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domenica 15 luglio 2012

SE LE BOMBE NON FANNO RUMORE

La guerra, forse, è anche un fatto di abitudine. Ci si abitua ai morti, dunque anche alle bombe. La notizia che gli Amx italiani hanno bombardato, probabilmente molte volte, la provincia di Farah, riportata una settimana fa dal Sole24Ore, non ha suscitato grandi polemiche. Anzi, nessuna. Un silenzio assordante assai simile a quello che seguì le dichiarazione di Giampaolo Di Paola nel gennaio scorso, quando al ministro ammiraglio in abiti civili riuscì quello che al ministro civile in divisa Ignazio La Russa non era riuscito: nel novembre del 2010 aveva incautamente proposto di armare i nostri aerei in Afghanistan. Allora ci fu una levata di scudi. Adesso nulla.

Abbiamo appreso che non si tratta di giocattolini ma di bombe da 250 chili (500 libbre), ma la vera notizia è il silenzio che ha circondato la vicenda. Scritta da Gianandrea Gaiani (direttore di Analisi Difesa) per il giornale di Confindustria, la notizia gli viene riferita da fonti anonime che obbligano però il generale Luigi Chiapperini, comandante della missione in Afghanistan, a confermarla a una giornalista di Libero che si trova con altri colleghi “embedded” a Camp Arena, la base militare Nato di Herat sotto comando italiano. A Camp Arena si erano ben guardati però dall'avvisare i colleghi delle operazioni in corso. Ma una volta denudato il re, le conferme piovono come l'acqua: dal comandante della Task Force South, colonnello Francesco Paolo D'Ianni (su Cybernaua.it) a Francesco Tirino, portavoce del contingente italiano in Afghanistan, che candidamente spiega a E-il mensile che le missioni si sarebbero addirittura «moltiplicate» nelle ultime settimane con il «lancio dell’operazione Shrimp Net». Ancora Chiapperini conferma al Giornale «che i bombardamenti sono iniziati subito dopo il 28 gennaio» con il via libera del ministro Di Paola. Mancava solo la voce ufficiale dello Stato maggiore della Difesa (vedi intervista a fianco) su una vicenda a dir poco controversa e che sembra far carta straccia, nel silenzio più assoluto, delle prerogative del parlamento. Tutto comincia il 18 gennaio scorso.

Il protagonista è l'ammiraglio Di Paola, l'autore di una riforma del sistema di Difesa contro cui è stata scatenata la campagna “Tagliamo le ali alle armi”, forte di 75mila mail inviate ai parlamentari perché si sveglino sulle intenzioni del ministro. Si presenta a una sessione congiunta di Camera e Senato con un linguaggio sibillino: «Intendo far sì che i nostri militari e tutti i loro mezzi schierati in teatro siano forniti delle dotazioni e capacità necessarie a garantire la massima sicurezza possibile del nostro personale e dei nostri amici afgani e alleati...». Nessuno obietta. Qualche giorno dopo però una nota dell'Ansa – è il 28 gennaio – spiega che «le bombe andranno sugli Amx italiani, ma non sui predator». Poi Di Pala va oltre: «Tutti i mezzi che abbiamo verranno utilizzati sulla base di tutte le loro capacità, perché noi abbiamo il dovere oltre che il diritto di difendere i nostri militari, i nostri amici afgani e i nostri alleati ... i predator italiani non hanno queste capacità e quindi non le possono usare». Di Paola si guarda bene dall'usare la parola “bombe” ma qualcuno se ne accorge lo stesso: la frase non piace al senatore Pd Marco Perduca che (con la radicale Poretti e gli Idv Pedica e Caforio) propone un ordine del giorno che impegni il governo «a rimettere al Parlamento la decisione sull'uso di ordigni bellici a caduta libera o guidata da parte dei velivoli dell'Aeronautica militare italiana impiegati in Afghanistan». L'Odg però non viene accolto.

