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domenica 15 aprile 2012

BATTAGLIA NELLA CAPITALE

Siamo appena arrivati a Kabul (con Giuliano Battiston) che la lunga quiete che avvolgeva la capitale si dissipa d'un fiato. Mentre siamo a pranzo da amici nella zona del bazar. Tempismo?

Ore 13,40:Prima una piccola raffica. Rumori che si confondono col rumore del traffico. Poi, è da poco passata la una e mezza del pomeriggio (ora locale, le undici in Italia), alle raffiche di kalashnikov si alternano botti che hanno tutta l'aria di granate: esplosioni che si susseguono mentre i colpi aumentano di intensità. Ci mettiamo poco a capire che non è un singolo attacco kamikaze. Nel giro di un'ora l'intero centro viene bloccato dalla polizia: i clacson impazziscono e si assiste a un concitato esodo di automobili verso la periferia. Le raffiche si mescolano alle sirene dei pick up verdi scoperti che trasportano i poliziotti verso i luoghi degli attacchi. Dopo un paio d'ore fanno il loro ingresso in scena anche gli “occidentali” di Isaf/Nato.

E' una vicenda annunciata ma in un certo senso inaspettata dopo mesi di quiete, pur se apparente e sempre sospesa, nella capitale afgana, dove un attacco coordinato in più punti (tre sicuramente anche se la Nato ha parlato di sette obiettivi) non si vedeva dal settembre scorso (e prima ancora da giugno) salvo rari episodi condotti per lo più individualmente. La battaglia di Wazir Akbar Khan, in realtà all'incrocio che segna l'inizio del quartiere di Sharenaw, dove a pochi metri dalla rotonda si trova l'ospedale di Emergency, e la cosiddetta “Green zone” (dove tra le altre c'è anche la missione diplomatica italiana), è durata circa un'ora e mezza. Poi un lungo silenzio sino alle 13.45 ora italiana quando è ripreso il crepitio delle armi automatiche per dar la caccia ai guerriglieri asserragliati dietro a un albergo a 5 stelle in un palazzo in costruzione.

E' in questo edificio
, utilizzato oggi come una rampa lanciagranate, che i kamikaze – i guerriglieri sanno che il loro destino è di venire uccisi – hanno probabilmente stoccato nei giorni scorsi proiettili e razzi per poter poi raggiungere l'improvvisato covo e da li colpire l'ambasciata tedesca o quella britannica, le più esposte sulla linea di tiro. Ma non è da escludere che altri colpi siano stati sparati da altri luoghi verso l'ambasciata americana e il quartiere generale della Nato, situati più all'interno rispetto alla linea di fuoco innescata dall'azione partita dall'edificio in costruzione.
Stessa tecnica davanti al parlamento dove prima i guerriglieri tentano di entrare e poi riparano in un edificio vicino mentre alcuni loro compagni attaccano una baracca della Nato in un'altra zona della città più periferica, dove si trova anche il carcere e l'università di polizia.

Attacco coordinato e rivendicato dai talebani come l'inizio della “campagna di primavera”. Ma c'è chi avanza qualche dubbio: e cioè che, come già avvenuto in passato, la rivendicazione sia solo di facciata mentre l'azione non sarebbe propriamente “talebana” o non almeno dei talebani di mullah Omar, la parte più corposa e nazionalista della guerriglia. L'azione dimostrativa al cuore dello Stato e nel centro pulsante della capitale potrebbe essere l'indicazione che alcuni gruppi radicali più marginali, filo talebani ma non direttamente agli ordini di mullah Omar, vogliano farsi sentire per dire soprattutto ad americani e inglesi: “Ci siamo anche noi”. Un'azione che starebbe a significare che alcuni gruppi, sentendosi tagliati fuori dal negoziato diretto tra americani e talebani di Omar, vogliono far sapere che senza di loro no si può negoziare. Come avvenne per le azioni di settembre e marzo 2011, i sospetti riguardano la cosiddetta Rete Haqqani, l'area protalebana più radicale e che non ha mai smentito i suoi rapporti con Al Qaeda. Particolarmente feroci, teorici dell'attacco kamikaze e vocati al martirio, i leader della Rete sono in stretto contatto con la parte più oscura dell'Isi, i servizi segreti pachistani, loro pure irritati, e non da oggi, dalle iniziative americani unilaterali che avrebbero tagliato fuori, almeno in larga misura, Islamabad.

Ore 18,30:Le ipotesi si sprecano mentre, col tramonto che scende, le mitragliette non smettono di sparare e, a tratti, il ripetersi delle scariche si intensifica per poi tornare a tacere. Sono le 16 in Italia e le 18 e trenta qui, dove sta per calare il buio.

Ore 20,30: Notte fonda e silenzio. Il ronzio di qualche elicottero. Pare che un paio di guerriglieri siano ancora asserragliati nell'edificio che sta sulla Green zone. Non sappiamo degli altri davanti al parlamento.

Ore 20,56: Spari in sequenza per almeno un paio di minuti nella zona di Wazir Akbar Khan con Sharenaw (dove sono asserragliati almeno due guerriglieri). Poi ancora silenzio. Non riusciamo a sentire se ci sono elicotteri nell'area devato la corrente ed è molto difficile parlare al cellulòare con chi vi risiede

venerdì 24 febbraio 2012

CORANO E PROTESTE

Le proteste in Afghanistan nate dalla notizia del ritrovamento di alcune copie del corano bruciacchiate con un cumulo di immondizia dentro la base americana di Bagram, a Nord di Kabul, non si fermano. E anzi, nel tradizionale venerdì di preghiera, giorno sacro per i musulmani, si sono nutrite di nuovi incidenti e di nuove vittime. Quel che sembrava due giorni fa soltanto una fiammata di rabbia prende adesso il colore di una mini rivolta che ha trasferito la guerra dalla prima linea fin dentro la capitale o in altre città importanti come Herat, dove gli italiani hanno il comando della zona Ovest del Paese.

