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giovedì 14 gennaio 2010

L'AFGHANISTAN TRA GUERRA E SPERANZA


Kai Eide ha fatto il punto sul suo lavoro davanti al Consiglio di sicurezza l'8 gennaio scorso: il suo discorso, largamente ignorato, è invece ricco di spunti. La missione se ostaggio della sola opzione militare – ha detto – fallirà e dunque è necessario investire nel settore civile. Dove? Intanto nella formazione dei “civil servant”, i funzionari civili che adesso saranno sfornati nel numero di 1700 dal National Institute for Management and Administration. Troppo pochi (ne servono 16mila) da un'istituzione con troppi pochi fondi. Inoltre gli stipendi e i budget dei governatori di distretto (le unità amministrativamente più piccole) guadagnano solo 70 dollari al mese e hanno in cassa per trenta giorni...15 dollari.

Anche il settore dell'istruzione (forse il più avanzato) resta indietro: se gli allievi di primarie e secondarie sono cresciuti a 7 milioni, ci sono solo 60mila posti nelle università e 20mila nei centri specializzati. L'agricoltura è sottofinanziata in un paese dove l'80% della popolazione è impiegata nel settore primario. Le infrastrutture restano un'area negletta che impedisce alle enormi risorse minerarie di rendere ricco il paese e di aumentare l'occupazione: sistema viario, trasporti e forniture di energia sono le priorità. Il quinto e ultimo punto, ma non per importanza, resta – dice ancora Eide – il processo di pace e riconciliazione nazionale che dovrebbe diventare parte integrante dell'agenda politica.

Tutto si può dire di Eide (la sua gestione di Unama non è esente da critiche) ma non che non abbia fissato punti chiari e apparentemente assenti dall'agenda politica di una comunità internazionale che, seguendo l'impostazione di Obama (più soldati), sembra essersi scordata la priorità di un maggior impegno nel settore civile che appoggi realmente lo sviluppo e l'occupazione.

Resta da segnalare il sondaggio commissionato da Bbc, Abc e Ard sulla percezione degli afgani che, a sorpresa, ha prodotto risultati eclatanti. Nonostante la situazione sembri peggiorare, il sondaggio dice che sette su dieci (71%) pensano che il paese stia andando nella giusta direzione contro il 5% che vi vede un deterioramento. Un salto del 40% rispetto a un anno fa. Il 68% degli intervistati ritiene inoltre positiva la presenza in Afghanistan di truppe americane (era il 63%) e Nato (dal 59 al 62%).

Emerge infine che il 90% è favorevole a un governo come l'attuale e solo il 6% vedrebbe con favore un ritorno dei talebani. Il sondaggio (1500 intervistati in tutte le 34 province) dice anche però che il 43% preferirebbe uno stato islamico e il 32% l'attuale forma di democrazia parlamentare.

sabato 12 dicembre 2009

ADDIO A KAI EIDE


Kai Eide si è dimesso. Le dimissioni del capo della missione Onu in Afghanistan, annunciate ieri con quattro mesi di anticipo sulla scadenza naturale del mandato, sono la ciliegina sulla torta di uno sfilacciamento generale dell'opzione “civile”, già messa a dura prova dalla marcia indietro di Obama suggellata dalla decisione di inviare 30mila nuovi soldati americani cui si aggiungerebbero altri 10mila uomini Nato tra cui mille italiani.

Ma a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, le dimissioni del responsabile di Unama potrebbero anche essere l'occasione per ripensare la missione e il ruolo delle Nazioni unite, la cui immagine è al lumicino, gravata da uno scarsissimo consenso tra gli afgani e dalle manovre più o meno evidenti di indebolire sempre di più il ruolo di una governance mondiale che abbia come riferimento il Palazzo di Vetro, l'unica istituzione sovranazionale di controllo che si possa effettivamente definire democratica e rappresentativa.