Cala il sipario fino a luglio, quando “esplode” la notizia proprio mentre è in corso il vertice di Tokyo sull'Afghanistan. La rete «Afgana» rileva come il governo giochi una partita «bifronte»: a Tokyo l'Italia si spende per la pace e i diritti di donne e società civile mentre a Farah bombarda. Flavio Lotti, della Tavola della pace, che già in gennaio si era infuriato e che, proprio nei giorni scorsi, ha incontrato i responsabili del Pd delle commissioni di esteri e difesa di Camera e Senato, chiede loro ufficialmente di fare un'interrogazione al ministro. «Ma – dice oggi – finora non ho registrato nessuna azione, se non, quel giorno, un discreto imbarazzo. Se è questo quello che facciamo in Afghanistan, credo che sia la goccia che fa traboccare il vaso. Bisogna ritirare immediatamente i nostri soldati anche perché, a quanto pare di capire, questi bombardamenti non sono un novità». Lo dice anche il generale Mini, autore di “Perché siamo così ipocriti sulla guerra?”. «Bombardiamo con gli Amx? Se è per quello, gli elicotteri Mangusta possono fare anche più male. Hanno fatto almeno 300 missioni. Proprio qualche settimana fa un collega mi ha parlato di un'operazione con 60 “insorti” uccisi. Non erano Amx ma elicotteri».

Secondo Mini «a quanto sembra di capire gli americani hanno fatto la voce grossa con gli alleati. Hanno chiesto di dimostrare unità di intenti. Ecco la risposta: per dimostrare loro che l'Italia c'è». Gli chiediamo cosa ne pensa della voce secondo cui il ministro Di Paola, che ha già un passato Nato alle spalle, concorrerebbe volentieri per la poltrona del dopo Rasmussen. «Se fosse davvero così – risponde - allora altro che venir via presto.... Vorrebbe dire che dovremmo rimanere anche dopo il 2014. Perché un italiano diventi segretario generale della Nato bisogna offrire in cambio qualcosa».

giovedì 30 aprile 2009

GUERRE E SOLDATI, RIFLESSIONI A MARGINE

Qualche giorno fa ho scritto sul mio blog a proposito della caserma di Camp Arena a Herat. E l' articolessa ha sollevato qualche reazione forte da parte di uno o più soldati. Una di queste reazioni in particolare mi ha colpito: un militare se è sentito offeso dalle mie parole e mi ha risposto (e qui aihmé si sbaglia) dicendo che è comodo fare come me, in vacanza in Afghanistan ben pagato, e criticare chi rischia la pelle. In vacanza forse si (visto che per me lasciare un'Italia in cui non mi riconosco molto di questi tempi è una vacanza) ma ben pagato, amico mio, proprio no. Lo sai caro milite a quanti giornali interessano le mie verità? Leggerai queste cose solo sul blog. E poiché io son pagato un tanto al pezzo puoi anche farmi i conti in tasca. Ai giornali italiani piace solo la retorica patriottica. A me invece non piace, anzi mi sembra offensiva del tuo e del mio intelletto.

Io penso, l'ho sempre detto, che siete guerrieri e che, invece che pacchi dono, dovreste andare a combattere senza lasciare solo ai canadesi e agli americani quest'onere. So che molti di voi lo farebbero e che altri, in gran segreto, lo fanno. Solo un cretino può darvi del “vigliacco” e solo qualche gasato, a cui piace smitragliare nel mucchio, offende una missione che è certo criticabile (meglio ad esempio se avesse un altro mandato e una maggior condivisione internazionale, come in Libano) ma che ha una sua ragion d'essere e che non si può liquidare con uno slogan. Tutto ciò comunque non dipende da voi militari ma dalle scelte della politica e, in Italia, da quella retorica nazionalpacifista propria di tutti i governi italiani. Combatto si ma fino a un certo punto. “Armiamoci e partite”, si sarebbe detto una volta. Purtroppo i Prt (Provincial Reconstruction team) vanno in questa direzione e l'Italia sembra essere assai disattenta (politica, militari e cittadini) delle confuse implicazioni della sua azione di cui si occupano solo le Ong italiane (e nemmeno tutte). Ma veniamo alle offese.

