Visualizzazioni ultimo mese

Cerca nel blog

Translate

Visualizzazione post con etichetta Bagram. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bagram. Mostra tutti i post

sabato 11 gennaio 2014

WASHINGTON-KABUL, L'INVERNO DEI VELENI


E' un tempo di veleni, incomprensioni, sgarbi reciproci e scontri quello che attraversa le gelide relazioni tra gli Stati Uniti e il governo di Hamid Karzai. Non passa giorno che non venga alla luce un motivo di frizione e la dose è rincarata da ambo le parti. Nessuno vuole cedere.






L'ultima grana in ordine di tempo riguarda 72 talebani o presunti tali deputati a varcare gli angusti confini delle proprie celle. La giustizia afgana, che da qualche mese li ha in custodia dopo che la prigione militare americana di Bagram (in alto nell'immagine aerea) è passata in mani nazionali, ha deciso che le accuse americane erano deboli. I casi esaminati sono stati quasi una novantina ma per 45 di loro la magistratura locale non ha trovato elementi certi e assai fragili per altri 27. Dunque liberi. Agli americani la cosa non è affatto piaciuta. Sulle prime, sia Washington sia Bruxelles han tenuto a freno la lingua (del resto gli afgani dovrebbero essere padroni in casa propria), poi però han cominciato a far fuoco e fiamme. Joseph Dunford, che riunisce nella stessa persona l'incarico di comandante Isaf/Nato e delle truppe americane di stanza in Afghanistan, ha detto chiaro e tondo di essere contro la decisione che per di più violerebbe il patto siglato in marzo quando le prigioni segrete di Bagram passarono in mano afgana.
Jen Psaki, portavoce del Dipartimento di Stato, ha parlato di “errore” e del fatto che, una volta liberi, i prigionieri si riveleranno una minaccia. Gli afgani però han fatto le cose per bene. Indagini di un apposito comitato e poi un vertice con gli 007 e gli uomini del presidente prima di prendere la decisione finale.

domenica 10 marzo 2013

LE PRIME GRANE DI CHUCK HAGEL A KABUL


Sulla scena dell'attentato
suicida restano alla fine nove corpi. Due sono poliziotti ma gli altri semplici poveracci che andavano al lavoro o ne andavano in cerca. Una scena che si ripete e che questa volta si consuma, nel centro di Kabul, a pochi metri dal Palazzo di Karzai e dalla grande area del mercato sul fiume. Obiettivo: il ministero della Difesa dove un uomo in bicicletta si fa esplodere alle 9 del mattino, ora di punta. Obiettivo politico: il benvenuto a Chuck Hagel, neo titolare del Pentagono. Nella spaventosa simmetria di questa guerra selvaggia, qualche centinaio di chilometri più a Sud, nella provincia orientale di Khost, altri due attacchi suicidi: il primo in campagna, il secondo nella capitale di provincia. Obiettivo nei due casi la polizia afgana ma il risultato è simile a quello di Kabul. In città due bambini se la cavano con qualche ferita, ma fuori dal perimetro urbano otto loro piccoli coetanei vengono ammazzati dal kamikaze che si porta via anche un poliziotto.

Se Chuck Hagel voleva quel che si dice il suo “battesimo del fuoco” (era già stato a Kabul ma è la prima volta da ministro) l'ha trovato. Il neo segretario alla Difesa, che Obama ha sudato sette camice a nominare, arriva nella notte di venerdi. In agenda ha gli appuntamenti di rigore con Karzai e il suo omologo Bismillah Mohammadi. Hagel, che pur avendo un passato repubblicano si è distinto in passato per essere un fautore dell'exit strategy dall'Afghanistan e uno dei pochi che denunciò l'epopea guerriera del presidente Bush, voleva farsi un'idea di persona. Eccola qua: i talebani gli mandano a dire che conoscono così bene le sue mosse da presentargli il conto appena arrivato.



Ma dietro quella che è ormai la tragica routine del Paese e la consueta prova di forza a colpi di bombe dei talebani (non è la prima volta che accolgono così le visite ufficiali appena le intercettano) c'è anche un altro punto controverso. E che forse ha anche qualcosa a che vedere con la sanguinaria azione di ieri mattina.

