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domenica 26 febbraio 2012

AFGHANISTAN IN FIAMME DOPO IL CORANO BRUCIATO

Nel sesto giorno di proteste dopo il ritrovamento alla base di Bagram, in Afghanistan, di copie del Corano date alle fiamme con la spazzatura, un manifestante è morto e molti altri sono rimasti feriti in una manifestazione culminata nel lancio di una granata contro una postazione militare di Isaf nella provincia settentrionale di Kunduz. Nell'episodio sono rimasti feriti anche sei soldati della Nato e una quindicina di membri delle forze di sicurezza afgane. Nell'area di Imam Sahib, uno dei distretti della capitale provinciale dove ha sede il compound Nato, si erano radunate stamane circa 2mila persone, spinte anche dal fatto che, il giorno prima, sempre a Kunduz, la polizia aveva sparato sulla folla uccidendo due persone. Ma oggi si sono verificati anche altri incidenti nella vicina provincia di Samangan, mentre le vittime accertate fino a questo pomeriggio in tutto il Paese durante questi giorni della rabbia sarebbero salite ad almeno 29. Molte decine i feriti.

L'Afghanistan insomma continua a bruciare e le fiamme, che durano ormai quasi da una settimana, non si sono attenuate, come si sperava, dopo la rituale festività del venerdi. L'uccisione di due militari americani di rango ieri nella capitale ha poi dato nuova linfa a quella che, più che una protesta, assume adesso i connotati di una vera e propria rivolta che ha come oggetto le forze occupanti. La situazione è così grave che ha obbligato il presidente Karzai a rinnovare il suo appello alla calma con un'apparizione televisiva nella quale, pur condividendo la protesta per i fatti di Bagram, ha incitato gli afgani a manifestare solo pacificamente.

La tensione resta elevata in tutto il Paese e la guardia resta alta anche nella capitale, dove ieri un funzionario del ministero degli Interni ha ucciso con la sua arma d'ordinanza due consiglieri militari americani in un'area del palazzo riservata agli stranieri e considerata ultraprotetta. Episodio che ha fatto ordinare l'immediato ritiro di tutto il personale straniero dislocato nei vari ministeri afgani, interrompendo di fatto la catena di coordinamento tra le forze di sicurezza afgana e la Nato.

Il killer ha già un nome: si tratterebbe di Abdul Saboor, anche noto come Salangi, un funzionario di 25 anni che si è dato alla macchia. Originario di Parwan. Abdul era entrato in polizia, riferisce l'emittente afgana ToloTv, due anni fa e pare fosse poi diventato un uomo dell'intelligence, dotato dunque di molte chiavi d'accesso compresa una linea protetta con cui comunicare all'esterno. L'uomo ha sparato a un colonnello e a un maggiore americani, che probabilmente non sospettavano nulla e forse anzi lo conoscevano. Il fatto ha gettato nello sconcerto la Nato il cui comandante, il generale americano John Allen, ha deciso l'immediata evacuazione del personale Nato nato dai luoghi sensibili della capitale, pur confermando la fiducia nelle forze di sicurezza nazionali.

L'inchiesta sulla dinamica del duplice omicidio è ancora in corso e per ora Abdul è soltanto un indiziato e forse nemmeno l'unico. La sua casa di famiglia a Parwan è già stata visitata dagli inquirenti ma senza esito, mentre si cerca di capire se avesse o meno un appoggio esterno. Non troppo credibile appare invece la rivendicazione dei talebani, secondo i quali il killer sarebbe penetrato nel ministero dove avrebbe ucciso non due ma quattro funzionari americani.

Infine la vicenda sta facendo aumentare le carte in mano ai repubblicani americani, cui le scuse ufficiali di Obama a Karzai per i fatti di Bagram non sono affatto piaciute. Per chi considera il ritiro delle truppe voluto dal presidente un atto prematuro e pericoloso, l'omicidio dei due alti gradi americani non è che un ulteriore atout. Nuova linfa all'arco di chi vorrebbe una più lunga permanenza delle truppe americane in Afghanistan e il pugno più duro in guanti meno morbidi.

venerdì 24 febbraio 2012

CORANO E PROTESTE

Le proteste in Afghanistan nate dalla notizia del ritrovamento di alcune copie del corano bruciacchiate con un cumulo di immondizia dentro la base americana di Bagram, a Nord di Kabul, non si fermano. E anzi, nel tradizionale venerdì di preghiera, giorno sacro per i musulmani, si sono nutrite di nuovi incidenti e di nuove vittime. Quel che sembrava due giorni fa soltanto una fiammata di rabbia prende adesso il colore di una mini rivolta che ha trasferito la guerra dalla prima linea fin dentro la capitale o in altre città importanti come Herat, dove gli italiani hanno il comando della zona Ovest del Paese.