Il mio amico in divisa si è forse risentito del termine “damerini” e, giustamente, dice: siam tutti professionisti, non carne da macello. Ne convengo e ne sono felice. Dicevo anzi che ho scoperto, stando a Camp Arena, che i tempi della naja, quando un qualsiasi caporale coglione vi insultava e umiliava (è successo anche a me per quel poco che ho fatto il militare: una settimana in tutto), son finiti. Ci mancherebbe. Ma dicevo anche che queste guerre moderne, con soldati alfabetizzati e altamente sindacalizzati (come io ritengo sia giustissimo che sia) si perderebbero se si combattesse corpo a corpo, cosa che, infatti non si fa più. In questi giorni i giornali americani cercano di darci a bere che le loro pattuglie fanno gli agguati... Si può anche darsi. Ma per quanto se ne so, l'unico vero modo di far secchi i talebani è bombardare a tappeto. Vedi che in mezzo a dieci civili becchi anche uno di loro. Lei, mio caro amico in divisa lo sa. E lo sa anche la Nato che infatti accusa i taleb di usare scudi umani....La verità è che le democrazie mature non possono permettersi un morto in più. Non possiamo rischiarlo....

Io trovo quella di bombardare una scelta criminale. Non amo i talebani ma la gente comune ha tutto il diritto di vivere. E' una questione di garanzie minime: meglio dieci ladri fuori che un innocente dentro. E noi italiani, che non schiacciamo il bottone, siamo corresponsabili quanto gli avieri americani. Non solo lei, amico mio in divisa, io anche come giornalista in vacanza e ben pagato (sic), i parlamentari che io e lei abbiamo votato, il cittadino comune poco informato che guarda la tele per vedere tette e culi, altrimenti adorabili strumenti di piacere di un'intimità continuamente esposta a sproposito: per evitare di parlar d'altro e rimbambire i nostri ottenebrati cervelli.

Aggiungo anche una cosa per un altro lettore che dice che se gli americani volessero vincerebbero militarmente in quattro e quattr'otto...Non condivido la sua analisi. Concordo sul fatto che le lobby amano le guerre prolungate, ma lei ormai dovrebbe sapere che bombardando non si vince più. Non sono i tempi della seconda guerra mondiale e di Dresda o Hiroshima e la lezione dei bombardamenti nelle guerre asimmetriche data almeno dai tempi del Vietnam. Con le bombe non si vince: lo chieda agli israeliani, maestri del bombardamento....selettivo. Talmente efficace che Hamas ha vinto le elezioni.

Gli americani, o almeno la loro leadership più accorta, non vede l'ora di andarsene da Kabul: non c'è petrolio, i tubi possono passare altrove, non c'è sbocco al mare e questo paese non è un mercato appetibile. A che serve l'Afghanistan? Ma siamo imprigionati – loro e noi - in un gioco perverso che ha a che vedere con l'orgoglio nazionale, la retorica dei diritti delle donne, e il lento inesorabile lavorio delle lobby (non solo quelle delle armi: a Camp Arena si beve acqua minerale italiana e la verdura viene dalla Puglia). Ma pensare che se ne esca con le bombe mi pare demenziale. Lo ha capito anche Obama. E infatti le voci di corridoio dicono insistentemente che si tratta. Sotto banco ma si tratta. Ma a voi soldati non lo dicono. In questo senso siete carne da macello intellettuale che la politica maschera da soldati buoni che non sparano ma fanno doni. Io mi auguro che anche voi, come me, vi ribelliate un giorno a questa retorica che vi offende assai più delle mie rudi parole. Che avranno certo molti difetti ma credo non manchino di onestà intellettuale.