Il bilancio è fermo a dodici persone morte, sette delle quali proprio a Herat, dove una folla ha cercato di assaltare il consolato statunitense. A Kabul, invece, centinaia di persone hanno marciato verso il palazzo presidenziale di Hamid Karzai, scandendo slogan contro il governo e contro gli Stati Uniti. La polizia afgana ha sparato in aria per disperdere la folla e secondo il portavoce del governo Sediq Sediqqi, tre civili e due poliziotti sono rimasti feriti. Manifestazioni meno veementi nei modi ma non meno cariche di rabbia ci sono state anche a Ghazni, Nangarhar, Paktia, Kunar, Bamyian e Khost. Il governo afgano cerca di placare l’opinione pubblica chiedendo che i responsabili della dissacrazione del Corano siano processati pubblicamente e il generale John Allen, comandante delle truppe Nato, ha cercato di rassicurare gli afgani spiegando che la Nato e il governo «lavorano assieme per evitare che incidenti simili si ripetano».
Una commissione nominata dal governo Karzai ha descritto l’episodio come «vergognoso» ma ha anche lanciato un appello alla «calma e all’autocontrollo, vista la particolare situazione del paese». Per buona misura di sicurezza, però, a Kabul la polizia antisommossa presidia gli snodi principali della città e il personale dell’ambasciata statunitense, in stato di massima allerta, ha ricevuto istruzione di limitare al massimo gli spostamenti.

Forse nessuno prevedeva che, questa volta, le cose non sarebbero andate come in passato quando, a episodi del genere, corrispondeva qualche manifestazione di un centinaio di studenti o qualche fiammata di rabbia che, praticamente solo una volta (accadde nell'area settentrionale di Mazar-i-sharif nell'aprile 2011) era diventata una vera e propria battaglia urbana con morti e feriti (allora si disse pilotata dai talebani). A poco sono dunque servite le scuse degli esponenti sia americani sia Nato in Afghanistan, la presa di distanze del Pentagono o il messaggio di scuse scritto direttamente da Barack Obama al presidente afgano Hamid Karzai. E a poco è servito aver reso nota l'inchiesta interna o il fatto che i libri sacri bruciati siano stati il frutto di una grave sciatteria ancor prima che il gesto inconsulto frutto della stupidità di soldati statunitensi o mercenari d'appoggio (contractor) in forza alla base americana più importante nel Paese.

La vicenda ha del resto illustri precedenti, l'ultimo dei quali accaduto non molte settimane fa quando un video postato anche su Youtube, aveva mostrato dei marine americani mentre orinavano ridacchiando sul corpo senza vita di alcuni “insorgenti”, come vengono chiamati i guerriglieri talebani. Ma per un musulmano, insultare il Corano, è assai peggio che prendersi gioco della vita di un combattente ucciso. Allora infatti le reazioni furono contenute e, per parte talebana, si limitarono a un comunicato nel quale la guerriglia in turbante, confermando il suo giudizio sulle truppe di occupazione e le loro efferatezze, aveva però certificato che l'episodio non avrebbe ostacolato i negoziati in corso (tra americani, tedeschi e talebani) che, com'è ormai noto, si sono svolti sotto traccia per oltre un anno per arrivare, se tutto filerà liscio, all'apertura di un ufficio politico dei talebani a Doha, in Qatar.

Quando il sacerdote americano di una chiesa protestante aveva avuto la brillante idea di dare alle fiamme il libro del profeta, a parte il già citato caso di Mazar-i sharif dove un corteo dopo la preghiera si era trasformato nell'assalto di un'avanguardia a un compound dell'Onu, altre reazioni di “massa” alle offese occidentali si registrarono a Kabul e in altre città del Paese. Ma la cosa si limitò a qualche centinaio di studenti che, a Kabul e in altre realtà urbane minori, inscenarono proteste esauritesi senza gravi incidenti e qualche bandiera stellestrisce data alle fiamme senza provocare l'intervento armato delle forze di sicurezza governative.

Stavolta, l’ampiezza delle proteste segnala anche una crescente e diffusa frustrazione: atti come quello di Bagram evidenziano che, per una parte almeno dei militari stranieri, dieci anni non sono bastati per capire il paese in cui si trovano. E questo spiega se non tutti, certamente una buona fetta dei fallimenti politici conseguenti.

giovedì 2 febbraio 2012

QUANTO SCOTTA IL DOSSIER DELLA NATO

Il ministro degli Esteri del Pakistan, Hina Rabbani Khar, ha definito “vino vecchio in una botti ancora più vecchie” il rapporto confidenziale della Nato sui talebani afgani che ieri mattina è apparso sull'homepage del sito della Bbc. Mentre sul web cominciava e estendersi il contagio telematico che proiettava il dossier segreto del 6 gennaio scorso sui pc di mezzo mondo, Hina Rabbani Khar si trovava Kabul per un incontro con Karzai. I rapporti tra i due Paesi non sono mai stati facili e in questo momento i nervi sono tesi nelle due capitali: a Kabul il governo di Karzai teme di essere tagliato fuori da negoziati diretti tra talebani, americani e Nato. A Islamabad, un governo civile fragile e con scarso consenso, fa i conti quotidianamente con rumors che attribuiscono alla potente casta militare l'intenzione di tornare a un vecchio refrain: il colpo di stato. Così il capo della diplomazia di Islamabad ha dovuto correre ai ripari proprio per via di un dossier che ribadisce, per la prima volta in maniera chiara, diretta e circostanziata, che dietro i talebani afgani c'è l'Isi, i servizi di sicurezza di Islamabad. Che frequentano e sostengono una leadership che dal Pakistan comanda le operazioni in Afghanistan e che vive in residenze il cui domicilio è ben conosciuto dai servizi pachistani.

Hina Rabbani Khar ha dovuto reiterare che il Pakistan “non ha piani segreti” e che Islamabad ha interesse in un “Afghanistan stabile”, dove ogni decisione sul futuro del Paese deve essere soprattutto “afgana”. Ma il siluro contenuto nel dossier di Bruxelles non si può ignorare. Non sono i file “rubati” di WikiLeaks, le mezze frasi di un diplomatico o le accuse ufficiali al Pakistan – specie americane – che devono sempre però essere fatte nel linguaggio asettico e blando delle cancellerie. Il siluro viene da una fonte importante e istituzionale – la Nato - impegnata in Afghanistan con oltre 130mila soldati e di cui alcuni elicotteri, proprio prima della fine dell'anno, hanno ucciso, per errore, oltre una ventina di soldati di frontiera, in una delle tante incursioni in territorio pachistano – con droni, elicotteri, razzi – che per Islamabad è una patente violazione della sovranità nazionale. Nervi tesi dunque. A Islamabad, a Kabul. Ma anche a Washington e a Bruxelles.

