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giovedì 23 febbraio 2012

ORGOGLIO DI FELUCA

Su poco meno di un migliaio di diplomatici, tante sono le feluche della Farnesina, 630 fanno parte del Sndmae, il sindacato di categoria della diplomazia al ministero degli Esteri. Casta nella casta per alcuni, espressIone ultracorporativa per altri, baluardo di sani principi per i suoi aderenti, il Sndmae (impronunciabile acronimo che sta per Sindacato nazionale dipendenti del ministero degli Esteri o “Mae”) ha oggi un nuovo segretario, Enrico De Agostini, che ha tutta l'aria di uno che non le manda a dire. Ieri mattina, all'Assemblea annuale dei membri del sindacato, che contende alla Cgil il primato degli iscritti al ministero (la Cgil ne conta pochi tra le feluche ma molti tra il personale), De Agostini se l'è vista direttamente col ministro. Che la congiuntura vuole sia praticamente un suo pari grado. Un diplomatico, benché più avanti nel cursus honorum, fino a ieri in servizio e oggi ministro protempore nello stesso dicastero dove, sino a tre mesi fa, era soltanto un ambasciatore come tanti.

Il ministro Giulio Terzi si è trovato così a incarnare una strana anomalia (a essere onesti - visto che il sindacato esista dal 1944 - è la terza volta che succede: con Renato Ruggiero negli Ottanta e Carlo Sforza a fine Quaranta): essere praticamente il ministro di se stesso e per di più, Terzi se n'è accorto in Assemblea, un “tesserato” del sindacato con cui si deve confrontare (ovviamente recederà quanto prima). Come che sia, di dossier sul tavolo ce ce sono diversi. Uno riguarda i trattamenti economici di una categoria privilegiata che, come tutte le categorie privilegiate, fa fatica a digerire il taglio dei privilegi o a considerarli tali.

Offese da come buona parte della stampa ha trattato, senza distinzioni, il corpo diplomatico dopo il caso Vattani-Casa Pound (l'ambasciatore presso la Santa Sede Francesco Greco non ha avuto remore a citare alcuni pezzi caustici di “Repubblica”), le feluche rappresentate da De Agostini non se la sentono di passare per i formali e silenti maggiordomi di governi che, negli ultimi anni, hanno ridotto il bilancio del ministero a uno «stato disastroso effetto di tagli rovinosi» con una riduzione di bilancio di quasi 5 punti percentuali. Al punto che, spiega De Agostini, «il 'core business' del ministero, ossia le missioni all'estero, sono ormai state ridotte della metà». Con scelte molto opinabili: «L'Italia è costretta a disertare riunioni importanti a Bruxelles o a New York ma si sono spesi 6,5 milioni di euro per l'esposizione internazionale di Yeosu (Expo 2012 in Corea) o per la nostra partecipazione alla fiera...orticola di Venlo, in Olanda. Mi chiedo il senso di quei sei milioni a fronte di appena un milione destinato alle missioni della diplomazia italiana, tenuto conto che l'80% lo utilizzano i vertici (ministro, sottosegretari) e solo 200mila euro i funzionari in trasferta. Che oggi viaggiano anche low cost anticipando di tasca propria».

Nella sua relazione al ministro e ai membri, De Agostini ha fatto riferimento anche alle zone d'ombra (clientele e gruppi di pressione) che completano il quadro, chiedendo a Terzi un'operazione «trasparenza» sulle nomine gli “incarichi romani”, non sempre affidati al più competente. Il Sndmae chiede a Terzi anche un “piano industriale” chiaro sugli investimenti: sull'eccesso di istituti di cultura, sulla confusa dicotomia creatasi col nuovo dicastero della Cooperazione affidato a Riccardi (mentre il governo ha appena tagliato, alla Cooperazione del Mae circa 7 milioni di euro da destinare al piano carceri)sui risparmi da fare nella rete consolare: «Che senso ha – si si è chiesto De Agostini – mantenere un consolato a San Gallo e decidere invece che in Turkmenistan non ci vuole una sede diplomatica italiana»?

