione.

Fu un viaggio speciale e fortunato perché in Afghanistan non erano ammessi i reporter, salvo un collega della Bbc che stava a Kabul. Con Tarek andammo in macchina da Peshawar a Gazni e da li a Kabul, sempre in auto per strade polverose con l'asfalto sfatto dall'incuria, la guerra, le piogge. La missione trattava coi talebani per rifornire di viveri l'Azarajat assediato e il cui unico passaggio era a Gazni. Tarek riusci' nell'impresa.

Poi tornammo a Peshawar accolti dall'enorme gentilezza di Angus che, tra l'altro, mi introdusse nei circoli pathan (pashtun) della città. Ricordo bene il primo incontro con lui. Mi disse, mostrandomi un intero armadio stracolmo di whisky e birre: "Emmanuel, questo e' il bar, servitene quando vuoi".... Come vorrei incontrarlo di nuovo!

giovedì 26 marzo 2020

La mossa "sovietica" di Washington

Adesso la famosa lista del governo afgano per i negoziati di pace intra afgani è finalmente pronta, dice Arg, il palazzo dove siede - contestato -  Ashraf Ghani. Si potrebbe dire che i soldi comprano tutto perché lunedì il governo degli Stati Uniti ha annunciato una riduzione immediata di 1 miliardo di dollari  nella sua assistenza all'Afghanistan per l'impasse politica nel Paese:  Mike Pompeo ha incontrato il presidente Ghani e Abdullah Abdullah a Kabul, insieme e separatamente, ma senza risultato e così Washington avverte  che un altro miliardo di dollari nel 2021 dovrebbe essere tagliato se la situazione non cambiasse. totale 2 miliardi di verdoni.

Questa vicenda mi ricorda una brutta storia. Dopo il ritiro dell'Urss dall'Afghanistan nel 1989 Washington e Mosca fecero un accordo: niente più soldi né al governo filosovietico di Najibullah e niente più fondi ai mujaheddin. A quanto si sa avvenne così. Quali furono gli effetti? I mujaheddin avevano gli Stinger e continuarono a ricevere soldi dall'Arabia saudita, dal Pakistan o dall'Iran. A Kabul invece il flusso di rubli si fermò e Najibullah smise di pagare gli stipendi ai soldati. Il suo esercito che, finché aveva ricevuto  un salario, aveva impedito la conquista di Kabul da parte degli integralisti islamici si sciolse come neve al sole e il suo regime crollò. Il resto lo sappiamo.

Gli Usa interrompono l'assistenza civile ma non probabilmente quella militare ed esiste un impegno - anche italiano - a pagare il salario per i soldati. Ma messo alle strette, benché Ghani si ostini a dire che il taglio non lo mette in difficoltà, la mossa potrebbe tradursi in una riduzione dei già magri salari a un esercito sotto stress. Tirate voi le somme.

martedì 24 dicembre 2019

Se la moda sposa il sociale

Il quartiere di Sherpur a Kabul ne ha viste tante. C’è ancora il vecchio cimitero britannico, memoria delle guerre ottocentesche, in mezzo agli edifici costruiti dai signori della guerra che su terra demaniale, una quindicina di anni fa, hanno costruito un quartiere residenziale per ricchi afgani e internazionali: ville che mescolano in un kitsch stupefacente le architetture di Dubai, Peshawar e Capitol Hill, spruzzate di specchietti persiani colorati. Non lontano c’è la “zona verde” delle ambasciate e più a Sud l’ospedale di Emergency. L’atelier di Zolaykha “Zolay” Sherzad è una piccola sorpresa. Incastonato nel cortile di un edifico dei primi del secolo è una gemma preziosa, come i suoi abiti, nel caos della speculazione di una città in guerra.

Zolay a sn con una modella. Sopra, il laboratorio
Sotto un modello recente
Zolay è una stilista afgana che nel 2005 ha creato il brand Zarif Design con l’idea di ricostruire l’eccellenza del settore artigianale locale in cui la componente essenziale è la partecipazione e formazione delle donne, la maggior parte della cinquantina di lavoranti dell’atelier. Ma Zolay la incontriamo in Italia, un Paese dove sta pensando di portare le sue collezioni. Alla festa per i cento anni dell’indipendenza del suo Paese, da poco celebrata all’ambasciata afgana di Roma, espone in un candido padiglione cappotti di lana finissima, giacche di cotone e seta ricamate, waskat (gilet) e chapan, il lungo mantello indossato dall’ex presidente Karzai. Tutto è cucito a mano. Waskat e chapan, indumenti tipicamente maschili, sono pensati per donne finalmente libere dal chadri (burqa). Recupero della tradizione ma anche creazione. E liberazione. “Cerco di rivelare l'identità della donna non tanto nel suo genere ma piuttosto nel suo carattere e presenza. E questi materiali preziosi, una volta rielaborati, sono un ponte tra tradizione e modernità”.

Durante l’invasione sovietica, la sua famiglia lascia l’Afghanistan. Lei ha dieci anni e dalle
montagne che circondano Kabul si ritrova in mezzo a quelle svizzere dove nel 1994, a Losanna, si laurea in architettura. Fa la sua gavetta negli studi di architettura svizzeri, in Giappone e a New York dove, dal 1998 al 2004, insegna alla Pratt Institute School of Architecture. Ma il cuore è in Afghanistan dove torna dopo il 2001. Fino a quel momento ha ideato e sostenuto un progetto per costruire scuole nei villaggi rurali ma i suoi interessi stanno cambiando. Durante una vista in una scuola finanziata dalla sua associazione, capita per caso in un atelier locale e resta impressionata – confiderà a un giornale francese – dalla qualità del lavoro ma anche da quella che definisce la “perdita di identità di quelle confezioni”. “In effetti – dice oggi - non ero molto interessata alla moda in quanto tale ma in Afghanistan mi è nata una passione e la chiave del mio lavoro è usare la creatività come mezzo di sviluppo economico, sociale e artistico. In Afghanistan c’è una distruzione fisica non solo ambientale ma anche del patrimonio culturale. Che ne ha cancellato l’identità”.

