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domenica 21 novembre 2010

L'EXIT STRATEGY DI LISBONA

“Resteremo fin che sarà necessario”. Declina così il segretario della Nato Anders Fogh Rasmussen l'exit strategy dall'Afghanistan suggellata dal vertice di Lisbona e oggetto di un documento firmato dal presidente afgano Hamid Karzai che infatti recita “long-term security partnership”. Ma intanto le date ci sono e anche maggior chiarezza su quel che vogliono dire: luglio 2011 per iniziare il ritiro; 2014 – come aveva indicato in luglio la Conferenza di Kabul - per completare il passaggio di consegne, distretto per distretto, a esercito e polizia afgani. Un piano, notano gli osservatori, ricalcato sulle decisioni americane o, per meglio dire, sull'idea che Obama si è fatto dell'exit strategy dal Paese asiatico e ribadita all'inizio dei lavori di Lisbona. Tutto chiaro e lineare? Più o meno.

Al tavolo
ci sono tutti: i Paesi Nato, i rappresentanti degli altri partner di guerra non Nato, Rasmussen che fa gli onori di casa, Ban Ki-Moon per le Nazioni unite, Obama e Karzai, i due poli decisivi del conflitto. Mancano ovviamente solo i talebani per i quali Rasmussen ha parole dure: il ritiro – dice – non è la loro vittoria e non si illudano, conclude (alludendo al famoso slogan dei jihadisti: “voi avete l'orologio noi il tempo”), che sia sufficiente attendere fin che la Nato se ne sarà andata. Perché, come ha suggerito un ufficiale britannico, in Afghanistan si resta fin che servirà, forse anche trent'anni. Qualche ora dopo arriva il commento della guerriglia in turbante: “La Nato è destinata alla sconfitta”.

Ma accanto alle presenze ci sono numerose assenze: il processo di pace, a uno stadio più che iniziale e molto fragile e su cui si glissa volentieri, le polemiche tra Karzai e Petraeus, l'uomo forte a capo della Nato che, più di una volta, si è scontrato anche con Obama (“non sono scolpite nella pietra” aveva detto a proposito delle famose date del ritiro). Sono assenti i nomi delle province che inizieranno a passare di mano e resta inevasa l'aspettativa di capire da dove comincerà il ritiro di cui per ora si sa solo la stagione: l'estate prossima. Anche gli afgani sembrano assenti dal dibattito dei grandi e Lisbona non risponde all'appello lanciato alla viglia del summit da 29 organizzazioni umanitarie sulla protezione dei civili (da Oxfam alla rete italiana “Afgana”, dalla Commissione indipendente afgana per i diritti umani a varie Ong europee impegnate sul terreno). Troppo scarsa secondo gli umanitari che snocciolano cifre: il 31% di vittime civili in più rispetto all'anno precedente e una crescita indiscriminata dei bombardamenti, ferita sempre sanguinante di una guerra che a luglio 2010 aveva già totalizzato, secondo l'Onu, più di 1200 vittime innocenti.

Anche sul post ritiro è nebbia fitta: Al Jazeera riferisce di un'indagine nelle province del Sud secondo cui emergerebbe una larga maggioranza del 60% che esprime sfiducia sul fatto che l'esercito afgano sia in grado di gestire il passaggio di consegne. Anche perché, aggiunge ancora il dossier degli umanitari allegato all'appello (“Nowhere To Turn”), la polizia e l'esercito afgano non sembrano dare quelle garanzie di rispetto dei diritti della popolazione che ci si aspetterebbe da un buon esercito nazionale. Ma il dado è tratto e, nel bene o nel male, Lisbona sancisce una svolta, per quante nubi possano avvolgerla.

Del resto la guerra è cara per l'Occidente e costa molto anche in vite umane. Se in denaro la sola Italia spende per mantenere il contingente militare (4mila soldati entro la fine dell'anno) un milione e mezzo di euro al giorno, il numero dei soldati Nato (circa 130mila più altri 10mila in forza a Enduring Freedom) uccisi in combattimento (in gran parte americani) continua a crescere e, nel corso del 2010 – l'anno più funesto -, siamo già arrivati a quota 654 vittime.