Cosa dice il rapporto

Il dossier della Nato dice in sostanza due cose: che i talebani guadagnano consenso e forza e che il ritiro della Nato potrebbe essere fatale al governo di Kabul. Un'ammissione scomoda, specie la prima (e che la Nato non ha interesse a che venga divulgata). Aggiunge poi che l'Isi continua, nonostante le promesse, ad aiutare l'insurrezione afgana: ne conosce uomini e domicilio in Pakistan. E le fonti, questa volta, non sono solo barbe finte occidentali: il rapporto si basa su migliaia di interviste (o interrogatori), quattromila delle quali fatte a talebani afgani e jihadisti di vara provenienza, più o meno affiliati ad Al Qaeda. Sono queste fonti a raccontare una scomoda verità, confermata poi da opinioni e indagini, con nomi e cognomi. In generale il dossier accusa l'Isi di manipolare la dirigenza talebana ma dice anche che alcuni gruppi (segnatamente la cosiddetta Rete Haqqani, quella più radicale e ritenuta più vicina al Pakistan) sono più che solo ospiti: alcune residenze della famiglia Haqqani, una potente lobby di ex mujaheddin dell'epoca della lotta contro l'Urss, sono a pochi passi da una base dell'Isi in Waziristan. E' il caso di Nasiruddin Haqqani, uno dei figli del fondatore della Rete.

Paradossalmente la notizia sui servizi pachistani, anche se è la più dirompente a livello diplomatico, non è la peggiore – in quanto già nota – contenuta nel dossier. Ha fatto solo più rumore nelle cancellerie perché il messaggio questa volta è senza fronzoli. La notizia vera è un'altra: che i talebani stanno reclutando sempre più pro governativi e che non hanno nessuna intenzione di deporre le armi. Che, in sostanza, son poco interessati a negoziare. Infine, dicono le fonti, reclutamenti e donazioni sarebbero in crescita, notizia che smentirebbe almeno in parte quanto si crede e cioè che il sostegno ai talebani sia soprattutto reso obbligatorio dal movimento stesso.
C'è ne anche per Al Qaeda. Secondo le fonti i talebani non hanno preso le distanze dal gruppo fondato da bin Laden o da altre formazioni estremiste dell'Asia centrale che agiscono in Afghanistan. Ma sono i talebani a dare il permesso per ogni singola azione in territorio afgano. Infine Kabul sarebbe una “free area” dove ogni comando talebano può agire indipendentemente senza chiedere autorizzazioni alla cupola.
I pachistani saprebbero ogni cosa. “I talebani non sono Islam...sono Islamabad”, racconta un comandante qaedista. E nel 2011 l'ammontare dei fondi in loro possesso avrebbe ricevuto un aumento senza precedenti, anche grazie al traffico di droga che frutta loro una discreta percentuale.



Quanto conta il dossier?

Il rapporto dice dunque molte cose ma, come sempre, non può essere preso per oro colato. I talebani sono probabilmente sicuri di vincere ma la realtà sul terreno dice anche chiaramente che, come accadde all'epoca della ritirata dei sovietici, un conto è controllare le campagne, un conto è prendere le città. E' pur vero che la corruzione nel governo di Karzai e la sfiducia generalizzata nelle istituzioni favoriscono i talebani, ma non si può ignorare che circa l'80% delle vittime civili della guerra si devono ai loro ordigni o a “effetti collaterali” di attentati kamikaze. Così come è vero che, pur dipendendo tantissimo da Islamabad, i talebani si considerano afgani e probabilmente considerano l'alleanza col Pakistan una pura carta strategica. Infine restano più nazionalisti che jihadisti anche se è probabile che vi sia una relazione tattica con i gruppi qaedisti o jihadisti dell'Asia centrale. Infine, un prigioniero talebano che non debba parlare sotto tortura, difficilmente darà un quadro negativo del suo gruppo di appartenenza.
Il dossier è comunque una fonte importante per capire come va la guerra in Afghanistan (appena rifinanziata dall'Italia), un pantano su cui a lungo abbiamo avuto informazioni lacunose e fuorvianti. Ed è un documento che senza dubbio acuisce le tensioni tra Pakistan e Afghanistan, quest'ultimo da sempre grande accusatore della scelta di Islamabad di ospitare i “santuari” talebani oltre confine. Tensione in un momento delicato.

La pace e la guerra

Recentemente, da quando è stata resa nota l'intenzione dei talebani di aprire un ufficio di rappresentanza in Qatar, Kabul e Islamabad si sono irrigidite con Washington per esser state tagliate fuori dal processo negoziale, condotto da alcuni mediatori talebani o vicini al movimento, con funzionari americani ed europei. Gli Usa hanno adesso promesso a Kabul che non sarà più esclusa in futuro e ha anche accettato di buon grado l'idea di Karzai, di qualche giorno fa, di ricorrere a una mediazione saudita. Anche i pachistani, per non essere tagliati fuori dal possibile futuro negoziato, avrebbero fatto buon viso a cattivo gioco: gli emissari talebani recatisi a Doha (Qatar) nei giorni scorsi, non sarebbero infatti potuti partire da Islamabad se l'Isi non avesse loro permesso di imbarcarsi all'aeroporto. La situazione però resta difficile anche alla luce di un dossier che disegna i talebani poco interessati al gioco negoziale. Kabul è irritata e teme che il ritiro delle trippe Nato nel 2014 gli crei problemi. E Islamabad ha sempre in mente il suo concetto di “profondità strategica”: nella dottrina militare del Pakistan, l'Afghanistan è la retrovia di una guerra con l'India, dunque deve controllarlo. Lo stesso ragionamento - se si vuole complicare il quadro – che sta facendo Teheran , sulla frontiera occidentale. In caso di guerra con gli Stati uniti.

