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giovedì 11 novembre 2010

PASSAGGIO DI CONSEGNE

Sono dodici le province afgane che, nel giro di un anno, potrebbero passare di mano dal controllo Nato a quello delle forze di sicurezza afgane. La lista è stata presentata ai partner europei dal Rappresentante civile della Nato a Kabul, il britannico Mark Sedwill, nelle riunioni a porte chiuse in preparazione del vertice di Lisbona del 19 novembre, nel quale l'Alleanza, sulla scorta delle indicazioni americane, potrebbe lanciare un segnale inequivocabile, anche se indiretto, sull'inizio del ritiro delle truppe dall'Afghanistan.

Stando a quanto riferisce il memo di uno dei Paesi aderenti all'Alleanza la lista consta di due gruppi di province sulle quali sia la Nato sia l'Ana, l'esercito afgano, avrebbero trovato un'intesa. Non ci sarà Herat, la zona a comando italiano, nel primo gruppo di province – Bamyian, Badakhshan, Daykundi, Panjshir, Samangan, Sari Pul e ovviamente Kabul che di fatto già lo è - che passeranno sotto consegna afgana entro sei mesi; ma la provincia che ospita il comando Ovest sarà tra quelle il cui passaggio è previsto entro un anno accanto a Faryab, Laghman, Parwan e Takhar. L'accordo ormai in dirittura d'arrivo dovrebbe avere luce verde definitiva al vertice di Lisbona ed è ovviamente suscettibile di cambiamenti dell'ultima ora. Ne è chiaro da quando partiranno i sei/12 mesi: se dall'inizio dell'anno o dall'estate 2011, quando gli americani inizieranno il ritiro deciso da Obama per il mese di luglio (secondo il ministro La Russa il disimpegno potrebbe avvenire entro il 2011).

Non è neppure detto che il vertice di Lisbona formalizzi il “ritiro” ma è evidente che la messa in chiaro del passaggio di consegne di 12 province su 34 indicherà chiaramente che la famosa “exit strategy” sta per avere inizio.

Alcune province e tra queste alcuni distretti (la cui lista viene rigorosamente tenuta segreta) presentano non pochi problemi: il Daykundi ad esempio, dove la presenza talebana è attiva. Ma mentre la Nato prepara il suo piano, va avanti anche quello fortemente voluto dal generale americano David Petraeus, e cioè la nascita di una milizia speciale, una sorta di polizia locale (Afghan Local Police o Alp) creata tra mille polemiche con un decreto di Karzai il luglio scorso: secondo il portavoce degli Interni Zemarai Bashari, avrebbe già iniziato a dislocarsi nelle prime tre province tra cui, assieme a Kandahar e Uruzgan, c'è proprio quella di Daykundi (distretto di Kajran). Ma la decisione finale dipende anche dal grado di avanzamento di quello che per la Nato rappresenterebbe anche una fase di transizione dei Prt (Provincial Reconstruction Team), centri di cooperazione civile-militare (sinora soprattutto se non esclusivamente militare) che dovrebbero adesso cambiar pelle e diventare centri di coordinamento e sviluppo di attività civili. Che hanno però gradi molto diversi di avanzamento su questa possibile trasformazione di avamposti che, in alcune province, sono poco più che caserme dalle quali si riceve qualche finanziamento per attività di sviluppo.


Che la zona sotto comando italiano sia tra le prescelte non è un mistero: pubblicamente annunciata anche dalle autorità Nato come una delle aree più avanzate sotto l'aspetto sicurezza/sviluppo, è stata oggetto anche dei recenti commenti del ministro Frattini e del Capo di stato maggiore della Difesa: “Per la consegna agli afgani delle responsabilità delle operazioni militari nella parte occidentale del Paese, dove abbiamo il comando, il 2014 è una data perfino lontana...”, ha detto qualche giorno fa il capo di stato maggiore della Difesa Vincenzo Camporini. E, qualche giorno dopo, gli hanno fatto eco il suo omologo americano Mike Mullen e il capo del Pentagono Robert Gates, secondo cui il “piano Karzai” per il 2014 è assolutamente “realistico”. “Uno dei punti in agenda a Lisbona – ha sottolineato – sarà l'appoggio al trasferimento della responsabilità per la sicurezza agli afgani nel 2014”.

Uscita per la prima volta in luglio alla “Conferenza di Kabul”, la data del 2014 era sembrata ad alcuni soltanto il tentativo di “spostare” più avanti quella del 2011, promessa da Obama come inizio del ritiro americano. E in questi mesi il tira molla tra falchi e colombe nell'Amministrazione americana è andato avanti senza tregua. Tanto da far scrivere due giorni fa al Washington Post che la revisione della strategia americana per l'Afghanistan che, perfezionata a Lisbona, sarà presentata a fine dicembre o ai primi di gennaio da Barack Obama, prevede aggiustamenti ma non un piano “B”. L'exit strategy è già cominciata.

1 commento:

Claudio bertolotti ha detto...

Complimenti per il blog.
Quello che verosimilmente avverrà nel futuro prossimo sarà un passaggio di responsabilità dalle amare conseguenze, tanto scontate quanto inevitabili, per la popolazione afghana ma necessarie per un occidente non in grado di tenere il fronte.
per quanto riguarda le cosiddette "milizie armate" (arbakai) rimando a un mio non recentissimo articolo "I civili armati da Petraeus" (http://claudio-bertolotti.blogspot.com/2010/07/il-pericolo-dei-civili-armati-da.html)
saluti
Claudio Bertolotti