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giovedì 5 dicembre 2013

RICATTO AFGANO

Visto dall'Europa e visto dall'Afghanistan il summit dell'Alleanza si trasforma in una morsa che non lascia via d'uscita a Kabul. E gli Usa dettano l'agenda

A quattro mani con Giuliano Battiston da Kabul


Visto dall'Europa il vertice dei ministri degli Esteri della Nato conclusosi ieri a Bruxelles, cui ha partecipato anche il capo della diplomazia russo Lavrov, si può vedere in tanti modi ma essenzialmente come il tentativo di rilanciare il ruolo di un'Alleanza in cerca sempre di qualche nemico da combattere, dopo che anche al vecchio orso post sovietico s'è teso il ramoscello di ulivo. Il summit non sembra aver partorito granché anche se c'era molta attesa sull'Afghanistan, un tema alla fine un po' defilato e sui cui la Nato sembra per ora soltanto prendere tempo.

Su un altro fronte, quello delle relazioni internazionali, l'organizzazione diretta da Rasmussen fa di tutto per mostrare muscoli e competenze anche dove non le ha. Affronta il dossier siriano, bacchetta la Georgia, sigla infine un accordo con Mosca con cui avvia un progetto pilota per l'eliminazione di munizioni obsolete nella regione di Kaliningrad, progetto che sarà pagato attraverso un fondo fiduciario spalmato su cinque anni e stimato a circa 50 milioni di euro. Sorrisi col vecchio nemico che purtroppo non c'è più, tanto che l'Alleanza ha dovuto trasferirsi cinquemila chilometri più a Est per impantanarsi in Afghanistan dove ora vuole restare ad ogni costo, salvo minacciare di volersene andare con armi e bagagli dopo il 2014. Che non lo voglia affatto fare è in realtà così evidente che nemmeno lo spauracchio di chiudere baracca risulta credibile, a maggior ragione se è vero quanto una fonte anonima ha spifferato alla viglia del summit a RadioFreeEurope. E cioè che, appena Kabul avrà firmato il patto bilaterale strategico militare con gli Usa (Bsa), anche la Nato proporrà il suo a Kabul, che includerebbe l'uso di quattro basi militari permanenti.

Rasmussen nel suo discorso è stato abbastanza chiaro: di basi non ha parlato ma di status giuridico delle truppe sì e anche del denaro che i Paesi dell'Alleanza si sono impegnati a versare ogni anno all'esercito afgano (4,1 miliardi di dollari di cui 2 solo dagli Usa). Poiché il suo discorso è stato preceduto dalle minacce sia di John Kerry sia dello stesso Rasmussen sul rischio che, senza una rapida firma del Bsa, anche l'impegno della Nato si possa dissolvere, il segretario generale dell'Alleanza ha messo sul piatto della bilancia le stesse argomentazioni degli americani. Niente firma con gli Usa, niente firma con la Nato. Niente firma, niente soldi. E se firma sarà, sia un impegno su uno status giuridico che offra ai soldati della Nato la stessa immunità che il Bsa garantisce ai soldati americani.

Approfittando del timore che gli afgani nutrono, dai loro governati al ciabattino di Kabul, che l'uscita di scena degli eserciti stranieri equivalga a un oblio del Paese, al taglio dei fondi e al rischio che ritorni la guerra, americani e Nato giocano la stessa partita. Che, con altre parole, si potrebbe chiamare senza troppi giri di parole “ricatto”. Senza stipendi per l'esercito, le forze di sicurezza afgane si scioglierebbero come neve al sole come già accadde coi soldati di Najibullah (il capo di Stato filosovietico che aveva visto materializzarsi il ritiro dell'Armata rossa nell'89), quando l'Urss tagliò i fondi al governo di Kabul, sacrificato dal nuovo corso della perestroika e dalla fine della Guerra fredda. Najibullah resistette tre anni ma poi dovette cedere ai mujaheddin, scalzi ma ben riforniti di risorse occidentali e saudite. Una vicenda non così lontana, che l'establishment e l'uomo della strada ricordano bene.