venerdì 2 settembre 2011

PIOGGIA E LUSTRASCARPE

A Kabul piove raramente e per poco tempo. Ma arrivando ieri mattina all'aeroporto, il terreno era già bagnato e la pioggia è andata avanti tutto il giorno. Noiosa e insistente, sufficiente per rendere la città un pantano. A esser cinici si potrebbe dire che, se questa capitale ha un problema, riguarda le scarpe (di cui ho già ampiamente parlato): perennemente impolverate se è secco.
Dannatamente infangate se piove. Così che la lucentezza di una scarpa è in grado di dirvi, più della fattura o della qualità del cuoio, se chi la calza è una persona importante. E ciò spiega anche perché i lustrascarpe hanno davvero un senso in questa città di cinque milioni di abitanti dove manca l'acqua potabile, lo smog ferisce l'aria teoricamente purissima dell'Hindukush, le fogne corrono a cielo aperto fino a un fiume talmente sporco e maleodorante da essere la perfetta icona del degrado ambientale in cui versa Kabul. Manca tutto ma non la spazzola per scarpe.

La pioggia si accompagna alla fine di Eid, la festa che conclude il Ramadan e che si celebra con grandi libagioni e con piacevolissime strade sgombre: code ridotte, smog e polvere, già assopiti dall'acqua
piovana, che riducono oggi la loro perversa pressione sui polmoni dei cittadini della capitale.

Ma c'è altro che sta come in sospensione. Che aleggia silenzioso, che va e viene tra indiscrezioni, mezze parole, rumor. A pochi mesi dalla riunione che si prepara in Germania a dieci anni dalla Conferenza di Bonn che, nel 2001, aprì la strada al “nuovo Afghanistan”, la domanda vera è su quel che sta succedendo del processo di pace. Proprio per la festa di Eid, mullah Omar ha chiarito che a Bonn non ci andrà e dunque perdete ogni speranza o voi che ci contavate (gli europei). Karzai dal canto suo non sa bene come metterla. Le ultime indiscrezioni dicono che, durante la sua visita a Riad settimana scorsa, erano nella capitale saudita anche alcuni esponenti talebani. Ma pare sia stata solo contiguità, favorita dai sauditi, e che non ci sia stato nessun incontro. Nemmeno il tempo di guardarsi la punta delle scarpe.

giovedì 28 aprile 2011

AEROPORTO MORTALE

Il primo comunicato è laconico in perfetto stile militare: ''...alle 10.25 e' stata segnalata una sparatoria con armi automatiche all'interno della base di addestramento aeronautico della Nato per cui e' stata inviata una Forza di reazione rapida...'' Una brutta storia che col correre delle ore presenta un bilancio da strage: nove militari della Nato e un contractor uccisi e cinque soldati afgani feriti. Il colpevole, di nome Ahmad Gul anche lui morto, era un pilota dell'esercito afgano. I talebani rivendicano a breve giro di comunicato anche se qualche dubbio è lecito avanzarlo e si avanza l'ipotesi di un diverbio finito nel sangue. Le rivendicazioni del resto seguono sempre qualsiasi azioni: “mettono il cappello”, anzi il turbante, salvo smentite.

Rissa o attentato che sia conviene intanto situare il luogo del conflitto a fuoco: l'aeroporto militare internazionale ai confini settentrionali della capitale afgana, nel Nordest di Kabul. Fino a ieri sinonimo di sicurezza inviolabile.

L'aeroporto militare di Kabul è una struttura completamente rinnovata da due anni e, in molte strutture, nuova di zecca. Entrarci è difficile come uscirne. Se se non siete su un mezzo militare, se non siete passeggeri di una macchina con targa diplomatica (che le targhe spesso non le esibiscono), con un permesso speciale, anzi specialissimo, l'accesso è vietato. Il check point è severissimo e, comunque, una volta entrati, ci sono da fare quasi due chilometri per arrivare al gate delle partenze. Se vi hanno depositato all'ingresso e non avete qualcuno che vi viene a prendere, dovreste vagare a piedi in una sorta di terra di nessuno protetta da alti muri di cemento armato che circondano un perimetro rettangolare arido e vastissimo, una delle zone più off limits della città.

continua su Lettera22

martedì 23 novembre 2010

L'UOMO CHE NON DAVA BAKSHISH

Sulla Massud Road, a pochi metri dall'ufficio di Mark Sedwill, il diplomatico britannico che Londra ha voluto per sostituire l'italiano Fernando Gentilini come rappresentante civile della Nato a Kabul, c'era un ristorantino senza troppe pretese dove si mangiava, per poco meno di quattro dollari, un discreto kabuli palau, il piatto tradizionale afgano con uvette e carote.

Nel raggio
di un chilometro era l'unica occasione per gli afgani che lavorano negli uffici della Nato, nelle ambasciate vicine (l'americana e l'italiana tra le altre) o in qualche ufficio di cooperazione occidentale, per mangiarsi un piatto locale senza spendere una fortuna. Ma è stato chiuso. E forse prima che Sedwill assumesse l'incarico. Se n'è così andata l'ultima occasione per l'ex ambasciatore britannico a Kabul di vedere da vicino l'Afghanistan reale, lasciandogli, come alla maggior parte dei funzionari stranieri, la sola consolazione di dossier, sondaggi e rapporti tutti maledettamente di carta.- al massimo con qualche foto - per poter farsi un'idea del Paese in cui vivono da reclusi.

Non si spiega
altrimenti la gaffe in cui un diplomatico di lungo corso come Sedwill è clamorosamente incorso con un'incauta intervista nella quel ha dipinto Kabul come una sorta di città degli angeli, dove un bambino, assai meglio che a Londra, Glasgow o New York, può vivere – a detta sua – correndo meno rischi. Gli sarebbero bastati quattro passi nel ristorantino del kabuli palau per rendersi conto che persino lì, nella Green Zone, nella città proibita dove vive l'élite occidentale, vaga un numero indefinito di cenciosi ragazzini col naso perennemente smoccolento, la cui unica conoscenza dell'inglese - give me one dollar - si coniuga a un refrain assai noto in tutta l'Asia: “Bakshish, mister”. Fammi la carità sahib.

