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martedì 20 luglio 2010

PAROLA MAGICA, 2014

Una conferenza internazionale è sempre una storia di numeri.
Su quella di Kabul che si apre oggi, la prima che si tiene dopo nove anni di guerra nella capitale afgana e che l'inviato Onu Staffan De Mistura definisce un “evento storico”, se ne dicono parecchi. Quindici sono i miliardi in palio per la ricostruzione, o almeno questo è quanto Karzai chiederà. Un miliardo di dollari extra (in realtà meno di 800 milioni) è quanto Kabul vorrebbe per negoziare il reintegro dei talebani. Ma c'è anche un'altra sequenza di numeri: 2014.

Secondo indiscrezioni e boatos che girano a Kabul, e che confermano quanto scritto dal britannico The Independent, questo numero magico, che dovrebbe segnare il definitivo ritiro della Nato dall'Afghanistan, potrebbe essere pronunciato oggi da Karzai. Vero o no che sia, molto si muove in questa direzione: domenica scorsa del resto, per rintuzzare la ridda di accuse ad Obama reo di aver annunciato una data di inizio ritiro, il vicepresidente americano Joe Biden ha confermato che nel luglio 2011 gli americani cominceranno a fare le valigie perché, ha spiegato, la Nato sarà in grado di passare la mano all'esercito nazionale in buona parte dei 34 distretti militari del Paese. E continuano, sulla stampa internazionale, le prese di posizione che, da una parte constatano un conflitto perso o comunque che non si può vincere, e che dall'altra suggeriscono nuove opzioni (trasformare una guerra controinsurrezionale in una guerra al terrorismo tout court, come ha vagheggiato un diplomatico britannico, che si potrebbe condurre con un terzo dei militari presenti, che alla fine dell'anno saranno quasi 150mila, 4mila dei quali italiani).

Se il presidente Karzai dirà il numero magico lo si saprà stamattina quando aprirà le danze della Conferenza di Kabul ma, secondo fonti locali, un accordo di massima già ci sarebbe e non riguarderebbe solo i britannici (come riferisce l'Independent) ma Usa e Nato: essendo una richiesta afgana e non una decisione occidentale, equivarrebbe in sostanza alla garanzia di un'uscita onorevole. Consentirebbe cioè ad Americani e sodali dell'Alleanza l'uscita dal pantano senza ammettere un fallimento. Condizione che, nel medesimo tempo, aprirebbe a Karzai la strada al negoziato con la guerriglia in turbante, che ha sempre posto come precondizione per l'avvio di una trattativa il ritiro delle truppe. Un calendario di uscita dal paese tra quattro anni sarebbe dunque la giusta via di mezzo per iniziare.

Intanto è stallo. Bocce ferme in una città blindata dall'afa e da centinaia di mezzi della polizia e delle forze speciali afgane. Sebbene in cielo le pale degli elicotteri ricordino che questa è una capitale sotto stretto controllo straniero, con discrezione i soldati della Nato si tengono ai margini rispetto al presidio del centro città: per dimostrare che il passaggio di consegne di cui parla Biden è imminente e che, insomma, la “transizione” (evoluzione del termine “afganizzazione” creato dalla Nato due anni fa ma cacofonico e vagamente etnico) si sta per compiere, benedetta proprio dalla Conferenza di oggi.

A presiederla, oltre a Karzai, ci saranno alcuni ministri del suo fragile gabinetto e molto probabilmente Ashraf Ghani, l'afgano “americano” - già ministro dell'Economia e aspirante presidente con una percentuale di voti raccolti del 3% - vero artefice del piano di sviluppo in quattro punti per cui l'Afghanistan chiede un ulteriore sforzo, oltre a quanto già percepisce, di altri 15 miliardi. Per dimostrare che l'occupazione militare e la guerra non hanno prodotto solo morti e distruzione ma un Paese in cui avere fiducia e che guarda a un radioso futuro. Aspettative che nascondono molti nodi irrisolti.
Oltre a quello della guerra in sé, che ogni giorno miete vittime tra combattenti e civili, ci sono parecchie opzioni controverse. Quella della trattativa coi talebani, sul modo di condurla, su come operare il reintegro della truppa e, con 50 milioni a disposizione del presidente, la resa di qualche caporione talebano o filotalebano.

Ma c'è anche, sul breve periodo, il nodo delle milizie combattenti, sorta di polizia di villaggio armata ma in abiti civili, che era ed è rimasto il pallino del generale Petraeus, l'uomo che Washington ha inviato dopo le dimissioni di Stanley McChrystal. Il generale ha imposto a un riottosissimo Karzai di accettare un piano ricalcato su quanto Petraeus ha fatto in Iraq (e che ricorda quanto già fecero i sovietici contro i mujaheddin) con l'unica differenza che mentre a Bagdad furono comprati combattenti, qui si tratta di dare fucili ai contadini. Contadini, è questo il timore non del solo Karzai, che però potrebbero trasformarsi in bande prezzolate da nuovi signorotti della guerra che questo piano finirebbe a creare. Iniettando nuovi attori armati in un conflitto che conta già 150mila soldati Nato, 400mila militari e poliziotti afgani e un numero incalcolabile di mercenari. Infine c'è il nodo pachistano.

Molti si domandano che gioco stia giocando Islamabad, che da una parte promette agli americani lotta senza tregua ai talebani ma che dall'altra non ha nessuna intenzione di lasciare che un accordo tra Karzai e i ribelli si faccia senza il suo assenso. Di due forni o di due tavoli che sia, la politica del Pakistan resta una nebulosa. Anche se il recentissimo accordo tra Kabul e Islamabad sul transito delle merci tra i due Paesi, appena firmato con benedizione americana, è l'unica buona notizia di questi giorni. Poco con una guerra infinita in corso.

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