A Lisbona
anche l'Italia fa la sua parte e incassa il ringraziamento di Obama: i 200 istruttori che Roma manderà in Afghanistan sono, per Franco Frattini, il segno che il Belpaese crede nella transizione e dunque nel compito di assicurare un appoggio che, dice il titolare della Farnesina, l'Italia continuerà anche dopo il 2014. Viene legittimo domandarsi se il risparmio di denaro che deriverà dal ritiro verrà reinvestito nell'appoggio all'Afghanistan civile e non solo a quello militare. Un decimo di quello che l'Italia risparmierà da qui al 2014 ritirando i soldati basterebbe. O la mannaia del Tesoro ingoierà tutto lasciando agli afgani, al di là delle promesse, solo qualche briciola?

venerdì 19 novembre 2010

LISBONA, CHI PROTEGGE CHI?

Il 2010 è l’anno più sanguinoso per i civili in Afghanistan negli ultimi dieci anni, ma i rischi possono aumentare se la Nato non agisce in modo immediato. Per questo, avvertono oggi alcune delle più importanti organizzazioni umanitarie impegnate nel paese, le forze militari internazionali devono adottare misure urgenti per proteggere i civili intrappolati in un conflitto in escalation. Misure tanto più urgenti ora che le forze internazionali stanno programmando il trasferimento della gestione della sicurezza al governo afgano.

L’appello, sottoscritto da 29 organizzazioni umanitarie afgane ed europee tra cui "Afgana" (sul cui sito si può leggere il rapporto), giunge mentre i leader della NATO sono riuniti a Lisbona, dal 19 al 20 novembre per un vertice che dovrà discutere il piano di transizione elaborato dal Generale statunitense Petraeus, supremo comandante delle truppe NATO in Afghanistan. A lanciarlo sono ventinove organizzazioni umanitarie nazionali e internazionali, tra cui Oxfam, Afghanaid, la Afghan Independent Human Rights Commission. L’appello è contenuto nel nuovo rapporto intitolato “Nowhere To Turn”, diffuso oggi dalle agenzie per sollecitare con urgenza la NATO a fare di più per migliorare l’addestramento e il controllo sulle forze nazionali di sicurezza afgane durante il periodo di transizione.


In particolare sui raid aerei:
"But while civilian casualties as a whole have continued to increase, the
proportion attributed to PGF has decreased markedly over the past two
years. PGF are currently responsible for 12% of the civilian casualties in
Afghanistan, down from 39% in 2008. IMF efforts to reduce civilian
casualties began in earnest in 2008, but a large part of this reduction is
due to a fall in the number of airstrikes since a tactical directive was issued
restricting their use in July 2009. However, this achievement may be
in danger of reversal due to a dramatic rise in airstrikes in recent months.
US forces dropped 2,100 bombs or missiles from June through September
2010 – a nearly 50% increase on the same period last year – and ISAF figures
show that civilian deaths caused by PGF are up 11% on October
2009"

giovedì 11 novembre 2010

PASSAGGIO DI CONSEGNE

Sono dodici le province afgane che, nel giro di un anno, potrebbero passare di mano dal controllo Nato a quello delle forze di sicurezza afgane. La lista è stata presentata ai partner europei dal Rappresentante civile della Nato a Kabul, il britannico Mark Sedwill, nelle riunioni a porte chiuse in preparazione del vertice di Lisbona del 19 novembre, nel quale l'Alleanza, sulla scorta delle indicazioni americane, potrebbe lanciare un segnale inequivocabile, anche se indiretto, sull'inizio del ritiro delle truppe dall'Afghanistan.

