Visualizzazioni ultimo mese

Cerca nel blog

Translate

Visualizzazione post con etichetta Kabul by night. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Kabul by night. Mostra tutti i post

venerdì 20 febbraio 2009

GANDAMAK, TAUROMACHIA E BIRRETTE

Sudori e afrori, colli taurini e muscoli, contractor e donnine allegre. E un profluvio di armi alle pareti, poster di battaglie, mitragliatori ben esposti a ricordare che si può morire più in fretta che non per il colpo di un vecchio fucile ad avancarica.
Di vecchi fucili ad avancarica, ben appoggiati nella rastrelliera del ristorante al piano terra, ce ne sono parecchi al Gandamak, luogo tra i preferiti dagli expat di Kabul, soprattutto quelli che fanno dell'uso delle armi il proprio mestiere. Locale per loro. Non per me. Fa pena quel vecchio ottuagenario afgano che, nella reception del ristorante, vende collanine alle prostate vaganti che, gonfie di birra, vanno al cesso a mingere. Nell'angolo un suo sodale prega mentre l'orologio alla parete di questo locale molto colonial-british, con una sua eleganza di un qualche fascino a mezzogiorno, segna le due. Di notte.

L'hang out è di sotto, nel seminterrato. Il locale è stretto e lungo con pochi anfratti per vedere video o fare quattro chiacchiere. I soffitti sono bassi e il fumo aleggia sovrano. Colore dominante: rosso (taurino). La frequentazione è varia: dai taurinici contractor, con cui proprio non vorreste litigare, a giovani ragazzi sorridenti di qualche Ong, ma anche diplomatici in libera uscita, consulenti e consiglieri, uomini d'affari, ragazze stagionate sicure di un rimorchio troppo facile in una città dove il rapporto maschi/femmine può arrivare a dieci a uno (come ieri sera). Ci saranno una venticinquina di persone perché, anche qui, l'attacco talebano multiplo di febbraio ha fatto il suo effetto. Ma questi giovinastri in tipica tenuta da mercenario, dai cui pori schizzano fiumi di birra e che hanno delle mani grandi come la mia faccia, se ne fregano. Sanno di essere i padroni della scena in un paese dove rappresentano il quarto esercito in servizio.

Il Gandamk è frequentato anche dai giornalisti e quelli embedded, se in libera uscita controllata, li portano qui, luogo troppo sicuro e comunque così pieno di reperti militari che...si potrà ben ingaggiare una certa resistenza. Il fatto è che il Gandamk ha anche una Guest House (124 dollari la singola) e un giardino molto carino, meta notturna di molti, soprattutto estiva quando si può sfuggire all'angusto spazio del seminterrato. Chi ci vive dunque, specie se fa il cronista, fa un doppio affare: c'è tutta la fauna che serve per carpire qualche ghiotta informazione - specie dopo la una - il luogo è piacevole, centrale, protetto, si può mangiare, per chi non ne può fare a meno, l'adorato hamburger. Che noi chiamiamo carne trita. Quattro chiacchiere, una birretta e poi dovete solo farvi largo tra ubriachi nemmeno tanto molesti, perché in effetti le risse sono rare. E chi glielo direbbe del resto a questo torello coi capelli a spazzola se per caso mi sta pestando un piede? Finir male a Kabul sotto le manacce di un contractor non è poi un'esperienza molto eroica.

Le foto riproducono - oltre a due umanitari causalmente incontrati - l'autore e, alla sua sinistra, l'Ammiraglio, acuto timoniere notturno di questo utlimo tour della Kabul by night. La foto è di Romano Martinis, dietro l'obiettivo. I reperti sul tavolo solo in parte ci appartengono

sabato 14 febbraio 2009

SAMARCANDA 2 (chiacchiere e sangria)


Raccontare il nulla. E come si fa? Eppure nel nostro mestiere si deve saper fare anche questo. Un utile esercizio. Avevo promesso di raccontare l'avventura del “Samarcanda”, un locale che ha quarant'anni di storia e che aprì i battenti quando, sul regno d'Afghanistan, la cui lingua ufficiale era il francese (Royaume d'Afghanistan, donc allors), regnava felice e incontrastato re Zahir Shah.
Il locale è sempre stato di proprietà turca e ancora lo è. Ma la gestione ce l'ha un giovane afgano, Nadir, che ieri ha lanciato l'inaugurazione ufficiale del suo locale. Io e l'Ammiraglio però, il compagno ineludibile di queste sortite notturne, ci siamo andati dopo le dieci e mezza, come si conviene a due scafati navigatori di “chiacchiere e birrette”, titolo prescelto per questi giri by night dove io sono un semplice marò e al timone c'è ovviamente l'Ammiraglio. Ma non c'era un cane. Né turco né afgano, tanto meno internazionale. Pare che nel pomeriggio sia andata meglio.
Nadir dice che è stata la neve ma per la verità ammette che anche la vicenda dell'altro giorno, i tre attentati sincronizzati e ben organizzati dei talebani in città, ha ristretto le misure di sicurezza e a molti expat è stato forse vietato di uscire la sera. Possibile. E certo la neve, caduta copiosa sino a ieri pomeriggio (una manna per i contadini), non ha aiutato.
E dunque eccoci in un locale vuoto dove sono più i camerieri che i consumatori. Facciamo un giro di sangria leggera e beviamo un'etichetta nera per chiudere. Ripensando al 2005, anno che pare sia stato una manna per i locali: l'Elbowroom, tra l'ambasciata cinese e il compound dell'Onu, l'intramontabile Atmosphere, il raffinato Bistrot per il brunch del venerdi, adesso chiuso per un incendio avvenuto qualche tempo fa.