Dal 2005 in poi è un vortice: fonda Zarif e nel 2007 Kate Hudson indossa un suo modello ne “Il fondamentalista riluttante” di Mira Nair, che è andata apposta a Kabul per sceglierne la giacca. L’anno dopo Time le dedica il primo articolo sulla stampa internazionale: Building a Bridge with style, costruire ponti con stile. Un ponte verso l’estero da Delhi a Dubai, da New York a Parigi con un passaggio alla Biennale di Venezia del 2009, a dOCUMENTA Kassel nel 2012 e alla Biennale dell'Avana nel 2015. L'ultimo viaggio in Europa è a Parigi con tre appuntamenti in novembre. Poi, l’anno prossimo, tornerà ancora in Italia.

Questo articolo è uscito su D di Repubblica sabato 14 dicembre 2019

mercoledì 3 luglio 2019

I signori dell’arte sui muri di Kabul

Un talebano che al posto del Kalashnikov porta in spalla una grande matita. Il simbolo di Usaid – l’agenzia di cooperazione americana – di fianco a una bomba che cade dal cielo. Un ragazzino e un cane che fan pipì su un cumulo di AK47. Sono alcuni dei disegni di strada riprodotti in fotografia che Kabir Mokamel e Omaid Sharifi hanno messo in mostra nei giorni scorsi a Lugano, progetto itinerante per mostrare in Europa come si può trasformare un muro di protezione in cemento armato in un’opera d’arte. Un muro che separa in un ponte di dialogo. Collettivo. Come le opere d’arte fotografate ed esposte alla Galleria Doppia V della città ticinese. Le mani di vernice che, nelle sagome disegnate dai due pittori al tratto in bianco e nero, riempiono i buchi con il colore, sono opera di gente di passaggio: curiosi che si fermano a guardare e che poi possono contribuire a completare il disegno. Alla fine “questi stupidi muri di Kabul che proteggono ambasciate, caserme, ville di ricchi residenti o espatriati – dice Kabir Mokamel – diventano opere d’arte”.

Opere di tutti, dallo spazzino alla signora che va a far la spesa, dallo studente che passa per caso, al tassista che si ferma e ci mette del suo. La mostra di “ArtLords” e la presenza di Kabir e Omaid – che hanno dipinto nei giorni scorsi con studenti, cittadini, ragazzi un muro della città al Parco Tassino di Lugano – è stata organizzata nella capitale della Svizzera italiana da un giovane ma caparbio giornalista ticinese, Filippo Rossi, che a Kabul ha visto i muri trasformati e ha fatto di tutto per trasferire questi Banksy afgani in Europa. E’ l’occasione per farsi spiegare che storia c’è dietro e come nasce un’idea semplice ma forte iniziata ormai cinque anni fa. Un inno alla pace o alla stupidità crudele del guerra ma non solo. I muri di Kabul ora son pieni di messaggi tra cui due grandi occhi diventati famosi come uno slogan contro la corruzione perché, anche se lo fai di nascosto, Allah ti vede…

L’idea nasce nel 2014 nella testa di Kabir, di Omaid e di sua moglie Lima. Girano per le strade della capitale afgana tra intere aree delle città circondate da muri grigi in cemento armato alti tre-quattro metri: “Corridoi – dice Kabir – corridoi in cui la gente è obbligata a camminare tra caserme, ambasciate, residenze protette. Orribili ma non potevamo buttarli giù. Trasformarli si. Potevamo farli sparire ricoprendoli di immagini e messaggi; di immagini che sono messaggi. Abbiamo cominciato con quei due grandi occhi che hanno colpito l’immaginario di tutti: ti posso vedere, ti vedo, ti vede Dio. Rapidamente quei due occhi sono diventati un simbolo di lotta alla corruzione. Una forza. E così siamo passati ad altri temi: i diritti umani, quelli dei bambini, quelli delle donne. E poi gli eroi. Ma non quelli della guerra, non quelli dei Warlord: quelli di ArtLord. Una provocazione che mette al centro altri eroi. I nostri eroi sono quelli che puliscono le strade, ad esempio, e che hanno una scopa al posto del Kalashnikov”.

Passeggiamo accanto all’immagine di uno spazzino che dentro la carriola in cui raccoglie la spazzatura ha invece un enorme cuore rosso. “Ci interessava coinvolgere e con l’arte si può. L’arte va oltre, consente anche a chi è analfabeta di esprimersi con i colori. Ci siamo ritrovati a volte con centinaia di persone che coloravano i muri assieme a noi”. Prima curiosi poi attori. Prima comparse, poi protagonisti. “Questa è la filosofia di ArtLords: la gente, quelli la cui voce non si sente mai, sono i veri protagonisti della guerra. Il muro allora diventa un ponte. Sparisce e l’immagine si fa parola, softpower, coscienza”.

 Kabir Mokamel a Lugano
Nel 2014 all’inizio è dura. Vengono guardati con sospetto ma poi la polizia finisce a lasciar in pace chi dipinge: “Sai perché? – dice Kabir – Perché la nostra è una forza etica, così potente che persino i talebani hanno rispettato il nostro lavoro. E’ arte del popolo dal popolo. Un potere dal basso che non si può cancellare. E la gente impara che può dipingere, che in realtà – se ci si mette – sa farlo benissimo. Le donne ad esempio: sono bravissime ma non lo sapevano. Nessuno aveva mai dato loro in mano un pennello e una scelta di colori. E così i bambini di strada. Mi ricordo le prime volte. Arriva uno di questi ragazzetti stracciati che chiedono un afghanis di mancia nelle code del traffico. Ehi zio – mi dice – posso provare anch’io? Poi chiama altri amici e ne arrivano a frotte. Una festa. Vedono il loro talento che vien fuori. Mi vien da ridere a pensare che poi, quando fermavano me per chiedermi un afghanis per pulire i vetri dell’auto, arrivava qualcuno a dire ai compagni: A questo devi pulirgli il vetro ma senza farlo pagare!”