Il 9 marzo era infatti il giorno in cui gli americani avrebbero dovuto fare, con una cerimonia importante, il definitivo passaggio di consegne della Parwan Detention Facility anche detta Bagram Theater Internment Facility e assai più nota come “prigione di Bagram”. Bagram è l'ex mega base sovietica, ora in mano americana, che domina una piccola cittadina a 70 chilometri da Kabul. Tra gli hangar in disuso per elicotteri e Mig i marine ne riadattarono uno prigione. Ma anche a luogo di tortura e interrogatorio per talebani o presunti tali che non godevano nemmeno del titolo di “prigionieri di guerra”: uno scandalo cui è stato messo rimedio con nuove costruzioni accanto alla base ora dirette da un generale afgano. Karzai ha fatto della giurisdizione sui questi uomini un punto d'onore e, alla fine, gli americani, un anno fa, hanno ceduto. Ma il passaggio di consegne che doveva completarsi ieri è saltato. Perchè?

La bomba del mattino non c'entra ed è semmai una reazione alla decisione. E la cancellazione non ha spiegazioni ufficiali. Una la dà il New Yor Times. Agli americani non è piaciuto che Karzai mercoledì scorso abbia pubblicamente criticato la lentezza nel passaggio di consegne ma soprattutto che abbia reiterato la promessa, già in parte operativa, di liberare un buon numero di detenuti appena consegnati alla giustizia afgana (un modo anche per distendere i rapporti con mullah Omar). L'agenzia Pajhwok, sostiene invece che ancora l'accordo non c'è, sebbene la cerimonia fosse in calendario e la stampa pronta per raccontarla.

Gli afgani accusano Washington non solo di aver trasferito solo 3000 dei 3082 prigionieri di Bagram (tra cui ci sono 50 non afgani) dalla prigione americana a quella afgana ma affermano che ci sarebbero altri 600 sospetti ancora in mano loro, ossia uomini che gli americani continuano a catturare e che prima vogliono interrogare. Insomma il caso resta controverso e per ora la marcia si è fermata. Come resta ferma quella sulla riconsegna delle basi o sul loro destino dopo il 2014 quando teoricamente la Nato se ne andrà. Non tutta: secondo James Mattis, a capo dell'United States Central Command (Centcom), in Afghanistan resteranno 20mila soldati. Tredicimila americani e il resto forniti dalla Nato. Quanti dall'Italia?

giovedì 31 gennaio 2013

VIA DA BAGRAM, SPOSTAMENTO IMMINENTE

Aimal Faizi, portavoce del presidente Hamid Karzai, sostiene che gli americani sono pronti al passaggio di consegne per quel che riguarda i detenuti afgani che si trovano, sotto una controversa giurisdizione di guerra, nella prigione allestita nella base di Bagram, a Nord di Kabul. Lo riporta ToloNews.

Se ne discute da mesi ma finora non è successo nulla. Sciolto questo nodo, resta quello delle impunità delle truppe americane che resteranno a piantonare le basi militari dopo il 2014.

martedì 8 maggio 2012

LA MERCE DI SCAMBIO DI BAGRAM E LA (NORMALE) IPOCRISIA DELLA GUERRA

Adesso che abbiamo appreso dal Washington Post che gli americani scambiavano da un pezzo i detenuti di Parwan (Bagram) con la guerriglia (merce di scambio per garantire sicurezza in alcune aree) e che dunque avevano già prefigurato il famoso scambio (mai avvenuto) dei prigionieri di Guantanamo come richeisto dai talebani, si capiscono molte cose. Perché ad esempio Karzai ha tanto insisitito affinché nell'accordo di paternariato con Washington Kabul avesse il diritto di giurisdizione sui prigionieri di guerra, sottratti a Bagram all'autorità giudiziaria locale. A fare scambi e accordi con i prigionieri (gli Usa potevano farlo sia perché i prigionieri erano sotto giurisdizione militare americana, sia perché, essendo però in Afghanistan, il permesso di liberarli non andava richiesto né a un giudice civile né al Congresso) voleva essere Karzai stesso, probabilmente al corrente dell'interva vicenda. Ora potrà farlo