Kai Eide prese servizio nel marzo del 2008 e per la verità trovò una missione che aveva già diverse tare, la prima delle quali essere considerata troppo schiacciata sia sulle posizioni del governo afgano sia – il che era ben peggio – su quelle della Nato e cioè della componente militare. Eide reagì promuovendo la prima inchiesta su una strage di civili che gli americani avevano compiuto nella regione occidentale del paese, bombardando nientemeno che un matrimonio, e riuscirono a chiarire diverse cose: non solo l'elevato numero di vittime, che inizialmente era stato come molte altre volte nascosto, ma anche il fatto, come poi ammisero i militari americani, che la strage era avvenuta grazie a false informazioni prese, con estrema leggerezza, per buone. Con Kai Eide, il monitoraggio delle vittime civili, uno dei tasti più dolenti della guerra afgana, divenne un appuntamento fisso e l'occasione per ricordare che il primo mandato dell'Onu era la protezione degli afgani. Ma Unama non riuscì ad andare molto più in là.


Per porvi rimedio, il Palazzo di Vetro decise di ripristinare gli uffici di Ocha, il braccio umanitario dell'Onu nelle situazioni di emergenza, frettolosamente chiusi quando si pensava che l'Afghanistan fosse una bella storia di successo. Dopo un lungo braccio di ferro Eie cede - è la fine del 2008 - ma c'è un'altra tegola in arrivo: le elezioni farsa di agosto 2009. Eide difende il processo elettorale ed entra in rotta di collisione col suo numero 2, Peter Galbraith, un americano che sceglie la strada della trasparenza. Eide lo licenzia. La botta finale però arriva il 28 ottobre scorso quando i talebani uccidono 5 funzionari stranieri in una Guest House di Kabul. Eide, pensa bene di annunciare il funerale della sua missione dicendo pubblicamente, il giorno dopo, che dimezzerà i suoi uomini in Afghanistan.
Travolto dalle polemiche, l'ambasciatore norvegese, oggettivamente su una delle poltrone più calde della scena afgana, deve aver pensato di chiudere anzitempo in un momento in cui le indiscrezioni dicono che il personale internazionale si sarebbe ridotto addirittura a un terzo e che si starebbe pensando di trasferire la sede della missione...a Dubai. Ridimensionandola di fatto a ufficio amministrativo passa-carte. Cosa che forse diversi attori (tra cui Karzai a leggere una recente intervista in parte ritrattata) desiderano. In un momento delicatissimo e in cui l'opzione militare sembra tornata a riprendere il sopravvento, ammesso che l'abbia mai perso, l'assenza o una presenza debole dell'Onu può solo significare far sparire l'ultimo barlume di controllo civile su una guerra ormai ostaggio soltanto di scelte muscolari.

venerdì 6 novembre 2009

LA SCONFITTA DELL'ONU

Sul sito internet di Unama, la missione Onu in Afghanistan, la notizia non prende più di sei righe. Non fa numeri. Dice solo che, con “effetto immediato” le Nazioni unite hanno deciso di ridurre il personale presente in Afghanistan. Sia internazionale, sia nazionale.

Ma in realtà, dopo la strage del 28 ottobre nella quale i talebani hanno ucciso a Kabul tre funzionari occidentali delle Nazioni unite e tre afgani, la decisione riguarda solo i “bianchi”. E i numeri li fa in conferenza stampa Kai Eide, il diplomatico norvegese che guida Unama dal marzo del 2008. Seicento funzionari, dei 1300 internazionali che, per diverse agenzie, lavorano nel sistema di cui Unama funge da ombrello, saranno “ridislocati”. Mandati a casa, in una parola anche se, Eide tiene a precisarlo, “temporaneamente”. Anzi, precisa, ci sarà anche un movimento interno: alcuni saranno spostati da un'area all'altra del paese, altri invece lo lasceranno. Rimarranno comunque i circa 5.600 con contratto locale, personale nazionale, che compongono lo staff che adempie ai compiti di frontiera: gli aiuti di emergenza, in una parola, alimentari o sanitari che, assicura Eide, non subiranno contrazioni o ritardi. L'inverno alle porte è una preoccupazione in più...

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