ArtLord diventa un’impresa. Adesso ci sono diciotto persone in un ufficio affittato dalle parti dell’università, cinquanta artisti e un gruppo di un centinaio di volontari. La struttura si auto mantiene: “Abbiamo iniziato a a lavorare con organizzazioni internazionali che ci commissionano campagne. Quella contro la polio ad esempio”. Dunque anche uno spazio di lavoro, di arte grafica che vola oltre la street art e che è anche un luogo per i giovani di Kabul in un mercato del lavoro dove ogni anno si affacciano 400mila nuove persone in cerca di occupazione. Attorno la guerra. Comunque. E la domanda è inevitabile perché, certo, dipingere i muri non è sufficiente. Cosa ne pensa Kabir dei colloqui di pace in corso tra talebani e americani a Doha? Del negoziato iniziato mesi fa che per molti rappresenta una speranza? Risponde caustico: “Peace Talks? Io li chiamo Piss Talks. Non ci credo come non credo alla Dronokracy”. Eccolo li il ragazzino che piscia sul Kalashnikov o la bomba che cade dal cielo come gli aiuti promessi dagli stranieri. “Non è incredibile – conclude Kabir – che a parlare di pace siano delle persone che hanno fatto della violenza la loro bandiera? Non è assurdo che si decida il destino degli afgani senza coinvolgere gli afgani, a porte chiuse? Non ha alcun senso parlare del nostro futuro senza di noi”.

Questo articolo è il primo che ho scritto dopo tanti anni di collaborazione con il manifesto per Alias ed è uscito il 25 maggio 2019


domenica 21 aprile 2019

Afghanistan: il negoziato inciampa tra bombe e segreti

Il ministero delle Comunicazioni (Communications and Information Technology) è un palazzone moderno di 18 piani in cemento armato che domina il centro storico di Kabul. Ieri in tarda mattinata, mentre i suoi quasi 3mila dipendenti erano in pausa pranzo, un uomo si è fatto saltare all’ingresso dell’edifico mentre altri due ingaggiavano una sparatoria con gli agenti della sicurezza. La battaglia è durata poco e i militanti sono stati uccisi. Ma con loro quattro civili e tre poliziotti sono rimasti a terra. L’edifico è stato evacuato rapidamente e così il vicino ministero della Cultura, qualche strada più in là. I sistemi di sicurezza e verifica, fissi e costanti in quest’area che dista qualche isolato dal palazzo presidenziale e che guarda il fiume sul cui lato opposto si trova il Gran Bazar della capitale, non sono serviti a granché come barriera preventiva. Complice forse il fatto che, da quando sono iniziati i negoziati tra talebani e americani, le incursioni in città si sono ridotte anche se la guerra va avanti fuori dai centri urbani. E per la verità i Talebani si sono affrettati a smentire: non è roba loro e per adesso è difficile dare attribuzioni a un attentato non rivendicato e molto simbolico. Scelto con cura e che, per di più, penalizza gli apparati di sicurezza nazionali.

Accade inoltre in un momento delicato anche se, in Afghanistan, è raro che la congiuntura sia serena. Il fatto però è che l’attentato risuona in una giornata che avrebbe dovuto vedere il primo incontro interafgano, organizzato dal Center for Conflict and Humanitarian Studies di Doha - un’emanazione del Doha Institute for Graduate Studies, - che si sarebbe dovuto svolgere tra ieri e oggi. Qatarini, talebani e governo afgano però non si sono trovati d’accordo sulla lista degli invitati. Kabul ne aveva pretesi 250, rifiutati sia dal Qatar sia dai talebani che, in un comunicato, hanno spiegato così le ragioni della cancellazione dell’incontro. Secondo il governo di Kabul è però solo un rinvio così come per i qatarini, disposti a lavorare a un’eventuale nuova lista. Ma una bomba sul fallimento del primo passo del dialogo interafgano sembra la ciliegina su una torta non lievitata. L’impasse negoziale infatti mette sempre più nell’angolo Kabul e il suo governo, alla vigilia di elezioni presidenziali sulle quali pesa il fatto che i colloqui di pace sono per ora nelle mani di due soli interlocutori: guerriglia e occupanti. Il governo resta tagliato fuori e forse, nel tentativo di non perdere la faccia, finisce a inciampare sotto la pressione della fretta di portare a casa almeno qualche piccolo risultato. Chi alla fine sembra invece aver fatto un punto sul tavolo del Grande gioco afgano è Mosca: la conferenza di Doha era infatti figlia del primo incontro tra afgani e guerriglia in Russia mesi fa. All’epoca il governo era assente e questa sembrava la volta buona. Il fallimento non danneggia però l’immagine di Mosca, molto attenta a ritagliarsi un ruolo, ancorché di sponda, nella pace che – inshallah – prima o poi verrà.

Quanto al negoziato tra americani e talebani, le bocce per ora sono ferme ma il dialogo va avanti. Con (almeno ufficialmente) un convitato di pietra: il destino delle basi militari. Gli americani, oltre alla grande base di Bagram (ereditata dai sovietici!), hanno in concessione l’uso di un’altra decina di basi aeree sparse per il Paese. Un accordo col governo Karzai ne consente l’utilizzo e dunque l’intera rete nazionale costituisce uno dei fulcri chiave della presenza stellestrisce nel Paese: il controllo sia dell’Iran sia della frontiera meridionale della Comunità degli Stati Indipendenti (Csi), che raccoglie due terzi delle ex repubbliche sovietiche tra cui quelle dell’Asia centrale. E’ il fianco Sud della Russia. Nei negoziati si è parlato del ritiro delle truppe, di terrorismo e persino di diritti delle donne. Mai delle basi. Gli americani le lasceranno rinunciando così a uno dei motivi per cui si sono impelagati in una guerra che tra poco compierà vent’anni?. Secondo alcune voci, della cosa invece si sarebbe parlato con le basi come oggetto di trattativa. Gli Usa per altro hanno chiesto di evacuare i soldati in anni mentre i talebani ragionano in termini di mesi. Intanto si prende tempo. Bomba o non bomba.

