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mercoledì 26 febbraio 2014

Ehi, c'è una macchia sulla tua Tshirt!


Il disastro del Rana Plaza
L'immagine è tratta dal sito della Fondazione Sneha
Il 23 aprile dell'anno scorso, nel popoloso quartiere di Savar, un edifico di otto piani di cemento armato mostra una crepa preoccupante che ferisce il colosso urbano che si erge nella area periferica della grande Dacca, la capitale del Bangladesh. Il Rana Plaza è uno di quei mostri di cemento nati con la speculazione edilizia e che ospitano un po' di tutto: uffici, negozi, fabbriche. Nonostante la crepa però, che avrebbe consigliato l'evacuazione immediata o almeno un monitoraggio attento della Protezione civile, si fa come se nulla fosse. The business must go on ed è difficile dire di no all'invito – imperioso - a entrare lo stesso: nel Rana Plaza lavorano oltre 3mila operai del tessile che hanno bisogno di portare a casa lo stipendio. I capi reparto sono perentori e gli operai entrano. L'invito si ripete anche il giorno dopo quando la crepa si è allargata a tal punto da diventare un'incisione verticale nell'enorme catafalco di cemento. Alle 8 e 45 di quel mercoledi mattina, l'edifico improvvisamente implode e si accartoccia su se stesso come capita nei terremoti. Le foto aree mostrano un ammasso di macerie che ha frantumato in briciole i quattro piani più alti che schiacciano gli altri tre fino al pianoterra. I morti superano il migliaio. Alla fine se ne conteranno 1134, oltre a duemila feriti, chi più chi meno gravemente. L'inchiesta accerterà che i quattro piani più alti erano stati edificati senza permesso. Un nono era in costruzione. Il progettista del Rana Plaza, Massud Reza, dirà a giustificazione che l'edifico era stato pensato per ospitare negozi e uffici, non certo fabbriche con relativi magazzini. Fabbriche di vestiti, di magliette e di Tshirt esposti con grazia nei negozi di mezzo mondo. Negozi che non crollano.

A due mesi da quella data, il 24 aprile 2014 primo anniversario della strage, gli stessi attivisti che allora non fecero passare sotto silenzio quel disastro e che, soprattutto, puntarono l'indice sulle Tshirt macchiate, seppur indirettamente, di sangue bangladeshi, tornano a girare il coltello nella piaga. La piaga è quella dei marchi internazionali che, col beneplacito degli industriali locali e con gli occhi semichiusi del governo, avrebbero girato la testa dall'altra parte se qualcuno non li avesse chiamati in causa. A Dacca, lavoratori e lavoratrici tessili, sindacalisti e attivisti hanno creato lunedi scorso una lunga catena umana e chiesto in una conferenza stampa interventi rapidi in risposta alle richieste di risarcimento. «I lavoratori e le lavoratrici del Rana Plaza – dice Hameeda Hossein del Bangladesh Worker's Safety Forum - hanno atteso pazientemente per dieci mesi che le loro richieste di risarcimento venissero soddisfatte. I commissari inizieranno presto ad esaminare ogni richiesta in modo che i fondi possano essere erogati. È ora che i marchi internazionali contribuiscano al Fondo Rana Plaza affinché quelle persone non soffrano ancora». La sua e quella delle vittime rischiano di essere voci in un silenzio assordante.

Questa settimana segna però l'inizio di una nuova campagna che mira a sfondare quel muro di silenzio. E' stata lanciata dalla Clean ClothesCampaign (“Abiti puliti” in Italia) e dai lavoratori e lavoratrici del Bangladesh, sindacati locali e internazionali. “Pay up!” chiede infatti ai marchi della moda che si riforniscono nel Paese asiatico di effettuare immediatamente i versamenti nel Rana Plaza Donors Trust Fund. Il Fondo è stato istituito ormai da mesi ma il piatto piange anche se dovrebbe servire, sulla base di contributi volontari, a risarcire le vittime, come stabilito dal Rana Plaza Arrangement, un accordo supervisionato dall’International Labour Organization (Ilo) e siglato però solo da alcuni marchi internazionali (Bonmarché, El Corte Ingles, Loblaw, Primark). In due parole la Campagna Abiti Puliti chiede ai principali marchi internazionali - Benetton, KiK e Children’s Place - oltreché alle altre aziende italiane come Manifattura Corona e Yes Zee (che avevano tutti ordini presso una delle cinque fabbriche presenti al Rana Plaza al momento del crollo) di dare il buon esempio con significativi versamenti. Lo faranno (i marchi coinvolti in totale sono 27)?

mercoledì 24 luglio 2013

VERSO UN FONDO PER LE VITTIME DEL RANA PLAZA

Ad agosto a Dacca il primo incontro per definire il Fondo di risarcimento da 60 miliardi e per far entrare nel vivo l'Accordo sulla sicurezza nelle fabbriche del Bangladesh

A novanta giorni dalla tragedia del Rana Plaza, che causò la morte di 1129 persone (le operazioni di ricerca terminarono il 13 maggio) si fa il punto per evitare che si ripeta quello che è considerato il più grave episodio della Storia del tessile. Otto mesi primi era toccato alla fabbrica Tazreen.

L’11 e il 12 agosto a Dacca avrà luogo un incontro che ha lo scopo di riunire le aziende che hanno effettuato ordini ai vari stabilimenti in cui la mancanza di norme di sicurezza ha causato 1243 morti e migliaia di feriti. L’incontro avrà in agenda il tema del risarcimento: la cifra stimata per il Rana Plaza si aggira intorno ai 54 milioni di euro. Per la Tazreen intorno ai 4,3 milioni. Solo Primark ad oggi ha pubblicamente dichiarato che parteciperà al Fondo mentre altri marchi hanno preferito annunciare solo operazioni caritatevoli anziché impegnarsi su un Fondo negoziato. Tra i marchi invitati ci sono Benetton, Mango, Walmart, Primark, The Walt Disney Company e l’agenzia internazionale Li & Fung. Ciascuna aveva effettuato ordini a una delle fabbriche coinvolte dalle tragedie. Oltre a queste, sono state invitate anche Manifattura Corona, Piazza Italia e Yes Zee.

Intanto un po' di strada si è fatta, a partire dall'Accord on Fire and Building Safety in Bangladesh. La tragedia di Dacca contribuì a far firmare a molte aziende (anche italiane) - prima riluttanti - quest'accordo costituito da un contratto vincolante tra 70 marche e rivenditori del settore dell'abbigliamento (di oltre 15 Paesi), sindacati e Ong. L'8 luglio il Comitato di direzione dell'agreement ha annunciato il piano di avvio della fase esecutiva dell'Accordo che prevede:
Ispezioni iniziali, per identificare pericoli gravi e la necessità di riparazioni urgenti (da portare a a termine entro 9 mesi dalla firma). Una procedura intermedia per ottenere un effetto immediato nel caso in cui i processi d'ispezione o i rapporti dei lavoratori identifichino fabbriche che richiedono urgenti misure d'intervento. Avviamento delle procedure di assunzione per i posti di ispettore capo della sicurezza e del direttore esecutivo. Infine istituzione della struttura di governance tramite un Comitato di direzione con un numero uguale di rappresentanti delle aziende firmatarie e dei sindacati e un comitato consultivo con ampia rappresentanza in Bangladesh




Leggi il resto delle informazioni sull'incontro di Dacca in agosto nell'articolo suLettera22 o su il manifesto oggi in edicola