L'ipocrisia non è una novità quando c'è la guerra (non lo è in tenmpo di pace, figurarsi in tempo di conflitti). A questo proposito (e visto che il pamphlet parla molto spesso di Afgfhanistan e quindi ricade a maggior ragione sotto l'interesse di questo blog) è uscito un simpatico libretto di Fabio Mini: "Perché siamo così ipocriti sulla guerra" (Chiarelettere, 84 pp, 7 euro). Ci sta a pennello anche in questo caso dove di ipocrisia ce n'è tanta ma è anche ovviamente una parte ineludibile di come si fa la guerra. In Afghanistan e altrove

domenica 26 febbraio 2012

AFGHANISTAN IN FIAMME DOPO IL CORANO BRUCIATO

Nel sesto giorno di proteste dopo il ritrovamento alla base di Bagram, in Afghanistan, di copie del Corano date alle fiamme con la spazzatura, un manifestante è morto e molti altri sono rimasti feriti in una manifestazione culminata nel lancio di una granata contro una postazione militare di Isaf nella provincia settentrionale di Kunduz. Nell'episodio sono rimasti feriti anche sei soldati della Nato e una quindicina di membri delle forze di sicurezza afgane. Nell'area di Imam Sahib, uno dei distretti della capitale provinciale dove ha sede il compound Nato, si erano radunate stamane circa 2mila persone, spinte anche dal fatto che, il giorno prima, sempre a Kunduz, la polizia aveva sparato sulla folla uccidendo due persone. Ma oggi si sono verificati anche altri incidenti nella vicina provincia di Samangan, mentre le vittime accertate fino a questo pomeriggio in tutto il Paese durante questi giorni della rabbia sarebbero salite ad almeno 29. Molte decine i feriti.

L'Afghanistan insomma continua a bruciare e le fiamme, che durano ormai quasi da una settimana, non si sono attenuate, come si sperava, dopo la rituale festività del venerdi. L'uccisione di due militari americani di rango ieri nella capitale ha poi dato nuova linfa a quella che, più che una protesta, assume adesso i connotati di una vera e propria rivolta che ha come oggetto le forze occupanti. La situazione è così grave che ha obbligato il presidente Karzai a rinnovare il suo appello alla calma con un'apparizione televisiva nella quale, pur condividendo la protesta per i fatti di Bagram, ha incitato gli afgani a manifestare solo pacificamente.

La tensione resta elevata in tutto il Paese e la guardia resta alta anche nella capitale, dove ieri un funzionario del ministero degli Interni ha ucciso con la sua arma d'ordinanza due consiglieri militari americani in un'area del palazzo riservata agli stranieri e considerata ultraprotetta. Episodio che ha fatto ordinare l'immediato ritiro di tutto il personale straniero dislocato nei vari ministeri afgani, interrompendo di fatto la catena di coordinamento tra le forze di sicurezza afgana e la Nato.

Il killer ha già un nome: si tratterebbe di Abdul Saboor, anche noto come Salangi, un funzionario di 25 anni che si è dato alla macchia. Originario di Parwan. Abdul era entrato in polizia, riferisce l'emittente afgana ToloTv, due anni fa e pare fosse poi diventato un uomo dell'intelligence, dotato dunque di molte chiavi d'accesso compresa una linea protetta con cui comunicare all'esterno. L'uomo ha sparato a un colonnello e a un maggiore americani, che probabilmente non sospettavano nulla e forse anzi lo conoscevano. Il fatto ha gettato nello sconcerto la Nato il cui comandante, il generale americano John Allen, ha deciso l'immediata evacuazione del personale Nato nato dai luoghi sensibili della capitale, pur confermando la fiducia nelle forze di sicurezza nazionali.

L'inchiesta sulla dinamica del duplice omicidio è ancora in corso e per ora Abdul è soltanto un indiziato e forse nemmeno l'unico. La sua casa di famiglia a Parwan è già stata visitata dagli inquirenti ma senza esito, mentre si cerca di capire se avesse o meno un appoggio esterno. Non troppo credibile appare invece la rivendicazione dei talebani, secondo i quali il killer sarebbe penetrato nel ministero dove avrebbe ucciso non due ma quattro funzionari americani.