mercoledì 22 agosto 2018

Bombe e confusione a Kabul nel giorno di Eid

Figlia della grande confusione politica che regna sotto il cielo afgano, la guerra infinita si è arricchita ieri - nel giorno della celebrazione di Eid al-Adha, il sacrificio di Abramo - di un nuovo capitolo. E mentre Ashraf Ghani stava mandando al popolino il suo messaggio di “Eid Mubarak” - a due giorni dalla richiesta del presidente afgano di una nuova tregua - i miliziani dello Stato islamico hanno lanciato razzi sul palazzo presidenziale e sulla “zona verde” delle ambasciate. Arrivati in città con un paio di furgoncini si sono nascosti nell’area vicina alla grande moschea di Eidgah e hanno iniziato a sparare: una trentina di razzi, che hanno colpit la zona del palazzo e quella dove si trova il quartier generale Nato, l’ambasciata americana (e la nostra). Poi hanno ingaggiato una battaglia durata tre ore che ha visto intervenire anche gli elicotteri da combattimento dell’esercito afgano a pochi giorni dall’ennesima prova di forza nella città di Ghazni: un attacco della guerriglia talebana durato cinque giorni. Quattro dei nove miliziani sono stati uccisi. Sei i feriti. In altre zone del Paese invece la festa e la preghiera non hanno registrato incidenti.

In attesa di avere un bilancio più preciso (come insegna la battaglia di Ghazni che dalle venti vittime
Ashraf Ghani: in cerca
di una tregua 
civili iniziali ha visto salire il bilancio a 200-250 di cui molti uccisi dal fuoco amico dei raid statunitensi) qualche considerazione va fatta. Quando lunedi Ghani ha lanciato l’idea di una nuova tregua che, a partire dalla vigilia di Eid, avrebbe dovuto estendersi sino al 21 novembre (capodanno del Profeta) e quindi coprire il periodo elettorale, non molti avevano scommesso sull’adesione dei talebani anche se alcune fonti la davano per possibile. L’idea del presidente è piuttosto sembrato l’atto di chi conta forse su un movimento guerrigliero disomogeneo da cui è lecito aspettarsi di tutto. Forse anche una spaccatura. Ma la decisione unilaterale, condizionata all’adesione talebana, si è rivelata alla fine una dimostrazione di debolezza: i talebani non hanno risposto, a pochi giorni dalla prova di forza di Ghazni dove hanno tenuto in scacco la città quasi una settimana. I razzi di Daesh sono stati la cigliegina sulla torta e la tregua di Eid el-Fitr di metà giugno scorso, durata tre giorni e figlia della pressione popolare pacifista che si va allargando nell’intero Paese, è rimasta una goccia nel mare quando gli americani – a sorpresa – han fatto sapere di essere pronti a colloqui diretti coi talebani.

Concordata o meno con Ghani, la mossa ha per forza spiazzato il governo di Kabul che ha sempre fatto dei negoziati interafgani un punto fermo. Gli americani han sparigliato le carte senza però prendere una posizione ufficiale chiara: con contatti più o meno segreti e aprendo un canale che non contempla la presenza del governo di Kabul né di rappresentanti pachistani. Con quale effetto? Quello di aumentare la confusione.

Lo si capisce dal messaggio per Eid al-Adha che mullah Akhundzada, il capo della shura di Quetta, ha appena scritto: “... Eid-ul-Adha si avvicina mentre il nostro jihad contro l'occupazione americana è alle soglie della vittoria grazie ad Allah… gli invasori infedeli hanno perso ogni volontà di combattere, la loro strategia è fallita… gli arroganti generali americani sono stati costretti a piegarsi...”. I talebani hanno in effetti appena ridicolizzato i militari stellestrisce, che si eran detti sicuri che la guerriglia non sarebbe più entrata nelle città. Inoltre, vorrebbero negoziare ma continuano i raid, come è successo a Ghazni, con case distrutte e famiglie decimate come denunciato dai residenti.

Se mai i talebani volessero aderire a una tregua, possono ora farlo da una posizione di forza anche se la prudenza è d’obbligo. La guerriglia non ha infatti alcun interesse a creare condizioni pacifiche per le elezioni di ottobre che si svolgeranno in questo quadro confuso e violento che già ha caratterizzato l’iscrizione alle liste elettorali. Lo stesso quadro con cui Kabul andrà a Ginevra in settembre per stabilire le priorità che la  comunità internazionale dovrà in seguto finanziare. Con documenti, dice una fonte locale, che contengono esattamente gli stessi problemi del 2001. Gli stessi di... diciotto anni fa

Articolo uscito oggi su il manifesto

giovedì 22 marzo 2018

Bombe sul nuovo anno

Il Nawroz è una ricorrenza tradizionale persiana che corrisponde all’equinozio di primavera e che celebra il nuovo anno: dall’Iran all’Albania, dalla Bosnia all’Azerbaigian. Sceglierla per fare strage, com’è avvenuto ieri in Afghanistan, sembra lontano da qualsiasi logica anche perché il nuovo anno lo celebrano sia sunniti sia sciiti. Il terrorista – lo Stato islamico ne ha rivendicato l’azione – che ieri si è fatto esplodere, ha scelto un’area, quella dell’Università non lontana da un luogo di culto, dove si può massimizzare il risultato perché è una delle zone maggiormente frequentata di Kabul, ci sia lezione o meno. Mentre scriviamo il bilancio delle vittime aveva già superato la trentina andandosi ad aggiungere morti a quello che proprio in questi giorni è stato ricordato anche dalla Commissione nazionale afgana per i diritti umani come l’anno peggiore per numero di vittime civili. Molte lo sono per stragi che avvengono in gran parte nella capitale, da sempre luogo prescelto per la sua eco mediatica ma ultimamente anche terreno di scontro tra talebani e Stato islamico in una sorta di rincorsa al suprematismo terrorista.

