
La posizione di Karzai ha una sua logica benché si tratti di una logica molto individuale: non lasciare di sé una cattiva immagine dopo tre mandati presidenziali. Abbiamo già accennato alla sindrome Shah Shuja, cui va ad aggiungersi anche la sindrome Gandamak, elemento che abbiamo sentito citare dallo stesso Karzai. Gandamak, oltre a essere un noto ristorante-locale di Kabul, frequentato da diplomatici, giornalisti, contractor e spioni, è un villaggio - o meglio un'area - nota per le molte battaglie tra afgani e inglesi e il punto di non ritorno, in un certo senso, della Prima guerra anglo afgana. Ma è soprattutto il luogo in cui fu firmato il Patto di Gandamak (Gandamak Treaty) nel 1879 tra Yaqub Khan e Lord Cavagnari, di origini italiane (nell'immagine durante il patto).Ratificato dal viceré dell'India Lord Bulwer-Lytton il 30 maggio dello stesso anno, il trattato, firmato 28 giorni prima (il 2), concludeva la seconda (vittoriosa per il Regno Unito ma a duro prezzo) guerra anglo afgana (1878-1880). Stabiliva "eterna pace e amicizia" tra il regno afgano e l'Impero britannico, ma soprattutto che, d'ora in avanti, la politica estera degli afgani avrebbe seguito i dettami di quella britannica (ossessionata dal "Grande Gioco", ossia la possibile invasione russa del Paese confinante con l'estremità orientale del Raj). Si concludeva cioè con una vendita di sovranità (che venne confermata da Abdur Rahman dopo che Ayub aveva in sostanza rinnegato gli impegni scatenando la seconda fase della guerra che si concluderà con la sua deposizione) che venne riconquistata solo con la terza guerra anglo-afgana e il Trattato di Rawalpindi dl 1919, siglato dagli emissari dei britannici e da quelli del re riformista Amanaullah.
Ciò spiega anche perché Amanullah è tanto amato in Afghanistan e smentisce inoltre il luogo comune che gli indomiti afgani non possano essere sconfitti da potenze esterne, anche se allora, a differenza di adesso, la corona britannica non aveva basi militari da salvaguardare in Afghanistan e anzi si guardò bene dal volerne una e dal lasciarci anche solo un piccolo contingente militare. In questo senso il mito funzionava e, come si usa dire, l'Afghanistan è un Paese dov'è facile entrare ma complicato uscire.
Nell'immagine sopra: olio di Richard Caton Woodville

Nessun commento:
Posta un commento