Infine la vicenda sta facendo aumentare le carte in mano ai repubblicani americani, cui le scuse ufficiali di Obama a Karzai per i fatti di Bagram non sono affatto piaciute. Per chi considera il ritiro delle truppe voluto dal presidente un atto prematuro e pericoloso, l'omicidio dei due alti gradi americani non è che un ulteriore atout. Nuova linfa all'arco di chi vorrebbe una più lunga permanenza delle truppe americane in Afghanistan e il pugno più duro in guanti meno morbidi.

venerdì 24 febbraio 2012

CORANO E PROTESTE

Le proteste in Afghanistan nate dalla notizia del ritrovamento di alcune copie del corano bruciacchiate con un cumulo di immondizia dentro la base americana di Bagram, a Nord di Kabul, non si fermano. E anzi, nel tradizionale venerdì di preghiera, giorno sacro per i musulmani, si sono nutrite di nuovi incidenti e di nuove vittime. Quel che sembrava due giorni fa soltanto una fiammata di rabbia prende adesso il colore di una mini rivolta che ha trasferito la guerra dalla prima linea fin dentro la capitale o in altre città importanti come Herat, dove gli italiani hanno il comando della zona Ovest del Paese.

Il bilancio è fermo a dodici persone morte, sette delle quali proprio a Herat, dove una folla ha cercato di assaltare il consolato statunitense. A Kabul, invece, centinaia di persone hanno marciato verso il palazzo presidenziale di Hamid Karzai, scandendo slogan contro il governo e contro gli Stati Uniti. La polizia afgana ha sparato in aria per disperdere la folla e secondo il portavoce del governo Sediq Sediqqi, tre civili e due poliziotti sono rimasti feriti. Manifestazioni meno veementi nei modi ma non meno cariche di rabbia ci sono state anche a Ghazni, Nangarhar, Paktia, Kunar, Bamyian e Khost. Il governo afgano cerca di placare l’opinione pubblica chiedendo che i responsabili della dissacrazione del Corano siano processati pubblicamente e il generale John Allen, comandante delle truppe Nato, ha cercato di rassicurare gli afgani spiegando che la Nato e il governo «lavorano assieme per evitare che incidenti simili si ripetano».
Una commissione nominata dal governo Karzai ha descritto l’episodio come «vergognoso» ma ha anche lanciato un appello alla «calma e all’autocontrollo, vista la particolare situazione del paese». Per buona misura di sicurezza, però, a Kabul la polizia antisommossa presidia gli snodi principali della città e il personale dell’ambasciata statunitense, in stato di massima allerta, ha ricevuto istruzione di limitare al massimo gli spostamenti.

Forse nessuno prevedeva che, questa volta, le cose non sarebbero andate come in passato quando, a episodi del genere, corrispondeva qualche manifestazione di un centinaio di studenti o qualche fiammata di rabbia che, praticamente solo una volta (accadde nell'area settentrionale di Mazar-i-sharif nell'aprile 2011) era diventata una vera e propria battaglia urbana con morti e feriti (allora si disse pilotata dai talebani). A poco sono dunque servite le scuse degli esponenti sia americani sia Nato in Afghanistan, la presa di distanze del Pentagono o il messaggio di scuse scritto direttamente da Barack Obama al presidente afgano Hamid Karzai. E a poco è servito aver reso nota l'inchiesta interna o il fatto che i libri sacri bruciati siano stati il frutto di una grave sciatteria ancor prima che il gesto inconsulto frutto della stupidità di soldati statunitensi o mercenari d'appoggio (contractor) in forza alla base americana più importante nel Paese.

La vicenda ha del resto illustri precedenti, l'ultimo dei quali accaduto non molte settimane fa quando un video postato anche su Youtube, aveva mostrato dei marine americani mentre orinavano ridacchiando sul corpo senza vita di alcuni “insorgenti”, come vengono chiamati i guerriglieri talebani. Ma per un musulmano, insultare il Corano, è assai peggio che prendersi gioco della vita di un combattente ucciso. Allora infatti le reazioni furono contenute e, per parte talebana, si limitarono a un comunicato nel quale la guerriglia in turbante, confermando il suo giudizio sulle truppe di occupazione e le loro efferatezze, aveva però certificato che l'episodio non avrebbe ostacolato i negoziati in corso (tra americani, tedeschi e talebani) che, com'è ormai noto, si sono svolti sotto traccia per oltre un anno per arrivare, se tutto filerà liscio, all'apertura di un ufficio politico dei talebani a Doha, in Qatar.