Le reazioni indignate di organizzazioni umanitarie come Save the children o dello stesso Consiglio municipale di Glasgow arrivate subito dopo le improvvide dichiarazioni di Sedwill, hanno provveduto a ricordargli che in Afghanistan i bambini muoiono ogni giorno sotto le bombe e che circa 850 sono vittime quotidiane di diarrea o malattie respiratorie, effetto, seppur indiretto, di trent'anni di guerra. Una rapida scorsa alla rassegna stampa avrebbe forse fatto meditare Sedwill su un articolo di Outlook, giornale afgano in lingua inglese, che riportava una stima di circa 4mila bambini di strada nella sola Kabul. Ma senza scomodare la stampa o l'Unicef, sarebbe stata sufficiente una passeggiata al parco di Sharenaw, nel cuore della città: tra lustrascarpe, venditori di gomma da masticare o semplici questuanti, il loro numero è abbastanza impressionante. Cenciosi, sporchi e di tutte le età, anche piccolissimi, si appendono alla portiera della vostra macchina col rischio che li tiriate sotto solo per chiedervi qualche afganis in cambio di una ventata di profumo alle erbe che sventolano in artigianali barattoli di latta nei quali brucia una sorta di essenza dai bizzarri effetti salutari. O vi inseguono per chilometri toccandovi il braccio e ripetendo la tradizionale litania: “Bakshish, mister”. Carità sahib.

Se quella di Sedwill è un'improvvida gaffe forse dettata dalle migliori intenzioni, la verità è che la comunità internazionale vive blindata negli appartamenti corazzati che formano la fortezza Bastiani di Kabul, in un'area del centro sigillata e impenetrabile dove si trovano ambasciate e uffici Isaf, case di diplomatici e residenze di algidi funzionari dalla pelle bianca. La distanza dal mondo reale, resa ancora più estesa dalle rigidissime norme di sicurezza, fa il resto: macchina blindate, vetri oscurati...Unico strappo: una corsa al supermercato verso le 17, ora di chiusura degli uffici.

Ma probabilmente
Sedwill, la spesa al supermercato non la fa. O la fa negli spacci Isaf all'interno del quartier generale della Nato che il generale Petraeus, comandante in capo del contingente militare multinazionale, lascia e raggiunge soltanto in elicottero, con buona pace dei suoi vicini che, ad ogni uscita del capo, devono calcarsi in testa il berretto e fare i conti col rumore delle pale e col vortice di polvere che l'Apache solleva da terra. Con gli elicotteri comunque difficilmente si va al supermercato, luogo estremamente esclusivo ma pur sempre reale. Tanto che, fuori da uno dei più riforniti, nella piazzetta di Wazir Akbar Khan, a pochi metri dalla “Zona verde”, non manca il solito stuolo di bambini sorridenti: “Bakshish mister”. Fammi la carità, sahib.

domenica 10 ottobre 2010

I CONTI CON LA GUERRA E CON LA PACE

Il distretto del Gulistan è una zona impervia al confine con l'Helmand, una delle aree più conflittuali dell'Afghanistan. E' li che è avvenuta la strage dei militari italiani. Relativamente fuori dai giochi durante l'era dei talebani, la valle del Gulistan non arriva a 60mila abitanti, in maggioranza pashtun, e, militarmente, non ha mai dato grossi problemi se non sporadicamente. Ma forse adesso le cose sono cambiate.

Nella regione di Farah la pressione dei talebani non è fortissima e il comando Ovest, a guida italiana, riesce a tenere sotto controllo la situazione. Da alcuni giorni era in corso un'offensiva degli italiani nelle aree sotto il loro controllo e il Gulistan era stato prescelto per una nuova base avanzata in modo da “sigillare” il Farah che ricade sotto diretto controllo italiano. Ma e Est del Farah, al confine col distretto del Gulistan, c'è Helmand, dove i talebani dettano legge, sotto pressione da parte delle truppe britanniche della Nato a guida americana. E' la regione dove si trova l'ospedale di Emergency, a Lashkargah. La situazione lì è sempre tesa.

Claudio Gatti, un volontario dell'organizzazione di Gino Strada, ci spiega che nell'ospedale della Ong milanese da poco riaperto, il numero dei feriti è in costante aumento. Il suo racconto stride con la pace che permea l'ospedale nel centro di Kabul. E in effetti anche la capitale è tranquilla. Qualche fuoco d'artificio alla mattina, razzi sparati dalle montagne e qualche ordigno in periferia ma non molto di più. Le forze di sicurezza afgane, che hanno ormai il totale controllo della città, hanno costruito un vero e proprio anello di sicurezza che la sigilla rendendo il centro quasi impenetrabile per kamikaze e commando.
Kabul vive sospesa come in una bolla sopra la guerra che invece si è estesa a macchia d'olio, non solo nel Sud e nell'Est del Paese, ma - ma in modo sempre più preoccupante - anche nel NordEst e nel NordOvest, altra area di sorveglianza italiana. Ma a Kabul c'è persino il tempo di andare ai giardini di Babur per la scampagnata del venerdi, la domenica afgana.

In città la guerra sembra lontana anche se è presente, presentissima, nelle preoccupazioni del governo di Karzai e dei suoi alleati che, chiusi nei loro quartier generali o nel Palazzo presidenziale, stanno tirando la rete, fragile e complessa, del negoziato. Ufficialmente c'è un Consiglio superiore di pace, formato da 68 persone dal dubbio passato e sotto accusa da parte della società civile locale, dall'altra c'è tutta una filiera di contatti segreti e riunioni a porte chiuse, alcune delle quali proprio a Kabul. Ma in che direzione vada il processo di pace è difficile da dire.


La stampa americana ha rilanciato una pista saudita che avrebbe luce verde da mullah Omar, il capo storico talebano. La stampa britannica e quella araba hanno lanciato l'ipotesi di un possibile negoziato, a questo punto separato, con il gruppo della famiglia Haqqani, una filiera talebana ma abbastanza indipendente da mullah Omar e che controlla l'Est dell'Afghanistan. Poi ci sono stati contatti anche ufficiali con Hekmatyar, ex signore della guerra che controlla parte dell'Est e del Nord. A Kabul invece, nei giorni scorsi e continuando a cambiare albergo, si è fatta viva una delegazione del Pakistan il Paese che vorrebbe guidare il negoziato per essere sicuro di controllarlo.