Il bilancio è fermo a dodici persone morte, sette delle quali proprio a Herat, dove una folla ha cercato di assaltare il consolato statunitense. A Kabul, invece, centinaia di persone hanno marciato verso il palazzo presidenziale di Hamid Karzai, scandendo slogan contro il governo e contro gli Stati Uniti. La polizia afgana ha sparato in aria per disperdere la folla e secondo il portavoce del governo Sediq Sediqqi, tre civili e due poliziotti sono rimasti feriti. Manifestazioni meno veementi nei modi ma non meno cariche di rabbia ci sono state anche a Ghazni, Nangarhar, Paktia, Kunar, Bamyian e Khost. Il governo afgano cerca di placare l’opinione pubblica chiedendo che i responsabili della dissacrazione del Corano siano processati pubblicamente e il generale John Allen, comandante delle truppe Nato, ha cercato di rassicurare gli afgani spiegando che la Nato e il governo «lavorano assieme per evitare che incidenti simili si ripetano».
Una commissione nominata dal governo Karzai ha descritto l’episodio come «vergognoso» ma ha anche lanciato un appello alla «calma e all’autocontrollo, vista la particolare situazione del paese». Per buona misura di sicurezza, però, a Kabul la polizia antisommossa presidia gli snodi principali della città e il personale dell’ambasciata statunitense, in stato di massima allerta, ha ricevuto istruzione di limitare al massimo gli spostamenti.

Forse nessuno prevedeva che, questa volta, le cose non sarebbero andate come in passato quando, a episodi del genere, corrispondeva qualche manifestazione di un centinaio di studenti o qualche fiammata di rabbia che, praticamente solo una volta (accadde nell'area settentrionale di Mazar-i-sharif nell'aprile 2011) era diventata una vera e propria battaglia urbana con morti e feriti (allora si disse pilotata dai talebani). A poco sono dunque servite le scuse degli esponenti sia americani sia Nato in Afghanistan, la presa di distanze del Pentagono o il messaggio di scuse scritto direttamente da Barack Obama al presidente afgano Hamid Karzai. E a poco è servito aver reso nota l'inchiesta interna o il fatto che i libri sacri bruciati siano stati il frutto di una grave sciatteria ancor prima che il gesto inconsulto frutto della stupidità di soldati statunitensi o mercenari d'appoggio (contractor) in forza alla base americana più importante nel Paese.

La vicenda ha del resto illustri precedenti, l'ultimo dei quali accaduto non molte settimane fa quando un video postato anche su Youtube, aveva mostrato dei marine americani mentre orinavano ridacchiando sul corpo senza vita di alcuni “insorgenti”, come vengono chiamati i guerriglieri talebani. Ma per un musulmano, insultare il Corano, è assai peggio che prendersi gioco della vita di un combattente ucciso. Allora infatti le reazioni furono contenute e, per parte talebana, si limitarono a un comunicato nel quale la guerriglia in turbante, confermando il suo giudizio sulle truppe di occupazione e le loro efferatezze, aveva però certificato che l'episodio non avrebbe ostacolato i negoziati in corso (tra americani, tedeschi e talebani) che, com'è ormai noto, si sono svolti sotto traccia per oltre un anno per arrivare, se tutto filerà liscio, all'apertura di un ufficio politico dei talebani a Doha, in Qatar.

Quando il sacerdote americano di una chiesa protestante aveva avuto la brillante idea di dare alle fiamme il libro del profeta, a parte il già citato caso di Mazar-i sharif dove un corteo dopo la preghiera si era trasformato nell'assalto di un'avanguardia a un compound dell'Onu, altre reazioni di “massa” alle offese occidentali si registrarono a Kabul e in altre città del Paese. Ma la cosa si limitò a qualche centinaio di studenti che, a Kabul e in altre realtà urbane minori, inscenarono proteste esauritesi senza gravi incidenti e qualche bandiera stellestrisce data alle fiamme senza provocare l'intervento armato delle forze di sicurezza governative.

Stavolta, l’ampiezza delle proteste segnala anche una crescente e diffusa frustrazione: atti come quello di Bagram evidenziano che, per una parte almeno dei militari stranieri, dieci anni non sono bastati per capire il paese in cui si trovano. E questo spiega se non tutti, certamente una buona fetta dei fallimenti politici conseguenti.