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sabato 12 dicembre 2009

ADDIO A KAI EIDE


Kai Eide si è dimesso. Le dimissioni del capo della missione Onu in Afghanistan, annunciate ieri con quattro mesi di anticipo sulla scadenza naturale del mandato, sono la ciliegina sulla torta di uno sfilacciamento generale dell'opzione “civile”, già messa a dura prova dalla marcia indietro di Obama suggellata dalla decisione di inviare 30mila nuovi soldati americani cui si aggiungerebbero altri 10mila uomini Nato tra cui mille italiani.

Ma a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, le dimissioni del responsabile di Unama potrebbero anche essere l'occasione per ripensare la missione e il ruolo delle Nazioni unite, la cui immagine è al lumicino, gravata da uno scarsissimo consenso tra gli afgani e dalle manovre più o meno evidenti di indebolire sempre di più il ruolo di una governance mondiale che abbia come riferimento il Palazzo di Vetro, l'unica istituzione sovranazionale di controllo che si possa effettivamente definire democratica e rappresentativa.

Kai Eide prese servizio nel marzo del 2008 e per la verità trovò una missione che aveva già diverse tare, la prima delle quali essere considerata troppo schiacciata sia sulle posizioni del governo afgano sia – il che era ben peggio – su quelle della Nato e cioè della componente militare. Eide reagì promuovendo la prima inchiesta su una strage di civili che gli americani avevano compiuto nella regione occidentale del paese, bombardando nientemeno che un matrimonio, e riuscirono a chiarire diverse cose: non solo l'elevato numero di vittime, che inizialmente era stato come molte altre volte nascosto, ma anche il fatto, come poi ammisero i militari americani, che la strage era avvenuta grazie a false informazioni prese, con estrema leggerezza, per buone. Con Kai Eide, il monitoraggio delle vittime civili, uno dei tasti più dolenti della guerra afgana, divenne un appuntamento fisso e l'occasione per ricordare che il primo mandato dell'Onu era la protezione degli afgani. Ma Unama non riuscì ad andare molto più in là.


Per porvi rimedio, il Palazzo di Vetro decise di ripristinare gli uffici di Ocha, il braccio umanitario dell'Onu nelle situazioni di emergenza, frettolosamente chiusi quando si pensava che l'Afghanistan fosse una bella storia di successo. Dopo un lungo braccio di ferro Eie cede - è la fine del 2008 - ma c'è un'altra tegola in arrivo: le elezioni farsa di agosto 2009. Eide difende il processo elettorale ed entra in rotta di collisione col suo numero 2, Peter Galbraith, un americano che sceglie la strada della trasparenza. Eide lo licenzia. La botta finale però arriva il 28 ottobre scorso quando i talebani uccidono 5 funzionari stranieri in una Guest House di Kabul. Eide, pensa bene di annunciare il funerale della sua missione dicendo pubblicamente, il giorno dopo, che dimezzerà i suoi uomini in Afghanistan.
Travolto dalle polemiche, l'ambasciatore norvegese, oggettivamente su una delle poltrone più calde della scena afgana, deve aver pensato di chiudere anzitempo in un momento in cui le indiscrezioni dicono che il personale internazionale si sarebbe ridotto addirittura a un terzo e che si starebbe pensando di trasferire la sede della missione...a Dubai. Ridimensionandola di fatto a ufficio amministrativo passa-carte. Cosa che forse diversi attori (tra cui Karzai a leggere una recente intervista in parte ritrattata) desiderano. In un momento delicatissimo e in cui l'opzione militare sembra tornata a riprendere il sopravvento, ammesso che l'abbia mai perso, l'assenza o una presenza debole dell'Onu può solo significare far sparire l'ultimo barlume di controllo civile su una guerra ormai ostaggio soltanto di scelte muscolari.

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