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lunedì 22 giugno 2020

Myanmar, la cooperazione ai tempi del Covid-19

Bagan (Myanmar) - Nella sala dove si tengono di solito le riunioni, c’è un grande schermo sulla parete collegato a un computer. Da una parte del filo, o meglio della rete, c’è Myo Min Aung, un agronomo specialista in problemi idrici. Dall’altra, cinque agricoltori, quattro uomini e una donna. Sono alcuni dei referenti di un progetto che coinvolge circa 2mila contadini in quattro regioni del Myanmar (Mandalay, Bago, Shan, Mon). Di solito Myo Min Aung, che qui tutti chiamano Ko Myo (“fratello Myo”), si reca di persona nelle zone dove c’è bisogno della sua expertise. Ma in tempi di Covid le restrizioni non mancano. Se esci dalla regione di Mandalay, dove si trova l’ufficio di Cesvi, una Ong di Bergamo che da oltre vent’anni lavora in terra birmana, devi fare la quarantena. Così Ko Myo ha pensato di mettere in piedi un sistema“webinar”, la trasmissione di informazioni attraverso Internet, modalità che in questi mesi ha creato l’opportunità di vedersi tenendo le distanze. In Myanmar non si usa zoom e nemmeno google o skype. Facebook però è diffusissimo. Quasi nessuno ha un pc ma tutti hanno un telefono e un figlio esperto nelle diavolerie della modernità.
Ko Myo, agronomo di Cesvi specialista di problemi idrici 

K
o Myo ha messo dunque in piedi una rete di appuntamenti coi referenti di villaggio. Il progetto, che è finanziato dalla Ong svizzera Helvetas, si serve di Cesvi per le attività di formazione che riguardano uso ed efficienza dell’acqua, manutenzione degli impianti, risparmio e buon utilizzo di una risorsa che è sempre scarsa. E così, nonostante il Covid-19, le attività non si sono bloccate come è avvenuto altrove. Sulla piattaforma fb i contadini si collegano, ascoltano una sorta di lezione, pongono problemi e cercano di risolverli collettivamente. “Non ci fermiamo – dice sorridendo l’agronomo – questa gente ha bisogno. E noi ci siamo”, spiega chiudendo l’incontro che gli ha fatto superare con la voce centinaia di chilometri.

La zona umida

Una delle quattro zone interessate è la parte meridionale dello stato Shan, una regione a vocazione
Webinar nella sede di Cesvi
prevalentemente agricola e turistica (comprende, il famoso Lago Inle). Il progetto, che coinvolge circa 185 famiglie per un totale di circa 1.100 persone, lavora qui su un altopiano fertile dal clima mite, terra buona e una relativa abbondanza di piogge per quanto concentrate nel periodo monsonico tra giugno e ottobre. L’agricoltura della zona è in generale tra le più avanzate del Paese (mais, riso, fiori, orticoltura e frutticoltura). Ma nonostante le piogge, la disponibilità di acqua per usi irrigui rimane il limite per uno sviluppo ulteriore dell’agricoltura nell’area e chi non dispone della possibilità di utilizzare acqua raccolta in bacini o proveniente dalla falda (pozzi), può realisticamente coltivare solamente durante la stagione piovosa.

C’è anche un aspetto sociale non indifferente: “In una regione (e in un Paese) in cui l’acqua  rappresenta una risorsa estremamente scarsa durante la stagione non piovosa, le poche riserve idriche immagazzinate diventano oggetto delle mire di una serie di soggetti con un peso economico e politico ben maggiore di quello degli agricoltori di piccola scala”, spiega Paolo Felice, consulente agronomo di Cesvi che vive in Myanmar dal 2007. Imprenditori del settore turistico (hotel, campi da golf), imprese agricole commerciali e altri potentati locali, esercitano una notevole pressione sulle autorità locali che governano le risorse idriche al fine di guadagnare l’accesso all’uso della poca acqua immagazzinata disponibile. In compenso, alcune imprese agricole di notevoli dimensioni, hanno sottoscritto una sorta di “alleanza” con i piccoli agricoltori “basata sulla stipula di contratti agricoli – spiega ancora Felice - dove la media o grande impresa, fornisce agli agricoltori la formazione e alcuni fattori produttivi (sementi, fertilizzanti..) e si impegna ad acquistare la produzione di specifiche colture dagli stessi agricoltori a prezzi concordati dalle due parti al momento della firma dei contratti”.

La zona secca

Non è l’unico programma di Cesvi, che lavora anche nella regione opposta più a Sud, la “dry zone” di Magway, una delle aeree più a rischio desertificazione del Myanmar. Dall’umido all’estremo secco. Anche qui c’è un italiano, Andrea Ricci, l’unico cooperante laico che ha scelto di restare in Myanmar nonostante avesse la possibilità di tornare in Italia. Si è attrezzato col provvidenziale Ko Myo a far si che anche il progetto nel Magway, finanziato invece dalla Cooperazione italiana, non si fermasse per due, forse tre mesi. Oltre alla formazione c’è anche un altro aspetto curato da Ricci che nel progetto dispone di due fondi di garanzia/credito per un totale di 340.000 euro per favorire l'accesso al credito per la piccola e media manifattura e per gli agricoltori delle filiere dell'arachide, fagiolo Mungo e sesamo. Fermarsi adesso significava mettere a rischio i finanziamenti e dunque il raccolto dell’anno. E anche qui la Rete è stata d’aiuto nel negoziato con le banche per fornire il credito necessario ai contadini.