Quando il sacerdote americano di una chiesa protestante aveva avuto la brillante idea di dare alle fiamme il libro del profeta, a parte il già citato caso di Mazar-i sharif dove un corteo dopo la preghiera si era trasformato nell'assalto di un'avanguardia a un compound dell'Onu, altre reazioni di “massa” alle offese occidentali si registrarono a Kabul e in altre città del Paese. Ma la cosa si limitò a qualche centinaio di studenti che, a Kabul e in altre realtà urbane minori, inscenarono proteste esauritesi senza gravi incidenti e qualche bandiera stellestrisce data alle fiamme senza provocare l'intervento armato delle forze di sicurezza governative.

Stavolta, l’ampiezza delle proteste segnala anche una crescente e diffusa frustrazione: atti come quello di Bagram evidenziano che, per una parte almeno dei militari stranieri, dieci anni non sono bastati per capire il paese in cui si trovano. E questo spiega se non tutti, certamente una buona fetta dei fallimenti politici conseguenti.

martedì 7 dicembre 2010

GIALLO A BAGRAM

Un tu per tu con Karzai saltato e al suo posto un incontro tenuto nascosto con chi vorrebbe sostituirlo. Un giallo afgano circonda il viaggio “a sorpresa” di Barack Obama nella base di americana di Bagram. Un viaggio preparato con molto anticipo e con in agenda un nuovo futuro nella leadership del Paese

Non sono stati i file di Wikileaks a far arrivare Barack Obama a sorpresa, nella notte tra il 3 e il 4 dicembre, alla base aerea di Bagram in Afghanistan. E il viaggio, preparato da mesi secondo le ammissioni ufficiali, non aveva lo scopo di favorire un incontro, che infatti non c'è stato, tra il presidente americano e il suo omologo afgano. Anzi, l'esatto contrario. Tanto che la conversazione telefonica tra i due personaggi, preferita a una visita a Kabul e addirittura a una videoconferenza, è durata solo 15 minuti.
Obama, dicono più fonti a Kabul, aveva in programma da almeno quattro mesi un incontro segreto con alcuni personaggi di spicco sia dell'entourage del presidente, sia dell'opposizione. Gente che sapeva del suo arrivo “a sorpresa” e che si sarebbe intrattenuta col presidente americano con un tema ben preciso in agenda: la possibile sostituzione di un presidente insediatosi poco più di un anno fa per il suo terzo mandato...(CONTINUA su Lettera22)

domenica 17 ottobre 2010

BALCK JAIL A BAGRAM AIR BASE

A Bagram, da Kabul, si arriva in poco tempo. La base americana, ricostruita su una precedente sovietica, sta in fondo a un paese che si è allungato attraverso decine di agenzie di servizio logistico che si affacciano sulla strada e costituiscono l'insolito prolungamento urbano di una della basi militare per eccellenza in Asia.

Bagram non ha una bella fama ed è nell'occhio del ciclone da tempo anche se l'Amministrazione Obama, che pure ha promesso la chiusura di Guantanamo, ha sempre preferito evitare l'argomento. Ma adesso un nuovo dossier sulle prigioni segrete della base, corredato dalle testimonianze di prigionieri afgani trattati come bestie, riaccende la polemica. Che arriva in un momento delicato e mentre il generale David Petraeus, che comandare le truppe americane e la Nato in Afghanistan, si trova proprio in Italia. E che, dopo gli incontri di ieri con i responsabili della Difesa italiana (il ministro La Russa e il Capo di stato maggiore Vincenzo Camporini), oggi parteciperà alla riunione degli inviati speciali per la regione che si svolge a Roma su iniziativa del ministro Franco Frattini e alla presenza, tra gli altri, dell'inviato speciale americano per l'AfPak Richard Holbrooke e del ministro degli esteri afgano Zalmay Rassul.