Terzi ha incassato. Non può non essere attento alle rimostranze dei “suoi”, ma deve applicare l'austero rigore del governo anche alle stanze della “Casa” dei diplomatici sul Lungotevere. Dà atto che alla Farnesina «c'è una grande squadra all'altezza del suo compito» e che cercherà di far fronte alla riduzione della «massa critica» della rete consolare all'estero «intesa come servizio ai cittadini e promozione del Paese». Dice che eviterà il «disinvestimento» e promette maggior attenzione alla formazione, ai giovani e alle donne. «Negli ultimi concorsi un terzo dei vincitori sono donne e 69 donne hanno oggi nel ministero incarichi di rango». Insomma la “fine del panciotto” (per citare una delle tante infelici frasi di Berlusconi che, da ministro degli Esteri a interim, voleva fare dei diplomatici degli audaci piazzisti porta a porta) non è dietro l'angolo, nel senso che l'Italia non rinuncerà ai diplomatici. Qualcosa però dovrà cambiare, il negoziato è aperto.

Ma forse, questa volta, i diplomatici possono giocare in “Casa”.

giovedì 8 luglio 2010

SCIOPERO DIPLOMATICO

Licenziamenti e prepensionamenti in arrivo, blocco di assunzioni e carriere, emendamenti ad hoc che tagliano scatti e progressioni economiche. La mannaia della Finanziaria si abbatte anche sulla casa della diplomazia italiana che però non è propensa mandar giù. I due principali sindacati del ministero degli Esteri minacciano di incrociare le braccia, si tratti di un ambasciatore di carriera, di un amministrativo o di un tecnico di cooperazione, questi ultimi con la prospettiva di 60 futuri licenziamenti.

Certo, uno sciopero delle feluche farebbe davvero scalpore ma è quanto ha minacciato in una lettera a Berlusconi il Sndmae, il sindacato dei diplomatici (circa un migliaio) che ha messo nero su bianco di essere pronto ormai a “giungere alla misura estrema, e per noi inusuale, dello sciopero, cui la Carriera, in servizio a Roma ed all'estero, aderirebbe con grande convinzione”. Ma anche la cosiddetta “area funzionale”, ossia i non diplomatici, sono sul piede di guerra. Ieri hanno scritto al loro ministro, Franco Frattini, minacciando lo stato di agitazione “una misura per cui, se non avremo soddisfazione – conferma un aderente alla Cgil – alla Farnesina ne vedremo delle belle”. I tecnici dell'Utl, l'Unità tecnica locale che si occupa della cooperazione allo sviluppo, non sono meno in subbuglio. Vessati da contratti annuali che vengono rinnovati discrezionalmente, diminuiti al lumicino negli anni e con sempre meno denaro da amministrare, rischiano un futuro da paralisi completa se i sessanta licenziamenti, per ora rinviati di un anno, dovessero diventare realtà.

La novità
è che il fronte, anche se con motivazioni diverse a seconda dei segmenti, appare sufficientemente compatto a decidere un blocco totale del lavoro della nostra diplomazia. “Il governo se l'è presa con magistrati e giornalisti e adesso tocca a noi – sibila un diplomatico di lungo corso – senza che si renda conto che risparmiare sulla nostra pelle significa abolire i servizi agli italiani all'estero, anche quelli utilizzati da chi va in vacanza e che si accorge, magari solo in quel caso, che un'ambasciata o un consolato sono un risorsa di cui non si può fare a meno”.

Ma il blocco dell'attività, sia sciopero o agitazione a singhiozzo, paralizzerebbe anche la macchina che sta a Roma e che governa quasi 5mila persone di cui 3800 nell'area funzionale: un comparto – spiega una sindacalista della Cgil – che di questo passo si vedrà ridotto della metà nel giro di qualche anno”. L'amministrazione intanto ha bloccato un aumento di 40 euro lorde per metà di questi funzionari e anche il contratto è fermo, congelato dalla stretta imposta dal governo. Senza che possa dunque essere applicato.
I diplomatici invece ce l'hanno con un articolo della Finanziaria che stabilisce che le progressioni di carriera abbiano, per tre anni, efficacia esclusivamente giuridica. Sei bravo e ti do la medaglia, ma non un euro in più. Anche le feluche piangono insomma. Ma questa volta non vogliono limitarsi ad asciugarsi le lacrime con la pochette.