

Cosa dice il rapporto
Il dossier della Nato dice in sostanza due cose: che i talebani guadagnano consenso e forza e che il ritiro della Nato potrebbe essere fatale al governo di Kabul. Un'ammissione scomoda, specie la prima (e che la Nato non ha interesse a che venga divulgata). Aggiunge poi che l'Isi continua, nonostante le promesse, ad aiutare l'insurrezione afgana: ne conosce uomini e domicilio in Pakistan. E le fonti, questa volta, non sono solo barbe finte occidentali: il rapporto si basa su migliaia di interviste (o interrogatori), quattromila delle quali fatte a talebani afgani e jihadisti di vara provenienza, più o meno affiliati ad Al Qaeda. Sono queste fonti a raccontare una scomoda verità, confermata poi da opinioni e indagini, con nomi e cognomi. In generale il dossier accusa l'Isi di manipolare la dirigenza talebana ma dice anche che alcuni gruppi (segnatamente la cosiddetta Rete Haqqani, quella più radicale e ritenuta più vicina al Pakistan) sono più che solo ospiti: alcune residenze della famiglia Haqqani, una potente lobby di ex mujaheddin dell'epoca della lotta contro l'Urss, sono a pochi passi da una base dell'Isi in Waziristan. E' il caso di Nasiruddin Haqqani, uno dei figli del fondatore della Rete.
Paradossalmente la notizia sui servizi pachistani, anche se è la più dirompente a livello diplomatico, non è la peggiore – in quanto già nota – contenuta nel dossier. Ha fatto solo più rumore nelle cancellerie perché il messaggio questa volta è senza fronzoli. La notizia vera è un'altra: che i talebani stanno reclutando sempre più pro governativi e che non hanno nessuna intenzione di deporre le armi. Che, in sostanza, son poco interessati a negoziare. Infine, dicono le fonti, reclutamenti e donazioni sarebbero in crescita, notizia che smentirebbe almeno in parte quanto si crede e cioè che il sostegno ai talebani sia soprattutto reso obbligatorio dal movimento stesso.
C'è ne anche per Al Qaeda. Secondo le fonti i talebani non hanno preso le distanze dal gruppo fondato da bin Laden o da altre formazioni estremiste dell'Asia centrale che agiscono in Afghanistan. Ma sono i talebani a dare il permesso per ogni singola azione in territorio afgano. Infine Kabul sarebbe una “free area” dove ogni comando talebano può agire indipendentemente senza chiedere autorizzazioni alla cupola.
I pachistani saprebbero ogni cosa. “I talebani non sono Islam...sono Islamabad”, racconta un comandante qaedista. E nel 2011 l'ammontare dei fondi in loro possesso avrebbe ricevuto un aumento senza precedenti, anche grazie al traffico di droga che frutta loro una discreta percentuale.

Quanto conta il dossier?
Il rapporto dice dunque molte cose ma, come sempre, non può essere preso per oro colato. I talebani sono probabilmente sicuri di vincere ma la realtà sul terreno dice anche chiaramente che, come accadde all'epoca della ritirata dei sovietici, un conto è controllare le campagne, un conto è prendere le città. E' pur vero che la corruzione nel governo di Karzai e la sfiducia generalizzata nelle istituzioni favoriscono i talebani, ma non si può ignorare che circa l'80% delle vittime civili della guerra si devono ai loro ordigni o a “effetti collaterali” di attentati kamikaze. Così come è vero che, pur dipendendo tantissimo da Islamabad, i talebani si considerano afgani e probabilmente considerano l'alleanza col Pakistan una pura carta strategica. Infine restano più nazionalisti che jihadisti anche se è probabile che vi sia una relazione tattica con i gruppi qaedisti o jihadisti dell'Asia centrale. Infine, un prigioniero talebano che non debba parlare sotto tortura, difficilmente darà un quadro negativo del suo gruppo di appartenenza.
Il dossier è comunque una fonte importante per capire come va la guerra in Afghanistan (appena rifinanziata dall'Italia), un pantano su cui a lungo abbiamo avuto informazioni lacunose e fuorvianti. Ed è un documento che senza dubbio acuisce le tensioni tra Pakistan e Afghanistan, quest'ultimo da sempre grande accusatore della scelta di Islamabad di ospitare i “santuari” talebani oltre confine. Tensione in un momento delicato.
La pace e la guerra
Recentemente, da quando è stata resa nota l'intenzione dei talebani di aprire un ufficio di rappresentanza in Qatar, Kabul e Islamabad si sono irrigidite con Washington per esser state tagliate fuori dal processo negoziale, condotto da alcuni mediatori talebani o vicini al movimento, con funzionari americani ed europei. Gli Usa hanno adesso promesso a Kabul che non sarà più esclusa in futuro e ha anche accettato di buon grado l'idea di Karzai, di qualche giorno fa, di ricorrere a una mediazione saudita. Anche i pachistani, per non essere tagliati fuori dal possibile futuro negoziato, avrebbero fatto buon viso a cattivo gioco: gli emissari talebani recatisi a Doha (Qatar) nei giorni scorsi, non sarebbero infatti potuti partire da Islamabad se l'Isi non avesse loro permesso di imbarcarsi all'aeroporto. La situazione però resta difficile anche alla luce di un dossier che disegna i talebani poco interessati al gioco negoziale. Kabul è irritata e teme che il ritiro delle trippe Nato nel 2014 gli crei problemi. E Islamabad ha sempre in mente il suo concetto di “profondità strategica”: nella dottrina militare del Pakistan, l'Afghanistan è la retrovia di una guerra con l'India, dunque deve controllarlo. Lo stesso ragionamento - se si vuole complicare il quadro – che sta facendo Teheran , sulla frontiera occidentale. In caso di guerra con gli Stati uniti.
Nessun commento:
Posta un commento