La riunione prepara la svolta che l'Alleanza dovrebbe annunciare a Lisbona tra qualche settimana ("La Nato vede di buon occhio la riconciliazione fra governo afgano e talebani – ha detto ieri Petraeus - ma questi devono rispettare alcune condizioni: deporre le armi, tagliare con Al Qaeda e accettare la Costituzione”) ma è difficile che in quella sede si parli di Bagram. Le attese sono tante soprattutto per quel che riguarda una sorta di scadenzario del ritiro, ma l'argomento “Black Jail” non è in agenda. Ci ha pensato, in un momento delicato, la Fondazione Open Society (fondata da George Soros) con un dossier pieno di testimonianze di una brutalità spesso supposta, tenuta segreta e subito smentita dal Pentagono. Ma il rapporto redatto dal ricercatore Jonathan Horowitz sembra tutt'altro che pieno di sentito dire: gli ex detenuti intervistati non provenivanoinfatti dalla prigione (aumentata di capienza di recente in un apposito sito attaccato alla base) cui hanno avuto accesso Croce rossa e telecamere, ma in una sorta di “classified detention”, detenzione segreta, in apposti locali lontani da occhi indiscreti e dove gli standard della Convenzione di Ginevra sono un sogno. Come le regole delle prigioni americane e gli stessi manuali di detenzione in uso ai militari statunitensi. A uso di squadre speciali e agenti dell'intelligence.

"Confinement Conditions at a U.S. Screening Facility on Bagram Air Base”, secondo Open Society, è il primo racconto dettagliato di queste condizioni: celle isolate e freddissime nei rigidi inverni afgani con poco cibo e coperte insufficienti, divieto dell'ora d'aria e di poter vedere la luce del sole, impossibilità di svolgere i propri riti religiosi o di fare esercizio fisico. Divieto infine di poter parlare con gli inviati del Comitato della Croce rossa (Icrc). Roba vecchia? No, alcuni detenuti raccontano fatti del 2010.

Giornataccia insomma e proprio mentre Washington tenta di tappare qualche falla in un momento in cui in Afghanistan la fiducia nella Nato e negli Stati uniti è sempre più in calo, unita a una sempre maggior sfiducia anche nell'esecutivo Karzai, considerato poco autonomo dalle scelte americane. Proprio ieri si è saputo che il primo di dodici soldati americani accusati di una strage di civili sta per finire davanti alla corte marziale col rischio di un verdetto che prevede la pena capitale. La data del processo non è ancora nota ma Jeremy Morlock ci andrà con l'accusa infamante di aver fatto il tiro a segno con granate e mitragliatrici su un gruppo di afgani innocenti senza che vi fosse il minimo pericolo di assalto. I morti furono tre, quest'anno, nella provincia di Kandahar. Un modo per dimostrare che certe azioni non restano impunite.

domenica 29 novembre 2009

LA BOMBA DI BAGRAM

La denuncia sul Washington Post: come ad Abu Ghraib, nudi, picchiati, umiliati. La storia di due minorenni afgani in piena era Obama


Non è lo scoppio
che ieri mattina deflagra a Wazir Akbar Khan, quartiere centrale della capitale, la vera bomba della giornata. Non è lo scoppio, che non fa vittime e forse non è nemmeno un attentato, l'ennesima esplosione che travolge la guerra afgana e i suoi combattenti. La bomba è un articolo che campeggia in prima pagina sul Washington Post e che riferisce del racconto, allucinante e allucinato, di due minorenni al Centro giovanile di riabilitazione di Kabul, una struttura dove, dopo il carcere militare o civile (già di per sé un aberrazione per un minore) si decide del loro futuro.

I due giovani, Issa Mohammad, di 17 anni e Abdul Rashid di 16, hanno raccontato di schiaffi, percosse, umiliazioni e privazioni del sonno in puro stile Abu Ghraib. Ma questa volta sotto accusa è ancora la base Usa di Bagram e, per dirla tutta, le “Forze speciali” americani che gestirebbero, dentro il carcere annesso alla base, un altra galera, altrettanto speciale e riservata a metodi spicci e poco ortodossi, vietati – spiega bene il giornale americano – dal codice di condotta delle Forze armate, anche in regime di guerra. Evidenziando quindi che i metodi dell'epoca Bush non sono finiti nemmeno con l'era Obama.