Ascoltate a Kabul, le parole di Rasmussen suonano minacciose ma non sorprendenti. Perché confermano il tono dominante della dialettica Afghanistan-Western powers degli ultimi giorni: da quando, domenica 24 novembre, Karzai ha inaspettatamente deciso di posticipare la firma dell’Accordo bilaterale con gli americani, non ha ricevuto che colpi bassi. A mettere subito le cose in chiaro sui rapporti di forza è stata Susan Rice, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Obama, spedita a Kabul in tutta fretta a incontrare Karzai. Il 26 novembre, il giorno successivo all’incontro con il presidente afghano, la Casa Bianca ha diramato una nota d’agenzia sui contenuti del colloquio, molto netta: «L’assenza di un Accordo bilaterale di sicurezza – così recita l’a nota - metterebbe a rischio gli impegni di assistenza assunti dalla Nato e dalle altre nazioni nelle conferenze di Chicago e di Tokyo del 2012. L’ambasciatrice Rice ha ribadito che, senza una veloce approvazione del Bsa, gli Stati Uniti non avrebbero altra scelta che iniziare a pianificare un futuro post-2014 in cui non ci siano truppe americane o della Nato in Afghanistan». In altre parole, per gli americani non c’è alternativa. O Karzai firma l’accordo, oppure non resta che la cosiddetta opzione zero. Ed è qui che una scelta politica diventa ricatto: nell’opzione zero gli Stati Uniti non fanno rientrare soltanto il ritiro completo dei soldati (americani e della Nato tout court, come se le due cose si equivalessero), ma il ritiro di tutti i soldi promessi all’Afghanistan, sia in ambito militare sia civile.

Nessuno, tra i rappresentanti dei 49 paesi che compongono la missione Isaf, ha obiettato nulla sull’arbitraria confusione tra impegni in ambito militare e in ambito civile. Nessun governo – tanto meno quello italiano, subalterno alle politiche atlantiche – ha avuto il coraggio di assicurare il proprio impegno all’Afghanistan, con o senza gli Stati Uniti, con o senza soldati. L’amministrazione Obama gioca al ricatto perché sa che l’“alleato” afghano è ricattabile: povero, fragile, ha assoluto bisogno degli aiuti della comunità internazionale. In ambito militare, per mantenere le forze di sicurezza afghane servono almeno 4,1 i miliardi di dollari l'anno da qui al 2024. Così recita la dichiarazione finale della conferenza della Nato tenuta a Chicago il 21-22 maggio 2012. Se gli Stati Uniti e la Nato si tirano fuori, il governo afghano si ritrova con circa 350mila tra soldati e poliziotti senza stipendio. In ambito civile, secondo le stime della Banca mondiale il paese avrebbe bisogno di almeno 3.9 miliardi di dollari all’anno per “crescere”. Alla conferenza di Tokyo del luglio 2012, circa 70 paesi donatori si sono presi l’impegno di donare al governo afghano – in cambio di alcune riforme – 16 miliardi di dollari complessivi, fino al 2017, con gli Stati Uniti in prima linea.


Le parole di Susan Rice trasformano però gli impegni assunti in semplici promesse. Gli afghani vorrebbero poter avere la forza necessaria per non cedere ai ricatti, cercando altri alleati di peso nella regione. Ma l’India da sola non può tutto, e un suo eccessivo protagonismo alimenterebbe il conflitto con il Pakistan. La Cina si limita a controllare un paio di grandi investimenti nel Paese, marginali nella sua bilancia degli affari esteri. La Russia sembra aspettare che passi il cadavere della Nato, prima di riaffacciarsi in Afghanistan. Se i Paesi della regione latitano, gli Stati Uniti premono. Ieri il segretario di Stato John Kerry ha suggerito una «soluzione»: che a firmare non sia il riluttante Karzai, ma il più remissivo ministro afghano alla Difesa, Bismillah Khan Mohammadi. Dal ricatto al trucchetto, dicono in molti a Kabul.

1 commento:

Claudio p ha detto...

Non ritengo che ci sia alcun ricatto. Questa è politica e poi mi sembra il minimo. E' normale che gli USA influenzino il futuro della missione dato che sono quelli che mettono più soldi e truppe. Continuare a finanziare gli afgani senza la presenza occidentale sul terreno significherebbe buttare via i soldi visto anche il tasso di corruzione. Il problema di fondo è causato da Karzai che è un uomo voluto dagli USA. .. ma questa è una storia già vista.