Stando a quanto riferisce il memo di uno dei Paesi aderenti all'Alleanza la lista consta di due gruppi di province sulle quali sia la Nato sia l'Ana, l'esercito afgano, avrebbero trovato un'intesa. Non ci sarà Herat, la zona a comando italiano, nel primo gruppo di province – Bamyian, Badakhshan, Daykundi, Panjshir, Samangan, Sari Pul e ovviamente Kabul che di fatto già lo è - che passeranno sotto consegna afgana entro sei mesi; ma la provincia che ospita il comando Ovest sarà tra quelle il cui passaggio è previsto entro un anno accanto a Faryab, Laghman, Parwan e Takhar. L'accordo ormai in dirittura d'arrivo dovrebbe avere luce verde definitiva al vertice di Lisbona ed è ovviamente suscettibile di cambiamenti dell'ultima ora. Ne è chiaro da quando partiranno i sei/12 mesi: se dall'inizio dell'anno o dall'estate 2011, quando gli americani inizieranno il ritiro deciso da Obama per il mese di luglio (secondo il ministro La Russa il disimpegno potrebbe avvenire entro il 2011).

Non è neppure detto che il vertice di Lisbona formalizzi il “ritiro” ma è evidente che la messa in chiaro del passaggio di consegne di 12 province su 34 indicherà chiaramente che la famosa “exit strategy” sta per avere inizio.

Alcune province e tra queste alcuni distretti (la cui lista viene rigorosamente tenuta segreta) presentano non pochi problemi: il Daykundi ad esempio, dove la presenza talebana è attiva. Ma mentre la Nato prepara il suo piano, va avanti anche quello fortemente voluto dal generale americano David Petraeus, e cioè la nascita di una milizia speciale, una sorta di polizia locale (Afghan Local Police o Alp) creata tra mille polemiche con un decreto di Karzai il luglio scorso: secondo il portavoce degli Interni Zemarai Bashari, avrebbe già iniziato a dislocarsi nelle prime tre province tra cui, assieme a Kandahar e Uruzgan, c'è proprio quella di Daykundi (distretto di Kajran). Ma la decisione finale dipende anche dal grado di avanzamento di quello che per la Nato rappresenterebbe anche una fase di transizione dei Prt (Provincial Reconstruction Team), centri di cooperazione civile-militare (sinora soprattutto se non esclusivamente militare) che dovrebbero adesso cambiar pelle e diventare centri di coordinamento e sviluppo di attività civili. Che hanno però gradi molto diversi di avanzamento su questa possibile trasformazione di avamposti che, in alcune province, sono poco più che caserme dalle quali si riceve qualche finanziamento per attività di sviluppo.


Che la zona sotto comando italiano sia tra le prescelte non è un mistero: pubblicamente annunciata anche dalle autorità Nato come una delle aree più avanzate sotto l'aspetto sicurezza/sviluppo, è stata oggetto anche dei recenti commenti del ministro Frattini e del Capo di stato maggiore della Difesa: “Per la consegna agli afgani delle responsabilità delle operazioni militari nella parte occidentale del Paese, dove abbiamo il comando, il 2014 è una data perfino lontana...”, ha detto qualche giorno fa il capo di stato maggiore della Difesa Vincenzo Camporini. E, qualche giorno dopo, gli hanno fatto eco il suo omologo americano Mike Mullen e il capo del Pentagono Robert Gates, secondo cui il “piano Karzai” per il 2014 è assolutamente “realistico”. “Uno dei punti in agenda a Lisbona – ha sottolineato – sarà l'appoggio al trasferimento della responsabilità per la sicurezza agli afgani nel 2014”.

Uscita per la prima volta in luglio alla “Conferenza di Kabul”, la data del 2014 era sembrata ad alcuni soltanto il tentativo di “spostare” più avanti quella del 2011, promessa da Obama come inizio del ritiro americano. E in questi mesi il tira molla tra falchi e colombe nell'Amministrazione americana è andato avanti senza tregua. Tanto da far scrivere due giorni fa al Washington Post che la revisione della strategia americana per l'Afghanistan che, perfezionata a Lisbona, sarà presentata a fine dicembre o ai primi di gennaio da Barack Obama, prevede aggiustamenti ma non un piano “B”. L'exit strategy è già cominciata.