Al di là dell’attentato di ieri firmato dallo Stato islamico, una frangia di quel che resta del progetto di Raqqa e che si è ormai ridotta in Afghanistan ad atti stragisti dimostrativi, la sequenza di attentati delle ultime settimane (sabato scorso ai danni di una base di mercenari stranieri) sembra aver decretato la fine definitiva di qualsiasi speranza di negoziato tra le parti. Alcune settimane fa i talebani, in una lettera aperta ai cittadini degli Stati Uniti, avevano offerto un ramoscello d’olivo respinto da Washington ma subito raccolto dal governo afgano e con un’apertura senza precedenti per un dialogo interafgano con la guerriglia. Ma i talebani restano fermi sulla precondizione di un'uscita di scena delle truppe straniere e chiedono quindi semmai di parlare con gli americani e non con i loro “burattini” a Kabul.

In questa difficile situazione, in cui ogni possibile spiraglio negoziale è appeso a un filo, gli Stati Uniti, imbaldanziti dalle aperture di una piccola fazione talebana, hanno creduto che la mossa vincente risiedesse nella politica appena inaugurata da Trump: una carota appesa a un bastone. Gli Usa hanno triplicato le missioni aeree, dato luce verde alla Cia per raid anche in Afghanistan, aumentato le truppe in loco e, infine, messo a capo della diplomazia Mike Pompeo, già direttore della Cia e uno dei fautori della politica del bastone. Che però non ha dato i frutti sperati. Anziché cedere, i talebani hanno aperto una nuova stagione stragista mentre il governo di Kabul, troppo dipendente dai soldi e dalle decisioni americane, non ha la credibilità per poter condurre una trattativa con la guerriglia.

Al momento, l’unica speranza sembra quella di una guerra di logoramento progressivo che potrebbe indurre tutti a più miti consigli. A cominciare dagli eserciti occupanti. Stati Uniti in testa, ovviamente, ma anche Nato, Italia in primis. Il Paese col maggior numero di soldati dopo quelli americani che su questo dossier non ha una posizione.

martedì 23 gennaio 2018

Caos afgano

Non è ancora chiaro quante siano effettivamente le vittime dell’attacco all’hotel Intercontinental di Kabul, iniziato nella serata di sabato 21 gennaio e conclusosi solo dopo 17 ore e con l’intervento delle forze speciali (secondo l’emittente ToloNews, i morti sarebbero oltre 40 con oltre una decina di stranieri tra loro). Quel che è invece chiaro è non solo che la guerra afgana è tutt’altro che archiviabile, ma che sta anzi conoscendo un’escalation. Sia da parte talebana (i mujahedin di mullah Akhundzada hanno rivendicato l’attacco all'albergo), sia da parte governativa e soprattutto americana (i raid degli alleati sono triplicati rispetto al passato), sia da parte di nuovi attori (lo Stato islamico, autore di stragi cicliche da oltre due anni a questa parte).

martedì 1 agosto 2017

Da Raqqa con furore

Il sito di Amq, voce del "califfato"
Colpire il nemico fuori dal teatro siriano iracheno. Punirlo per aver annunciato (alcuni giorni fa con un incontro stampa) la presa di Mosul. Attaccare un obiettivo che dia risalto mediatico all’azione esemplare. Sembra questo il ragionamento che ha portato ieri un commando dello Stato islamico, nella sua versione “Territorio del Khorasan”, ad attaccare l’ambasciata irachena a Kabul, nel cuore commercial diplomatico della capitale. Azione rapida e con meccanismi noti: un kamikaze vestito da poliziotto afgano si fa esplodere all’ingresso della legazione irachena; la porta si apre e un commando di tre uomini entra per fare strage. Ma le cose vanno male: un poliziotto viene ferito e mentre i guardiani dell’ambasciata impegnano il commando gli altri riescono a fuggire. Poi escono tutti mentre la legazione viene circondata e finisce sotto il fuoco incrociato della truppe speciali afgane. Dura circa quattro ore l’assedio al commando (dalle 11 del mattino alle 15), poi i tre vengono fatti fuori mentre l’agenzia Amaq, la sirena mediatica del califfato di Al Baghdadi, rivendica l’azione. Fortunatamente sfortunata. Il prezzo lo pagano soprattutto gli uomini del commando anche se due civili hanno perso la vita ed è sempre presto per sapere se non vi siano altre vittime. Le vittime civili della guerra, come ha appena denunciato il rapporto semestrale dell’Onu, sono quelle con i numeri più alti, in un conflitto che si è spostato sempre più nella capitale: degli 1662 morti nei primi sei mesi del 2017, il 20% ha perso la vita a Kabul.

domenica 4 giugno 2017

Dietro le bombe senza un padrino

Babur: si vuole che la sua tomba a Kabul
respingesse le pallottole durante la guerra
tra mujahedin
Sono da poco passate le tre del pomeriggio al cimitero di Khair Khana a Kabul. Un migliaio di persone sono li a rendere l’ultimo omaggio alle vittime della manifestazione antigovernativa di venerdi dove le forze di sicurezza hanno sparato sulla folla. Tra questi c’è anche il cadavere di Salem Izdyar, figlio di un senatore della Repubblica e dunque sono presenti anche le alte cariche dello Stato: c’è il primo ministro Abdullah Abdullah e il ministro degli Esteri Salahuddin Rabbani. Anche perché il padre di Salem, Mohammad Alam Izdyar, non è un senatore qualsiasi ma il rappresentante alla Meshrano Jirga della Provincia del Panjshir – a maggioranza tagica e bacino elettorale fieramente antitalebano di Abdullah. La funzione religiosa viene interrotta da tre esplosioni: un ordigno e due kamikaze che si fanno saltare in aria e gettano nello scompiglio la folla che cerca salvezza nella fuga. Il bilancio è ancora incerto: decine i feriti e, secondo alcune fonti, almeno 20 morti.
Ma cosa c’è dietro questa nuova stagione del terrore con un quadro ancor più confuso dal fatto che gli attentati non vengono rivendicati e sono stati prontamente condannati dai talebani?