Questo articolo è stato scritto per l'inserto green de ilmanifesto ed è uscito giovedi 11 giugno scorso

martedì 10 marzo 2020

Bagan nel pallone

Non sono di animo molto sportivo, sicuramente una pecca in tempi di cultura del fisico e di salutismo, ma è difficile contravvenire alla propria natura. Dunque mai avrei pensato di avventurarmi su una mongolfiera per rimirare dall’alto la maestosa eppur semplicissima bellezza di Bagan, la città dei centomila templi di cui 3595 ancora restano: intatti o sotto restauro (sembra fossero - tra stupa, templi, biblioteche, iscrizioni, monumenti minori – oltre 4mila). Ma se l’occasione fa l’uomo ladro, anche di un pigro può fare uno sportivo. Devo dunque a Bart D’hooge, un belga trapiantato in Francia che passa in Myanmar un discreto numero di mesi da 12 anni a questa parte, se ho fatto l’esperimento. Non è difficile stuzzicare un reporter/geografo, e cosa c’è di più stuzzicante per un geografo che vedere dall’alto una fetta di territorio pianeggiante la cui visione orizzontale non rende che una parte infinitesimale del tutto?

Barth è il capo pilota della squadra di aviatori di “Balloos Over Bagan”, una società che tutte le
mattine, se il vento non fa scherzi, alza in volo la sua flottiglia di mongolfiere. Tra i piloti (c’è anche il piemontese Paolo Oggioni) mi tocca in sorte Abraham Folque, un aviatore catalano che sa il fatto suo. Di per sé la partenza (che riproduco a lato con qualche scatto amatoriale) è già una simpatica avventura. Ma il resto, nel silenzio ovattato del volo leggero del pallone, è ovviamente la vera sorpresa.

Siete sospesi sulla bellezza a qualche centinaio di metri. Ne osservate i particolari, le recinzioni rettangolari, l’estensione capillare e la disposizione dispersa su uno spazio immenso e secco come il deserto nonostante la presenza del fiume, l’Irrawaddy, uno dei maggiori del mondo.


Alla fine del 1200, gli emissari del Gran Khan che avevano visitato Pagan (Bagan) gli raccontarono - scrive Marco Polo ne Il Milione – di come fossero rimasti colpiti da quel regno: “...mandarono a dire al Gran Cane la bellezza di queste torri, e la ricchezza e ‘l modo come furono fatte, e ov’elle erano e se voleva che le disfacessero e mandassongli l’oro e l’ariento. E lo Gran Cane, udendo che quello re l’avea fatte per la sua anima e per ricordanza di lui, mandò comandando che non fossero guaste, anzi vi stessono per coli che l’avea fatte fare, cioè il re che fu di quella terra”.

“Ma la storia del regno di Pagan – commentava qualche secolo dopo il geografo Corna Pellegini* - era comunque finita, perché la cottura dei mattoni necessari alla costruzione di quelle migliaia di templi aveva distrutto il patrimonio boschivo circostante, modificando profondamente il microclima e il paesaggio della regione: da foresta pluviale divenne progressivamente savana, come si manifesta tuttora”.


Questo lo sapevo, ma vederlo (e dall’alto) è ben altra cosa. Naturalmente la stagione secca fa in questo mese di marzo la sua parte, ma se non sono state forsennatamente disboscate, le rive dei fiumi conservano sempre un’ecosistema che dal fiume si alimenta. Pur che ci sia una qualche forma vegetale. Non così a Bagan. Anche gli animali sono scomparsi – se si escludono scoiattoli, serpenti e poche altre varietà di animaletti che sopravvivono forse anche grazie alla presenza umana – , eccetto quelli domestici (vacche indiane, capre, galline) e gli immancabili corvi che sembrano aver spazzato via i piccoli uccelli, come nelle nostre campagne, sempre più  rari.


Ricostruire l’antico ecosistema di allora è ovviamente impossibile. Inoltre la natura si mangerebbe – se appena potesse – i manufatti umani bellissimi (11mo-13mo secolo) che fanno di Bagan l’unico sito birmano – con Pyu (2014) – nella lista Unesco dei World Heritage Sites (da luglio 2019). L’area di rispetto stabilita dall’Unesco è di 10.000 kmq ma l’area dei templi propriamente detta è “solo” meno della metà. Dalla mongolfiera non potete abbracciarli tutti ma buona parte si.



Giacomo Corna Pellegini è stato il mio relatore alla tesi sull’agricoltura delle Molucche ed è stato per me un maestro e un amico. Sia questa, sia la citazione da Il Milione sono tratte da “La geografia di Marco Polo, oggi”, un suo scritto che si può scaricare qui. Non so se Giacomo abbia usato la mongolfiera, ma gli sarebbe piaciuto






N. B. C'è sempre qualche amico degli amici che è riuscito ad avere il permesso di rovinare questa settima meraviglia. Anche questo il pallone consente di vedere...