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martedì 10 febbraio 2009

SAMARCANDA (chiacchiere e birrette)

Si chiama Nadir la giovane promessa del “Samarcanda”. E' il nuovo proprietario e non avrà più di qualche Natale oltre i trent'anni. Il viso è aperto, l'impegno è grosso. E' afgano ma con una vita vissuta negli States che gli marca irrimediabilmente la pronuncia e, potevi scommetterci, ha anche un'ascendenza italiana. Ha rilevato questo locale da poco e adesso bisogna lanciarlo. E' lunedì e non si batte chiodo e gli incassi del solo giovedì sera – il nostro sabato italiano – non bastano. All'ingresso c'è un guardione con una blusa turca e una pessima fama. Non della blusa, del locale. E turchi sono anche i cuochi. Il che è una buona promessa. Ma la fama... Quella è un altro discorso.

Al Samarcanda, bel locale tutto di legni e bambù, salone da biliardo e pista da ballo, ragazze asiatiche che appaiono e scompaiono con una ventata di tailandese memoria, c'era all'ingresso, così mi dice l'Ammiraglio, un deposito per le pistole. Che ora è scomparso. E il locale era, è, noto per i colli taurini dei contractor, muscoli e “manganello”, nel senso lato del termine. “Una rissa non ce l'ho mai vista – sibila Raffaele, l'Ammiraglio appunto, che è ormai il compagno precettato di questi giri notturni – ma la sensazione è quella”. Se sei da solo con una ragazza passi, “...ma se sono tre, come mi è capitato una volta, son guai. Non puoi nemmeno andare al bagno che una dozzina di muscoli con l'occhio lucido cominciano a tacchinare...”. Non stasera, certo. Qualche ragazzone dell'Est Europa gioca a biliardo. Altri due nell'angolo bevono una birra. Il tipo con le orientali è scomparso. E l'aria un po' mesta del feriale notturno del lunedi, un giorno che è quasi peggio delle domenica per i frequentatori delle oasi notturne, è tutto lì che ti sciagguetta lungo la schiena.

Se Nadir ce la farà, è una scommessa che vedremo. I locali, come da sempre nel mondo, passano di mano velocemente. E se ti dice bene tirano per un po' e allora, in quel preciso momento, come ai rialzi di borsa, devi vendere e cambiare perché poi, i vecchi del mestiere lo sanno, la parabola diventa discendente. Una lezione imparata a Paxos dove ho avuto il mio primo e ultimo locale. Forse per capire che non era per me quel lavoro faticoso ma anche eccitante quando sei tu, dall'altra parte del bancone, a offrire da bere a chi ti va. Ma qui siamo a Kabul, non nella Paxos rutilante dei suoi tempi migliori. E io non sevo più ai tavoli ma provo a raccontarli. Sul taccuino segno nomi e particolari, non commesse e ordinazioni. Adesso tocca a Nadir servire bene i suoi clienti e dimostrare che venerdì prossimo, tra happy hour e scotch a tre dollari, come ci ha promesso, sarà il suo tagliando di partenza. Non è il mio tipo di locale ma credo che ci tornerò. Mi incuriosiscono i cuochi turchi.

1 commento:

Enzo ha detto...

Come quelle di Tex Willer dopo una lunga corsa a cavallo, le birrette del Samarcanda devono avere un sapore davvero speciale...