“E' stato il periodo più brutto della mia vita, sarebbe stato meglio uccidermi...”, ha raccontato Rashid che non ha esitato a definire il trattamento peggiore di quello riservato a un animale. Arrestato nel distretto di Sabari (Khost) in primavera dopo un raid americano, Rashid, un falegname, viene trasferito a Bagram: è li che viene fotografato nudo, toccato a più riperse e umiliato a parole. Ma poi gli schiaffi diventano sberle e botte. Rashid vive in una piccola cella grande come il suo corpo steso, nutrito con cibo che gli viene gettato in contenitori di plastica. Ma quando cerca di dormire, le guardie fanno frastuono per impedirglielo. Un tormento che si somma al freddo, rigidissimo negli inverni afgani. Gli interrogatori sono a capo coperto ma Rashid non ha nulla da dire il che fa imbestialire i suoi torturatori. Che fanno di peggio: lo obbligano a guardare materiale pornografico mentre gli mostrano, per associazione, una foto di sua madre. “Non facevo- dice – che piangere”.

Mohammad invece, un contadino del distretto di Arghandab nella provincia di Kandahar, viene arrestato in marzo. Sempre durante un raid americano. Dopo due settimane in isolamento finisce nel “black hole” di Bagram: “...gli interrogatori duravano ore – ha raccontato – durante le quali mi urlavano addosso, mi battevano e mi prendevano a schiaffi dicendomi che dovevo dire loro la verità...”.
Un portavoce del dipartimento della Difesa interpellato dal giornale, Mark Wright, ha affermato che i militari non rispondono alle accuse di abusi a singoli detenuti, ha tuttavia sottolineato che tutti i prigionieri vengono trattati in maniera umana...e nel rispetto della Convenzione di Ginevra e della legge americana. Cosa che nessuno può controllare.

Continua...su Lettera22

martedì 21 luglio 2009

ORDINE E PULIZIA...A BAGRAM

L'esercito americano vuol mettere ordine nella prigione afgana di Bagram, un sito ricavato da un vecchi hangar sovietico nella grande base militare americana a Nord di Kabul, considerata dai pochi che l'hanno visitata peggio del carcere di Guantanamo.

All'origine della svolta, sostanziata da un memo del capo di stato maggiore ammiraglio Mullen a tutti i comandanti in servizio in Afghanistan per cambiare il pugno di ferro in guanto di velluto con i detenuti, ci sarebbe un dossier fotografico sugli abusi in carcere, secretato dallo stesso Obama nel maggio scorso, e un'ennesima rivolta carceraria proprio a Bagram nelle scorse settimane, quando i detenuti si sono rifiutati di lasciare le proprie celle per protestare su una carcerazione senza regole e l'incertezza del giudizio. Una rivolta che segue una più violenta manifestazione di protesta a dicembre nel carcere di Pol-i-Charki – la più vasta prigione del paese e dove sono già stati trasferiti da Bagram oltre 300 sospetti talebani – nella quale vennero uccisi otto prigionieri.

La rivelazione del New York Times segna dunque un'evoluzione della strategia americana in Afghanistan che, oltre che nelle piantagioni di papavero, cerca di intervenire su altri dossier sensibili. Bagram, accanto al tema delle vittime civili nei bombardamenti aerei che il presidente ha già ordinato di cercare di limitare drasticamente, è uno di questi. Non solo per il suo riflesso sul territorio ma anche per le critiche più volte sollevate dai paladini dei diritti umani negli Stati Uniti. Infine, la giustizia e Bagram, sono tra i tasti più sensibili anche per il Comitato internazionale della Croce rossa – l'unico che può visitare i detenuti – e la missione Onu in Afghanistan (Unama) che, in gennaio, ha descritto in un rapporto le ripetute violazioni praticate nelle carceri da polizia, giudici e guardie afgane. Rese forse più facili... proprio dal cattivo esempio di Bagram.

La prigione di Bagram contiene attualmente circa 600 detenuti, relativamente pochi rispetto ai 15mila incarcerati nelle prigioni afgani o anche solo rispetto ai 4.300 di Pol-i-Charki, dove inizialmente gli americani avrebbero voluto creare un apposto braccio per i guerriglieri imprigionati a Bagram. Ma dopo averne trasferiti circa 360 le cose si sono fermate ed è andato avanti il progetto di costruire sempre a Bagram una nuova prigione nei campi attigui alla base aerea: dove ospitare non solo talebani e sospetti jihadisti locali ma anche i prigionieri rinchiusi a Guantanamo o arrestati in altre parti del mondo, dall'Irak alle Filippine...

Leggi tutto