La pista pachistana

I servizi segreti afgani lo hanno detto sin dalle prime ore di mercoledi quando una cisterna è esplosa nel cuore ella capitale uccidendo un centinaio di civili: dietro le stragi ci sono i servizi pachistani che si servono, come in passato, della Rete Haqqani, la fazione più stragista dei talebani. E’ un’ipotesi non nuova e con diversi precedenti anche se spesso Islamabad sembra solo il colpevole più facile da indicare: una pista che raccoglie sempre il consenso dell’uomo della strada. In passato queste stragi senza paternità erano soprattutto servite a far deragliare l’avvio degli stentati tentativi di mettere in piedi un tavolo negoziale che però – almeno per quel se ne sa – in questo momento è ben lungi dall’essere apparecchiato.

sabato 3 giugno 2017

Kabul spari sulla folla 5 morti

Chi non vuole vedere l'abisso afgano?
La strage senza paternità che mercoledi ha ucciso un centinaio di cittadini di Kabul e ne ha feriti ennesimo episodio mortale. A farne le spese alcuni dimostranti uccisi dalle forze di sicurezza afgane mentre, assieme ad altri, erano convenuti sul ruolo della strage per protestare contro l’insicurezza quotidiana che circonda la vita nella capitale e in un Paese dove, nei primi tre mesi del 2017, sono state uccise oltre settecento civili e che nel 2016 ha totalizzato il bilancio più grave della guerra infinita: 3.500 morti, in aumento rispetto all’anno precedente.
oltre 400 con effetti devastanti sul centro città che si sono sentiti fino a 4 chilometri dal sito dell'esplosione, è stata seguita ieri da un

La protesta che dalle prime ore del mattino aveva raccolto un migliaio di persone si è rapidamente trasformata in una manifestazione politica con slogan che chiedevano la testa dei capi degli apparati di sicurezza ma anche le dimissioni del governo di unità nazionale. Numerosi gli slogan contro i talebani (che hanno preso le distanze dalla strage) e il Pakistan. I media locali sostengono che molti dimostranti fossero armati e che abbiano lanciato pietre contro gli agenti (alcuni dei quali sono stati feriti) ma la reazione delle forze dell’ordine, stando anche a quanto dichiarato dai responsabili di Amnesty International nella regione, sarebbe stata spropositata. L’organizzazione internazionale chiede ora un’inchiesta sull'impiego di armi da fuoco durante il corteo. Quel che è certo è che la tensione è salita alle stelle quando i dimostranti hanno cercato di spingersi verso il palazzo presidenziale, non molto distante dal luogo dell’attentato. In sostanza, quando la manifestazione, da semplice reazione di rabbia spontanea, è diventata politica, la sicurezza del governo è entrata in azione. Gas e acqua non sono stati ritenuti sufficienti e si è iniziato a sparare. I morti accertati sarebbero almeno cinque. Molti anche i feriti, con pallottole che hanno colpito alcuni dimostranti ai piedi e alle gambe.

mercoledì 31 maggio 2017

Strage a maggio senza padrini

Afghanistan, la guerra infinita
Nel Paese che l’Unione europea considera ormai sicuro e dove i migranti sono obbligati a tornare, la guerra infinita continua a mietere vittime con atrocità sempre maggiori. Una gara al rialzo dove stamattina la protagonista è stata una cisterna per l’acqua carica di esplosivo saltata in aria a Kabul nell’ora di punta, le 8 e trenta, uccidendo almeno ottantacinque persone e ferendone almeno quattro centinaia. Un bilancio che mentre scriviamo continua ad aggravarsi e che non ha ancora una paternità (illazioni, ma solo quelle, su Haqqani e Stato islamico). Paternità che i talebani, con un messaggio affidato invece in tempi rapidissimi al loro sito ufficiale, hanno sdegnosamente rifiutato chiarendo che il movimento non prende mai di mira la popolazione civile.

L’esplosione (1500 chili di esplosivo), che si è udita in tutta la città e il cui fumo ha invaso interi quartieri del centro, è avvenuta poco distante dalla porta d’ingresso della zona diplomatica dove ha sede anche l’ambasciata italiana. Sembra ricordare quella che, nel 2009, fece saltare in aria una cisterna di benzina davanti all’ambasciata tedesca che si trova appunto sull’ingresso della cosiddetta “green zone”. Da allora aumentarono sbarramenti di cemento, poliziotti privati e controlli accurati ma nessuno è ancora riuscito a trovare la ricetta per impedire atti terroristici di tale portata anche se per fare esplodere un tale quantitativo di esplosivo c’è chi lo vende e chi lo compre in un Paese dove il commercio delle armi – legali e illegali – è moneta corrente.

giovedì 30 marzo 2017

La nuova Guerra Fredda nel Nuovo Grande Gioco

Amici o non amici, Trump e Putin se  la devono forse vedere con una nuova Guerra Fredda tra Usa ed ex Urss che manco a dirlo passa per Kabul. Il generale  Joseph Votel - generale a 4 stelle e già a capo del Comando centrale -  ha detto all' Armed Services Committee del Congresso che suppone che Mosca fornisca i talebani di armi. Accusa grave e senza prove, come lui stesso ammette, ma che esce dalla bocca di un top general benché uscente dalla sua posizione di comandante in capo. Votel (classe 1958, nella foto a sinistra) è un four stars general che è stato comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti dal marzo 2016 e che ha già  prestato servizio come comandante degli Stati Uniti Special Operations Command. Non una voce qualsiasi. Gli Stati Uniti sono preoccupati dall'attivismo diplomatico di Mosca che cerca di recuperare posizioni e che sta tenendo nella capitale russa colloqui multilaterali sull'Afghanistan cui non ha mai invitato Washington. Troppo impegnati a seguire le vicende dei collegamenti russi di Trump rischiamo di prendere lucciole per lanterne. Più che un'alleanza tra i due colossi (vedi Siria apparentemente) sta montando una nuova Guerra Fredda, vedi un po', nel Nuovo Grande Gioco in Asia centrale.