Nella strada si vendono pannocchie rosolate e un numero crescente di bambini di strada (sarebbero 4mila) fa la questua. All'ombra dei nuovi palazzi di specchi e lustrini che raccontano il boom edilizio di questa capitale della guerra dove si aggira lo spettro della povertà e del dolore ma anche quello del denaro facile.

mercoledì 6 ottobre 2010

LE PANNOCCHIE DI KABUL

Da piccolo(e lo sono restato da adulto) ero un grande divoratore di mais:pannocchie, in una parola. Quel frutto giallo dorato con barba rossa che, a maturazione, diventa nera. Ma non è il mais dolce il mio preferito, quelle confezioni sudaticce che trovate sotto vuoto nei supermercati. Adoro la pannocchia coltivata per il bestiame, di cui la pianura padana, mia terra d'origine è sommersa durante l'estate. Un senso di ricchezza con tutto quel ben di Dio attorno che io, mia sorella Claudia e mio fratello Marco Tullio, trasformavamo in una merenda prelibata e divoravamo abbrustolite sul gas, cotte nell'acqua bollente o saltate in padella (i “granini”), rosolate nell'olio e rosmarino o, delizia, nel burro.

Questa passione – e la stagione è quella giusta – mi ritorna in Afghanistan dove se ne fa un discreto consumo. Bollite certo (ma più rare), ma abbrustolite soprattutto (la loro morte) con una modalità geniale. Sul gas infatti, o anche sulla brace, le pannocchie si arroventano, ne scoppia il chicco (va raccolta quando il seme è immaturo e “fa il latte” se schiacciato con l'unghia) e acquistano quel sapore bruciaticcio che può guastare il ricordo della vostra madeleine padana. Qui hanno inventato un sistema che evita l'inconveniente. E che solo qui ho visto.

In una largo paiolo, una sorta di wok locale sospesa sul calore delle braci ospitate in un carretto ambulante, viene messa ad arroventarsi una miscela di sabbia e sale. Ben calda che è questa malta secca, ci si infila la pannocchia e la si fa abbrustolire avendo cura di rigirarla di sovente. Quand'è cotta, coi grani tutti ancora interi e salati, un colpetto sulla superficie fa cadere la sabbia che, tra l'altro, ha levigato la pannocchia levandole ogni residuo di barba! A un costo variabile tra i 10 e i 20 afghanis (tra un quinto e un quarto di dollaro: il secondo è un tourist price ma spesso dipende anche dalla qualità della materia prima) ecco un pasto delizioso condito di ricordi della mia infanzia. Forse anche di quella di alcuni di voi.

sabato 24 luglio 2010

MATRIMONI PER AMORE O PER FORZA

Biglietto in tasca, valigia sul letto, volo Safi delle 18,30, mi resta solo il tempo di una breve considerazione su una materia da approfondire: i matrimoni. Ne so poco ma sono stato in una di queste terribile Wedding Hall (la Paris-Kabul) per grazia di Malik, un gentiluomo il cui fratello si sposava e mi ha gentilmente invitato. Vi risparmio la separazione tra sessi, la bella danza sufi di alcuni giovani (avrei detto gay da quanto erano aggraziati e femminili), la sciatteria di questi palazzi fintamente sontuosi e addobbati in stile Dubai. Mi soffermo sull'aspetto economico.

La Wedding Hall ha circa tre offerte: da 500, 800 a oltre 1000 persone. Per la famiglia che la prenota il costo è di 200 afgani (circa 4 dollari) a capoccia (il pranzo non valeva quella cifra) che, se moltiplicate per 800, fa una discreta sommetta. Poi ci sono almeno 300 dollari per i ballerini e altri per l'orchestra. Metteteci i fiori, la macchina, l'abito e quant'altro e ne vien fuori una cifra che non è male. Ma in Afghanistan, anche il più povero dei poveri affitterà la Wedding Hall (chiaramente nei villaggi è diverso) il che significa per alcuni ridursi sul lastrico. Ma c'è un però.

Molti dei regali di nozze sono in denaro (vengono consegnati nel terzo e ultimo giorno della festa di matrimonio mentre la cena di gala avviene il primo giorno dopo il rito religioso). Ecco come si recuperano i quattrini della festa di matrimonio che, se va bene, diventa di per sé un affare. Ma se tutti gli ospiti sono come me, che ho mangiato, bevuto, salutato e via, c'è davvero il rischio di non rientrare con la spesa più rilevante che una famiglia afgana è tenuta a fare...

Un ultima tragica battuta
. Sapete perché a volte le peggiori stragi compiute dai paladini della giustizia in Afghanistan avvengono durante un matrimonio? Perché nei villaggi pashtun si usa danzare...sparando in aria. I sapientoni che controllano radar e droni intelligenti vedono le scie luminose e, via col bombardamento chirurgico...Ecco un altro tema che riguarda la terribile stupidità della guerra, anche nel giorno più importante di una famiglia afgana

mercoledì 21 luglio 2010

LA MONTAGNA E IL TOPOLINO 2

(segue da ieri)
Chi si aspettava un annuncio in pompa magna sul ritiro delle truppe rimane deluso, ma chi sa leggere con attenzione le peripezie semantiche della diplomazia, qualche spunto invece lo trova: dire infatti che tra tre anni tutte le operazioni militari passeranno sotto l'egida dell'esercito nazionale, se non significa esattamente che la Nato se ne sarà andata, apre la strada all'exit strategy, a quel passaggio di consegne che dovrebbe avvenire nel giro di 36 mesi. Quando esercito e polizia afgani, ora a quota 300mila uomini, dovrebbero contare su una forza di 400mila. E' anche un modo di dire “non vi lasceremo soli ma dovrete cavarvela. Noi, torniamo a casa”.

In questa forma però nessuno lo dice e anzi Rasmussen, a capo della Nato, smentisce questa interpretazione. Kouchner, il titolare degli Esteri francese, ribadisce che “si resterà sino a che e necessario”. Ma son formule vaghe, come quella che impiega Franco Frattini: “l'impegno militare non può essere a tempo determinato”. Il messaggio tra le righe per altro sembra dire che transizione significherà anche disimpegno. Più in là però non si va. Ma persino Hillary Clinton, che pur non si sbilancia su una data finale, ribadisce che nel luglio 2011 il ritiro americano comincerà. Che altro? Poco. Solo qualche spunto.