I tempi bui sono arrivati col fattaccio del Serena, quando, nel miglior albergo di Kabul, entrò un commando kamikaze la cui missione era uccidere il maggior numero di persone. Era il gennaio 2008 e il fatto segnò un salto di qualità preoccupante. Per la prima volta, e in maniera plateale, veniva preso di mira un sancta sanctorum della comunità internazionale, frequentato anche da generali afgani e da locali affluenti e influenti. Adesso si dice che anche l'attacco dell'altro ieri farebbe capo, queste le dichiarazioni ufficiali, alla stessa rete: quella di Jalaluddin Haqqani, un vecchio capo mujaheddin, molto vicino ad Al Qaeda e capo di una filiera che ha basi in Pakistan e una scuola di pensiero, anche militare, autonoma e molto inquinata da elementi non afgani. Allora il Serena fu attribuito a uno dei suoi figli e si parlò anche di “nuovi talebani”, una generazione di combattenti “giovane”, ideologizzata quanto basta ma anche legata alla mafia del narcotraffico.
Ma insomma. Al Samarcanda non c'era nessuno. Quattro chiacchiere però ci son scappate. Con sangria questa volta. Niente birrette.

martedì 10 febbraio 2009

SAMARCANDA (chiacchiere e birrette)

Si chiama Nadir la giovane promessa del “Samarcanda”. E' il nuovo proprietario e non avrà più di qualche Natale oltre i trent'anni. Il viso è aperto, l'impegno è grosso. E' afgano ma con una vita vissuta negli States che gli marca irrimediabilmente la pronuncia e, potevi scommetterci, ha anche un'ascendenza italiana. Ha rilevato questo locale da poco e adesso bisogna lanciarlo. E' lunedì e non si batte chiodo e gli incassi del solo giovedì sera – il nostro sabato italiano – non bastano. All'ingresso c'è un guardione con una blusa turca e una pessima fama. Non della blusa, del locale. E turchi sono anche i cuochi. Il che è una buona promessa. Ma la fama... Quella è un altro discorso.

Al Samarcanda, bel locale tutto di legni e bambù, salone da biliardo e pista da ballo, ragazze asiatiche che appaiono e scompaiono con una ventata di tailandese memoria, c'era all'ingresso, così mi dice l'Ammiraglio, un deposito per le pistole. Che ora è scomparso. E il locale era, è, noto per i colli taurini dei contractor, muscoli e “manganello”, nel senso lato del termine. “Una rissa non ce l'ho mai vista – sibila Raffaele, l'Ammiraglio appunto, che è ormai il compagno precettato di questi giri notturni – ma la sensazione è quella”. Se sei da solo con una ragazza passi, “...ma se sono tre, come mi è capitato una volta, son guai. Non puoi nemmeno andare al bagno che una dozzina di muscoli con l'occhio lucido cominciano a tacchinare...”. Non stasera, certo. Qualche ragazzone dell'Est Europa gioca a biliardo. Altri due nell'angolo bevono una birra. Il tipo con le orientali è scomparso. E l'aria un po' mesta del feriale notturno del lunedi, un giorno che è quasi peggio delle domenica per i frequentatori delle oasi notturne, è tutto lì che ti sciagguetta lungo la schiena.

Se Nadir ce la farà, è una scommessa che vedremo. I locali, come da sempre nel mondo, passano di mano velocemente. E se ti dice bene tirano per un po' e allora, in quel preciso momento, come ai rialzi di borsa, devi vendere e cambiare perché poi, i vecchi del mestiere lo sanno, la parabola diventa discendente. Una lezione imparata a Paxos dove ho avuto il mio primo e ultimo locale. Forse per capire che non era per me quel lavoro faticoso ma anche eccitante quando sei tu, dall'altra parte del bancone, a offrire da bere a chi ti va. Ma qui siamo a Kabul, non nella Paxos rutilante dei suoi tempi migliori. E io non sevo più ai tavoli ma provo a raccontarli. Sul taccuino segno nomi e particolari, non commesse e ordinazioni. Adesso tocca a Nadir servire bene i suoi clienti e dimostrare che venerdì prossimo, tra happy hour e scotch a tre dollari, come ci ha promesso, sarà il suo tagliando di partenza. Non è il mio tipo di locale ma credo che ci tornerò. Mi incuriosiscono i cuochi turchi.