giovedì 13 ottobre 2016

Strage di sciiti in Afghanistan firmata Daesh

Sono due nel giro di 24 ore gli attacchi alla minoranza sciita dell’Afghanistan che hanno ucciso oltre una trentina di persone e ne hanno ferite a decine durante la vigilia e la festa dell’Ashura, che segna l’inizio del primo mese del calendario islamico (Muharram) e commemora la morte di Husain ibn Ali, il nipote del profeta Maometto. L’ultima strage in ordine di tempo avviene ieri con una bomba che esplode fuori da un tempio sciita a venti chilometri da Mazar-i-Sharif, la capitale della provincia settentrionale di Balkh. I morti erano già saliti a 15 nel pomeriggio di ieri, mentre i feriti sono oltre una ventina. La sera prima invece è la volta di Kabul dove un cecchino uccide almeno 18 persone e ne ferisce una cinquantina tra i fedeli che si stanno recando ala moschea Cart-i-Sakhi (nell'immagine un particolare del tempio) in un distretto della capitale. Tra loro c’è anche Sumaia Mohammadi, un membro del Coniglio provinciale della provincia di Daikundi, ma non è lei l’obiettivo. La strategia, già testata dallo Stato Islamico, è colpire nel mucchio come ha già fatto in luglio, sempre a Kabul, uccidendo oltre 80 hazara (sciiti) che protestavano per un progetto governativo che li penalizzava. Daesh infatti ha rivendicato la strage di martedì notte ed è molto probabile, se non certo, che sia da attribuire ai sodali di Raqqa in Afghanistan anche il massacro di Mazar.

L’effetto degli attentati è quello di dare al presidente Ashraf Ghani, che con altri membri del governo ha partecipato ieri a una manifestazione di pubblica celebrazione dell’Ashura, la possibilità di ribadire l'unita degli afgani al di là del tipo di appartenenza religiosa e di chiedere agli ulema di entrambe le correnti – sciiti e sunniti – di unirsi contro il terrorismo. Ma è anche quello di far capire che una nuova stagione di violenza è cominciata anche se Daesh appare isolato ma comunque in grado di sparare nel mucchio e far crescere la tensione in un Paese quotidianamente vittima di un conflitto che dura ormai da oltre 35 anni.

venerdì 9 settembre 2016

Bambini sotto tiro nel mondo e in Afghanistan. E i talebani smentiscono l'attacco a Care International

Un altro milione di sfollati afgani nel 2016. L’Onu lancia l’allarme per un’emergenza annunciata. A rischio la vita di 120mila bambini. Quelli in fuga nel mondo, dice Unicef, sono 50 milioni, la metà da Irak e Afghanistan. I talebani smentiscono di aver attaccato la Ong “Care”

C’è un’emergenza profughi anche nella guerra ormai semi nascosta che si combatte in Asia centrale. Una guerra che miete vittime ogni giorno ma ormai uscita dalla lettura mainstream e senza quasi più copertura mediatica. Eppure, dice l’Onu, c’è di che preoccuparsi: entro la fine dell’anno in Afghanistan ci saranno un milione di nuovi profughi e ogni giorno 5mila attraversano la frontiera pachistana preparando una delle più pericolose e sofferte emergenze umanitarie del 2016. Tra loro molti bambini, parte rilevante di un esercito, spiega l’Unicef, che conta nel mondo 50 milioni di piccoli profughi che in gran parte sono afgani. E sul fronte umanitario di notizia ce n’è anche un’altra: i talebani hanno scritto sul loro sito che non volevano colpire Care International, la cui sede a Kabul è stata sventrata da un’esplosione lunedi notte, ma che l’obiettivo era un centro militare. L’Ong fu quindi un “danno collaterale”.

mercoledì 7 settembre 2016

Bombe a Kabul e la difficoltà dello spazio umanitario

Come se i morti non bastassero – almeno una trentina lunedi più almeno uno nella notte tra lunedi e martedi oltre ai guerriglieri suicidi o uccisi e a un centinaio di feriti – c’è anche un giallo nell’ennesimo attacco suicida che costella ormai la quotidianità della capitale afgana. Un giallo sull’obiettivo e, ancora una volta, un problema che riguarda l’azione militare e lo spazio umanitario*.

Il primo attacco dei talebani a Kabul è di lunedi quando per l’ennesima volta la guerriglia cerca di colpire il ministero della Difesa. In quella che per il sito degli islamisti è una vittoria che avrebbe un bilancio di 58 agenti delle forze di sicurezza uccisi (poi la notizia è scomparsa ieri misteriosamente dal website dell’emirato), la carneficina soprattutto di civili si conclude con almeno una trentina di vittime. Ma non era l’unica azione prevista, benché per la seconda non vi sia ancora una rivendicazione scritta. Alcuni militanti armati, con l’aiuto di un autobomba, prendono d’assalto Sharenaw, la zona della città dove hanno sede le ambasciate e molte Ong che lavorano nel Paese (in quella zona c’è anche l'ospedale di Emergency). L’esplosione sventra un edificio. Poi comincia un vero e proprio assedio che si conclude solo il giorno seguente. Il giorno seguente perché l’attacco avviene di notte (il che segna una novità poiché gli attentato notturni sono rari) e quando la città pensa che forse per questa giornata di lunedi la guerra nella capitale sia finita. Il ministero degli Interni non ha dubbi: il colpo da assestare, che fortunatamente produce una sola vittima, è la Ong Care, che nella zona colpita ha una sede della sua rete internazionale in Afghanistan. Ma dopo un po’ l’organizzazione smentisce, sostenendo che il probabile target poteva invece essere un ufficio governativo situato a ridosso della sede umanitaria. La cosa fa una bella differenza e per ora la rivendicazione che viene citata da alcuni siti Internet non chiarisce quale fosse l’obiettivo. Se fossero gli attivisti di un’organizzazione umanitaria la cosa avrebbe un peso diverso che non se si fosse trattato di un obiettivo governativo. Non sarebbe la prima volta che gli umanitari entrano nel mirino, ma solitamente i talebani colpiscono solo gli afgani “collaborazionisti” (e di solito nelle aree periferiche) oppure attaccano obiettivi militari contigui facendo danno ad altre strutture (e potrebbe essere questo il caso) o ancora colpiscono umanitari per errore (famoso il caso di alcune cooperanti uccise mentre viaggiavano a bordo di auto bianche di solito in uso agli umanitari che però la Nato continua a usare benché proprio un comandante italiano di Isaf, anni fa, ne avesse vietato l’utilizzo proprio per evitare spiacevoli errori).