C'è una parte, probabilmente cacciata dentro a forza da Unama, la missione Onu che ha raccolto le suggestioni della società civile, dedicata ai diritti delle donne. C'è un capitoletto sulla giustizia che dice che entro sei mesi ci sarà finalmente un codice penale (pare che sia stata l'Italia a inserirlo, ma Frattini non lo ha rivendicato). C'è anche un accenno alle elezioni: ma manca la data (dovrebbero essere a settembre) e, paradossalmente, questa sacra istituzione della democrazia finisce....al punto trentuno (il penultimo!) del documento finale.
Una parte sostanziale riguarda invece la trattativa coi talebani. In effetti il documento appoggia i risultati della Jirga di pace, da poco tenutasi a Kabul, e cioè il piano di Karzai per il reintegro di 36mila combattenti. Ma nulla si dice su come va condotto, e con chi, il negoziato politico.

Tutti sanno che Washington finora e stata contraria a trattative con la cupola talebana, contro i voleri di Karzai, dei britannici e del Pakistan che si sta proponendo come mediatore. Dalla Conferenza non esce nulla a riguardo anche se, nel pomeriggio, il quotidiano The Guardian dedica un titolo a una chiacchierata con fonti anonime di Washington, secondo le quali gli Stati uniti starebbero cambiando idea. Ma è una mezza novità visto che la Casa Bianca, il Dipartimento di Stato e il Pentagono mandano segnali contrastanti. Per una Clinton che si presenta paladina dei diritti delle donne e gioca il ruolo della colomba alla Conferenza, c'è un generalissimo, David Petraeus, che ha appena fatto digerire obtorto collo a Karzai l'istituzione di una milizia civile anti talebana su stile iracheno (non l'optimum per favorire un negoziato) e che continua a promettere spallate militari per “negoziare da una posizione di forza”. Situazione confusa.

La giornata si conclude invece con una vittoria “militare” di Karzai. I talebani non si fanno vivi. Nella notte c'è una sparatoria e il lancio di qualche razzo ma la guerriglia non fa, o non riesce a fare, lo spettacolo eclatante che le era riuscito alla Jirga di pace, quando aveva colpito a pochi metri dal tendone assembleare proprio quando toccava a Karzai parlare.

La vittoria politica c'è anche quella, ma molto edulcorata. E colpisce, nella conferenza stampa finale di Karzai e Ban Ki-moon, la loro capacità di non dire nulla e di eludere elegantemente le domande dei giornalisti. La guerra, convitato di pietra, resta fuori dalla porta. Nessuno la nomina mai e si finge che il futuro sia roseo. Nelle strade di Kabul invece appare opaco, come la nuvola di polvere e smog che ammanta la città. E la fine della Conferenza.

martedì 20 luglio 2010

LA MONTAGNA E IL TOPOLINO

Alla fine, la data tanto attesa, 2014, salta fuori. La dice Karzai ed è contenuta nel documento annacquato e sostanzialmente povero di grandi novità siglato dagli emissari della diplomazia di 70 paesi che ieri hanno tenuto a battesimo la prima Conferenza internazionale sull'Afghanistan che si sia svolta a Kabul. Atto fortemente simbolico, promessa di transizione ma, in sostanza, montagna che partorisce un topolino.

Ma quella data, 2014, salta fuori. Non significa che le truppe occidentali lasceranno il paese ma qualcosa che si avvicina all'idea. E dunque all'idea che, poiché la richiesta nasce a Kabul e da Kabul, si possa onorevolmente iniziare a fare le valige. La frasetta sta al punto 18 del documento finale e recita testualmente che: “La comunità internazionale esprime il suo sostegno all'obiettivo della Presidenza afgana per cui le forze di sicurezza nazionali dovranno guidare e condurre le operazioni militari in tutte le province per la fine del 2014”. Largo adesso alle interpretazioni....

I TALEBANI SPARANO SULLA CONFERENZA

Per adesso, le 8,30 del mattino qui a Kabul, la notizia viene riferita solo dalla Novosti, agenzia di stampa russa. Non la trovo nemmeno su Pajhwok, agenzia locale di solito rapida. Ma secondo la Novosti questa mattina, intorno alle tre e mezzo (la una in Italia), due persone sono state uccise e altre ferite da una bomba. Un collega afgano, con me nella sala stampa in cui aspettiamo che si apra la Conferenza di Kabul, mi conferma che si sarebbe trattato di un razzo. A Khair Khana, un'area periferica della capitale. Il governo in seguito smentisce le vittime e nega si sia trattato di un attacco talebano. Dopo mezzanotte invece e sempre a Kabul, si sono sentite quattro esplosioni ma non hanno fatto danni....

PAROLA MAGICA, 2014

Una conferenza internazionale è sempre una storia di numeri.
Su quella di Kabul che si apre oggi, la prima che si tiene dopo nove anni di guerra nella capitale afgana e che l'inviato Onu Staffan De Mistura definisce un “evento storico”, se ne dicono parecchi. Quindici sono i miliardi in palio per la ricostruzione, o almeno questo è quanto Karzai chiederà. Un miliardo di dollari extra (in realtà meno di 800 milioni) è quanto Kabul vorrebbe per negoziare il reintegro dei talebani. Ma c'è anche un'altra sequenza di numeri: 2014.

Secondo indiscrezioni e boatos che girano a Kabul, e che confermano quanto scritto dal britannico The Independent, questo numero magico, che dovrebbe segnare il definitivo ritiro della Nato dall'Afghanistan, potrebbe essere pronunciato oggi da Karzai. Vero o no che sia, molto si muove in questa direzione: domenica scorsa del resto, per rintuzzare la ridda di accuse ad Obama reo di aver annunciato una data di inizio ritiro, il vicepresidente americano Joe Biden ha confermato che nel luglio 2011 gli americani cominceranno a fare le valigie perché, ha spiegato, la Nato sarà in grado di passare la mano all'esercito nazionale in buona parte dei 34 distretti militari del Paese. E continuano, sulla stampa internazionale, le prese di posizione che, da una parte constatano un conflitto perso o comunque che non si può vincere, e che dall'altra suggeriscono nuove opzioni (trasformare una guerra controinsurrezionale in una guerra al terrorismo tout court, come ha vagheggiato un diplomatico britannico, che si potrebbe condurre con un terzo dei militari presenti, che alla fine dell'anno saranno quasi 150mila, 4mila dei quali italiani).