A questo, solo a questo, servono i giornalisti: a cercare di raccontare brandelli di verità scomodi persino per loro stessi. Buone vacanze in Afghanistan!

domenica 26 aprile 2009

LA GUERRA IN SANDALI O CON L'ELMETTO

Non ero mai stato prima in una caserma in Afghanistan. Non, almeno, un tempo cosi lungo per far caso che una caserma, la “casa” della guerra, è il luogo dove si capisce come mai questa guerra non sarà mai vinta: né dagli occidentali, né dai talebani. La macchina occidentale della guerra è ben oliata e organizzata: grandi mezzi, tecnologie all'avanguardia, sistemi d'arma sofisticati e veicoli d'ogni tipo. Divise in ordine e una buona logistica. Come farà una guerriglia stracciona in sandali ad avere ragione di questa macchina quasi perfetta? Si, certo, in campo aperto, tra attentati e agguati, i sandali fanno premio sulla mimetica (nel senso che i talebani son certo più agili di questi soldati pieni di orpelli alla GI-Joe) ma la battaglia finale non riuscirebbero a vincerla. Per prendere una caserma come quella in cui sono ospite a Herat, o ci butti una valanga di bombe o nisba.

Ma, dall'altra parte, la caserma è anche il segno evidente del perché non vincerà la Nato. Tutto è così lindo e organizzato da far pensare a una scuola quadri: un centro di addestramento perenne dove la guerra vera non si fa. E persino i soldati (fortunatamente) non son più quelli di una volta. Assomigliano più a uomini che ad eroi e questo nuoce alla guerra cui siamo stati abituati. Si fanno la doccia, vanno a mangiare, bevono caffè corretto nel baretto dell'angolo (della caserma). Non vedi quei marine alla J. Wayne, sudati e sporchi con l'olezzo della polvere da sparo. Qui semmai c'è odore di sudore da troppo caldo e profumi di varechina nei cessi lindi come in un collegio. Oggi poi, nessuna democrazia è in grado di sacrificare i suoi soldati: subito ne nasce una polemica se non erano protetti o non avevan qui, non avevan là. E' giusto che sia così ma ciò non fa bene alla guerra anche se dà garanzie alla pace. Maq a un tempo nuoce alla guerra la retorica pacifista. Non tanto quella dei pacifisti quanto quella dei militari stessi. Questi eserciti moderni la guerra - specie se asimmetrica – la perdono per default. Non abbiamo più armate di cow boy ma damerini in divisa, persino eleganti in queste mimetiche che il deserto lo devono veder raramente. E' quel che insegna la caserma. Ma c'è dell'altro.

Le guerre si vincono col consenso e nessuno dei due contendenti ce l'ha. Non ce l'abbiamo noi che con una mano facciamo scuole e con l'altra bombardiamo i civili. Non ce l'hanno i talebani che restano un regime odiato dai più e da quelli che hanno memoria dei loro eccessi ma....sul lungo periodo a guadagnare sarebbero loro: intanto sono afgani e noi stranieri. Eppoi, dove il fragile stato di Karzai non c'è, suppliscono ai servizi essenziali: giustizia, educazione (si anche educazione perché una madrasa è pur sempre una scuola), amministrazione pubblica. Fan ciò che serve e, in molti casi, con onestà. Sul lungo periodo ce la farebbero loro. Per consenso indotto, non per adesione ai loro ideali. Perché non c'è di meglio e l'Occidente di meglio non sa fare. Ecco perché è il momento di negoziare. Siamo stanchi noi ma lo sono anche loro. E nessuno avanza di un metro. Si tengono le posizioni, come nella caserma Arena di Herat. Dove il mio pernottamento è stata un'altra lezione di pragmatica verità cullata dalla generosità e attenzione di questi nuovi militari, più uomini sulla linea del fronte che soldati. Per fortuna, dal mio punto di vista. Quello di uno a cui la guerra non piace per niente.