sabato 27 agosto 2016

Dimenticare Kabul. La guerra delle SIM

A tre giorni dall’attacco mercoledi scorso all’Università americana di Kabul (almeno 16 morti e oltre 50 feriti) una guerra delle “SIM card” si insinua nella guerra guerreggiata che tutti i giorni miete le sue vittime nel Paese dell’Hindukush. Come un un copione ritrito, Afghanistan e Pakistan si scontrano di nuovo perché, dicono a Kabul, ci sono tracce di telefonate che avrebbero raggiunto gli attentatori nella capitale dal Pakistan. Ergo, il colpevole sta nel Paese dei puri. Islamabad risponde per le rime: anche loro hanno tracciato le telefonate ma queste sarebbero partite da... sim afgane, che riescono a collegarsi dal poroso e indefinito confine tra i due Paesi. Ergo, cercate in casa vostra. Guerra delle parole per ora, e anche cauta perché a Islamabad è arrivata una delegazione statunitense di altissimo profilo e dunque, visto che di mezzo c’è l'università americana, la prudenza è di rigore: c’è l’inviato speciale per Afghanistan e Pakistan Richard Olson, l’assistente speciale del presidente Obama Peter Lavoy e il comandante di Resolute Support, la nuova missione Nato in Afghanistan (cui l’Italia partecipa con 800 soldati), generale John Nicholson. Non son queste visite che si programmano certo da un giorno con l’altro, ma il caso, o forse no, fa coincidere la visita con l’ennesima strage. Strage senza rivendicazione, il che getta una luce ancor più sinistra sull’attentato.

I rapporti tra i due Paesi sono ormai più che tesi da oltre un anno e la tensione ha subito nei mesi recenti un’accelerazione cui l’attentato all’Università porta acqua come a un mulino che lavora a pieno ritmo. Indispettito per gli incidenti di frontiera, la montante pachistanofobia afgana e la tolleranza che gli afgani dimostrano per mullah Fazlullah e i suoi accoliti - è il capo dei talebani pachistani che Islamabad è convinta abbia eletto residenza in territorio afgano - il Pakistan ha deciso di reagire con l'espulsione degli afgani che risiedono nel Paese: sono circa due milioni e mezzo e un milione fra loro non ha le carte a posto. Da gennaio Islamabad ha cominciato a far pulizia e adesso sono già 100mila gli afgani cacciati oltre frontiera (67mila solo da giugno). Molti di loro han così perso quel poco che avevano ricostruito della loro vita da profughi infiniti: c’è chi la prende con filosofia ma anche chi subisce l’espulsione come una catastrofe che l’Unhcr, l’Alto commissariato dell’Onu, ha già denunciato chiedendo finanziamenti e attenzione a donatori già troppo impegnati coi profughi siriani e di vedute ristrette visto che quella gente finirà per ingrossare le fila di chi tenta fortuna a Occidente. Il governo afgano infatti è in difficoltà: non li può certo respingere ma non ha soldi per accoglierli. La notizia però è di quelle non troppo seducenti nemmeno per i cronisti visto che di immigrati clandestini e non se ne parla già fin troppo. Non è l’unico aspetto dell’Afghanistan a trovar distratti media e politici.

lunedì 25 luglio 2016

Qualche pensiero dopo la strage di Kabul. Se i talebani diventano alleati

La strage dell'altro ieri a Kabul con un'ottantina di morti tra gli hazara (ma non c'erano solo loro) che protestavano per essere stati tagliati fuori da un progetto energetico che bypassa la loro provincia, racconta molte cose. La prima è che Daesh ci sta provando sempre più seriamente con l'unica strategia che ormai gli resta. L'altra è che non colpisce solo nel mucchio: seleziona e, per la prima volta, si intromette in una manifestazione politica. L'altra cosa ancora è che - come a Parigi o a Dacca - bisogna difendersi in tanti modi e la sola repressione non basterà. Bisogna saldare alleanze e in Afghanistan l'unica alleanza possibile per sgominare Daesh... sono i talebani.

Nate nell'humus della guerra, le cellule di Daesh sono più esposte sul fronte islamista che non su quello della pura repressione governativa: com'è noto, in certe zone del Paese la polizia o l'esercito non ci vanno proprio. E se un villaggio da solo non ce la fa a estromettere queste cellule del cancro califfale, i talebani possono farlo. L'hanno già fatto. Sono i loro peggior nemici. Il movimento talebano non è mai stato jihadsita nel senso che comunemente attribuiamo alla parola "jihad", meccanicamente tradotta (e ridotta) alla locuzione "guerra santa". I talebani sono un movimento di liberazione nazionale che anche da Al Qaeda, e dal suo progetto di jihad globale, si sono sempre dissociati fin da tempi non sospetti. Ospitare bin Laden non significava aderire al suo progetto. Così vero, che i talebani furono disposti a negoziare direttamente con gli americani, nemico numero uno di Al Qaeda. Può non piacere ma la guerra talebana è una lotta per la liberazione dell'Afghanistan dall'invasore straniero. E', a tutti gli effetti, una lotta partigiana, benché possa non piacerci né la radice ideologica (la lettura religiosa della scuola Deobandi) né tantomeno i mezzi con cui viene condotta che, va detto, non sono troppo dissimili da quelli che anche noi e l'esercito afgano utilizziamo o abbiamo utilizzato (voglio dire che, se per colpire un obiettivo militare, si fa poi una strage di civili, non c'è molta differenza tra una bomba sporca sulla strada messa dai talebani e un drone che spara un missile su un matrimonio perché le informazioni erano sbagliate). Ora, per i talebani Daesh non è solo un "concorrente" sulla piazza dell'islam politico: è un invasore i cui obiettivi sono del tutto diversi da quelli del movimento.