Se il presidente Karzai dirà il numero magico lo si saprà stamattina quando aprirà le danze della Conferenza di Kabul ma, secondo fonti locali, un accordo di massima già ci sarebbe e non riguarderebbe solo i britannici (come riferisce l'Independent) ma Usa e Nato: essendo una richiesta afgana e non una decisione occidentale, equivarrebbe in sostanza alla garanzia di un'uscita onorevole. Consentirebbe cioè ad Americani e sodali dell'Alleanza l'uscita dal pantano senza ammettere un fallimento. Condizione che, nel medesimo tempo, aprirebbe a Karzai la strada al negoziato con la guerriglia in turbante, che ha sempre posto come precondizione per l'avvio di una trattativa il ritiro delle truppe. Un calendario di uscita dal paese tra quattro anni sarebbe dunque la giusta via di mezzo per iniziare.

Intanto è stallo. Bocce ferme in una città blindata dall'afa e da centinaia di mezzi della polizia e delle forze speciali afgane. Sebbene in cielo le pale degli elicotteri ricordino che questa è una capitale sotto stretto controllo straniero, con discrezione i soldati della Nato si tengono ai margini rispetto al presidio del centro città: per dimostrare che il passaggio di consegne di cui parla Biden è imminente e che, insomma, la “transizione” (evoluzione del termine “afganizzazione” creato dalla Nato due anni fa ma cacofonico e vagamente etnico) si sta per compiere, benedetta proprio dalla Conferenza di oggi.

A presiederla, oltre a Karzai, ci saranno alcuni ministri del suo fragile gabinetto e molto probabilmente Ashraf Ghani, l'afgano “americano” - già ministro dell'Economia e aspirante presidente con una percentuale di voti raccolti del 3% - vero artefice del piano di sviluppo in quattro punti per cui l'Afghanistan chiede un ulteriore sforzo, oltre a quanto già percepisce, di altri 15 miliardi. Per dimostrare che l'occupazione militare e la guerra non hanno prodotto solo morti e distruzione ma un Paese in cui avere fiducia e che guarda a un radioso futuro. Aspettative che nascondono molti nodi irrisolti.
Oltre a quello della guerra in sé, che ogni giorno miete vittime tra combattenti e civili, ci sono parecchie opzioni controverse. Quella della trattativa coi talebani, sul modo di condurla, su come operare il reintegro della truppa e, con 50 milioni a disposizione del presidente, la resa di qualche caporione talebano o filotalebano.

Ma c'è anche, sul breve periodo, il nodo delle milizie combattenti, sorta di polizia di villaggio armata ma in abiti civili, che era ed è rimasto il pallino del generale Petraeus, l'uomo che Washington ha inviato dopo le dimissioni di Stanley McChrystal. Il generale ha imposto a un riottosissimo Karzai di accettare un piano ricalcato su quanto Petraeus ha fatto in Iraq (e che ricorda quanto già fecero i sovietici contro i mujaheddin) con l'unica differenza che mentre a Bagdad furono comprati combattenti, qui si tratta di dare fucili ai contadini. Contadini, è questo il timore non del solo Karzai, che però potrebbero trasformarsi in bande prezzolate da nuovi signorotti della guerra che questo piano finirebbe a creare. Iniettando nuovi attori armati in un conflitto che conta già 150mila soldati Nato, 400mila militari e poliziotti afgani e un numero incalcolabile di mercenari. Infine c'è il nodo pachistano.

Molti si domandano che gioco stia giocando Islamabad, che da una parte promette agli americani lotta senza tregua ai talebani ma che dall'altra non ha nessuna intenzione di lasciare che un accordo tra Karzai e i ribelli si faccia senza il suo assenso. Di due forni o di due tavoli che sia, la politica del Pakistan resta una nebulosa. Anche se il recentissimo accordo tra Kabul e Islamabad sul transito delle merci tra i due Paesi, appena firmato con benedizione americana, è l'unica buona notizia di questi giorni. Poco con una guerra infinita in corso.

lunedì 19 luglio 2010

APETTANDO LA CONFERENZA


Il soldato afgano delle forze speciali non ha nulla da invidiare a un militare della Nato: mitragliatore e cartucciera, scarponi da montagna, ginocchiere e giubbotto antiproiettile. L'elmetto ben calcato in testa e lo sguardo torvo, ci apostrofa rudemente in dari: “Che fate per strada? Non sapete che ci sono i talebani”?

L'invito ad affrettare il passo è perentorio e non è difficile metterlo in pratica perché, in questa capitale asiatica di almeno quattro milioni di abitanti - oltre la metà dei quali forse profuga da trent'anni di guerre - per strada non c'è nessuno. Dalla rotonda di Massud a quella di Wazir Akbar Khan, forse quattrocento metri di strada, contiamo solo decine di poliziotti, soldati in assetto di guerra, forze speciali di esercito e polizia, 007. Girano soltanto dei ragazzini in bicicletta e una famiglia allargata che chissà dove va. Attraversa leggera un'infinita sequenza di geep e gipponi, pick up corrazzati, torrette girevoli, suv coi vetri oscurati che sgommano senza necessità. I nuovi blindati americani che adesso hanno le insegne dell'Ana, l'esercito nazionale afgano, ma che sono in tutto e per tutto identici a quelli usati dai militari stellestrisce, sono arrivati in città due giorni fa e presidiano l'intero centro avvolto, da ieri, in un'atmosfera surreale: a protezione di una città fantasma o di 50 ministri e 20 sottosegretari che stamattina arriveranno per la prima Conferenza internazionale che si tiene a Kabul? Proteggono gli afgani o il più grande raduno di diplomatici che si sia mai tenuto nella capitale dell'Afghanistan dalla morte di re Zhaer Shah?

Continua domani su Lettera22